sabato 4 novembre 2006

TRIESTE Cinque minuti dopo le ventuno. Il buio in sala è sufficiente per far partire il primo applauso. A trasformarlo in boato ci pensano l’accordo iniziale di chitarra e subito dopo la voce di Ligabue. Solo in scena, seduto con la chitarra in braccio, un po’ alla maniera dei cantautori di una volta. Attacca con «Metti in circolo il tuo amore». E la festa può cominciare. Sarà innanzitutto una festa della musica e delle parole. «Figlio di un cane», «Ho messo via», «Una vita da mediano», «Il giorno dei giorni»... Uno alla volta entrano anche i musicisti: prima Mauro Pagani (bouzouki, violino...), poi tutti gli altri. Dopo «Il giorno dei giorni» arriva anche la prima poesia, «Le cartoline non inviate»...

Luciano Ligabue, quarantasei anni, da Correggio, Reggio Emilia, torna nello stesso teatro a quattro anni di distanza da quel «Giro d’Italia» che allora era concepito così: prima sera a teatro, più o meno acustico, seconda sera nel palasport, più o meno elettrico. La voglia, di più, l’esigenza di diversificare era dunque presente già allora. Stavolta ne ha fatto una sorta di impresa lunga un anno e più. Tutto è cominciato nel settembre dell’anno scorso, col megaconcerto dei record a Campovolo, dalle parti di casa sua: quattro palchi e quattro situazioni musicali diverse. Poi, il «Nome e cognome Tour» (dal titolo dell’ultimo album) è partito nei piccoli club, è proseguito a primavera nei palasport, d’estate negli stadi, e ora arriva finalmente nei teatri. Dimensione ideale per il progetto che ha in testa il nostro.

A lui, come si diceva, interessa la musica ma anche le parole. Non è come quei rocchettari duri e puri votati solo alla prima, ma nemmeno come quei cantautori di tanti anni fa cui interessavano solo le seconde. Il Liga, figlio o fratello minore sia degli uni che degli altri, cura suoni e liriche quasi con la stessa cura e dedizione. Le parole, poi, sono la sua àncora di salvezza, il tramite con cui tira fuori quel che ha dentro. E come sanno ormai tutti, il bisogno e la necessità di esprimersi l’hanno trasformato in pochi anni da uno dei due rocker italiani capaci di riempire gli stadi (l’altro è ovviamente Vasco...) in un artista a tutto tondo: regista, sceneggiatore, scrittore, ora anche poeta, col recente «Lettere d’amore nel frigo».

Che gli permette, nel doppio concerto triestino (stasera infatti si replica), di infilare fra una canzone e l’altra qualche poesia. Anche qui un segnale c’era già stato nel 2002, quando aveva recitato qualche verso di Charles Bukowski. Stavolta è tutta roba sua, in quella che qualcuno ha già definito una piccola Spoon River in salsa emiliana. Storie, situazioni, volti...

Lo spettacolo è quasi interamente acustico. Se l’altra volta non aveva saputo o potuto rinunciare del tutto alle chitarre elettriche, stavolta il nostro indio padano si è fatto coraggio. Una grossa mano gliela dà la band in cui - accanto a un organo Hammond che profuma di anni Settanta - brilla anche stavolta la presenza di Mauro Pagani. I musicisti lo affiancano prima l’uno, poi l’altro, poi due o tre alla volta, infine tutti assieme... Ma al centro della scena, verrebbe da dire: al centro della musica, c’è ovviamente sempre e solo lui, con la sua inconfondibile voce, col suo modo di esprimersi, schietto, diretto, senza fronzoli, con la sua musicalità, con la sua anima nascosta dietro a un verso o a un accordo di chitarra.

I ragazzi, quelli giovani e quelli con qualche anno in più, pendono dalle sue labbra e dalle sue corde. Le poltroncine e i velluti del teatro non creano soggezione. Lui all’inizio avverte: «Fate un po’ quello che volete...». E l’atmosfera somiglia presto a quella di uno stadio. Anche se lui, stavolta, oltre agli strumenti elettrici, rinuncia anche a una scaletta «fatta tutta di singoli». Cosa che potrebbe permettersi, visto il successo che ha sorriso praticamente a tutto quello che ha scritto e cantato dal ’90, anno del primo album, a oggi.

Ieri sera, assieme a classici come «Hai un momento Dio», «Vivo o morto o X», «Questa è la mia vita» - e poi ancora «L’amore conta», «Si viene e si va» (coro del pubblico), «Non è tempo per noi» (gente ormai in piedi), «Ho perso le parole», «Le donne lo sanno», «Piccola stella senza cielo»... - Ligabue è andato a pescare episodi meno frequentati, che comunque non prendono alla sprovvista il suo popolo, che conosce a memoria e canta in coro anche cose meno note come «Lettera a G» (dal nuovo album), «I ragazzi sono in giro» (da «Buon compleanno Elvis», del ’95) e «Walter il mago» (da «Sopravvissuti e sopravviventi», del ’93).

Le poesie, in mezzo a questo materiale sonoro, fanno quasi da collante. Ammesso e non concesso che in un concerto del Liga ce ne sia bisogno, di un collante. Certe liriche sembrano l’altra faccia della medaglia di alcune canzoni. Pensiamo ai vecchi «Sogni di rock’n’roll», cui adesso si sposa un testo - non letto ieri sera - intitolato «Ce lo vedi Mick Jagger morire a 27 anni?», dedicato ai tanti morti giovani del rock, da Jimi Hendrix a Jim Morrison, da Janis Joplin a Brian Jones, fino a Kurt Cobain. Morti eccellenti, cui fanno da anonimo contraltare tanti ragazzi «la cui disperazione non merita di essere considerata di serie B solo perchè non sono famosi...».

Con questo spettacolo il rocker - e poeta, e regista, e... - padano ridà fra l’altro fiato alla vecchia diatriba, avvitata sull’eterno dilemma se una canzone possa esser considerata poesia, e se dunque i cantautori possano fregiarsi del titolo di poeti. Fernanda Pivano, ch’è una che se ne intende, ha detto che sì, che anche lui - come De Andrè - fa parte della ristretta schiera. Ligabue si è schermito, rivendicando solo l’urgenza di comunicare, sempre e comunque, con qualsiasi forma. Ma intanto scrive.

Nel concerto si nota, infilata fra una canzone e una poesia, una differenza: se quando impugna la chitarra e svolge quello che considera comunque il suo mestiere c’è sempre un ottimismo di fondo, una sorta di invito alla leggerezza, quando invece si offre al pubblico da solo, nudo con le sue liriche, i toni sono piuttosto quelli di un malinconico pessimismo. Come se ancora una volta ci fosse bisogno del rock, per salvarsi la vita...

A Trieste, ieri sera, dire che c’è stato «successo di pubblico» è effettivamente dir poco. È stato un piccolo grande trionfo. Un abbraccio lungo due ore fra Luciano Ligabue e la sua gente, il suo popolo, arrivato anche da lontano per l’appuntamento del Rossetti. E quando nel finale è toccato a «Happy hour», trasformato in tormentone estivo dall’urticante pubblicità della Vodafone, la gente è letteralmente esplosa. Poi, in un teatro trasfigurato in bolgia, fra i bis sono arrivati anche «Urlando contro il cielo» e «Fra palco e realtà».

Stasera, come detto, si replica. Ma tranquilli: non c’è più un biglietto neanche a pagarlo oro... Vorrà dire che tutti gli altri si dovranno consolare col dvd annunciato in uscita prima di Natale.

L’aveva quasi promesso che in autunno sarebbe tornato a Trieste. E Ligabue è uno di parola. Che, quando può, le promesse al suo popolo le mantiene sempre. A primavera, quando il tour negli stadi aveva fatto tappa a Udine, ce l’aveva detto chiaro e tondo: «A Trieste tornerei davvero volentieri. Mi ricordo un concerto a San Giusto dal clima quasi magico. E poi quando siamo venuti a girare il video di ”Eri bellissima”: stavamo su una terrazza dalla quale si vedeva il mare, ricordo che c’era una luce davvero particolare, che ha regalato un tocco in più a quel video...». Eccolo, allora: stasera e domani sera, con inizio alle 21, al Politeama Rossetti. Biglietti già tutti esauriti da un pezzo.
Ligabue ritorna nello stesso Rossetti che lo aveva ospitato nel dicembre di quattro anni fa. Anche quella volta due concerti: il primo in teatro, il secondo al PalaTrieste. Stavolta il concerto doveva essere uno solo, ma la velocità con cui è stato raggiunto il «tutto esaurito» ha convinto gli organizzatori a raddoppiare.

Quella volta, nel ’92, fra una canzone e l’altra lesse i versi di Charles Bukowski, cantore dell’America degli emarginati, dei disadattati, dei perdenti. Stavolta, l’indio padano si permette il lusso - si fa per dire - di leggere le sue, di poesie, tratte dalla recente raccolta «Lettere d’amore nel frigo», con cui ha ulteriormente allargato il proprio raggio d’azione: non solo rocker, ma anche regista, e poi scrittore, e ora anche poeta...

«Quelle poesie risalgono a quasi tre anni fa - ha spiegato il Liga - quando le scrissi di getto sull'onda di un momento emotivamente forte, fatto di lutti familiari, separazioni, e umori altalenanti. Fu il pretesto per prendermi una serie di libertà e buttare fuori quello che avevo dentro senza il filtro della musica. Vennero fuori dei componimenti in cui raccontavo il mondo dal mio punto di vista un po' come nei primi tre album, prima che in 'Buon Compleanno Elvis' cominciassi a raccontarmi in prima persona...».

In prima o in terza persona, quella raccontata da Luciano Ligabue - classe 1960 - è l’Italia vista da un mediano. Un mediano che fa molti gol, ma che importa. Passano gli anni, le canzoni, i dischi e i tour. Ma l’immagine che resterà sempre attaccata addosso al rocker di Correggio è ancora quella della «vita da mediano». Quello sempre «a recuperar palloni», quello «nato senza i piedi buoni», quello costretto a «lavorare sui polmoni...». Versi del ’99, sempre attuali in questa (brutta) Italia del 2006.

Il doppio concerto triestino fa parte della quarta e ultima parte del «Nome e Cognome Tour 2006»: dopo il debutto nei club l’anno scorso, subito dopo la pubblicazione dell’album (e dopo il megaconcerto di settembre a Campovolo, con quattro palchi e quattro situazioni musicali diverse, col record dei 165 mila spettatori paganti...), sono arrivati prima i concerti nei palasport e poi quelli negli stadi. Ora l’appendice teatrale, acustica, cominciata il 3 ottobre da Verona.

Stasera e domani sera, a celebrare l’ennesimo trionfo del rocker padano, al Rossetti non ci saranno soltanto i fan triestini e regionali: biglietti sono stati venduti infatti anche in Veneto, ma persino a Torino, Bergamo, Bolzano, Firenze, Arezzo, Ferrara, Milano, Modena, Bologna, Roma, addirittura Catania... Oltre che all'estero, in Slovenia, in Carinzia, a Vienna. Lo Stabile - che organizza il doppio evento assieme all’Azalea Promotion - segnala che circa la metà dei biglietti venduti per le due serate è stato acquistata fuori Trieste.

Sul palco, con Ligabue, ci saranno Mel Previte alle chitarre e al sax, Antonio Rigetti al basso, Roberto Pellati alla batteria, Josè Fiorilli alle tastiere e soprattutto Mauro Pagani, flauto, bouzouki e tanti altri strumenti. Spettacolo diviso in due parti. Si comincia alle 21. E domani sera si replica. Buon divertimento.



mercoledì 1 novembre 2006

La storia non si cancella. E la storia del rock sono loro, gli Who, cui nemmeno la recente scomparsa di John Entwistle - dopo quella nel ’78 di Keith Moon - ha fiaccato la voglia di esserci di nuovo, di contare ancora, insomma di ricominciare. Dopo ventiquattro anni di silenzio (l’ultimo disco di brani originali era infatti «It’s hard», dell’82), Pete Townshend e Roger Daltrey - entrambi classe ’45 - tornano infatti alla carica con un nuovo lavoro, intitolato «Endless wire» (Polydor) e appena uscito. Già il titolo, che significa «filo senza fine», sembra sospeso fra passato e presente. Il filo è quello della moderna tecnologia ma anche quello della storia del rock, quella storia che gli Who hanno contribuito a scrivere. Da «My generation» (’65) e dall’opera rock «Tommy» (’69) in poi.

Il disco si apre con «Fragments», brano collegato a un progetto di Townshend che vuole ricreare il ritratto di una persona attraverso la musica. Ma più della metà dell’album è occupata dalla mini-opera rock «Wire and glass», che il chitarrista ha scritto per accompagnare il suo racconto «The boy who heard music». E ci sono anche due brani ispirati al film «La passione di Cristo»: «Man in a purple dress» e «Two thousand years». In questi come in altri momenti del disco, i momenti acustici prevalgono sui riff e sull’energia rock del passato. Insomma, i due superstiti della grande avventura non giocano a rifare se stessi. Guardano avanti, sono ovviamente molto più maturi di un tempo, ma anche nelle ballad e nelle atmosfere a tratti folkeggianti che popolano i brani si riconosce il loro marchio di fabbrica. Lo stile e la classe della loro indiscussa grandezza.





Da una leggenda di sempre a una leggenda per ora soltanto... di nome. Lui si chiama per l’appunto John Legend (all’anagrafe: John Stephens), che con «Once again» (Sony Bmg) tenta di ripetere i fasti del disco d’esordio, «Get lifted», tre milioni di copie e tre Grammy. Disco ancora una volta pop-soul, ricco di contaminazioni per l’ex session man diventato solista, che però non gli sottraggono quel senso di unità e coesione già apprezzato nella prova precedente. Insomma, funziona.




Come funziona, nella sua grandezza, il nuovo disco di Rod Stewart, «Still the same... Great rock classic of our time» (Sony Bmg). A sessantuno anni, dopo cento e rotti milioni di dischi venduti, l’ex ragazzaccio del rock non propone né un disco di brani nuovi né un’antologia. A due anni dal terzo «Stardust: the Great American Songbook», continua a confrontarsi con la storia della musica che gli ha cambiato la vita, a lui come a milioni di persone in tutto il mondo. E mette la sua inconfondibile voce al servizio di una manciata di classici di tutti i tempi: da «Have you ever seen the rain» (Creedence Clearwater Revival) a «If not for you» (Bob Dylan), da «Still the same» (Bob Seger) a «Father & son» (Cat Stevens), fino a «Missing you» (John Waite)... Che dire? Forse solo che la classe non è acqua.




Ultima segnalazione per i Servant e il loro nuovo «How to destroy a relationship» (Edel). Mollati i Planet Funk, Dan Black scrive con i suoi soci inglesi il secondo capitolo della loro giovane discografia. Territori del cosiddetto britpop, suoni elettrici e diretti, nel tentativo di ripetere il successo del disco d’esordio. «Save me now» e il brano del titolo sembrano gli episodi più riusciti.





C’è chi ha amato soltanto il primo Battisti, quello con Mogol. Pochi - fra cui chi scrive - hanno trovato superlativo anche il secondo periodo, quella della collaborazione con l’assai ermetico poeta Pasquale Panella. Cinque album, usciti fra l’86 e il ’94. Titoli come «Don Giovanni», «L’apparenza», «La sposa occidentale», «Cosa succederà alla ragazza», «Hegel»... Canzoni, anzi, post-canzoni dai versi straniati e stranianti, dai suoni robotici che a tratti germogliavano sublimi melodie. Roba non commerciale, comunque. Oggi quelle canzoni ritornano nel cd triplo «Battisti-Panella / Il cofanetto» (Numero Uno - Sony Bmg), che arriva dopo i due volumi «Le avventure di Lucio Battisti» e «Mogol». Quaranta canzoni, quelle conosciute, odiate o amate dai vecchi fan. Non ci sono purtroppo i famosi inediti scritti dalla coppia: pare una decina di brani, finiti chissà dove...




Sesto album per Gianmaria Testa, intitolato «Da questa parte del mare» (Fuorivia Fandango Edel), che arriva a tre anni da «Altre latitudini». Il cantautore piemontese, scoperto prima in Francia che in patria, prosegue sulla strada dell’artigianato nobile e raffinato, della canzone come messaggio semplice e diretto, senza fronzoli né strizzate d’occhio alla moda. «Seminatori di grano» apre il disco ed è anche il singolo di lancio. Fra arpeggi di chitarra e sonorità jazzate comincia il viaggio di una sorta di concept-album sulle migrazioni moderne, sui viaggiatori in cerca di pane e lavoro. Storie di imbarchi clandestini, di terre sognate e mai trovate, storie di straordinaria umanità.




Chiusura col veneto Massimo Priviero, quello che ai tempi dell’esordio con «San Valentino» (1988) sembrava potesse diventare quel che poi è diventato Ligabue. «Dolce Resistenza» (Mbo) è il suo nuovo disco, parla la lingua del rock e del rifiuto della guerra. Anche con «Ciao amore ciao», di Tenco, col testo originale d’impronta antimilitarista «Li vidi tornare».


Prosegue la serie nata andando a scavare nei ricchissimi archivi Rai. Per far rivivere il leggendario Quartetto Cetra i curatori della collana hanno restaurato alcune vecchie incisioni dell'ottobre 1954, tratte dalle riviste radiofoniche realizzate dal gruppo canoro tra il ’53 e il ’55. È infatti dall'ottobre ’53 che va in onda sul Secondo Programma della Rai «Sassofoni e vecchie trombette. L'impossibile storia del jazz». Come dire: la storia del genere afroamericano riveduta e corretta da Tata, Virgilio, Felice e Lucia, in un alternarsi di gag e canzoni scritte appositamente per l'occasione. Fra i classici, anche «Night and day» di Cole Porter.




E un capitolo della collana è dedicato anche al grande Gorni Kramer, nato a Rivarolo Mantovano nel 1913, genio della fisarmonica. Non tutti sanno che Gorni era il cognome e Kramer il nome (in onore di Frank Kramer, grande ciclista degli anni Dieci). Il cd ce lo fa ricordare com’era: chiacchierone, sorridente, sempre di buon'umore... C'è il Kramer «opinionista» (anche se all'epoca il termine non era ancora stato inventato) e quello canterino («Ai tempi che Gallo correva», «È vero signor Strauss che il valzer non le piace?»...), ma soprattutto l'arrangiatore capace di passare dai temi popolari («Reginella campagnola») allo slancio vitale dello swing. Di cui era un maestro.


lunedì 16 ottobre 2006

di Carlo Muscatello


«Abbiamo fame di giustizia», c’era scritto ieri mattina sugli striscioni dei ragazzi di Locri, in piazza nel triste anniversario dell’omicidio di Francesco Fortugno. Ma la domanda di giustizia che c’è nel Paese, a vari livelli, può essere soddisfatta da questo Stato? E la nostra Costituzione, dopo la bocciatura referendaria della riforma che voleva stravolgerla, va bene così o avrebbe bisogno di qualche aggiustamento? E la riforma Castelli, quella che ha allargato il solco fra politica e magistratura, quella osteggiata dall’opinione pubblica di sinistra, che fine ha fatto? E con le intercettazioni continue, come dobbiamo comportarci: tutela della privacy o privilegio di eventuali strumenti di prova?

Sarebbero molte, se si parla di legge e di giustizia, le domande da un milione di dollari. Domande a cui i giornali non danno risposta, presi come sono a riferire delle gaffe e degli errori di una maggioranza che se prosegue di questo passo rischia di tornare opposizione, e dell’inconsistenza di un’opposizione che presto si potrebbe trovare di nuovo al governo più per demeriti altrui che per meriti propri. Domande alle quali oggi tentiamo di dare risposta, affidandoci alla saggezza e all’esperienza di Sergio Bartole, docente di Giustizia costituzionale e Diritto costituzionale comparato all’Università di Trieste, nonchè presidente dell’Associazione italiana dei costituzionalisti. Di Bartole l’editore Il Mulino ha appena pubblicato il volume «Il potere giudiziario» (pagg.100, euro 8,50), che ripropone - aggiornato alla luce degli eventi più recenti - l’analogo capitolo contenuto nel Manuale di diritto pubblico di Giuliano Amato e Augusto Barbera.

Professore, cominciamo dalla Carta del ’48: è ancora una delle migliori Costituzioni d’Occidente?

«Alcune correzioni sono necessarie, per esempio per quanto riguarda quella parte dell’ordinamento regionale modificata nel 2001. C’è un eccessivo frazionamento di competenze fra Stato e Regioni. Ma non so se è necessaria una effettiva riforma della Costituzione...».

Prosegua.

«Io credo sia anzitutto un problema di legislazione. Per certi aspetti noi siamo ancora legati a normative vecchie, pensiamo per esempio all’ordinamento giudiziario. C’è stato il progetto di riforma del governo Berlusconi, ma è stato molto osteggiato dal centrosinistra...».

Ecco, che fine ha fatto la riforma Castelli?

«Sarebbe dovuta entrare in vigore proprio di questi tempi, ma il nuovo governo si è mosso per dilazionare l’entrata in vigore di molte parti di quella riforma. Per esempio il problema dell’incomunicabilità delle carriere giudiziarie, per esempio la limitazione dei poteri del Csm in materia di carriera dei giudici, per esempio la disciplina dei poteri dei capi delle procure...».

La frattura fra politica e magistratura, originata dalla riforma Castelli, è sanabile o ha causato danni duraturi?

«Intendiamoci: i politici hanno ecceduto nel tentare di mettere le mani sulla magistratura. In Inghilterra non verrebbe in mente a nessun politico di esprimere le critiche che vengono fatte alle decisioni dei giudici dai nostri politici. Lì c’è maggior rispetto per l’autonomia di determinazione dei giudici».

Magistrati esenti da colpe?

«No. Quante volte, di fronte a promozioni o provvedimenti di carriera, c’è la sensazione che siano il risultato di una sorta di lottizzazione fra le correnti. Il Csm ha tentato di porre un freno a questa situazione, introducendo una sorta di normativa ulteriore rispetto alla legge. Ma in ciò è andato al di là di quelli che sono i suoi poteri...».

Un altro cavallo di battaglia del centrodestra, cui l’opinione pubblica è sensibile, riguarda la responsabilità civile dei giudici.

«Mi limito a osservare che c’era stato un referendum per introdurre tale responsabilità civile. E nonostante il suo esito positivo, è stata poi fatta una legge che ha reso forse persino più difficile l’attivazione della responsabilità civile. Bisognerebbe invece saper individuare i casi in cui si può procedere per responsabilità, penso a quando si ritardano dei provvedimenti senza giustificazione».

Secondo il Censis il 90% degli italiani boccia la giustizia, considerata lenta, costosa, iniqua...

«La gente ha purtroppo ragione: effettivamente le procedure vanno al di là di ogni accettabilità. L’Italia è stata più volte condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per la lunghezza dei suoi processi. C’è una legge che prevede il risarcimento per coloro che vengono danneggiati dalla lunghezza di tali procedure. Abbiamo insomma introdotto una misura per risarcire il danno, ma non facciamo molto per accorciare i tempi».

Nove milioni di processi pendenti, due milioni e mezzo di reati denunciati...

«Io questi dati non li ho...».

Erano compresi nella relazione del ministro Mastella al Csm. La domanda è: come se ne esce?

«Il tema è scottante. Noi siamo vincolati in questa materia dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Il Consiglio d’Europa, che sovrintende all’applicazione della Convenzione, comincerà a fare una sorta di screening per verificare l’adempimento degli obblighi in materia di diritti umani, quali discendono dalla Convenzione europea. Finora ciò veniva fatto solo nei confronti dei nuovi membri, gli Stati dell’Europa centro orientale entrati nel Consiglio d’Europa dopo la caduta del Muro di Berlino. Ora questo lavoro verrà fatto anche nei confronti dei vecchi membri».

Ma il potere giudiziario è in grado di soddisfare quella domanda complessiva di giustizia che sale dal Paese?

«Talvolta le stesse leggi sono fatte male, dunque di difficile applicazione giudiziaria. Molte volte la cosiddetta supplenza giudiziaria è derivata dal fatto che i giudici si trovavano di fronte a leggi inapplicabili, e ritenevano di dover rispondere a quella domanda anche sociale di giustizia cercando loro stessi di colmare le lacune del diritto. Portando avanti dunque quell’attività di supplenza e di invadenza in territori non propri per cui la magistratura è stata spesso criticata. Certe volte, insomma, la colpa è del legislatore».

Così ne soffre però il principio della separazione dei poteri...

«Certo. E il rischio è anche quello che le procure cadano sotto l’ombrello del potere esecutivo, perdendo la loro indipendenza. Se invece garantiamo la separazione delle procure nei confronti degli organi giudicanti, rischiamo di avere organi molto potenti e assolutamente incontrollabili».

Intercettazioni telefoniche: più importante tutelare la privacy o acquisire elementi di prova?

«Il problema è sapere se funziona il controllo giudiziale al momento dell’autorizzazione dell’intercettazione. Si ha l’impressione che tale controllo sia andato vanificandosi. Col risultato di confondere le intercettazioni autorizzate con quelle illegali».

domenica 15 ottobre 2006

Quarant’anni di carriera, di grande carriera, cominciata nel ’66 con il 45 giri «Lei (non è per me)». Tanti anni per chiunque, dunque anche per il piccoletto bolognese nato il 4 marzo 1943, data che divenne tanti anni fa il titolo di uno dei suoi primi successi. Lucio Dalla festeggia la ricorrenza con il triplo cd «12000 lune» (Rca Sony Bmg), contenente la bellezza di 53 canzoni, fra cui tre inediti, in chiusura del primo cd: «Stella», «Sottocasa» e soprattutto «Dark Bologna», già diventato un piccolo e folle tormentone di questo inizio d’autunno. Per festeggiare, il nostro si è regalato una splendida copertina firmata da Milo Manara (riprodotta qui a destra), ma anche il grande concerto dell’altra settimana, in piazza Maggiore, a Bologna, con Patti Smith, Morandi, Carboni, Renato Zero e tanti altri. Nella copertina d'autore di Manara è già racchiuso gran parte del mondo di Lucio: il mare (con quella mano sul timone che tiene la rotta verso il futuro); la luna, anzi, tante lune («questa palla che fa paura e tenerezza e che ispira i poeti...»); la facciata di una chiesa che richiama la sua piazza e la sua città... Alla fine del terzo cd le canzoni più antiche: da «Paff... Bum!» (Sanremo del ’66, in coppia con gli Yardbirds, che altro non erano se non i futuri Led Zeppelin) a «Bisogna saper perdere» (Sanremo del ’67, in coppia con i Rokes di Shel Shapiro), alla citata «Lei (non è per me)». I capolavori ci sono praticamente tutti: da «Caruso» a «Com’è profondo il mare», da «Futura» a «Quale allegria», da «Anna e Marco» a «L'ultima luna»... E ancora «L'anno che verrà», «Chissà se lo sai», «Ciao», «Canzone», «Attenti al lupo», «Washington», «Tu non mi basti mai», «Il cielo», «Piazza grande», «Occhi di ragazza», «Il gigante e la bambina», ovviamente «4 marzo 1943»... A riascoltarle, una dietro all’altra, sembra di ripassare la colonna sonora della nostra vita e - perchè no - dell’Italia degli ultimi decenni.

Restiamo a Bologna, e restiamo nel giro di Dalla, per parlare del nuovo disco di Luca Carboni, intitolato «...Le band si sciolgono» (Rca Sony Bmg), che segna il ritorno del sensibile cantautore a cinque anni di distanza dal precedente album di inediti, «Lu.Ca». Anticipato dal singolo «Malinconia», il disco brilla soprattutto per il duetto con Tiziano Ferro nel brano «Pensieri al tramonto». Ma anche per la presenza di Pino Daniele (suona la chitarra nel brano «La mia isola», la canzone che Carboni ha voluto dedicare all’Isola d’Elba) e di Gaetano Curreri (sue le musiche di «Lampo di vita», forse il brano migliore del disco). Non si tratta di un concept album, ma c’è comunque un tema dominante che lega tutti i testi: il tempo e il rapporto che l’autore ha con lo stesso. Una sorta di viaggio intimista fra passato, presente e futuro, insomma, che si veste di toni a tratti ironici e a tratti amari, spesso dolci e romantici, dunque sempre nel segno della caratteristica cifra stilistica del cantautore bolognese, che debuttò giovanissimo nell’84 con «Intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film». Anche musicalmente, il tema del tempo è molto presente. Si tratta infatti di un lavoro in bilico fra suoni elettronici e atmosfere acustiche, con varie citazioni da quell’autentico pozzo delle meraviglie che è il patrimonio lasciatoci in dote dagli anni Settanta.


 


Lei si chiama Nieves Rebolliedo Vila, in arte soltanto Bebe, ha ventotto anni, è spagnola. Il suo primo disco solista «Pafuera telarañas» (Virgin Emi) è uscito in Spagna due anni fa, in Italia a primavera di quest’anno. Ma è solo dopo l’estate appena trascorsa (col tormentone «Malo») e la comparsata da Morandi su Raiuno dell’altra settimana, che il grande pubblico l’ha scoperta. «Malo» è rabbiosa, le strofe sono dolenti e tristi, il ritornello è aggressivo e quasi feroce. Con tono accusatorio parla di violenza, di violenza familiare. Bebe canta «Sei cattivo, non si fa del male a chi si ama... Sei stupido, non pensare di essere migliore delle donne...». Nel disco (che sull’onda del successo ora esce anche in versione «cd + dvd», coi video di «Malo», «Ella», «Con mis manos» e «Siempre me quedarà») l’artista mette in campo le sue grandi doti espressive e interpretative. L’impressione, ascoltandola e guardandola, è che Bebe con le sue canzoni originali e coinvolgenti ci racconti per davvero parte della sua vita. A tratti triste, a tratti allegra e divertente. Ne sentiremo parlare ancora, vedrete...

Restiamo nel mondo latinoamericano per questo «Limon y sal» (Sony Bmg), quarto disco di Julieta Venegas, trentasei anni, originaria di Tijuana, in Messico, al confine con la California. Ha alle spalle una carriera già lunga, nel corso della quale si è affermata come una delle più conosciute e apprezzate cantautrici pop/rock latinoamericane. Attraverso «Me voy», primo singolo tratto da questo album, anche il pubblico europeo ha cominciato ad apprezzare il suo orecchiabile mix, al cui interno è possibile rintracciare accenni di salsa, reggae, latin pop, ma anche qualche tentazione rock.

Ultima segnalazione per Sandi Thom, una scozzese tosta, già passata alla storia per essersi imposta via web. «Smile... it confuses people» (Sony Bmg) arriva infatti dopo la popolarità guadagnata dal basso, mettendo i suoi brani in rete. Offre ballate folk-pop astute e orecchiabili, commerciale al punto giusto, strizzando l’occhio agli anni Sessanta. «Time» è il pezzo migliore.


 


SAM MOORE Grandi duetti con Bruce Springsteen, Sting, Jon Bon Jovi, Mariah Carey, Eric Clapton, Nikka Costa, Billy Preston (completo di organo Hammond in «You’re beautiful»), Steve Winwood, ovviamente il nostro Zucchero. Il grande vecchio della musica nera propone - con la produzione di Randy Jackson - il frutto di collaborazioni avvenute nel corso degli ultimi vent’anni ed è tutta roba di prima qualità, intendiamoci. Il fatto è che sembra mancare - oltre all’originalità - un filo conduttore che non sia la presenza dello stesso Sam Moore. L’album somiglia a una sorta di dizionario del soul, con la gran voce del nostro in bella evidenza, gli ospiti illustri e a volte molto illustri, ma in fondo poco di più...


PARIS HILTON Che sia giovane e bella, non si discute. È anche ricca da rimettere in sesto una finanziaria. Ma all’ereditiera arrestata per guida in stato di ebrezza il facilotto singolo «One night in Paris» e il video nel quale non lasciava nulla all’immaginazione evidentemente non bastavano. Ecco allora, completo di produzione e promozione «de luxe», un cd con annesso dvd per tutti quelli a cui Britney Spears e Christina Aguilera - soprattutto ora che sono cresciutelle - non bastano più. Pop facile facile, spruzzate reggae e hip hop, scritto e suonato con dovizia di mezzi. Lei è sexy e sensuale quanto basta e forse avanza, ogni tanto tira fuori anche qualche spunto rock. Dunque in questo clima da basso impero funziona... Purtroppo.

domenica 8 ottobre 2006

CODROIPO E se avesse ragione lui, il Boss? La notte friulana scende sul nobile profilo di Villa Manin mentre il dubbio si fa strada fra gli undicimila che hanno risposto al suo richiamo. Il grande mostro d'acciaio del megapalco (31 metri per 18) fronteggia quasi da pari a pari la splendida facciata dell'antica dimora. Il popolo del rock è pronto. Aspetta solo un segnale. Aspetta soltanto che la miccia venga accesa.  Cosa che accade dieci minuti dopo le ventuno, quando Bruce Springsteen ppare per la prima volta nel Friuli Venezia Giulia e dà il via alle danze. «Ciao Udine, come state?».


Bruce attacca con «O Mary don’t you weep», prosegue con «John Henry» e «Old Dan Tucker».  Solo a questo punto inserisce un suo classico: «Johnny 99». «Eyes on the prize» offre lo spunto al popolo di Villa Manin per la prima fiaccolata.  Subito dopo il nostro prosegue in italiano: «Udine è famosa anche per la grappa, ma dov’è...?» (più tardi, seguirà un brindisi sul palco con tutti i musicisti).  Gianola e Benito Nonino, in tribuna autorità insieme a mezza giunta e mezzo consiglio regionale, prendono nota per un probabile invio natalizio oltreoceano...

Con Springsteen, sul palco, i diciassette della Seeger Sessions Band.  Armati di chitarre acustiche, banjo, violini, armoniche e fisarmoniche, contrabbasso...  Davanti alla loro genuina vitalità, alla loro spontanea allegria, il dubbio di cui si diceva prende forma e si articola così: e se per salvarci la vita e forse l’anima, se per sfuggire alle bruttezze e alle malvagità di questo mondo moderno, l’unica ancora di salvezza fosse rappresentata dallo spostare indietro di cinquanta o magari cent’anni le lancette dell’orologio del tempo e dunque anche della musica?  Tornare insomma alle sane e solide certezze del passato, a quando la musica profumava di storie vere, di sentimenti, di emozioni, di vita.

E’ in fondo quel che ha fatto lui, l’ex ragazzo che era nato per correre, che a cinquantasette anni, da rockstar planetaria e miliardaria, da autentico numero uno che ha scalato tutte le vette e non deve dimostrare più niente a nessuno, un bel giorno ha deciso di andare a scavare alla ricerca delle radici della propria musica, del proprio mondo.  E di non fare dunque la fine di quei patetici vecchietti (i Rolling Stones? boh, lo avete pensato voi...), che passati i sessant’anni ancora sculettano sui palcoscenici di mezzo mondo, ripetendo all’infinito i riff adolescenziali di «Satisfaction» e «Let’s spend the night together».  Nell’illusione di un’eterna giovinezza che altro non è, in realtà, che un dorato museo del rock’n’roll.

Lui, l’ex ragazzo del New Jersey, con l’ultimo disco e con questo show è andato a scavare nel terriccio nobile e fertile della storia culturale e musicale del suo grande Paese, gli Stati Uniti, chissà, forse anche per prendere le distanze da un presente imbarazzante assai.  E’ andato a far rivivere canzoni vecchie di un secolo, accomunate dal fatto di aver fatto parte dell’eterno repertorio di quell’amabile e indomito vecchietto che risponde ancora al nome di Pete Seeger.  Un’operazione che poteva lasciar perplesso più d’uno (sarebbe come se il nostro Vasco andasse a rileggere i canti delle mondine, o quelli della Resistenza...), ma che soprattutto dal vivo rivela tutto il suo valore e la sua bellezza.  Sì, perchè questi brani ci restituiscono leggende popolari e storie vere: storie di schiavi neri che sognano un futuro senza catene, operai che lasciano la pelle sui binari della ferrovia che stanno costruendo, marinai che solcano mari lontani e soffrono di nostalgia («Pay me my money down»), poveracci costretti a vivere da nomadi alla ricerca di un lavoro, menestrelli di strada che raccontano davanti al fuoco di banditi (la godereccia e battagliera «Jesse James») che rubano ai vecchi per dare ai poveri, immigrati italiani o irlandesi (come la madre e il padre del nostro...) con la valigia di cartone, schiene piegate nei campi di cotone...

Ma non pensate a tristi e malinconiche ballate, sul modello della nostra pur nobile tradizione popolare.  Con Springsteen e i suoi arzilli musicanti della Seeger Band, il ritmo, la danza, l’allegria la fanno quasi sempre da padrone, anche quando c’è da denunciare un disagio, o recriminare per un’ingiustizia subita, o per chiedere la giusta paga.

Il folk, il country, gli accenti blues, i cori gospel sono la colonna sonora di uno spettacolo che racconta come in una festa paesana l’epopea del viaggio, della strada, della polvere, della provincia più remota, in fondo del sogno americano.  D’accordo, manca il graffio rock che era e rimane la cifra stilistica dell’autore di «Born to run».  Che dirige le danze con piglio fermo e con la sua voce roca e strascicata.  E si conferma artista versatile e sensibile, per nulla incline ai clichè, vagabondo della musica ed eroe dei perdenti di ieri e di oggi e forse di domani.  Alla ricerca di un senso per questa vita, per questo mondo.

A Villa Manin, ieri sera, successo caloroso.  Con, nel finale, una toccante «My city of ruins» e una «When the Saints go marching in» da antologia.

martedì 3 ottobre 2006

CODROIPO Quasi diecimila biglietti già venduti, casse aperte alle 16 e cancelli alle 18, inizio alle 21. Insomma, tutto è pronto per la prima volta di Bruce Springsteen nel Friuli Venezia Giulia, nella superba cornice di Villa Manin, Passariano. Dove l’unica vera incognita può arrivare solo dalle condizioni atmosferiche. In caso di pioggia, per la verità, la Regione - che affianca gli organizzatori locali dell’Azalea Promotion e quelli nazionali della Barley Arts - mette a disposizione ben cinquemila ombrelli con il logo «Ospiti di gente unica» (con la speranza ovviamente di non doverli aprire...).

Il tour è quello con la Seeger Sessions Band: diciassette elementi (fra cui Patti Scialfa, mamma dei tre pargoli Springsteen), che suonano violini, basso tuba, trombone, tromba, sassofono, banjo, pedal steel guitar, pianoforte, batteria... Per un repertorio quasi interamente composto dalle canzoni dell’ultimo disco, «We shall overcome - The Seeger Sessions», dedicato appunto alla musica di Pete Seeger e alle radici della musica americana.

Non sarà dunque il «solito» concerto di Springsteen, una di quelle adrenaliniche cavalcate lunghe quattro ore, grazie alle quali l’ex ragazzo del New Jersey ha costruito parte del suo mito.

A Bologna, domenica sera, al debutto del tour italiano (il più lungo mai tenuto dal Boss nel nostro Paese: ben sette date, fra cui domani all’Arena di Verona, con gran finale il 10 ottobre a Roma...), Springsteen ha aperto con «John Henry», proseguendo con «Oh Mary don’t you weep», «Old Dan Tucker», «Eyes on the prize» e «Jesse James». Solo a questo punto il nostro ha inserito un paio dei suoi classici, «Atlantic City» e «The river» e ancora «Johnny 99», seguiti più tardi da altri tre o quattro suoi brani, fra cui «My city of ruins» fra i bis.

Come lui stesso ha raccontato, in questi concerti l'atmosfera sul palco è quella delle feste di campagna, la stessa che in fondo pervade il recente disco. Un ritorno alle radici soul: una scelta che forse ha spiazzato i vecchi fan, quelli innamorati appunto delle maratone rock con la E Street Band. Pensando ai quali Springsteen ha detto: <WC1>«Buona parte delle mie composizioni viene dalla tradizione folk, specialmente quando scrivo materiale acustico. Incidere questo album è stato liberatorio perchè ho un grande amore per i diversi suoni delle radici capaci di creare un mondo con poche note e qualche parola...».

Da segnalare che oggi esce in Italia, molto attesa dai fan, «Greetings from E Street» (Rizzoli, 96 pagine, 40 euro), la biografia firmata da Robert Santelli che ripercorre tutta la storia musicale del Boss. In un cofanetto che riproduce la valigia rinforzata che i musicisti usano per gli strumenti, fra una pagina e l’altra sono applicate delle buste che contengono riproduzioni di biglietti, pass, scalette autografe, manifesti, vecchi articoli...

Pochi giorni fa è invece stata pubblicata una nuova versione dell’ultimo disco, «We shall overcome - The Seeger Sessions - American Land Edition»: cd più dvd, con tre nuove canzoni («How can a poor man stand such times and live», «Bring ’em home» e «American land», ritratto dell'America di oggi, descritta come un posto dove i valori democratici sono sotto attacco...) e altre due presenti solo su alcune copie della prima edizione («Buffalo gals» e «How can I keep from singin’»).

Ma torniamo al concerto di stasera. Col Boss, sul palco, ci saranno Sam Bardfeld al violino, Art Baron alla tuba, Frank Bruno alla chitarra, Jeremy Chatzy al contrabbasso, Mark Clifford al banjo, Larry Eagle (batteria e percussioni), Charles Giordano (organo, piano e fisarmonica). E ancora Ed Manion al sax, Mark Pender alla tromba, Richie Rosenberg al trombone, Soozie Tyrell al violino e le voci di Lisa Powell e Patti Scialfa.

Gli organizzatori segnalano che ci sono ancora dei biglietti disponibili: apertura delle casse alle 16.