...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
giovedì 14 dicembre 2006
«Sono ripartito da quella frase - spiega il rapper-cantautore pugliese, che all’anagrafe di Molfetta si chiama Michele Salvemini - per imbastire tutto il discorso. ”Habemus Capa” parte dalla finzione della mia morte, per prendermi la libertà di raccontare le mie cose senza dover mettermi in prima persona. Non è sicuramente una novità, visto che tanto artisti hanno finto di essere morti. Ma è un artificio teatrale con cui ho provato a giocare...».
Cosa voleva dire, nascondendosi dietro questo artificio?
«Tutte le mie canzoni sono ispirate alle cose che vivo. E io ho la fortuna - o la sfortuna, a seconda dei punti di vista - di vivere in un tempo che ha tante cose da raccontare...».
Il disco è uscito ad aprile. In questi mesi cosa avrebbe voluto raccontare?
«Tante cose. Tanti spunti da sfruttare. Dalla storia dei brogli alle elezioni a quella dei servizi segreti, fino al fatto che tutti i tg hanno dato per prima notizia lo svenimento di un ex premier mentre tacciono sul genocidio del Darfur...».
Le canzoni non parlano spesso di questi temi. Anzi, non ne parlano proprio...
«Il problema è che non ne parlano nemmeno i giornali. Tutto quello che riguarda l’Africa, il terzo mondo, nei nostri giornali e nei nostri notiziari o viene liquidato in poche righe o non esce proprio. Si preferiscono gli affari delle famiglie reali o altre facezie di questo tipo...».
Cosa la indigna?
«La superficialità con cui si accetta tutto quel che avviene. Manca la voglia di essere contemporanei, di essere parte di questo mondo. Si preferisce essere consumati da questi tempi, da questo mondo dominato appunto dal consumismo, dal denaro, dall’apparenza».
Nella sua Puglia questi tempi che spunti le danno?
«La mia regione, come altre del Sud, è purtroppo dominata dalla malavita. C’è un’immagine della Puglia come regione ricca, soprattutto se messa a confronto con le altre regioni del Sud. Ma si pensi soltanto allo sfruttamento degli immigrati che raccolgono i pomodori: un dramma denunciato da un’inchiesta dell’Espresso...».
Caparezza, ma è vero che ha fatto baruffa anche con la sua casa discografica?
«No, il fatto è che per loro il mio album, uscito ad aprile, è ormai morto e sepolto. Per questo, dopo averne tratto tre singoli, erano contrari a finanziare l’uscita del quarto e soprattutto la realizzazione del quarto videoclip...».
E lei che ha fatto?
«Il quarto singolo esce lo stesso. È ”The Auditel Family”. E il video me lo autoproduco...».
Arrabbiato?
«No, anzi. Del resto dovevo aspettarmelo: essendo io morto nella finzione delle canzoni, anche il mio album è morto. Almeno per la mia casa discografica. Invece io penso che un disco, proprio come un libro, è una testimonianza che può durare anche un anno, o molto di più, nel caso delle opere di valore...».
Ma il disco nuovo quando esce?
«C’è tempo. Ora sono in tour fino a marzo. Poi si vedrà. Penso verso la fine dell’anno prossimo...».
martedì 12 dicembre 2006
Oggi questa esperienza è portata ad esempio a livello nazionale, con l’inserimento nel volume «Buone pratiche e servizi innovativi per la famiglia», curato da Pierpaolo Donati e Riccardo Prandini per l’Osservatorio nazionale sulla famiglia ed edito da Franco Angeli.
«Come molte altre città - scrive nel suo intervento Daniele Ventura, dottorando in sociologia all’università di Bologna - Trieste viveva da alcuni anni il problema dell’abbandono degli spazi verdi. Questo fatto aumentava per le famiglie che rimanevano nel contesto urbano il rischio di isolamento e la difficoltà di spazi per il gioco per i propri bambini. Nella zona di Cittavecchia l’associazione di madri AnDanDes aveva cominciato a sperimentare un’azione di recupero di uno spazio verde per trasformarlo in un’area di gioco libero e successivamente, nel periodo estivo, in uno spazio di gioco, accudimento e cura organizzati, gestito dalle socie, da volontari, artisti e membri di altri organismi del privato sociale».
AnDanDes, segnala ancora Ventura, ha raggiunto negli anni, con l’appoggio delle istituzioni comunali, «risultati molto positivi sia per il recupero dell’area sia per la promozione della socialità e della partecipazione alla cura dell’infanzia. Il progetto è continuato a crescere (e tuttora è in fase di espansione) fino ad arrivare alla progettazione e costruzione di uno spazio strutturato, attivo per tutto l’anno, che interessa sia il gioco organizzato per bambini piccoli che forme di azione, sostegno, socializzazione per le madri e in generale per i genitori».
Nel volume si registra inoltre come il Comune di Trieste, «colpito positivamente dalla capacità di fare animazione coinvolgendo la cittadinanza in progetti di educazione, accudimento e cura per l’infanzia», abbia negli ultimi anni recepito l’esperienza, valutando anche la possibilità di diffusione della stessa sul territorio cittadino, con il coinvolgimento di altri organismi e strutture.
Fin qui il libro, che porta ad esempio l’esperienza triestina ma ovviamente ignora le recenti difficoltà che essa sta attraversando. Nelle pagine di cronaca del nostro giornale i lettori sono infatti già stati informati, negli ultimi mesi, dei ripetuti atti vandalici che il giardino di via San Michele ha subito. E poi, anche negli ultimi giorni, delle incomprensioni fra l’associazione e il Comune.
«In tutti questi anni - sottolinea Laura Flores, argentina trapiantata a Trieste, dove è arrivata per la prima volta nell’89, attirata come tanti dalla rivoluzione psichiatrica di Franco Basaglia - abbiamo avuto sempre un ottimo rapporto con l’amministrazione comunale. E vogliamo continuare ad averlo, convinti come siamo dell’importanza del lavoro comune fra la nostra associazione e l’ente pubblico. Diciamo però che da qualche tempo abbiamo dei problemi di comunicazione e di vera e propria incomprensione con il Servizio verde pubblico».
«Negli ultimi mesi - prosegue la presidente dell’associazione - nel giardino ci sono stati diversi atti vandalici, nonostante da parte nostra siano sempre stati rispettati tutti i controlli e le cautele del caso. Atti vandalici e danneggiamenti da cui siamo noi per primi colpiti. Ciononostante, e nonostante la convenzione sia stata firmata soltanto nell’aprile di quest’anno, ci sono già state rivolte delle minacce di revocare la stessa...».
Per ovviare a questa situazione, e auspicando una sempre maggiore collaborazione con il Comune di Trieste, l’associazione AnDanDes ha incontrato recentemente la Commissione trasparenza del Comune. Si è parlato degli atti vandalici e dei danni alla struttura, ma anche delle scritte ingiuriose apparse nel giardino e rivolte proprio contro chi si occupa di gestire l’area. E si è parlato pure delle incomprensioni che l’associazione lamenta con il Servizio verde pubblico del Comune, che ultimamente ha chiesto all’associazione un controllo più attento della pulizia e un monitoraggio più costante sulla chiusura dei cancelli e sulla situazione dei servizi igienici.
Per risolvere la situazione, e per proseguire nella collaborazione, una delle ipotesi è di discutere con l’amministrazione comunale l’istituzione di un regolamento interno alla struttura.
L’obiettivo è sempre quello maturato anni fa, in una serie di incontri tra genitori in piazza Hortis: pensare a uno spazio dove poter allevare con tranquillità i propri figli. Lo spazio venne identificato nel bel giardino a più livelli di via San Michele, una struttura importante creata verso la metà degli anni Cinquanta dai lavoratori disoccupati raggruppati sotto la sigla Selad.
Un’esperienza cresciuta nel corso degli anni, che ora il volume edito da Franco Angeli porta ad esempio a livello nazionale. Ma in una città dove c’è chi pensa di poter risolvere i gravi problemi del disagio e dell’emarginazione eliminando le panchine, quell’esperienza oggi vive un momento di difficoltà.
domenica 10 dicembre 2006
DISCHI: CAMMARIERE, ELISA, LUTTAZZI/FIORELLO/VENDITTI
La nostra piccola grande Elisa è appena tornata in pista con «Soundtrack ’96-‘06» (Sugar Warner), prima raccolta dei suoi maggiori successi in dieci anni di carriera. È una selezione dei singoli che in hanno segnato la carriera della popstar di Monfalcone: da «Labyrinth» a «Sleeping in your hand», da «Luce (Tramonti a Nord Est)» a «Gift», da «Rainbow» a «Together». Ma ci sono anche quattro inediti, che rendono unica la raccolta: «Stay» che apre il cd, «Gli ostacoli del cuore» scritta da Ligabue (con duetto) e singolo di lancio, «Qualcosa che non c’è» e «Eppure sentire (Un senso di te)». È un gran disco (in commercio anche nella versione «cd+dvd», comprendente i videoclip usciti in questi anni), che per Elisa potrebbe rappresentare una sorta di punto e a capo. In una carriera che in fondo è soltanto agli inizi.
Spostiamoci da Monfalcone a Trieste per il grande omaggio che il mondo dello spettacolo italiano ha finalmente tributato a Lelio Luttazzi. Ottantatre anni, già protagonista della musica e dello spettacolo di casa nostra quando la tivù era ancora in bianco e nero, trentacinque anni fa si ritirò a vita privata. Ci ha pensato Fiorello a coinvolgerlo recentemente in un suo show, e poi sono arrivati la recente serata omaggio romana e questo disco: «Per amore» (SonyBmg). Mina e Luttazzi nello storico duetto iniziale, «Chi mai sei tu». E poi Christian De Sica che fa «Canto (anche se sono stonato)», Fiorello nel «Giovanotto matto», Arbore in «Souvenir d’Italie», Morandi in «Una zebra a pois», Dalla in «Vecchia America»... Chiusura con il grande Lelio e la sua «El can de Trieste». Davvero una bella pagina di storia della nostra canzone.
Il disco arriva dopo quello dedicato interamente al commento musicale alla versione teatrale di «Dracula», nel quale aveva avuto un ruolo predominante Flavio Premoli, tastierista e fondatore del gruppo, da poco uscito nuovamente dalla band, dopo esservi brevemente rientrato. Ora del nucleo originario della Pfm sono rimasti Franz Di Cioccio (cantante ma inizialmente batterista), Franco Mussida alle chitarre e Patrick Djivas al basso (che peraltro nella prima formazione non c’era: entrò quasi subito al posto del primo bassista Giorgio Piazza).
Il tour del gruppo è partito a fine novembre da Roma, tocca stasera Milano e arriva a Trieste, al Rossetti, giovedì 21 dicembre. Sarà l’occasione per vedere dal vivo questo nuovo spettacolo, quasi trentacinque anni dopo l’esordio triestino, al Dancing Paradiso di via Flavia, di quella che allora si chiamava - per esteso - Premiata Forneria Marconi. Era appena uscito l’album «Storia di un minuto», che fra gli altri brani comprendeva «Impressioni di settembre» e «La carrozza di Hans».
martedì 28 novembre 2006
Ma se in «Kyrie» le canzoni di Simonluca erano sei (ma l'album era in origine doppio, e conteneva complessivamente sedici titoli), in «Bau» Mingardi e Maurizio Tirelli (suo collaboratore di lunga data, fin dai tempi dei Supercircus) firmano insieme sette brani su tredici, e il solo Mingardi è autore anche di un'ottava canzone: il che fa del cantautore bolognese il detentore di un invidiabile record (già nell’86 una canzone di Mingardi, «Ogni tanto è bello stare soli», era stata inclusa da Mina nel suo album «Sì buana»).
Due delle otto canzoni sono anche eseguite in coppia da Mina e Mingardi: quella che apre il cd, la già nota «Mogol Battisti», e quella che lo chiude, «Datemi della musica», canzone che intitolava il secondo Lp di Andrea Mingardi, datato 1976. Le altre sono «Sull'Orient Express», «Johnny Scarpe Gialle» (scritta 25 anni fa), «Nessun altro mai», «The end», «L'amore viene e se ne va», «Inevitabile».
Gli altri brani sono firmati da Maurizio Morante («Un uomo che mi ama»), dal 1991 presente abbastanza regolarmente sui dischi di Mina; Giancarlo Bigazzi e Marco Falagiani («Fai la tua vita», già presentato al Festival di Sanremo del 2000 dal giovane Claudio Fiori, qui con alcune modifiche al testo originario); Agostino Guarino, giovane cantautore di belle speranze che firma «Come te lo devo dire» (in cui la signora si permette pure una parolaccia...); Luca Rustici, fratello del più famoso Corrado, chitarrista e autore, già collaboratore degli Audio 2, che ha composto «Alibi»; e l'inedito trio Samuele Cerri, Mattia Gysi e Axel Pani (il figlio di Massimiliano aveva già dato la sua voce, per un messaggio in segreteria telefonica, a «Portati via», uno dei brani di «Bula Bula», 2005), che firma «Per poco che sia».
Fra i musicisti, oltre ai collaudati Lele Melotti, Danilo Rea, Faso e Lorenzo Poli, si segnalano Ugo Bongianni, ventenne pianista e arrangiatore, che ha programmato e suonato le tastiere, e il chitarrista Luca Meneghello; gli arrangiamenti dei fiati sono stati scritti da Gabriele Comeglio. La produzione è di Massimiliano Pani, che ha confermato le voci secondo le quali Mina sta lavorando a un disco per il mercato latino, tutto di canzoni nuove o di nuove versioni (in spagnolo) di grandi successi del suo repertorio.
Lettura originale, dal momento che anche qui prosegue l’operazione di recupero del calore del suono analogico voluta da Dori Ghezzi: ovvero la pulizia e precisione del supporto digitale ma che restituisce il suono che avevano gli album nel loro anno di uscita, i toni originali della voce così pieni di note basse, così avvolgenti e così naturalmente indirizzati all'intimità dell'ascolto.
«In direzione ostinata e contraria 2» (SonyBmg) prosegue dunque per una strada che non è quella della semplice antologia di successi, ma quella del tributo che con questa seconda uscita arricchisce il suo contenuto filologico di classici rimasti esclusi - solo per una questione di capienza - dalla precedente emissione.
Sono ben 14 gli album dai quali sono tratti i 53 brani, in un arco di tempo che va dal 1967 di «Fabrizio De Andrè Vol. I» fino ad «Anime salve» del 1996. Insomma, siamo vicini alla realizzazione di una opera omnia. Il triplo propone ad esempio l'ascolto quasi per intero di album storici come «Tutti morimmo a stento», «La buona novella» e «Rimini»; recupera tre figure di quella straordinaria rilettura dell'«Antologia di Spoon River» di Edgar Lee Masters che De Andrè fece con «Non al denaro non all'amore né al cielo». E ci ricorda una interpretazione suprema di «Suzanne» di Leonard Cohen (presente in «Canzoni» del 1974); ci fa rivivere la dignitosa esistenza e la sobria tristezza de «La storia di un impiegato»; condensa nel terzo cd tre capolavori assoluti come «Creuza de ma», «Le nuvole» e «Anime salve».
Scrive Salvatore Niffoi nell'introduzione: «In ogni sua canzone è presente la poesia come atto d'amore e di riscatto verso l'umanità ferita, dimenticata; verso quegli ultimi che lui sognava primi in questo mondo, non nell'improbabile altro...».
Ve lo ricordate Billy Idol? Quello di «Eyes without a face», primi anni Ottanta. Ebbene, ritorna con un album di canzoni natalizie alla sua maniera. Nella sua carriera il cantante inglese ha attraversato diversi stili, dagli inizi punk in compagnia dei Generation X ai suoi lavori solisti, sintesi perfetta di hard rock, pop ed attitudine ribelle. Ora gioca ancora una volta la carta della sorpresa e propone un album di canzoni natalizie in cui veste i panni del crooner o paga il tributo al suono rock'n'roll delle origini, da Elvis Presley a Chuck Berry. L'ironia è l'arma vincente e queste versioni di canzoni come «Frosty the snowman», «Jingle bell rock» e «Silent night» non hanno nulla da invidiare a quelle classiche.
venerdì 24 novembre 2006
PRIMA AL “VERDI”
di Carlo Muscatello
TRIESTE Buio in sala. Venti e trentacinque: parte il primo applauso. Daniel Oren, kippà rosso cremisi sulla nuca, ringrazia con ampi e circolari gesti del braccio. Gli stessi che gli servono, subito dopo, a far partire le immortali note dell’Inno di Mameli. Allora luci in sala, tutti in piedi, qualcuno porta la mano sul petto. E il consueto rito può entrare nel vivo.
Sì, perchè in questa città che non va né avanti né indietro, ieri sera al Teatro Verdi è andato scena il solito, immutabile, immarcescibile rito della prima. Inutile come una pelliccia in questo mite novembre (e infatti nel fiammeggiante foyer bardato a festa ne giravano pochissime). Vuoto come il nostro porto che aspetta il miracolo di San Boniciolli. Staccato dalla realtà e autoreferenziale come gran parte della nostra classe politica. Triste come piazza Venezia senza uno straccio di panchina.
La musica, ovviamente, non è in discussione. Soprattutto quando è grande musica proposta da grandi interpreti. È il contorno del gala inaugurale, quello che va in scena innanzitutto nel foyer, che lascia sempre più perplessi. Occasione mondana de noantri, in stile «voio ma no’ poso», col sindaco compagnone (absit iniuria verbis) sempre a suo agio nel far gli onori di casa, e tutto quel corollario di personaggi che animano - si fa per dire - il nostro piccolo mondo antico di provincia.
La signora prefetto vestita di viola (colore che a teatro fa l’effetto di una bestemmia in chiesa), il questore in trasferta da Udine, l’assessore regionale in gran spolvero (il principale, si sa, marca visita da anni: evidentemente non ama l’appuntamento...), il consigliere regionale di maggioranza con mantella risorgimentale e quello di opposizione fresco di barbiere. E poi un ex presidente della Provincia in disuso, quella in carica scortata dal nuovo sovrintendente del Verdi, la cinquantenne leopardata, il notaio con la passione del jazz e il giovane avvocato di sinistra, il farmacista e il medico accomunati dall’amore per la vela. E ancora la Signorina Buonasera che ha lasciato più traccia all’Isola dei Famosi che alla presidenza dello Stabile regionale, i carabinieri in alta uniforme, rarissime fanciulle in fiore, compensate da diverse signore reduci da complicati lavori di restauro...
Fra smoking, abiti lunghi, gioielli, acconciature fresche di parrucchiere, papillon rispolverati per l’occasione e decollété d’ordinanza e sorrisi di circostanza, sembrano stare tutti sulla tolda del Titanic la sera prima di quel problemuccio che capitò alla grande, inaffondabile nave. A proposito: della crisi del Teatro Verdi nessuno parla più. Che dio li abbia in gloria...
venerdì 10 novembre 2006
Le case discografiche continuano a combattere come possono la grande guerra con la musica su internet. Le vendite dei cd sono in netto calo ormai da anni, mentre continuano ad aumentare a livello vertiginoso i «download» - illegali ma soprattutto illegali - dalla rete. Dopo chiusure e accorpamenti, le grandi multinazionali discografiche sono ormai ridotte a cinque. Che tentano di salvarsi come possono. Proponendo in vendita i file digitali di dischi vecchi e nuovi. Ma anche... raschiando il fondo del barile dei loro ricchi cataloghi. Ecco allora la recente invasione del mercato a botte di doppi e soprattutto tripli antologici, a volte con uno o due brani inediti, e il resto attingendo agli archivi. Che per artisti presenti sulla scena da decenni sono decisamente notevoli. Ecco allora che, soprattutto nel periodo di fine anno, quello delle strenne natalizie, ogni casa discografica tira fuori tutto quel che ha. Nelle settimane scorse abbiamo già parlato dei tripli di Lucio Dalla, Ivano Fossati, Lucio Battisti (con Mogol o con Panella), Edoardo Bennato, Pierangelo Bertoli...
Oggi spazio ad Adriano Celentano e al suo «Unicamente Celentano» (Clan-SonyBmg), scritto sulla copertina in maniera tale da far pensare che l’«unica mente» sia quella dell’ex ragazzo della via Gluck. Quarantadue brani, fra vecchi successi («Il tuo bacio è come un rock», «Ciao ragazzi», «Azzurro», «L’emozione non ha voce»...) e brani meno noti, e una versione inedita di «Diana» cantata con Paul Anka, con un testo italiano riscritto dallo stesso Celentano con Mogol. Un monumento al passato, in attesa del nuovo disco. Particolarità: la raccolta viene venduta anche nel circuito dei 13 mila uffici delle Poste.
Spazio anche al cofanetto di Francesco De Gregori, «Tra un manifesto e lo specchio» (SonyBmg), titolo tratto da un verso di «La valigia dell’attore», brano presente del terzo cd della raccolta. Una raccolta che è la summa del cantautore romano, dalle origini di «Alice» e «Niente da capire» fino alle cose più recenti. Non mancano i classici: «Generale», «Titanic», «La donna cannone», «La storia siamo noi»... E non mancano due inediti: apertura con «Mannaggia alla musica» (scritta nel ’79 per Ron), chiusura con «Diamante» (scritta con e per Zucchero), che è forse la cosa più bella del disco.
Altro cantautore romano, con una storia assai meno lunga e importante, è Niccolò Fabi. Il suo «Dischi volanti - 1996-2006» (Emi Virgin) è composto da due cd (con «Capelli», «Dica», «Il negozio di antiquariato»...) e un dvd, che propone episodi live, backstage e una manciata di videoclip dei suoi brani più noti. Per Fabi - che ha registrato l’ultimo album, «Novo Mesto», nella vicina Slovenia - la prima raccolta in dieci anni di carriera.
Uno che, invece, nel corso degli anni non ha lesinato raccolte, «best of» e «greatest hits» è Umberto Tozzi. «Tutto Tozzi - Ti amo e altre storie» è la più recente. Un doppio con trentaquattro canzoni: «Gloria, «Tu», «Donna amante mia», «Stella stai», «Gli altri siamo noi»..., ma anche «Gente di mare» con Raf e «Si può dare di più» con Morandi e Ruggeri. Versioni rimasterizzate e prezzo ridotto, il che basta per avere in un colpo solo tutta la carriera del cantante e autore torinese.
Alla prova del terzo album, Le Vibrazioni propongono un disco intitolato «Officine Meccaniche» (Sony Bmg Ricordi) ancora una volta in bilico fra pop di facile ascolto e reminiscenze rock anni Settanta. L’amore per i suoni e le atmosfere vintage emerge anche dalla tecnica di registrazione: Francesco Sarcina e compagni (tutti «barbudos», nelle nuove foto) hanno scelto di immortalare i brani su nastro, preferendo la tecnica analogica a quella digitale. Il disco - venduto per la prima settimana solo con un cellulare - prende il nome dallo studio di registrazione milanese (di Mauro Pagani, sui Navigli) in cui è nato, un po’ come avevano fatto i Beatles con Abbey Road e Jimi Hendrix con Electric Ladyland. Fra i brani: «Fermi senza forma», «Dimmi», «Portami via»...
«Go-the very best of Moby» (Emi Virgin) raccoglie quindici brani del quarantunenne musicista newyorkese, supremo manipolatore di suoni e ritmi, vero nome Richard Melville Hall, pronipote del grande scrittore Herman Melville. Dall’ipnotica «Go», primo singolo della sua carriera a destare interesse nel pubblico, fino a «Natural Blues», «Lift me up» (da «Hotel», l’album uscito l’anno scorso), «Move», «Honey»... In questa sua prima raccolta che suggella dieci anni di carriera c’è anche un brano inedito, «New York, New York», cantato da Debbie Harry.
E chiudiamo con Gianni Morandi, reduce dall’ennesima avventura televisiva con cui ha provato a scherzare della sua immagine da eterno bravo ragazzo. Il nuovo disco s’intitola «Il tempo migliore» (Epic Sony Bmg) e propone una dozzina di canzoni inedite, sfornate da autori del calibro di Morra, Fabrizio, Cogliati, Malavasi, Mingardi... Un testo, quello di «Adesso tocca a lui», è firmato dallo stesso Morandi, coautore anche di un paio di musiche. «Il tempo migliore è il mio presente qui con te...», canta l’artista nel brano che dà il titolo all’album, sorta di canzone-manifesto in stile «La vita è adesso...».
Lunga vita al patrimonio di classe ed eleganza lasciatoci da Lennon e McCartney. Sì, perchè anche riletti in chiave «ambient», o «new age», o quasi «disco», i capolavori dei Beatles funzionano sempre. Ascoltare per credere «And I love her» leggermente swingata, «Eleanor Rigby» quasi reggae, «Something» profumata di bossa nova, le suadenti «Let it be» e «Michelle», ma anche «From me to you», «I’ll be back», «A day in the life», «When I’m sixty-four»... Le voci sono quelle della cubana Odette Telleria e dell’americana Natalia Fox Chapman. Il progetto è nato in Spagna, dove il disco ha già venduto oltre centomila copie. In attesa di «Love», in uscita il 17, con gli storici brani rimissati da George Martin per il Cirque du Soleil.
Un doppio cd per un viaggio nella memoria «tra brani giganti di autori e interpreti giganti». Così Baglioni descrive questo suo ultimo lavoro, dedicato ad alcune tra le più belle pagine della grande musica italiana degli anni Sessanta. Si comincia per la verità dal ’58 di «Nel blu dipinto di blu», la rivoluzione di Modugno, e si conclude nel ’70 delle «Emozioni» di Battisti. In mezzo c’è davvero la storia della nostra canzone: «Cinque minuti e poi» (Maurizio), «Una lacrima sul viso» (Bobby Solo), «Lontano lontano» (Tenco), «C’era un ragazzo» (Morandi), «Una miniera» (New Trolls)... Il divo Claudio fa la sua bella figura anche solo come interprete. Esercizio già praticato anni fa, in tivù con Fabio Fazio...
martedì 7 novembre 2006
Ricordate? Il forte vantaggio iniziale del centrosinistra, la campagna sulle tasse e in particolare sulla tassa di successione, la rimonta di Berlusconi, e poi quel testa a testa finale, nella lunga notte fra il 10 e l’11 aprile, con quello scarto ridottissimo, sul filo di poche migliaia di voti. E quell’immagine, alle tre del mattino, da piazza Santi Apostoli, con Prodi e gli altri leader e leaderini del centrosinistra a esultare, con gli inni e le bandiere e le dita a indicare vittoria, nemmeno avessero stravinto i mondiali per dieci a zero. Chissà, forse l’inizio della fine va cercato proprio in quell’immagine, va identificato con quei volti entusiasti e ridenti, ignari di quel che sarebbe avvenuto soltanto di lì a pochi mesi...
Materia per gli studiosi e per i libri, insomma. E infatti stanno uscendo vari volumi sull’argomento. Uno s’intitola «Dov’è la vittoria - Il voto del 2006 raccontato dagli italiani» (Il Mulino/Contemporanea, pagg. 248, euro 13) e raccoglie vari interventi scritti nell’ambito di Itanes, acronimo che sta per Italian National Elections Studies, programma pluriennale di ricerca sui comportamenti elettorali e le opinioni politiche degli italiani, che vede impegnate alcune università e l’Istituto Cattaneo di Bologna.
«Io sono convinto che la campagna elettorale l’abbia vinta Berlusconi - premette Paolo Segatti, ordinario di sociologia politica alla Statale di Milano, che ha coordinato la ricerca con Paolo Bellucci - anzi, se fosse durata una settimana di più, avrebbe vinto anche le elezioni».
Eppure il distacco da cui partiva il centrosinistra era notevole...
«Ma ha fatto una campagna disastrosa. Partiva da un presupposto sbagliato. Avendo stravinto le regionali del 2005, Prodi e compagnia pensavano fosse sufficiente confermare il dato, consolidarlo, senza bisogno di andare all’attacco, senza ricordarsi che gli sfidanti erano loro».
E invece?
«Invece non si teneva conto che nelle amministrative, dove fra l’altro il centrosinistra è sempre stato più forte, chi sta al governo viene sempre penalizzato. Diverso il discorso alle politiche. Dove c’era sì una delusione nei confronti di Berlusconi, ma l’abilità di quest’ultimo e gli errori del centrosinistra hanno praticamente ribaltato la situazione esistente...».
Quali errori?
«Beh, su tasse e successioni sono stati fatti degli errori clamorosi, e il centrodestra è stato abilissmo a sfruttarli. Poi il centrosinistra ha vinto ugualmente, seppur di pochissimo, in virtù della sua ampia coalizione, dell’arretramento del centrodestra al Nord e di un passaggio di elettori dal centrodestra al centrosinistra al Sud...».
Da un decennio chi è al governo perde le elezioni. Siamo un Paese impossibile da governare?
«Non credo sia questo il punto. Diciamo che è sempre cambiata, di volta in volta, l’offerta politica. Nei vari appuntamenti sono mutati i giochi delle alleanze: il centrodestra ha perso senza la Lega, il centrosinistra senza Rifondazione e Di Pietro, poi c’è il ruolo dei radicali...».
Insomma, l’elettorato è stabile, sono le alleanza che cambiano...
«Appunto. La stabilità dell’elettorato italiano è un dato impressionante. E in questo il voto del 2006 è simile, a parti invertite, a quello del 2001: stabilità al Nord, passaggi di voto al Sud, dove il Novecento ideologico non è mai arrivato e dove le dinamiche del voto rispondono maggiormente a criteri di convenienza».
Lei nel libro firma un intervento su ”I cattolici al voto, tra valori e politiche dei valori”. Che cosa segnala, al proposito?
«Innanzitutto che il centrodestra nel 2006 ha ottenuto più voti dei cattolici praticanti rispetto al recente passato. Non è un ritorno alla Dc, ma è un segnale, perchè interrompe un trend: dal ’94 in poi, infatti, i cattolici erano più attratti dal centrosinistra».
Cos’è cambiato?
«Ci sono stati due fatti, che hanno causato l’inversione di tendenza. Innanzitutto il referendum sulla procreazione assistita, poi l’ingresso dei radicali nel centrosinistra. Si sa che quello di Pannella è il partito meno gradito dai cattolici praticanti».
Dunque una questione di valori...
«Sì, attraverso quei due fatti si è riproposta la vecchia divisione fra laici e cattolici che in parte era stata superata in passato. I cattolici del centrodestra sono uguali a quelli del centrosinistra in quanto a condotta morale personale. Divergono nelle opinioni su alcuni temi politici eticamente sensibili: l’eutanasia, i pacs, il matrimonio fra gay... Ecco, il centrodestra ha saputo intercettare maggiormente questa richiesta di valori».
Professore, se si votasse oggi?
«Fare calcoli sul futuro è sempre molto difficile. Di certo c’è un dato: il crollo della fiducia nei confronti del governo Prodi. Bisognerebbe vedere quanto questa situazione potrà poi incidere effettivamente sul voto. Magari con l’astensione di chi ha votato centrosinistra e ora è deluso. Al proposito sarà interessante vedere il voto regionale del 2008 nel Friuli Venezia Giulia. Ma l’elettorato rimane comunque stabile, con l’Italia divisa in due».
E dietro l’angolo c’è anche il possibile referendum sul sistema elettorale...
«Quella è una vera e propria mina, che potrebbe avere un effetto devastante su tutto il sistema ma soprattutto su Prodi e sui suoi alleati. Spostando infatti il premio di maggioranza dalla coalizione al partito vincente, è chiaro che si rafforzerebbe la spinta ad aggregarsi all’interno del futuro Partito Democratico. Con un effetto penalizzante innanzitutto per i partiti minori del centrosinistra, che infatti sono contrari...».
Qualcuno auspica il ritorno del proporzionale...
«Non farebbe altro che assecondare la tendenza molto italiana a ritagliarsi un proprio piccolo feudo, dal quale condizionare nascita e morte dei governi...».
Ma anche questo maggioritario permette ai partitini con l’uno o il due per cento di essere decisivi...
«È vero. Ma quel poco di bipolarismo che abbiamo ci salva dal rischio di governi incerti, variabili, privi di un indirizzo politico preciso».
Lei ha un suo sistema elettorale ideale?
«Sicuramente il maggioritario a doppio turno, come avviene in Francia. Funziona molto meglio del doppio turno italiano, previsto nell’elezione dei sindaci. Ma dubito ci arriveremo...».