lunedì 28 marzo 2005

Ve la ricordate l’Elisa acustica, intimista, minimalista e quasi new
age di «Lotus»? Bene, ora dimenticatevela. Se avevate ancora negli occhi e

nelle orecchie le atmosfere sognanti, le foto dei fiori e della natura del

precedente tour (passato al Rossetti nel dicembre 2003), il concerto con cui

la ventisettenne popstar - sì, popstar: ormai a tutti gli effetti... -

monfalconese ha chiuso ieri sera al PalaTrieste il suo «Pearl days tour» ha

rischiato di farvi venire un coccolone. Uno show rock, tirato, tiratissimo,

con poche e brevi parentesi soft, giusto il tempo di tirare il fiato e

ripartire.

Cade il sipario argentato, Elisa è già schierata al centro del palco. Si

parte con «Together», brano che apre anche il nuovo album: brillante di

sciabolate rock e lampi bianchi (figli di un «light show» sofisticato,

firmato dal mago del settore Billy Bigliardi). La ragazza parte subito in

quarta, preme sull’acceleratore, è scatenata. Ancora dal nuovo album c’è

«Bitter words» e poi, pescando in un passato recente ma già importante,

torna utile anche «Labyrinth». Per non rischiare l’infarto così, fin da

subito, arrivano - di nuovo dall’ultimo disco - le atmosfere più rilassate

di «Pearl days», di «In the green», di «Life goes on». Quest’ultima in

un’esecuzione vocale assolutamente magistrale, che la dice lunga sullo stato

di forma della cantante.

È passata poco più di mezz’ora ma è già tempo di «Luce (Tramonti a Nord

Est)», con cui Elisa vinse Sanremo nel 2001. Sentirla cantare da queste

parti, vicino casa sua, fa sempre un effetto particolare, e infatti il

pubblico non si fa pregare a cantarla in coro. Ma avevamo detto che il

concerto è tiratissimo. E infatti si riparte con «I know», altra canzone dal

nuovo cd: nera, vibrante, quasi soul. D’un tratto pensi a quanto è cresciuta

la ragazza in pochi anni. Ha presenza scenica, personalità, ormai persino

carisma. E lo spettacolo fila che è un piacere. Grazie anche alla signora

band che Elisa si porta appresso.

Una band più robusta e completa rispetto a quelle che ricordavamo, nella

quale brilla il lavoro alla chitarra di Davide Tagliapietra (figlio di Aldo

Tagliapietra delle Orme) e al basso di Max Gelsi, oltre ovviamente a quello

degli altri quattro musicisti (Andrea Rigonat alla chitarra, Andrea Fontana

alla batteria, Christian Rigano e Giorgio Pacorig tastiere e pianoforte) e

delle tre coriste (Barbara Evans, Julia St. Louis e Bridget Anne Mohammed).

Alcuni di questi ragazzi sono con Elisa dagli inizi, sono anche loro

originari di queste terre, e l’affiatamento di vede tutto.

Ma non c’è tempo per le chiacchiere. Il treno viaggia e chi si ferma rischia

di restare a piedi. «The waves», «Gift», «Dancing», «Joy»... E poi «Heaven

out of hell» che prepara la giusta atmosfera per la popolarissima «Broken»,

per onorare la quale l’artista si siede e imbraccia la chitarra acustica.

Finale tiratissimo, a nervi scoperti, quasi heavy, soprattutto con «Shadow

zone» e «It is what it is», che chiude la scaletta. Per aprire i bis, Elisa

lascia la divisa da ragazzaccio e riappare biancovestita, in mezzo a una

sorta di gabbia di stoffa bianca, per cantare alla sua maniera «Almeno tu

nell’universo», già di Mia Martini, l’altra canzone in italiano del concerto

e del suo repertorio.

Al PalaTrieste duemila spettatori entusiasti per la consacrazione dell’unica

popstar targata Friuli Venezia Giulia. Chissà, forse quel «Mitteleurock»

intuito e coltivato oltre venticinque anni fa dal triestino Gino D’Eliso è

finalmente sbocciato proprio grazie a Elisa. Nasce in quel terreno fertile

che sta fra Isonzo e Timavo. Forse per questo dà buoni frutti.

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