...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
sabato 25 febbraio 2006
E poi quelle due cosette. L’invito a Schwarzenegger, subito ritirato dopo che alcuni - fra cui la stessa Victoria Cabello, da cui ci si aspetta l’unico pepe della maratona - hanno parlato delle «mani sporche di sangue» del governatore della California, terra di esecuzioni capitali e non più da sognare. E quella cosuccia ancor più irrilevante di Anna Oxa, che ha tentato di tener segreto fino all’ultimo il testo della sua canzone «Processo a me stessa», nonchè il nuovo look (rifiutando anche la tradizionale foto di gruppo per la copertina di Sorrisi e Canzoni) cui affida tanta parte delle sue fortune. Nessuno invece si volta per strada per quel «affan...» che infioretta un verso della canzone di Dolcenera, «Com’è straordinaria la vita», già data fra le favorite della vigilia.
Niente, insomma, rispetto alle belle polemiche e a volte anche agli scandali del passato. Sarà che questo 56.o Festival di Sanremo - che comincia domani sera, diretta tivù su Raiuno, nell’abituale cornice del Teatro Ariston - capita nel bel mezzo di una campagna elettorale modello 1948, nonchè in un momento mica da ridere pure a livello internazionale. O sarà che il primo Sanremo affidato alla conduzione di un comico, il ruspante ma innocuo Giorgio Panariello, arriva giusto un anno dopo gli irripetibili ascolti-monstre di quello targato Bonolis. Fatto è che stanno tutti tranquilli, aspettando domani sera.
Quando saranno due donne, Nicky Nicolai e la citata Dolcenera, ad aprire il festivalone. La Nicolai, che l'anno scorso ha vinto nella categoria Gruppi, sarà la prima artista a salire sul palco dell'Ariston, per cantare «Lei ha la notte». Stavolta senza il marito jazzista Stefano Di Battista. Poi tocca all’ormai famigerata Emanuela Trane, ventotto anni, pugliese, che per il nome d’arte si è ispirata nientemeno che a una canzone di De Andrè, «Dolcenera», appunto. Lei ha vinto Sanremo Giovani nel 2003, «Music Farm» nel 2005, e ora torna all’incasso nella città dei fiori. Ce la farà? Forse, comunque un posticino sul podio non glielo leva nessuno...
Dopo le due signore, sarà la volta dei primi due gruppi in gara: i Ragazzi di Scampia con Gigi Finizio e la loro «Musica e speranza» (inseriti non si sa bene a che titolo fra i big) e l’israeliana Noa col milanese Carlo Fava e il Solis String Quartet («Un discorso in generale»). Tocca a due uomini: il vincitore morale - per quanto non in gara - dell’anno scorso Povia (canta una filastrocca il cui titolo è già tutto un programma: «Vorrei avere il becco») e il vincitore di qualche anno fa Ron, con «Noi non possiamo cambiare il mondo».
Completeranno la prima serata Simona Bencini (l’ex cantante dei Dirotta su Cuba propone «Tempesta», scritta da Elisa), Spagna («Noi non possiamo cambiare»), i Sugarfree («Solo lei mi dà»), Mario Venuti con gli Arancia Sonora («Un altro posto nel mondo»), Alex Britti («Solo con te»), Luca Dirisio («Sparirò»), la citata Anna Oxa, Anna Tatangelo («Essere una donna»), i Nomadi («Dove si va»), Zero Assoluto («Svegliarsi la mattina»), Gianluca Grignani («Liberi di sognare») e Michele Zarrillo («L'alfabeto degli amanti»).
Sempre nel corso della prima serata saranno presentati i dodici Giovani in gara: Ameba 4, Andrea Ori, Deasonika, Helena Hellwig, Ivan Segreto, L’Aura, Riccardo Maffoni, Simone Cristicchi (più noto di alcuni presunti big...), Virginio, Antonello, Antonino Tiziano Orecchio e Monia Russo.
Ad aprire martedì la seconda serata, sarà invece Anna Oxa, cui seguiranno Sugarfree, Gianluca Grignani, Anna Tatangelo, mario Venuti & Arancia Sonora, Ron, Nicky Nicolai, I Ragazzi di Scampia di Gigi Finizio e Povia. La parola passerà quindi di nuovo ai Giovani. Dopo la pausa «calcistica» di mercoledì primo marzo, la terza serata di giovedì sarà tenuta a battesimo da Simona Bencini, seguita da Nomadi, Alex Britti, Spagna, Zero Assoluto, Michele Zarrillo, Dolcenera, Noa con Carlo Fava & Solis String Quartet, Luca Dirisio. Sarà poi la volta dei Giovani.
Il meccanismo prevede ogni sera delle eliminazioni in ogni gruppo. Dei sei Uomini, delle sei Donne, dei sei Gruppi e dei dodici Giovani in gara, arriverano alla finalissima di sabato soltanto due per ogni raggruppamento. E teoricamente la vittoria finale potrebbe andare anche a un nome passato attraverso la lunga selezione dei Giovani. Un fatto già successo in passato, per esempio con Tiziana Rivale («Sarà quel che sarà», 1983), con i Jalisse («Fiumi di parole», 1997), con Annalisa Minetti («Senza te o con te», 1998).
Intanto, va segnalata la dichiarazione dell’altra donna del Festival di quest’anno, quella più rassicurante, al secolo Ilary Blasi in Totti: «Il treno di Sanremo passa una sola volta nella vita e io l'ho preso - dice la moglie del Pupone infortunato d’Italia, anche lui atteso in riviera, con tanto di stampelle e prevedibile standing ovation -. Mi ci sono proprio buttata...».
Per Panariello e le due signore<WC1> ci potrebbe essere anche un ingresso al Teatro Ariston su un carro fiorito con una barca a vela al centro, trainato da un trattore guidato dallo stesso comico. Insomma, che il circo cominci. Tanto, circo più circo meno...
mercoledì 22 febbraio 2006
Ma vediamo quali sono i nomi che arrivano a Trieste. Innanzitutto Nek, che torna sabato 8 aprile, al PalaTrieste, sull’onda del successo dell’album «Una parte di me». Prima dell’idolo delle giovanissime, riflettori sugli artisti che Cooperativa Bonawentura e Teatro Miela hanno chiamato per la seconda edizione della rassegna «Ritratti italiani». Si parte venerdì 3 marzo, in concomitanza col sedicesimo compleanno del Miela, con la proiezione del film «Craj - Domani», di Davide Marengo, con Teresa De Sio e Giovanni Lindo Ferretti. Lo stesso Lindo Ferretti, già leader dei Cccp e poi dei Csi e poi ancora dei Pgr (scusate questa ubriacatura di acronimi, ma tant’è...), sarà protagonista domenica 5 marzo, stavolta in carne e ossa, dello spettacolo «Pascolare parole, allevare pensieri».
Sempre al Miela, venerdì 17 marzo, arrivano gli emiliani Offlaga Disco Pax, in tour dopo l’uscita del primo album, intitolato «Socialismo tascabile (prove tecniche di trasmissione)». Pochi giorni dopo, martedì 21 marzo, è il turno dei sardi Andhira, anche loro reduci dal primo album «Soto il vento e le vele», interessante operazione sul grande patrimonio artistico lasciatoci da Fabrizio De Andrè. Venerdì 31 marzo serata dedicata al progetto di beneficenza Snait, con i gruppi regionali Kosovni Odpadki, Arbe Garbe e Kraski Ovkarji, e i bergamaschi Jabberwocky.
Ultimi tre appuntamenti della rassegna: venerdì 7 aprile i Quintorigo (visti a Sanremo qualche anno fa, appena usciti con l’album «Il cannone»), venerdì 14 aprile il napoletano Marco Parente, venerdì 28 aprile il monologo «Oscillazioni», regia di Vitaliano Trevisan, con Fulvio Falzarano e Roberto Dani.
domenica 12 febbraio 2006
Le quota rosa nel rock ci stanno da un pezzo. Senza bisogno di nessuna legge, di nessun compromesso, di nessun intrallazzo di potere. Le quota rosa nel rock hanno diritto di cittadinanza almeno da quando l’universo femminile è stato capace di evadere dal triste ruolo delle «groupies», quelle ragazze che negli anni Sessanta seguivano le tournèe dei loro idoli, rigorosamente maschi, e dopo aver fatto un po’ di fila fuori dai camerini allietavano le loro altrimenti ruvide serate... Troppo poco, per l’altra metà del cielo. E così sono nate artiste come Joan Baez, Janis Joplin, Joni Mitchell, Carole King, Tina Turner... Sorelle maggiori - o madri - delle affollate generazioni successive: Madonna, ma anche Pat Benatar, Tracy Chapman, Chrissie Hynde, Alanis Morissette, Sheryl Crow, Lauryn Hill, Anastacia...
In Italia, se parliamo di rock al femminile, il discorso parte storicamente da Gianna Nannini. La quarantanovenne artista senese, trent’anni di carriera alle spalle (il primo album uscì per l’appunto nel ’76), non ha fatto in tempo a pubblicare il suo nuovo lavoro, intitolato «Grazie» (Universal), che se l’è visto schizzare al primo posto delle classifiche di vendita. Segno di un’attesa forte da parte del suo pubblico, cui non era evidentemente bastata, due anni fa, con «Perle», la rilettura in chiave acustica dei suoi classici.
«Questo album segna un cambiamento radicale nella mia vita e nella mia musica: dentro c'è tutta l'emozione di una nuova partenza», ha detto la Nannini. Che per l’occasione ha messo da parte elettronica e suoni finti, cercando l’emozione di suonare con un’orchestra. «Sei nell’anima» è stato il singolo apripista (con videoclip ambientato a Bratislava) ed è anche il primo brano del disco. Che vive di poca rabbia (anche se un brano s’intitola «Mi fai incazzare») e molta melodia, molte aperture orchestrali. Dal 19 febbraio in tour, prima data Firenze.
Cambio geografico e generazionale. Lei si chiama Katie Melua, è nata nell’84 in Georgia (ex Unione Sovietica) anche se poi è cresciuta in Irlanda, a Belfast. Ha pubblicato un disco intitolato «Piece by piece» (Edel), che la sta imponendo anche in Italia, dopo che l’album di debutto, «Call off the search», due anni fa ne aveva fatto un piccolo grande fenomeno. Tanto che è stata chiamata «la nuova Norah Jones». Grande voce, che sa passare dai toni forti a quelli vellutati. Suoni raffinati. Buone atmosfere jazz-blues. E bella la cover di «Just like heaven», dei Cure.
A proposito di «nuove Norah Jones». La terza segnalazione al femminile mette in pista il secondo disco di Amalia Grè, intitolato «Per te» (Emi). Nata quarant’anni fa a Ostuni, cresciuta prima a Perugia e poi musicalmente a New York, questa interprete è oggi la punta di diamante del canto jazz di casa nostra. Classica e al tempo stesso moderna, elegante e versatile, la signora usa le parole delle sue canzoni per fare grande musica, il che è privilegio di pochi e per pochi. Una manciata di piccole perle in forma di canzone, fra cui si fanno notare il gioco swing di «Peonia», una ballad fascinosa come «Angel my love», la versione scarna ma originalissima di «Quanto ti ho amato», già sentita nella versione di Roberto Benigni, che ne è anche autore con Nicola Piovani e Vincenzo Cerami...
Peppe Barra è la storia della canzone napoletana moderna. Il suo nuovo album «Matina» (RaiTrade) parte dall’omaggio alla madre Concetta, passa attraverso gli anni con la Nuova Compagnia di Canto Popolare, arriva alla maturità da solista. Mezzo secolo di carriera, sublimato in dieci canzoni. Apertura con «Lisbona», dedicata a chi vuol fuggire dalla martoriata Napoli. Chiusura con una personalissima versione swing di «Pigliate ‘na pastiglia», suonata dal vivo alcuni anni fa proprio durante la serata in ricordo di Renato Carosone. In mezzo i suoni, i colori, la magia ma anche la povertà della capitale del nostro Sud.
«Dolci frutti tropicali» (Edel) è il nuovo disco di Pacifico, che alla terza prova discografica ormai non è più una sorpresa, ma una bella realtà della canzone italiana. Passato dal Premio Tenco nel 2002 alla partecipazione al Festival di Sanremo nel 2004. Ora esce con questi dieci brani, in qualche modo ispirati dal mare d’inverno, «che suscita - dice - una serie di pensieri e in cui la scrittura diventa compagnia». Canzoni vestite di arrangiamenti a tratti scarni ed essenziali, a tratti addirittura imponenti, nelle quali spicca l’attenzione alla ricerca musicale ma anche linguistica. Fra gli ospiti, Samuele Bersani (duetto in «Da qui») e Roy Paci (tromba in «L’altalena»).
Ultima segnalazione per Alberto Traversi Quartet, con il disco «The art of swing - Adventures of Supermodels, Rockstars and old Loungers» (Ar Production). Grandi cover di Cole Porter e di tanti altri maestri del jazz e dello swing, canzoni indimenticabili come «Night and day», «My funny Valentine», «The lady is a tramp», «Fly me to the moon»... La voce di Traversi si muove con sicurezza in mezzo a tutto questo bendiddio. La sua band lo segue nella maniera giusta.
Il concerto che il musicista siciliano ha tenuto nel febbraio 2005 a Firenze, al Nelson Mandela Forum, rivive in questo cd e dvd. Apertura con l’inedita «Come away death», frammento di Shakespeare musicato dal compositore inglese Quilter Roger. Una piccola perla che Battiato propone con approccio ispirato e stile finissimo. Il resto - trattandosi di un concerto del tour seguito alla pubblicazione del disco «Dieci stratagemmi» - ricalca le ultime proposte dal vivo dell’artista. Colpiscono gli accenti orientali di «Le aquile non volano a stormi», l’inquietudine di «Auto da fé», l’omaggio alla Pfm con «Impressioni di settembre», ma soprattutto la magia assoluta di «La cura». Fra autoritratto e monumento...
Pochi sanno che l’inglese James Blunt, una delle rivelazioni pop dell’anno scorso, si trovò nel ’99 a combattere come ufficiale nella guerra in Kosovo. Cose che succedono a chi nasce in una famiglia dalla lunghissima tradizione militare, studia ingegneria per sbaglio, ma poi riesce a... salvarsi la vita grazie alla musica (ha lasciato l’esercito nel 2002). Il dvd propone il meglio delle performance dal vivo dell'ex soldato, un bonus video e un cd registrato dal vivo in Irlanda. Non mancano ovviamente «You’re beutiful» e «High», i suoi brani più noti con «Goodbye my lover» e «Wisemen». È buona musica pop, ben scritta e interpretata con intensità.
Il Teatro Verdi è sempre più nella bufera. E la città, come da sua consolidata tradizione, sonnecchia. Guarda da un’altra parte. Non si rende conto, forse, che l’attuale crisi - economica, gestionale, di immagine - è molto più grave di quelle passate. Perchè stavolta, in gioco, c’è la stessa sopravvivenza di una programmazione lirica degna di questo nome. Il problema dei tagli ai fondi pubblici per lo spettacolo è ovviamente nazionale. Ma produce effetti diversi nelle varie realtà. «Attualmente sto lavorando alla Fenice ne ”I quattro rusteghi” - fa notare il cantante triestino Nicolò Ceriani - e devo dire che qui a Venezia tutta la città si è stretta attorno al suo teatro. Comune, Provincia e Regione hanno integrato le risorse mancanti dopo i tagli al Fus. Ma c’è stata anche una sottoscrizione pubblica attraverso il Gazzettino. A Trieste sembra invece che la crisi non interessi a nessuno. Gli abbonati, molti dei quali anziani, non si rendono conto della situazione...».
«Peccato - conclude Ceriani - perchè il Verdi era fra i migliori teatri italiani. E ora siamo al punto che a qualcuno viene chiesto il ”favore personale” di cantare gratis, pur di far sopravvivere il Festival dell’Operetta...».
«I finanziamenti pubblici sono necessari alla sopravvivenza di un teatro lirico - dice Alessandro Pace, musicista e docente -, e se vengono tagliati bisogna aver l’intelligenza di guardare altrove, al privato, agli sponsor. Di certo è difficile pensare a un’attività ridotta. Meglio una gestione più attenta delle risorse, perchè nomi come quello di Oren portano prestigio, ma anche costi molto alti...».
«Penso che il Verdi soffra di un’eccessiva burocratizzazione - aggiunge Maria Rosa Pozzi, anche lei musicista e docente -, col passare degli anni è diventata una struttura troppo grande, quasi elefantiaca, senza un equilibrio, dove i pareri artistici si intrecciano a quelli tecnici, mentre ognuno dovrebbe fare solo la sua parte. Oren e Pacitti? Si può fare senza...».
Un altro che approva la recente decisione di licenziare direttore musicale e direttore artistico è il compositore Giampaolo Coral: «In un clima di zizzania non si può lavorare. Troppe scelte in questi anni sono state dettate dalla politica. I cui esponenti non capiscono che non basta riempire il teatro: sono necessarie scelte più coraggiose, e invece manca il rinnovamento. Le scelte più recenti non sono all’altezza della grande tradizione del Verdi, che merita una mentalità più moderna...».
Da Milano interviene il critico d’arte Gillo Dorfles: «Sono un vecchio loggionista del Verdi, dove negli anni Trenta non mi perdevo un’opera di Wagner. Soffro per le difficoltà del teatro, che ha una storia da difendere e speravo rilanciato dopo il coraggioso restauro. Sono gravi questi tagli alla cultura, che sembra l’ultima preoccupazione dei nostri governatori e amministratori. E invece la cultura è un settore che potrebbe essere anche redditizio, come sanno bene in Spagna, da dove sono appena tornato...».
«Ma nella lirica non si può pretendere che i conti tornino - fa notare lo scrittore e regista Furio Bordon -, è chiaramente un’attività antieconomica, coperta all’80 o 90 per cento dai sovvenzionamenti pubblici. Basti pensare che una poltrona al Verdi, a prezzo di mercato, senza sovvenzionamenti, dovrebbe costare 500 euro. E una al Rossetti almeno cento. Però una città, un paese hanno bisogno della cultura, senza investimenti culturali una comunità non cresce. È una scelta che va fatta...».
«La crisi è generale - ricorda da Roma il critico cinematografico Callisto Cosulich - i tagli hanno colpito tutti i settori dello spettacolo. Certo che i teatri lirici ne soffrono maggiormente, perchè vivono quasi interamente sui contributi pubblici. E al Verdi, con tutta quella rotazione di sovrintendenti e direttori artistici e musicali, non hanno di certo migliorato la situazione. Ma il teatro lirico è una grande tradizione italiana, amata ed esportata all’estero. È una delle manifestazioni più tipiche dell’arte italiana, che andrebbe curata come le statue di Michelangelo o le rovine di Pompei, e potrebbe avere anche dei ritorni in chiave turistica...».
Una voce dall’interno del teatro è quella di Giulio Ciabatti, direttore di scena e assistente alla regia. «Lavoro al Verdi da vent’anni. Quando ho cominciato c’era la metà dei dipendenti attuali ma si facevano dodici opere per stagione. Oggi vedo un teatro investito da mille polemiche, dove non c’è dialogo e ci si parla per vie legali. Certo, la crisi è nazionale e investe anche gli altri teatri. Ma i tagli potrebbero finalmente portare a una redistribuzione delle risorse, a una riprogrammazione sulla base delle risorse disponibili. In Italia operano tante realtà teatrali, anche piccole, che dovrebbero essere messe nelle condizione di produrre, oltre che ospitare le produzioni altrui».
Secondo Ciabatti, al Verdi ci sono stati troppi cambi ai vertici, è mancata una linea di indirizzo certa. «Ieri c’era il Verdi, oggi c’è il teatro di questo o di quello. C’è troppo desiderio di protagonismo, troppi proclami. Il discorso sulla Mitteleuropa, per esempio, non è mai stato calato nella realtà. Siamo andati in tournèe in Giappone, ma in Slovenia, Croazia, Austria abbiamo avuto solo delle presenze episodiche. È necessario un dialogo col pubblico, con le realtà vicine, serve un rilancio regionale. Confrontarsi con il passato del teatro non significa solo ricordarne le antiche glorie, ma anche l’organizzazione che c’era fino a quindici anni fa...».
«Le figure carismatiche - conclude Ciabatti - non risolvono i problemi di un teatro, che è fatto del lavoro quotidiano di tanta gente e non di singoli eventi. In un teatro serve un manager che sappia fare i conti e un direttore artistico attento a ciò che avviene nel mondo, magari alla ricerca costante di voci nuove, di nuovi talenti. E poi si può rinascere. Guardiamo la Scala: con l’uscita di Muti sono stati risolti molti problemi. Quest’anno sono in crescita di attività e di abbonati...».
L’ultima parola a Claudio Magris: «Premesso che ogni opinione deve fondarsi su una valutazione globale di dati tecnici, che io non possiedo - ignoro ad esempio se e quali tagli siano stati inflitti ad altri teatri italiani, dalla Scala ad altri più modesti ma sempre essenziali nella vita di un Paese - e premesso dunque che la mia opinione è quella irrilevante di un non competente, sono dolorosamente colpito e preoccupato di queste misure».
«C'è una diffusa mania - conclude lo scrittore - di operare tagli finanziari nel campo della cultura, dissennata in generale e non solo per il Teatro Verdi. Sembra sia scattato una sorta di delirio autopunitivo nel tagliare tutto ciò che non pare avere un'utilità immediata. Il Teatro Verdi è un'istituzione centrale di Trieste. L'idea che possa chiudere o essere di fatto smantellato è un disastro».
giovedì 9 febbraio 2006
Laura Pausini, trentadue anni a maggio, seconda italiana dopo Domenico Modugno, premiato nel lontano 1958, a vincere il Grammy Award, si gode il meritato trionfo a quelli che tutti considerano gli Oscar della musica. Il suo «Escucha», versione per il mercato latinoamericano dell’album «Resta in ascolto», pubblicato in quaranta paesi, in italiano e in spagnolo, è stato considerato il miglior album latino pop. Una consacrazione che arriva pochi mesi dopo il premio per il migliore album pop di un'artista femminile ai Grammy latini.
Sincera e per nulla scaramantica, l’interprete nata a Solarolo, provincia di Ravenna, prima di partire per gli States aveva detto: «Vado a Los Angeles per vincere». E così è stato.
Una carriera che somiglia a una fiaba, la sua, cominciata tredici anni fa, di questi giorni, sul palcoscenico del Festival di Sanremo. Con lei nemmeno diciannovenne, sorridente e commossa, dopo il trionfo fra i Giovani con «La solitudine»...
«Ricordo bene quel momento - ci diceva un anno fa, alla vigilia di un concerto al PalaTrieste che poi fu purtroppo annullato -, era un sogno che cominciava a diventare realtà. Ma allora, anche nella più rosea delle aspettative, non mi aspettavo tutto quello che ho avuto. Tante volte mi sono chiesta se ero all’altezza, se me lo meritavo...».
«Quando ero piccola non sognavo nemmeno di fare la cantante. Sono sempre stata abituata a credere nelle mie emozioni, ai miei desideri, ma sono sempre stata molto realista. Poi ho sognato di andare a Sanremo e il sogno non si è mai spinto oltre a quello. Poi ho vinto, poi mi hanno chiamato in Olanda, poi tre mesi dopo ero prima in classifica in molti Paesi d'Europa. Faccio ancora molta fatica a definire tutto questo e a spiegarmi perchè sia accaduto proprio a me...».
Ieri, da Los Angeles: «La dedica è per la mia amata Italia, questo è un Grammy vinto per la mia terra. Vedo questa vittoria come un'occasione per sdebitarmi, per rendere loro, agli italiani, in parte quello che loro hanno regalato a me. Questa per me è anche una rivincita, un momento di orgoglio e di grande soddisfazione personale, considerato il fatto che ho appena finito un disco importante con un nuovo team ed è un momento in cui mi viene anche da pensare a quelle persone che agli inizi scommettevano che la mia carriera sarebbe finita dopo il secondo Sanremo. Invece eccomi qui...».
Fra i mille messaggi di congratulazioni, ieri a Laura Pausini è arrivato anche quello del Presidente Ciampi: «Ho accolto con soddisfazione la notizia della sua vittoria ai Grammy Awards. Questo riconoscimento testimonia il valore della musica leggera italiana e di una delle sue più giovani e rappresentative interpreti».
martedì 31 gennaio 2006
S’intitola «Novo Mesto», proprio come la città slovena dov’è stato registrato a ottobre, il nuovo album di Niccolò Fabi. Il trentasettenne cantautore romano di «Dica» e «Capelli» (giusto per citare le sue due canzoni di maggior successo, uscite rispettivamente nel ’96 e nel ’97) ha scelto infatti la Slovenia per realizzare il suo nuovo disco, che esce venerdì.
«Le cose inusuali, un po’ strane, sono sempre quelle più stimolanti - spiega l’artista, che fra l’altro è figlio di quel Claudio Fabi che fra gli anni Settanta e Ottanta è stato produttore di artisti come Lucio Battisti, Gianna Nannini, Paolo Conte, la Pfm... -, quindi all’inizio c’era solo l’idea di non registrare a Roma. La comodità è la tomba della creatività...».
Perchè in Slovenia?
«All’inizio si pensava di andare in uno studio in Provenza, fra l’altro lo stesso in cui i Pink Floyd hanno fatto ”The wall”, ma in ballo c’erano anche l’Inghilterra, gli Stati Uniti... Poi, tramite la flautista slovena Tinkara Kovac, conosciuta da un musicista del mio gruppo, ci è arrivata la segnalazione di questo studio sloveno. Che oltre a proporre prezzi concorrenziali rispetto alle altre opzioni, mi permetteva di uscire dai soliti circuiti...».
Come si è trovato?
«Molto bene. Innanzitutto abbiamo trovato uno studio all’altezza della situazione, per ricreare la grande sala prove di cui avevamo bisogno. E poi la città e i suoi dintorni montagnosi ci hanno subito affascinato. Personalmente ho scoperto la Slovenia in quelle tre settimane di lavoro. Anche Lubiana è magnifica...».
Le canzoni sono nate a Novo Mesto?
«Alcune sì, come ”Rapporti”, e penso si senta l’influenza dei luoghi. Altre le avevo già scritte, ma si sono comunque trasformate...».
Un brano s’intitola «Oriente»...
«Sì, il tema del viaggio, di cui è permeato tutto il disco, qui ha un'accezione politica evidente nel contrasto fra civiltà e diversità. Girando il mondo ci si rende conto che cambiano le priorità e i valori, infatti lo stesso avvenimento viene vissuto con animo contrapposto a seconda del luogo in cui ci si trova o da dove si proviene..."».
Un inno alla cultura orientale?
«Non necessariamente: io sono convinto che le nostre categorie mentali siano legate alla nostra condizione di vita. Questa canzone, nel suo piccolo, vuole contribuire alla ricerca di una planetaria coesistenza di punti di vista differenti. Anche i suoni, fra fisarmonica, fanfara, clarino, banjo..., sono una babele sonora».
Fabi, ma come si sta da «eterno emergente»?
«Non è un mio problema. Io faccio e propongo le mie canzoni. Anche se un linguaggio non aggressivo come il mio incontra difficoltà, in un mondo in cui fai notizia solo se hai una fidanzata illustre o insulti qualcuno...».
domenica 29 gennaio 2006
Arriva a poco meno di un anno dal precedente, che era intitolato «Pezzi». E già questa è una piccola novità, visto che nella sua ultratrentennale carriera discografica il nostro ha quasi sempre centellinato le pubblicazioni (o almeno così ha fatto negli anni più recenti...). Fatto sta che il nuovo disco di Francesco De Gregori è pronto, si intitola «Calypsos» e uscirà a metà febbraio. Inutile dire che, stante il seguito di cui gode il cinquantacinquenne cantautore romano, si tratta di uno dei dischi italiani più attesi di questa prima parte del 2006. Un disco di quelli che una parte del pubblico aspetta, spesso acquista a scatola chiusa, per verificare dove va, oggi, l’ispirazione poetica ma anche la tensione civile di uno dei massimi protagonisti della canzone d’autore di casa nostra.
«L’ho scritto in un mese - ha detto Francesco De Gregori a Michele Serra, su ”Repubblica” -, registrato e mixato in venti giorni, per giunta mentre avevo ancora nelle orecchie il disco precedente. Sono meravigliato io stesso, ma si vede che ne avevo bisogno, l’arte è una medicina contro i mali della vita. Mi sto scoprendo una tenerezza tardiva per i ferri del mestiere, addirittura un amore senile per la sala di registrazione...». Nel disco nove canzoni nuove, sonorità più intime e acustiche rispetto al recente passato un po’ rockettaro. Si parla dei conti non risolti con l’amore, dei rapimenti d’amore. Il titolo fa riferimento alla ninfa che fece innamorare e tenne prigioniero Ulisse, ma c’è anche un brano che ha a che fare col ballo quasi omonimo. Un’altra canzone s’intitola «Cardiologia» e parla appunto della «scienza del cuore»: è il singolo apripista, nelle radio dal 3 febbraio.
Un altro cantautore romano che una ventina abbondante di anni fa andava anche a Sanremo («Nina», «Sette fili di canapa»...) è Mario Castelnuovo. Dopo un periodo di silenzio torna con un album intitolato «Com’erano venute buone le ciliegie della primavera del ’42» (Edel - RaiTrade), in cui sembra riprendere con naturalezza un discorso mai interrotto, all’insegna dell’eleganza minimalista, del gusto per i particolari, della poesia che si fa canzone. Il titolo è una sorta di omaggio ai film di Lina Wertmuller, che ha ricambiato cantando e recitando nella canzone che dà il titolo al disco. Ma c’è anche Athina Cenci voce recitante in «Montaperti», brano che rievoca un episodio del Trecento fra Guelfi e Ghibellini. «Piccolo giudice» è la storia di un magistrato del nord mandato in Sicilia a combattere la mafia. «Novena del porto» racconta con partecipazione commossa la lotta per la sopravvivenza di una prostituta africana.
Cambio di scena. Per parlare di «Truly Madly Completely - The Best Of Savage Garden» (Sony Bmg), disco che celebra il duo australiano formato da Darren Hayes e Daniel Jones, a quattro anni di distanza dalla decisione di separarsi. Forti di oltre ventitre milioni di dischi venduti, i Savage Garden hanno avuto una vita breve ma intensa, dal ’97 del debutto discografico al 2001 del commiato. Pop dolce, romantico, orecchiabile, ottimo come colonna sonora, da far andare mentre si fanno altre cose. Il disco è una carrellata dei loro maggiori successi, fra i quali non possono mancare «I want you», «To the moon & back» e «Truly madly deeply» (all’epoca nove settimane in vetta alla classifica di Billboard). Propone anche due tracce inedite, scritte e interpretate dal solo Darren Hayes (che sta per uscire col terzo album solista): «So beautiful» e «California».
Secondo i discografici italiani saranno i telefonini a salvare Sanremo. Quest’anno, infatti, le canzoni del Festival potranno essere ascoltate prima dell’inizio della rassegna (cosa vietatissima fino all’anno scorso) proprio sui cellulari ormai tuttofare. Connubio difficile da accettare - quello fra musica e telefonini - per le generazioni cresciute col vinile e poi passate ai cd, ma ormai cosa fatta per ragazzi cresciuti a pane e iPod.
È un fatto comunque che - mentre calano ancora le vendite dei cd - la musica digitale, scaricata legalmente, sta vivendo un autentico boom. Le vendite via Internet e telefonia mobile (suonerie, singoli brani...) hanno superato nel 2005, a livello globale, il miliardo di euro (390 milioni nel 2004). Lo scorso anno sono stati venduti 419 milioni di canzoni (156 milioni nel 2004). Per un mercato della musica digitale che oggi rappresenta il sei per cento del totale. Due anni fa tale segmento di mercato praticamente non esisteva.
L’anno appena cominciato promette dunque ulteriori aumenti. Ed è chiaro che anche le major, dopo aver tentato inutilmente di contrastare il fenomeno, da tempo hanno deciso di cavalcarlo. Dalla collaborazione fra Sony Bmg Ricordi e i videofonini 3 è nata infatti l’etichetta «H2O Music», che già nel nome richiama il fatto che ormai la musica «diventa ”liquida”: si espande, si diversifica, si adatta alle nuove esigenze di mercato - si legge in una nota - conservando il proprio valore artistico ma assumendo una nuova ”corporeità”, digitale, che le permette di essere prodotta, comunicata e consumata in modo più immediato e coinvolgente».
Questa etichetta produrrà dunque artisti la cui musica avrà un supporto non più fisico ma digitale: non più cd ma file musicali digitali che verranno commercializzati attraverso negozi digitali. Le prime pubblicazioni (un brano o al massimo due/tre per volta) sono previste entro il primo trimestre di quest’anno. A info@H2omusic.it si possono già chiedere informazioni e anche inviare materiale da proporre all'etichetta.
«Voce e controcanto femminile di una canzone d’autore storicamente declinata al maschile, è oggi considerata la più importante interprete italiana». Così si legge - e non si può che essere d’accordo - nelle note di questo cofanetto che comprende il libro «Biografia di una voce» (lunga intervista di Nicola Fano e una sorta di diario in rete sugli argomenti più disparati...) e il dvd del concerto tenutosi a Roma, al Teatro Brancaccio, nel marzo 2005. Con i classici del repertorio della Mannoia: da «I treni a vapore» a «Buontempo» (entrambe Fossati), da «Il cielo d’Irlanda» (Bubola) a «Quello che le donne non dicono» (Ruggeri), fino a «Sally» (Vasco). Accelerata di ritmo con «Is this love», di Bob Marley...
Un libro, con i testi di Nicola Piovani sul suo lavoro di compositore per il cinema e per il teatro, e le testimonianze di Benigni, Morricone, Moretti, Kezich... Un dvd di ben 160 minuti, con lo spettacolo «Concerto fotogramma», in cui il musicista (Premio Oscar per le musiche di «La vita è bella», di Benigni) ripercorre la grande musica del cinema italiano, e un’intervista. Nella quale confessa: «Comporre musica per il cinema e il teatro significa misurarsi con un limite, un perimetro tracciato...». Suggestiva la scelta di associare alcuni temi musicali molto popolari alle immagini cinematografiche per le quali sono nati (da «Ginger e Fred» di Fellini a «Good Morning Babilonia» dei fratelli Taviani, a «Pinocchio» d Benigni).