domenica 31 luglio 2016

IRON MAIDEN A TRIESTE, maggio '98, palasport Chiarbola

MUSICA Oltre duemila persone al palasport di Trieste per l'ultima tappa del tour della band inglese Iron Maiden, torrente di suoni Volumi altissimi, tanto sudore, qualche simbologia funerea 
TRIESTE Jana ha sedici anni, gli occhi azzurri e i capelli
impiastricciati di sudore. La maglietta nera con la scritta
«Iron Maiden» le casca male addosso, ma che importa: ciò che
conta è che sia simile a quelle di tutti gli altri. Quasi una
divisa - con i jeans, il giubbotto, le scarpone da ginnastica -
per il giovane popolo dei metallari che non manca mai un
appuntamento importante. Ciò che conta davvero, poi, per Jana e
per tutti gli altri, è che gli Iron Maiden della maglietta, dei
manifesti e dei dischi tante volte ascoltati a tutto volume,
stasera siano qui, su quel palco, a pochi metri di distanza. Se
allunghi una mano ti sembra quasi di toccarli. Jana è arrivata da
un paesino vicino Maribor, in Slovenia. Lungo viaggio fino a
Trieste, più lungo dei duecento e passa chilometri denunciati
dalla carta geografica. Partenza al mattino presto. Un tratto in
treno, un altro in autostop. Comunque è qui dalle prime ore del
pomeriggio. Ed è stata fra i primissimi a entrare nel palasport,
quando verso le diciannove si sono aperti i cancelli (che poi in
realtà, in questo caso, sono delle porte a vetri). Dopo tre ore
di pesante bombardamento sonoro vissuto lì, sotto il palco,
senza filtri di sorta, dopo essersi insomma ubriacata della musica
prima dei Dirty Deeds e degli Helloween, che hanno aperto la
lunga maratona, e poi degli amatissimi Iron Maiden, adesso Jana
comincia (finalmente) a sentire la stanchezza. Abbandona dunque
le prime file, si avvicina a un uomo in divisa che presidia le
entrate, gli chiede semplicemente «dove acqua?». L'uomo le
indica i servizi, accanto al bar. Lei scompare dietro l'angolo,
da dove riemerge dopo un paio di minuti, con l'aria beata di una
che ha sbrigativamente messo la testa sotto il rubinetto.
Riguadagna un po' a fatica le prime file: non ha nessuna
intenzione di perdersi il resto del concerto. Chissà, forse
l'Occidente che lei sogna è proprio questo: musica e sudore,
rock e metallo pesante, volumi altissimi e vibrazioni forti.
Perchè parliamo di Jana? Perchè ci sono degli spettacoli - come
appunto quello degli Iron Maiden, l'altra sera, al palasport di
Trieste, ultima tappa del loro ennesimo tour italiano - in cui
la musica è sicuramente importante, ma per un osservatore per
forza di cose esterno assumono un'importanza quasi maggiore la
gente, gli spettatori, insomma i duemila e passa ragazzi accorsi
da tutto il Triveneto, dalla Slovenia, dalla Croazia per
celebrare quel piccolo grande rito che è un concerto di heavy
metal. Lo spettacolo è la gente, insomma, in queste occasioni
più che in altre. Il secondo aspetto caratterizzante è il volume,
assolutamente stratosferico e di difficile sopportazione anche
da parte di chi bazzica concerti da molti anni. Sul pubblico si
abbatte una massa sonora dura, pesante, quasi oltre la soglia
dell'umano. Ma forse chi va a vedere gli Iron Maiden (o i
Metallica, o gli Ac/Dc...) vuole e chiede proprio questo: una
bella dose di decibel con cui inebriarsi, ubriacarsi, stordirsi.
Sarà sempre meglio del mondo che li aspetta domani mattina, là
fuori. A Trieste, gli Iron Maiden hanno risposto perfettamente
alle aspettative dei loro fans. Anche se i brani del nuovo album
«Virtual XI» («Futureal», «The angel and the gambler»,
«Lightning strikes twice», «The clansman»...) non sembrano
davvero all'altezza dei classici del passato. Come «Iron Maiden»
(da cui oltre vent'anni fa ha preso nome il gruppo, ispirandosi a
uno strumento di tortura medioevale che compariva nel film «The
man and the iron mask»), o «Number of the beast», o ancora
«Trooper» e «Sanctuary». Se vogliamo dirla tutta, va aggiunto
anche che il cantante Blaze Bailey non regge il confronto con
quel Bruce Dickinson di cui ha preso qualche anno fa il posto.
Soprattutto nella seconda parte dell'esibizione, il nerboruto
vocalist è infatti sembrato andare troppo spesso per le sue,
scollato dal gruppo capitanato ancora egregiamente dal bassista
Steve Harris, unico superstite della formazione originaria. Gli
altri tre (i chitarristi Dave Murray e Janick Gers e il
batterista Nicko McBrian) picchiano, pardon, suonano che è un
piacere. I fondali rimandano ancora immagini di ruderi e
simbologie più o meno funeree. Ma le necrofilie degli esordi
sembrano aver lasciato il posto a passioni più salutiste come
quella per il pallone e più attuali come quella per il mondo
virtuale. E non a caso l'incontro fra calcio e computer è un po'
il tema dell'ultimo lavoro della band. A Trieste (qui sopra e a
sinistra nelle fotografie di Francesco Bruni), fatti i distinguo
di cui sopra, successo praticamente trionfale. Soprattutto da
parte dei cinquecento ragazzi arrivati dalla ex Jugoslavia, dove
l'heavy metal conta agguerrite legioni di fans. Insomma, Jana
sarà tornata nel suo paese vicino Maribor contenta. Carlo
Muscatello

Dati di pubblicazione 

Testata Data Publ. Edizione Sezione Pagina Didascalia 
ILPICCOLO 19980508 

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