giovedì 27 settembre 2012

SULLA STRADA, nuovo disco DE GREGORI

Poi si dice le coincidenze. Fra pochi giorni arriva nelle sale “Sulla strada”, il film di Walter Salles tratto dall’omonimo romanzo di Jack Keroauc. E lo stesso titolo è stato scelto da Francesco De Gregori per il suo nuovo album, che esce il 20 novembre, ma che oggi viene anticipato - su iTunes e nella programmazione dei maggiori network radiofonici - dal singolo che dà il titolo al disco. Chissà, forse il sessantunenne cantautore romano ha scelto questo titolo per farsi perdonare di aver letto solo da pochissimo il romanzo di Kerouac, pubblicato nel lontano 1957, considerato il manifesto della Beat generation. O forse sono solo fili che si intrecciano casualmente. Fatto è che queste dieci canzoni nuove arrivano a quattro anni dalla precedente raccolta di inediti “Per brevità chiamato artista”, che aveva lasciato uno strascico di perplessità anche fra i fan del “Principe”. Comprensibili dunque che ci sia attesa per questo lavoro, che arriva a quarant’anni esatti dall’ormai storico esordio discografico “Theorius Campus”, a quattro mani con l’allora socio Antonello Venditti. «Ho aspettato quattro anni per fare un disco nuovo - ha detto De Gregori a “Repubblica” - perché scrivere canzoni è difficile. Nella tua testa scatta subito il già detto, il già visto. E poi forse sì, ora c’è anche la preoccupazione di mettere su carta cose che pensi possano stare al livello di quel che hai già scritto». Su Kerouac: «Un’anomalia, lo so, averlo letto così tardi. Ma ho mancato molti appuntamenti canonici della mia generazione. Per esempio non ho mai letto “Siddharta”. È che non mi è mai piaciuto fare le cose obbligatorie. “On the road” mi è capitato fra le mani. Pensavo fosse per sentimenti giovanili, invece a 61 anni credo di averne tratto il senso autentico del viaggio, della ricerca». Sull’album: «Ma tutto questo non c’entra poi molto col mio disco. L’ho titolato così perché non ho trovato titoli più convincenti. L'appartenere alla strada piuttosto che alla propria stanza penso sia il sentimento di molte delle cose che ho scritto nel disco. Che riverberano Kerouac, ma anche Fellini e Cormac McCarthy...». Fra i brani, “Belle epoque” è la storia di un sergente che festeggia, fra vino e bordelli, il passaggio dall’Ottocento al Novecento. “Passo d’uomo” sta a indicare la lentezza, ma anche la misura con cui camminare nella vita: un passo da esseri umani. Il 20 novembre, data della pubblicazione del disco, presentazione dal vivo all’Atlantico Live di Roma. Replica il 28 all’Alcatraz di Milano.

domenica 23 settembre 2012

RADIOHEAD merc a villa manin, passariano (udine)

Arrivano finalmente i Radiohead. Con tre mesi di ritardo sulle previsioni di inizio estate, mercoledì alle 21.30 la band sarà infatti a Villa Manin di Passariano, dopo i concerti di Roma (sabato, alle Capannelle), Firenze (ieri) e Bologna (domani). Recuperando così le date del tour interrotto a luglio, dopo l’incidente nel quale il tecnico Scott Johnson (cui in questi concerti viene dedicata “Reckoner”, dall’album “In rainbows”) rimase ucciso nel crollo del palco prima del concerto della band inglese a Toronto. Proprio l’altra sera a Roma, davanti a 25mila persone, i Radiohead - che mancavano dall’Italia dal 2008 - hanno aperto con “Lotus flower” e poi hanno dedicato un brano a Berlusconi. Presentando “The Daily Mail”, il cantante e leader Thom Yorke ha infatti detto “This is for Berlusconi...”. Prima di attaccare con la canzone che fa riferimento allo scandalo inglese delle intercettazioni illegali e al cinismo dei tabloid: “Sei veloce a perdere, perderai. Hai saltato la coda, sei tornato di nuovo, presidente a vita». Presidenti a parte, il nuovo show propone - sullo sfondo di una scenografia in continuo movimento, con dodici schermi mobili rotanti e un muro luminoso composto da bottiglie di plastica riciclata (l’ambiente è un tema caro al gruppo) - il consueto rock elettronico, visionario e contaminato, innervato di venature malinconiche, della band di Oxford. Quello che ha fatto, lungo vent’anni di carriera e otto album, trenta milioni di dischi venduti e tre Grammy, la fortuna di Yorke e soci: Jonny Greenwood alla chitarra, Ed O’Brien alla chitarra ritmica, Colin Greenwood al basso, Phil Selway e il nuovo Clive Deamer alle batterie. Ma come sanno i fan, il rock elettronico all’inizio non è il marchio di fabbrica del gruppo. Nel ’93, l’album d’esordio “Pablo honey” è ben accolto negli States ma passa quasi inosservato in Inghilterra. Dove il successo arriva solo nel ’95 con “The Bends”. Per decollare con “Ok computer” (’97), dedicato al tema dell’alienazione. Se fino a quel punto il terreno di coltura è il rock, con i successivi dischi (“Kid A” nel 2000 e “Amnesiac” nel 2001), lo stile sterza verso l’elettronica, con qualche influenza persino jazz e classico-contemporanea. “Hail to the thief” (2003) tenta una sintesi in chiave rock delle varie influenze. Operazione completata dai più recenti “In rainbows” (2007, dopo quattro anni di assenza dalle scene) e “The king of limbs” (febbraio 2011). I brani dell’ultimo album sono ovviamente presenti, con i classici dei dischi precedenti, nella scaletta di questo tour, che comunque cambia quasi ogni sera. Delle cose vecchie, quasi a sottolineare il cambiamento stilistico avvenuto, di solito vengono eseguiti soltanto “Paranoid android” e “Exit music” (da “Ok computer”). A Villa Manin attese oltre diecimila persone (poche centinaia di biglietti ancora disponibili). Come nelle altre tappe del tour, che si conclude il 17 novembre in Australia, lo show sarà aperto dalle sonorità indie di Caribou, pseudonimo del dj e compositore canadese Daniel Victor Snaith, già noto ai fan dei Radiohead per il remix di “Little by little”, che si presenta dal vivo con una band di quattro musicisti. Info www.vivoconcerti.com e www.azalea.it

venerdì 21 settembre 2012

SPRINGSTEEN fa 63 anni dom 23, forse chiuderà tour in italia (661 visualizzazioni in due giorni di questo post...)

Stasera Bruce Springsteen suona nel suo New Jersey, al MetLife Stadium di East Rutherford. Poi un mese di pausa, forse per festeggiare il sessantatreesimo compleanno, che cade domani, e dal 19 ottobre il “Wrecking Ball Tour” riprende da Ottawa, per un’altra manciata di tappe fra Canada e Stati Uniti. Per ora, ultima data prevista il 6 dicembre a Glendale, Arizona. Il tour europeo del Boss si è chiuso il 31 luglio a Helsinki, con un concerto record di quattro ore e sette minuti, cui va aggiunta mezz’ora di set acustico pomeridiano a sorpresa, solo per i fan del “pit”, con brani poi non riproposti in serata. Ma già si parla della ripresa nel 2013. E ovviamente delle nuove date italiane. Dovrebbero cadere attorno al 10/12 giugno (dunque a un anno dai concerti di Milano, Firenze e soprattutto Trieste...), forse con un’appendice a luglio. Le prime città di cui si è parlato, già quest’estate, sono Torino, Padova e Roma. Qualcuno poi ha aggiunto Genova e Salerno. Ma cinque tappe italiane sembrano troppe, per un ritorno a un anno di distanza. Dunque alcune candidature con ogni probabilità cadranno. E magari potrebbe rientrare dalla finestra un bis a Milano. «Sì, credo che Bruce tornerà a San Siro - scommette Daniele Benvenuti, fra i massimi esperti italiani del rocker di Freehold, cui ha dedicato il libro “All the way home” -, dove potrebbe persino chiudere il tour europeo. E probabilmente l’avventura con la E Street Band...». A proposito di “All the way home”, uscito a giugno e diventato in pochi mesi un testo di riferimento per il culto italiano del Boss. Benvenuti lo (ri)presenta domani alle 10.15 al municipio di Tricesimo, nell’ambito del settimo Festival internazionale di chitarra organizzato dal Folk Club Buttrio. Sempre domani, in serata, altra presentazione a Casalgrande (Reggio Emilia), al “Bruce Springsteen birthday party” che si tiene al locale Barricada. E poi ancora, tra il 28 e il 30 settembre, alla quattordicesima edizione dei “Glory Days in Rimini”, la convention springsteeniana forse più importante d’Europa. Altri inviti a Benvenuti sono giunti da Germania, Francia e Spagna e persino dal New Jersey, per un convegno ad Ashbury Park l’anno prossimo. Una copia del libro pare sia arrivata anche fra le mani del Boss, che sembra aver apprezzato. E nel vedere la foto dell’autore sul risvolto, avrebbe commentato: «Ah, old italian boy...».

giovedì 20 settembre 2012

dischi / BOB DYLAN e malika ayane

Se il mondo va a rotoli, i grandi sanno ancora cantarlo e farne arte, poesia purissima. Prendete il vecchio Bob Dylan. Settantuno anni d’età. Cinquanta dal debutto. Trentacinquesimo album. Basterebbero questi numeri, per capire che siamo nei dintorni della leggenda. Poi ascolti “Tempest” (Sony), il nuovo disco, quella voce sempre più roca che scava scava scava, e resti ancora una volta senza parole dinanzi all’opera di un artista che ha segnato la cultura e il costume di questo mezzo secolo, ma è stato anche capace di restare sempre a livelli altissimi o perlomeno alti. Come nel caso di queste dieci canzoni nuove, che in questi “modern times” - titolo del capolavoro del 2006 - perlustrano l’animo umano in bilico fra amore e amicizia, coraggio e vendetta, morte e sangue, l’affondamento del Titanic e l’assassinio di John Lennon. Si comincia con il fischio di “Duquesne Whistle”, atmosfera blues e accenti ragtime, che poi sfociano in un rock’n’roll niente male. Ma tutto il disco è un sapiente mix di blues e country, folk e rock. Con un orecchio sempre teso alle radici della musica popolare americana. “Tempest” (senza articolo, quasi a distinguerla dall’ultima commedia shakespeariana) è stata ispirata dal film sull’affondamento del Titanic con DiCaprio e in quattordici minuti ne racconta la tragedia. Con citazione della melodia presa a prestito da “The Titanic” della Carter Family, uno dei gruppi più amati da Dylan. “Long and wasted years” è una ballata scritta e suonata e cantata come dio comanda. “Tin angel” è l’eterna storia di un uomo disperato che rincorre l’amore perduto. “Soon after midnight” declina l’amore nei toni della vendetta. Sentimento che troviamo anche in “Pay in blood”, brano completa l’atmosfera cupa imperante («ho pagato con il sangue ma non era il mio»). “Early roman kings”, “Narrow way”, “Scarlet town” potrebbero essere la colonna sonora di un film di Woody Allen: completano l’album che si chiude con “Roll on John”, omaggio tristissimo all’amico Lennon, immaginato negli ultimi attimi prima di morire: «You are about to breath your last... You burned so bright». «Inizialmente volevo fare un disco religioso - aveva detto Dylan alla rivista Rolling Stone - ma non avevo abbastanza canzoni su quel tema». Ne è venuto fuori un album in cui «tutto funziona e tu devi credere che abbia senso». Il disco è autoprodotto (con il vecchio pseudonimo Jack Frost) ed è stato registrato nello studio di Jackson Browne a Los Angeles. La band è quella che lo accompagna da anni nel suo “Neverending Tour”: Tony Garnier al basso, George G. Receli alla batteria, i chitarristi Donnie Herron, Charlie Sexton e Stu Kimball, il polistrumentista David Hidalgo. . MALIKA AYANE / “RICREAZIONE” (Sugar) Terzo album, il primo autoprodotto, per la cantante milanese di padre marocchino. Ricreazione come rigenerazione ma anche come fotografia di un momento di svago. Vedi foto di gruppo con signora in copertina. Una sorta di racconto diviso in due parti, la prima dedicata al modo più irrazionale di vivere un amore, quello più impulsivo, e la seconda più analitica, «quella che fa fare un passo indietro - dice Malika, che si è fatta bionda - e ti convince di avere un maggiore autocontrollo». «È un disco volutamente imperfetto - prosegue - perchè si rifà all’animo umano». “Glamour” è un gioiellino firmato Paolo Conte (che una volta aveva detto di lei: il colore della sua voce è un arancione scuro che sa di spezia amara e rara...). “Ricreazione” è un inedito di Sergio Endrigo, su una poesia di Emily Dickinson. “Occasionale” è di Tricarico. Ma nel gruppo ci sono anche Pacifico - che collabora con Malika dagli inizi -, Davide Combusti in arte The Niro, Boosta dei Subsonica...

GARY LUCAS presenta a trieste libro su JEFF BUCKLEY

«Il pomeriggio di venerdì 30 maggio 1997 il telefono di casa mia squillò. Era il mio amico Michael Shore, un giornalista che all’epoca lavorava per Mtv News. “Gary, hai saputo? Non trovano più Jeff Buckley, era a Memphis e risulta scomparso da ieri. A quanto pare si è tuffato vestito nel Mississippi...». Comincia così “Touched by Grace. La mia musica con Jeff Buckley”, il libro che il chitarrista Gary Lucas di certo non avrebbe mai voluto scrivere. Edito in Italia in anteprima mondiale da Arcana, verrà presentato oggi alle 17.30 a Trieste, alla Libreria Feltrinelli (via Mazzini 39), alla presenza dell’autore. Sono passati quindici anni dalla tragica scomparsa di Jeff Buckley, che nonostante una carriera brevissima e un solo abum realizzato (“Grace”, appunto, con la collaborazione proprio di Lucas) è riuscito a entrare, e restare, nel cuore di milioni di fan in tutto il mondo. La tragedia era purtroppo nel dna di Jeff. Suo padre, Tim Buckley, uno dei protagonisti più originali del rock statunitense a cavallo fra i Sessanta e i Settanta, morì infatti di overdose nel ’75, a soli ventotto anni. Quando il figlio aveva solo nove anni. Nel ’91, quando il giovane fece il suo debutto in pubblico nella chiesa di St. Ann, a Brooklyn, New York, durante un concerto-tributo a suo padre denominato “Greetings from Tim Buckley”, al suo fianco, nell’esecuzione di “I never asked to be your mountain”, c’era proprio Gary Lucas. Che non era - e non è - proprio un signor nessuno. Anzi. Classe ’52, chitarrista, compositore, produttore, negli anni ha collaborato con gente del calibro di Lou Reed, Iggy Pop, Patti Smith e Leonard Bernstein. Raccogliendo giudizi di questo tenore: il chitarrista migliore e più originale d’America (Rolling stone), chitarrista fuoriclasse leggendario (The Guardian), l’eroe della chitarra dell’homo sapiens (The New Yorker), e via - forse - esagerando. Con Jeff Buckley, oltre il rapporto di collaborazione professionale, si sviluppò un profondo rapporto di amicizia. Comprensibile dunque lo stato di autentica prostrazione in cui i fatti del ’97 lasciarono Lucas. Che nel 2002 ha pubblicato l’album “Songs to no one”, con brani scritti assieme a Buckley nel biennio ’91-’92. E che ora ha ritenuto giunto il tempo di riannodare i fili della memoria, raccontare Jeff da vicino, come può farlo solo chi ha lavorato con lui e lo ha osservato nella sua crescita umana e artistica. «La differenza di età - dice Gary - non è mai stata un problema. Eravamo spinti da un comune desiderio di comunicare la sensazione di “grazia” delle nostre canzoni...». Dopo la presentazione triestina di oggi, e quella a Udine di ieri, Gary Lucas suona domenica sera al Teatro Garzoni di Tricesimo (nell’ambito del festival “Madame Guitar”, organizzato dal Folk Club Buttrio) e martedì a Milano.

mercoledì 19 settembre 2012

DRUPI A NOVA GORICA

Un grande protagonista della canzone italiana, stasera alle 22.30 al Perla di Nova Gorica. Arriva infatti Drupi (vero nome Giampiero Anelli, Pavia, ’47), di cui il grande pubblico ricorda, più che i brani dell’album più recente “Fuori Target” (“Parla con me”, “E finalmente canto”...), successi storici come “Piccola e fragile”, “Regalami un sorriso”, “Rimani”... Canzoni che hanno scritto la storia della nostra musica leggera. Si pensi che “Vado via”, ultima a Sanremo ’73, finì nelle classifiche inglesi e francesi, rimanendovi per mesi. La voce nera di quel ragazzone che, se non avesse avuto successo con la musica, era pronto a tornare a fare l’idraulico, evidentemente era - ed è - di quelle speciali. E dopo il successo in Inghilterra, arrivò quello nei Paesi di lingua spagnola e quelli dell’Est, dove è tuttora un’autentica star. Fra l’altro sono quarant’anni che Giampiero Anelli è Drupi. Fu infatti nel ’72 che, dopo un trascurabile debutto discografico come leader delle Calamite, il cantante pavese adottò, per via della capigliatura, il nome del cane Droopy, poi italianizzato. Il cambio di nome gli porta fortuna. L’anno dopo arriva “Vado via”, di cui abbiamo detto, e tutto comincia. Seguono “Sereno è” (’74), “Piccola e fragile” (seconda a “Un disco per l'estate” ’74), “Due” (con cui vince il Festivalbar ’75), “Sambariò” (Sanremo ’76), “Paese” (’78), “Soli” (seconda a Sanremo ’82), “Regalami un sorriso” (Sanremo ’84). In questi anni altri dischi, altri tour. Soprattutto all’estero. Basti pensare che nel 2003 ha tenuto un concerto nella piazza della città vecchia di Praga, che fino a quel momento era stata concessa solo ai Rolling Stones.

PARTE X FACTOR, UNA TRIESTINA A UN PASSO DAI 12

Due anni dopo Dorina, un’altra triestina all’assalto di “X Factor”. Lei si chiama Gaya Misrachi, è nata a Milano nel ’93, ma vive da sempre a Trieste. Nelle selezioni del “talent” che parte stasera su SkyUno, ha fatto una lunga strada, partendo confusa fra i sessantamila aspiranti e arrivando fra i ventiquattro all’interno dei quali sono stati scelti i finalisti che cominciano l’avventura. «Ho cominciato con la prima selezione a Milano - racconta Gaya, che ha un repertorio che spazia da Janis Joplin a Mina fino a Fabrizio De Andrè - e sono stata ammessa al gradino successivo, quello di Rimini. Poi avanti, superando altri tre passaggi, ma non quello decisivo. Sono contenta lo stesso. Volevo ricevere dei giudizi qualificati e capire se potevo contare sulle mie capacità, non pensavo di arrivare tanto vicina al traguardo e l’esperienza mi ha rafforzato e motivato a proseguire con maggior grinta il mio progetto musicale. Il prossimo anno ci riprovo, sono giovane e preferisco aspettare, fermarmi per prendere meglio lo slancio». Ancora Gaya: «È stata un’esperienza molto interessante, vedere la televisione non è come partecipare alla creazione di un programma. Confesso che con le telecamere all’inizio ho avuto delle difficoltà, mi sembravano invadenti e non riuscivo a parlare con spontaneità. Ma poi ci si abitua e s’impara a gestire l’emozione sentendo meno il condizionamento. Il pubblico mi piace, mi carica vedere tanta gente lì, pronta ad ascoltare. E spesso, durante le mie esibizioni riesco a dare il massimo della mia estensione vocale». La ragazza studia musica da quattro anni alla Casa della Musica. «Ho due brave maestre: Silvia Zafred e Alessandra Chiurco, che mi propongono generi diversi e mi hanno aiutata molto ad apprendere la tecnica e sviluppare la mia creatività interpretativa. Loro hanno tifato per me fin dall’inizio. Nel mio futuro ho in progetto di perfezionarmi musicalmente. Ho cominciato a suonare la chitarra e vorrei scrivere canzoni tutte mie». Stasera comunque si parte. E la cantante triestina apparirà, su SkyUno e su Cielo, nel corso delle varie selezioni. Per il talent arrivato alla sesta edizione (la seconda su Sky, dopo gli anni su Raidue), squadra confermata. I giudici nonchè caposquadra sono sempre Simona Ventura, Morgan, Elio e Arisa, mentre Alessandro Cattelan conduce. Edizione interattiva, rinnovata nei meccanismi di selezione e di gara, con ampio coinvolgimento di internet e social network vari. Le prime quattro puntate raccontano tutte le fasi del casting, partito - come si diceva - da sessantamila giovani, per arrivare ai dodici prescelti. La cui gara partirà il 18 ottobre, con le otto puntate in diretta dal Teatro della Luna di Milano. Per il vincitore, un contratto discografico con Sony Music da 300 mila euro. E la possibilità di entrare nella scena musicale di casa nostra, come avvenuto in passato a Marco Mengoni, Giusy Ferreri, Noemi e altri giovani partiti proprio da “X Factor”. Info su www.xfactor.sky.it

lunedì 17 settembre 2012

ALICE esce mart 18 nuovo album SAMSARA

Da una decina d’anni vive in Friuli, dove già prima aveva una casa di vacanza. Da una ventina d’anni, forse più, ha abbondonato la strada principale dello show business. Coltivando una personale idea di canzone di qualità, che l’ha privata dell’attenzione del grande pubblico. Oggi esce il suo nuovo album, il nuovo album di Alice, intitolato “Samsara”. «È un termine sanscrito - spiega Carla Bissi, suo vero nome -, che indica l’incessante flusso e la ciclicità della vita, rappresentati da un ruota che gira. L’ho scelto per indicare l’essenza del disco: eterogeneo, fatto di tanti quadri di vita, affidati a vari autori». Fra cui, un po’ a sorpresa, Tiziano Ferro. «Ci seguivamo a vicenda da tempo. Gli avevo fatto chiedere un brano, lui me ne fatti due, “Nata ieri” e “Cambio casa”. È stato un incontro gradevole, particolare e inaspettato». La presenza di Battiato invece non ha sorpreso. «Anche se era dall’82 che non scriveva per me. È stato tutto molto semplice. L’ho chiamato, gli ho detto che mi sarebbe piaciuto un brano come “L’ombra della luce”, e lui: allora vuoi una canzone mistica, ci proverò. Dopo pochi giorni era pronta “Eri con me”». Nel disco ci sono altre cover. Cominciamo da Dalla? «Volevo cantare da anni la sua “Il cielo”. E ci stavo lavorando. Mai mi sarei aspettata potesse diventare un omaggio postumo». Il testo di Totò musicato da Giuni Russo? «”A cchiù bella” l’avevo inserita nel disco dal vivo “Lungo la strada”, tre anni fa. Ho voluto riprenderla perchè sono legata a quello che considero un vero capolavoro poetico». I più giovani non ricordano Califfi e Giganti. «Dei primi ho preso alcune strofe di “Al mattino”, brano del ’68, proprio come “Il cielo”: mi hanno colpito per la freschezza, la luminosità, ma anche l’attualità. Con Mino De Martino, che era nei Giganti, siamo amici da tanti anni, ho cantato tante sue canzoni. Stavolta firma ben quattro brani». Che difficoltà incontra in questa sua seconda vita artistica? «Le difficoltà sono oggettive, è chiaro che se il mondo si muove in un’altra direzione andare controcorrente genera problemi. Ho dovuto rinunciare a un pubblico più vasto. Non ho l’attenzione dei media, anche se la musica si muove in maniera trasversale». Soddisfazioni? «Realizzare quello in cui credo, questo è già un premio. E poi ho la fortuna di avere tanti che hanno continuato a seguirmi, nonostante la mia scelta». Ha detto che il canto è la forma più alta di preghiera. «Dopo il silenzio. Vivere il mondo illusorio che il successo ti dà rischia di mandarti fuori dalla realtà. Tutto dipende da cosa vuoi. Io non ho fatto musica per il successo, il potere o i soldi». Rimpianti? «No, nemmeno di aver rifiutato, tanti anni fa, dopo la vittoria a Sanremo nell’81 con “Per Elisa”, quel tour mondiale che doveva durare tre anni. È stata una scelta ponderata, che andava fatta». A proposito di Sanremo: sono passati quarant’anni dal suo debutto al Festival. «È vero, non ci avevo pensato. Era il ’72, avevo diciassette anni e mi chiamavo ancora con il mio vero nome. Avevano organizzato per la prima volta un girone per i giovani. C’era Marcella con “Montagne verdi”. Io cantai “Il mio cuore se ne va”. Mi ricordo che ero stranita, avevo una visione mitica del Festival, e la realtà era ovviamente tutta diversa». Da dieci anni vive a Tricesimo, in Friuli. «Da Forum Livii a Forum Iulii (nomi latini della sua Forlì e del Friuli - ndr). Vivo bene. E trovo ci siano delle analogie, fra romagnoli e friulani: gente attiva e produttiva, che non si ferma davanti alle difficoltà. Magari i primi sono più estroversi, i secondi più riservati». Cosa manca a questa terra per crescere? «I mezzi di comunicazione fanno pena. E poi servirebbe maggiore apertura, al nuovo e al diverso. Insomma più accoglienza, meno atteggiamenti di chiusura». Alice sarà in tour dal 29 novembre in Italia (debutto a Verona) e da gennaio in Europa. Speriamo di vederla anche nella nostra - e sua - zona.

domenica 16 settembre 2012

ISLAM IN FIAMME, il parere di Fouad Allam

«Dopo quello che è successo a Bengasi, nessuno può dire cosa accadrà nei prossimi giorni. Abbiamo però alcune certezze. I movimenti radicali approfittano di questo clima per creare una situazione ancor più frammentata. E le varie primavere arabe sono state un’occasione d’oro per ricalibrare i pesi all’interno di questi paesi». Khaled Fouad Allam, sociologo e politico algerino naturalizzato italiano, insegna Sociologia del mondo musulmano all’Università di Trieste. A novembre pubblica per Marsilio il suo nuovo libro “Avere vent’anni a Tunisi e al Cairo”, un saggio nel quale dà la sua lettura delle rivoluzioni arabe. Il suo osservatorio sull’Islam in fiamme può essere considerato assolutamente privilegiato. «Negli ultimi mesi - spiega lo studioso, editorialista di “Repubblica” - è successo qualcosa di inedito, con l’entrata nelle istituzioni dei fratelli musulmani e di altri movimenti fondamentalisti. Ciò ha aperto un varco, mettendo a fuoco le contraddizioni, i contrasti con l’ala più radicale del movimento». Ma possibile sia bastato un film? «I fatti di Bengasi non vanno sottovalutati. L’Occidente si era fatto un’idea sua delle primavere arabe, ma sul terreno esistono temporalità diverse. Oggi da un lato c’è un Occidente secolarizzato, dall’altro un mondo musulmano che continua a non accettare certe cose, come per esempio la satira religiosa». La primavera araba ha creato un nuovo terreno di coltura per il terrorismo? «Certo, perchè ha portato innanzitutto instabilità. E il rischio è che tale instabilità diventi una condizione permanente, soprattutto in Libia, dove è più facile che i movimenti eversivi facciano proseliti». Possibile passare in poco tempo dai festeggiamenti ai “liberatori” all’assalto alle ambasciate? «I movimenti radicali approfittano del caos, per loro tutto diventa propaganda. E poi bisogna ricordare che la società civile araba è ancora molto diversa da quella occidentale. Loro escono da trent’anni di guerra, che li ha cambiati, ha cambiato il loro mondo. Si sentono incompresi dall’Occidente, qualunque situazione diventa un pretesto per infiammare folle impazzite. È in questo clima che s’innesca un processo di violenza politica». L’Italia deve rafforzare i propri sistemi di sicurezza? «Assolutamente sì, e non solo perchè le coste libiche sono a poche centinaia di miglia dalle nostre. E nemmeno per il timore che qualcuno possa arrivare qui. Il punto è un altro. Ormai il mondo islamico è dentro la nostra società. La storia del terrorismo lo ha dimostrato. Dunque la prevenzione è necessaria, anche perchè viviamo in un contesto di forte crisi economica». Al Qaeda minaccia di nuovo gli Stati Uniti. «Ho letto, dice che colpirà altre ambasciate. Io credo che il movimento non ha più l’impatto che aveva ai tempi della guerra nel Golfo o in Afghanistan. Ma rimane una matrice alla quale fare riferimento, e nel frattempo ristrutturarsi. È possibile anche che, in questa situazione di caos, altri agiscano in nome di Al Qaeda». Ma paesi arabi e Islam sono un binomio inscindibile? «André Malraux, scrittore e ministro della cultura con De Gaulle, nel suo romanzo “Antimémoires” dice a un certo punto, in modo profetico, che il XXI secolo sarà religioso o non sarà. Ovviamente bisogna definire che cosa è religione o no». Per lei? «L’alternativa - conclude Allam - è fra una religione chiusa in se stessa, usata come strumento ideologico, e chi accoglie la diversità religiosa, è aperto a chi non crede, rispetta i principi di uguaglianza e le donne, non pratica la censura. È questo, oggi, il grande dibattito nel mondo musulmano. Da ciò dipende il futuro dei rapporti fra Islam e Occidente».

sabato 15 settembre 2012

addio a ROBERTO ROVERSI

Roberto Roversi se n’è andato sei mesi dopo il suo amico Lucio Dalla, di cui era più vecchio di vent’anni. E col quale aveva condiviso una fertile stagione di collaborazione creativa negli anni Settanta: il piccolo grande uomo scriveva le musiche delle sue canzoni, ma non si sentiva ancora pronto per la parte letteraria, affidata all’amico e concittadino. Ne vennero fuori album storici come “Il giorno aveva cinque teste”, “Anidride solforosa” e “Automobili”. Poi, forse grazie anche a quell’apprendistato, Dalla si sentì pronto per firmare anche i testi. Ma Roversi fece in tempo a scrivere le parole della più bella canzone degli Stadio (originariamente gruppo proprio di Dalla), la struggente “Chiedi chi erano i Beatles”. Una grandezza non limitata però alle escursioni pop. Roversi è stato per sessant’anni, seppur da una posizione defilata, uno dei protagonisti di primo piano della letteratura italiana. Nato a Bologna nel ’23, partigiano, dal ’48 fino a pochi anni fa è stato libraio antiquario nella sua città. Nel ’55 fonda con Pasolini e Francesco Leonetti la rivista “Officina”, cui segue all’alba dei Sessanta un’altra pubblicazione, “Rendiconti”. Nel decennio della contestazione molla l’editoria maggiore e abbraccia la causa del ciclostile, dei fogli fotocopiati, delle piccole riviste autogestite. Scrive romanzi, poesie, “fogli sparsi”, testi teatrali. Alcuni dei quali (“Unterdenlinden”, “Il crack” e “La macchina da guerra più formidabile”) sono stati fra l’altro ripubblicati recentemente dall’editore Pendragon, con l’inedito “La macchia d’inchiostro”. Due anni fa, già malato, ha pubblicato in cinquanta esemplari fuori commercio la versione integrale del poema “L’Italia sepolta sotto la neve”. «Conserverò sempre bei ricordi - dice Gaetano Curreri degli Stadio - di un grande poeta che era prima di tutto una bella persona. Mi vengono in mente ricordi simpatici e personali che ci legano. Dopo Lucio Dalla ci lascia un altro grande italiano». Giorgio Napolitano esprime «la sua commossa partecipazione al lutto del mondo della cultura e della città di Bologna per la perdita di un poeta, scrittore e intellettuale profondamente legato alla sua terra, sensibile interprete delle inquietudini e delle trasformazioni della nostra società». In un “tweet” Jovanotti lo ricorda a modo suo, come “un innumerevole poeta”. E poi lancia l’hashtag #chiedichieraroversi. Subito fra i più citati ieri su Twitter.

venerdì 14 settembre 2012

VASCO di nuovo ricoverato

Vasco Rossi di nuovo ricoverato. E purtroppo si ricomincia. Una settimana fa il rocker di Zocca era apparso in buona forma, durante una breve esibizione acustica - la prima, dopo i malanni dell’estate 2011 - in una discoteca di Castellaneta Marina, in Puglia, dove si trovava in vacanza. Ieri la voce di un malore, di problemi respiratori che ne avrebbero consigliato il trasporto in elicottero e il ricovero a Villalba, nella stessa clinica sui colli bolognesi della precedente, lunga degenza. All’inizio nessuna conferma ufficiale dallo staff del Blasco nè dal personale della clinica, tranne un “qui non abbiamo eliporto” del direttore sanitario della struttura. Poi la nota di Tania Sachs, storica portavoce: l’artista è effettivamente a Villalba, ma per «controlli di normale routine, il suo ricovero era già previsto. Non è stato trasportato in elisoccorso, ma ha viaggiato in auto nella notte, accompagnato dal suo autista. Si tratta di controlli di normale routine che Vasco effettua ogni due o tre mesi da oltre un anno a questa parte, in seguito al batterio killer che lo aveva colpito nell’estate 2011». Segue l’invito a stampa e tv «a non diffondere notizie false e allarmanti in ordine alle sue condizioni di salute, e a rispettare la privacy di cui ha diritto». Parole pacate e comprensibili. Ma viviamo tempi di internet e social network. Sui quali i fan del Komandante si scatenano. Prima invocano un “clippino” (uno di quei brevi filmati fatti in casa che Vasco ha preso l’abitudine proprio l’estate scorsa di diffondere su Facebook) per chiarire la situazione, poi inondano la rete di messaggi di vicinanza e incoraggiamento, infine se la prendono con la stampa, con i “giornalisti sciacalli” e i “pennivendoli uccelli del malaugurio” colpevoli di aver amplificato la notizia. Nel pomeriggio Vasco ha ricevuto la visita della moglie, Laura Schmidt, sposata due mesi fa dopo una lunga convivenza, che ha smentito preoccupazione per le condizioni di salute del marito. Ma lo stillicidio di notizie sulla situazione del rocker - che secondo il produttore Bibi Ballandi ha in progetto un “one man show” in tv - rischia di essere appena ricominciato.

meridiano su EUGENIO SCALFARI

Celebrato in vita. Privilegio che spetta a pochissimi. Fra questi c’è oggi Eugenio Scalfari, classe 1924, nato a Civitavecchia da famiglia di origine calabrese, rimasto l’ultimo dei grandi giornalisti della sua generazione a tenere accesa la fiammella di un impegno e un ruolo pubblico - nel giornalismo, nella politica, nell’economia, in anni recenti persino nella filosofia - nati nell’immediato dopoguerra. Il “Meridiano” che Mondadori (casa editrice berlusconiana) pubblica martedì, intitolato “La passione dell’etica, Scritti 1963-2012”, annunciato quasi due anni fa, è il riconoscimento di ciò. «È un’opera - ha detto Scalfari ieri a Repubblica, il quotidiano da lui fondato nel ’76, dopo essere stato nel ’55 fra i fondatori dell’Espresso - che ricomprende la mia doppia vita: scrittore e giornalista. E le due cose solo in parte hanno coinciso. Non è un caso che non abbia mai scritto un libro sul giornalismo». Già, i libri. Una passione che ha sempre affiancato, e in qualche modo completato, il sacro fuoco del giornalismo. Nel quale Barbapapà (così lo chiamavano in redazione) è stato un fuoriclasse assoluto, in grado di rinnovare e per certi versi rivoluzionare la storia della stampa italiana. I nostri giornali non sarebbero quello che oggi sono, se non ci fossero stati Espresso e Repubblica. Il “Meridiano” - ottantotto articoli e sei libri, per complessive 1.984 pagine - si avvale di un saggio storico-intellettuale di Alberto Asor Rosa, di una bibliografia ragionata di Angelo Cannatà e di un “Racconto autobiografico” scritto per l’occasione, di cui riportiamo un estratto qui a sinistra. Alcuni lo vorrebbero senatore a vita, non certo per l’antico rapporto di amicizia con Napolitano, al quale l’altro giorno ha presentato il libro al Quirinale. Altri, più maliziosi, pensano addirittura che questa “celebrazione in vita” possa essere un aiuto proprio per l’ingresso a Palazzo Madama. Nell’altro ramo del Parlamento, Scalfari era entrato invece nel ’68, eletto come indipendente nelle file del Partito Socialista. Un’esperienza breve. Quasi una piccola parentesi, nella lunga storia di questo protagonista della vita pubblica italiana degli ultimi sessant’anni.

giovedì 13 settembre 2012

anteprima italiana film KATY PERRY: PART OF ME

Stamattina anteprima italiana a Milano (Space Cinema Odeon, alle 11), poi da martedì uscita in trentasei sale del circuito, fra cui quella triestina alle Torri e quella udinese di Pradamano. Il film “Katy Perry: Part of me”, che ha consacrato la ventottenne cantante statunitense (vero nome Katheryn Elizabeth Hudson, nata a Santa Barbara, California, il 25 ottobre 1984, debutto da ragazza nella musica religiosa) come una superstar, amata soprattutto dagli adolescenti, arriva nel nostro Paese sulla scia del successo del singolo “Wide awake”, il suo decimo consecutivo ad arrivare in testa alle classifiche di vendita. Negli Stati Uniti il film - uscito il 2 luglio - ha già incassato oltre 24 milioni di dollari, su un totale che ormai sfiora i trenta milioni. Cifre che pongono la cantante al quarto posto nella classifica dei documentari musicali dopo Madonna, U2 e Jonas Brothers. E che vanno ad aggiungersi agli oltre trenta milioni di album venduti nel mondo. “Part of me” era un brano del suo terzo album, “Teenage dream: The complete confection”, uscito a febbraio. È diventato un film - che ha ottenuto quattro nomination agli Mtv Video Music Awards - che racconta la storia della sua vita, dentro e fuori dalle scene. Ne è venuto fuori un ritratto artistico e personale, a tratti anche crudo, di una star del pop contemporaneo. «Inizialmente - racconta l’artista – l’idea mia e del mio management era quella di pubblicare in rete degli episodi che raccontassero la mia vita, pensavamo al massimo a un programma tv. Mai, neppure nei miei sogni più profondi, avremmo pensato a un film. Eppure alla fine i sogni sono diventati realtà». Famosa per l’immagine sexy e l’originalità nell’abbigliamento (per non parlare delle chiome rosa o blu che ama esibire...), Katy Perry è sicuramente oggi una delle donne più importanti del pop internazionale. Più di Rihanna, di Britney Spears, di Beyoncè, forse alla pari con Lady Gaga. Giovane anche se non più giovanissima, fa parte del movimento di liberazione omosessuale ed è molto amata dai giovanissimi di mezzo mondo. Ai quali nel film lancia questo messaggio: «Bisogna vivere la propria vita e cercare di raggiungere i propri obiettivi, grandi o piccoli che siano».

venerdì 7 settembre 2012

SPETTACOLO SU SCIASCIA domani a Grado

Un suggestivo ponte musicale e culturale è stato pensato e in qualche modo già costruito quest’estate, fra la Sicilia e il Friuli Venezia Giulia, da un gruppo di artisti capeggiati dalla pianista triestina Maria Rosa Pozzi e dal compositore friulano Giorgio Tortora. Si tratta dello spettacolo “Leonardo Sciascia ha scritto che...”, che dopo il debutto del mese scorso a Racalmuto, in provincia di Agrigento, vivrà la sua seconda rappresentazione sabato 8 settembre, con inizio alle 21, nella basilica di Sant’Eufemia, a Grado. Dove alcuni brani tratti da opere dello scrittore e intellettuale siciliano verranno fatti rivivere grazie anche alle musiche di Tortora. «L’idea dello spettacolo - spiega la pianista triestina Pozzi - è nata da un incontro con Annamaria Sciascia, figlia dello scrittore, che fra l’altro verrà a Grado in occasione della rappresentazione. Con lei, e col marito Nino Catalano, presidente della Fondazione Leonardo Sciascia, che ha sede proprio a Racalmuto, abbiamo pensato a questo connubio fra alcuni testi del grande scrittore e le musiche di Giorgio Tortora». Ancora la pianista: «Il risultato è emozionante. Di Sciascia abbiamo scelto pagine che attraversano tutta la sua vita, dagli esordi alla maturità. Parla di storia, stato, mafia, politica, scuola e ovviamente della sua Sicilia. Alla fine c’è anche una sua breve poesia, intitolata “In memoria”, scritta per ricordare il fratello Giuseppe, suicida nel 1948: un lutto che ovviamente lasciò un segno profondo nel suo animo...". «E noi d’oro diciamo la tua vita, la nostra che ci rimane, mentre le rondini tramano coi loro voli la sera, questa mia triste sera che è tua», scrive Sciascia nella poesia, compresa nella raccolta “La Sicilia, il suo cuore”. E poi dalle “Cronache scolastiche” (Sciascia insegnò nella sua Racalmuto, che all’epoca si chiamava Girgenti) fino al “Giorno della civetta”, il percorso narrativo scelto dai protagonisti dello spettacolo restituisce all’ascoltatore la vicenda umana, artistica e politica dello scrittore siciliano, nato nel 1921 e scomparso nel 1989. Con Maria Rosa Pozzi, concertista molto attiva, che da anni alterna programmi che spaziano fra i Beatles e il barocco, a Grado saranno in scena la flautista veneziana Monica Finco, gli attori Maia Monzani e Mario Milosa. Con loro risuoneranno ancora una volta le parole di Sciascia, lungo tutto il suo percorso etico e civile di scrittore e intellettuale. Fino all’ammonimento sempre attuale: «Il più grande peccato della Sicilia è stato quello di non credere nelle idee...».