venerdì 12 gennaio 2007

L’anno nuovo? Il futuro? Somigliano in maniera inquietante al passato. Prendete il Festival di Sanremo. Dopo alcuni esperimenti non riusciti, per la 57.a edizione (dal 27 febbraio al 3 marzo) hanno richiamato in servizio Pippo Baudo. Che da astuto sacerdote del rito festivaliero, ripropone la solita ricetta: un occhio alla tradizione e l’altro ai giovani, un pizzico di nazionalpopolare e una buccia di qualità, un grande ritorno e un paio di outsider...
Una macedonia. Con l’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, di far contenti tutti. E il rischio speculare, sempre in agguato, di scontentare ognuno.

Il tocco del siciliano di Militello si nota già nei particolari. Dall’annuncio dei venti big, che è stato fatto ieri sera a «Domenica In», nello spazio che il nostro gestisce in beata solitudine. Al collegamento con il Tg1 delle 20.30 di ieri sera, con Vincenzone Mollica benedicente. Insomma, prepariamoci: da qui al 27 febbraio il Pippo nazionale invaderà ogni spazio, pur di non veder fallire la sua creatura.

«Qualcuno ci rimarrà male, ma le scelte vanno fatte», ha detto. «È stato un lavoro faticoso scegliere venti cantanti invitati per un Festival che dev'essere un passo avanti rispetto al passato e deve offrire un panorama della musica moderna italiana. Per quanto riguarda le canzoni ritengo che ce ne sia per tutti i gusti...».

Vediamoli, allora, questi nomi. Cominciando dalle anticaglie. Torna Al Bano, che l’anno scorso era dato per sicuro ma poi non venne scelto. Si affida a una canzone scritta dal figlio Yaris e da Renato Zero. Tornano anche Milva (con un brano di Giorgio Faletti) e Nada, Tosca (che vinse qualche anno fa con Ron) e Mango.

Ma il ritorno che profuma (meglio: odora...) più di passato è quello di Johnny Dorelli, che compirà settant’anni pochi giorni prima dell’inizio del Festival, ed era già qui mezzo secolo fa, nei lontani anni Cinquanta: vinse infatti nel ’58 e nel ’59, un po’ all’ombra di Domenico Modugno, con «Nel blu dipinto di blu» e «Piove». Siamo dalle parti dell’archeologia musicale, insomma.

Andiamo avanti. Per il 57.o Festival si rimettono assieme i fratelli Gianni e Marcella Bella, siciliani come il padrone di casa. Ma nasce anche un’altra, finora inedita e inesplorata, coppia familiare: Roby Facchinetti dei Pooh assieme al figlio Francesco, già idolo dei giovanissimi col nome di Dj Francesco (ora si fa chiamare col solo nome di battesimo).

A proposito di giovani. Tornano Simone Cristicchi, i rocchettari Velvet ma soprattutto gli intimisti Zero Assoluto, sin da ora candidati al podio. Spuntano anche Leda Battisti, Paolo Meneguzzi (altro favorito dei ragazzini, con fan persino in Sudamerica), gli Stadio.

Il tocco di qualità sembra almeno sulla carta garantito dalla canzone d’autore di Fabio Concato, dal fascino di Antonella Ruggiero, dalla voce jazz di Amalia Grè, dall’ecletticità di Daniele Silvestri (altro candidato al podio). Oltre che dall’outsider Paolo Rossi, il teatrante monfalconese ormai di casa a Trieste (ne parliamo anche nelle cronache degli Spettacoli, per la sua ultima incursione al Teatro Miela...). Rossi propone a sorpresa «In Italia si sta male», testo inedito di Rino Gaetano, il cantautore calabrese morto in un incidente stradale nel 1980: parole, quelle sintetizzate nel titolo, che evidentemente valgono in ogni stagione. Brano prodotto da Claudia Mori.

L’oscar del nome sconosciuto spetta di diritto a Piero Mazzocchetti, ma Baudo garantisce che in Germania è da tempo un’autentica star. La commissione selezionatrice lo ha comunque preferito a gente come Morgan, Samuele Bersani, Nino D’Angelo, Cochi e Renato... E ci ha risparmiato Lino Banfi che doveva cantare un brano di Gino Paoli con l’accompagnamento dei famigerati Ragazzi di Scampia, già «apprezzati» l’anno scorso.

A «Domenica In», ieri pomeriggio, il presentatore siciliano ha anche presentato i quattordici Giovani in gara. Sono quelli miracolosamente sopravvissuti a una selezione che partiva da ben 740 nomi. Magari fra loro, com’è spesso accaduto in passato, si nasconde qualcuno che vale. Ma il pubblico se ne accorgerà dopo, a festival finito. Durante la settimana sanremese, per loro, ci saranno pochi riflettori.
Il 2007 musicale comincia sabato a Trieste con il concerto di <CF32>Gianna Nannini</CF> al PalaTrieste. Il tradizionale buon anno musicale organizzato dai commercianti locali riporta dunque in città la cinquantenne artista senese rilanciata nel 2006 dal grande successo dell’album «Grazie» e soprattutto del singolo «Sei nell’anima», che l’ha riportata ai fasti di qualche anno fa, sia nel giudizio della critica sia nel gradimento del pubblico. E anche il concerto triestino - che arriva quasi come un’appendice del tour invernale, concluso nella notte di San Silvestro proprio nella sua Siena - promette di essere un grande successo, almeno a giudicare dagli oltre quattromila biglietti già staccati in prevendita.

Facciamo un salto di un mese e andiamo al 7 febbraio, data prevista per il recupero del concerto della <CF32>Pfm</CF> al Politeama Rossetti, inizialmente previsto per il 21 dicembre e poi rinviato per un infortunio al batterista e cantante della storica band milanese, Franz Di Cioccio.

Passano soltanto ventiquattr’ore e, sempre al Rossetti, arrivano le atmosfere balcaniche del grande <CF32>Goran Bregovic</CF>: l’artista di Sarajevo sarà dunque a Trieste, con la sua Wedding & Funerals Band, la sera dell’8 febbraio.

Ma febbraio propone un altro appuntamento con la grande musicale nel politeama di viale XX Settembre: martedì 20 ritorna infatti <CF32>Fiorella Mannoia</CF>, con il suo nuovo spettacolo dal vivo «Onda tropicale», tratto dall’album omonimo, dedicato alla musica brasiliana e ai suoi grandi protagonisti.

L’11 marzo arriva a Trieste (due giorni dopo il concerto al palasport di Pordenone) un altro grande protagonista della scena italiana, stavolta negli spazi più ampi del PalaTrieste: fa infatti tappa in città il tour di <CF32>Claudio Baglioni</CF>, uscito da poco con il doppio cd (ma anche con il doppio dvd, firmato dal triestino Andrea Sivini) «Quelli degli altri», dedicato alle grandi canzoni degli anni Sessanta con cui il cantautore romano è cresciuto, e con le quali ora si confronta da interprete.

Ma vediamo cosa offre la scena musicale dal vivo nel resto della regione, in questo primo scorcio di 2007. Il 18 gennaio al palasport di Pordenone è in programma il concerto inaugurale della nuova tournée di <CF32>Elisa</CF>. Per la popstar monfalconese si tratta dell’ennesimo momento d’oro: la canzone scritta per lei da Ligabue «Gli ostacoli del cuore» è stata in queste settimane un successo nel successo dell’antologia «Soundtrack - The best of 1996-2006». In attesa del prossimo album.

Il 24 gennaio, al Comunale di Monfalcone, è in programma un concerto del pianista <CF32>Giovanni Allevi</CF>, autentica rivelazione dell’annata trascorsa, apprezzato ormai in mezzo mondo (sarà anche il 15 febbraio al Nuovo di Udine).

Il 27 gennaio arriva in regione, al palasport di Pordenone, il nuovo tour di <CF32>Tiziano Ferro </CF>(che parte il 20 gennaio da Ancona). Il 9 febbraio viene recuperato il concerto di <CF32>Caparezza</CF> al Teatro Verdi di Gorizia, che era stato rinviato nelle settimane scorse. Il 13 febbraio arriva a Udine, per un concerto al Teatro Nuovo, <CF32>Ivano Fossati</CF>.

Molti altri appuntamenti, nel Triveneto e nella vicina Slovenia, si aggiungeranno al calendario col</CP></CF> <CF><CP>passare delle settimane. Nel frattempo, pur non trattandosi di avvenimenti musicali, ci sentiamo di ricordare gli appuntamenti con <CF32>Roberto Benigni</CF> (porterà il suo «TuttoDante» martedì 16 gennaio al PalaTrieste), con<CF32> Beppe Grillo </CF>(il suo nuovo «Reset» sarà il 16 febbraio al palasport di Pordenone, il 17 febbraio al PalaTrieste, il 19 febbraio al palasport di Udine, il 24 febbraio al Palaverde di Treviso) e con la ricostituita coppia storica <CF32>Cochi e Renato</CF> (martedì 6 febbraio saranno di scena al Politeama Rossetti, a Trieste).

E per finire - per ora - in bellezza, niente di meglio di due concerti per i quali si è già scatenata la caccia al biglietto. Il 26 aprile al PalaOlimpico di Torino e il 27 aprile al Forum di Assago a Milano fa tappa il «Never ending tour» di sua maestà <CF32>Bob Dylan</CF>. Only for members... Infine, da registrare la notizia che i Blur hanno fatto pace e, dopo cinque anni, si riformeranno nel 2007.

Ha una firma triestina uno dei dvd musicali più venduti in Italia in queste settimane. Il titolo è «Quelli degli altri», l’artista è Claudio Baglioni, la firma triestina è quella del regista Andrea Sivini. Che prosegue così nella sua fruttuosa collaborazione con il cantautore romano, dopo il triplo dvd «Crescendo e Cercando» (uscito nel 2005 e registrato in parte anche a Trieste, in Porto Vecchio), dopo il programma televisivo «Claudio Baglioni racconta O'Scià» (registrato l’estate scorsa a Lampedusa, nel festival che l’artista organizza da quattro anni nell’isola dove ha una casa) e dopo la diretta su Internet del concerto di Baglioni al Parlamento Europeo.

«Stavolta - spiega Sivini - l’occasione è stata la presentazione alla stampa, nell’ottobre scorso, al Forum Village a Roma, del nuovo album doppio di Baglioni, ”Quelli degli altri”, dedicato alla sua rilettura di tanti classici degli anni Sessanta e Settanta. Abbiamo filmato l’evento. Claudio solo interprete, orchestra in abito di gala in stile anni Sessanta, e sua mia insistenza tutto in bianco e nero... Ne è venuto fuori il materiale per il primo dei due dvd che compongono il doppio. Un vero e proprio concerto, con Baglioni che presenta e spiega i vari brani...».

E i brani pescano nella storia della canzone italiana: «Il nostro concerto» e «Una lacrima sul viso», «Una miniera» e «Cinque minuti e poi», «Insieme a te non ci sto più» e «C’era un ragazzo». Senza dimenticare «Nel blu dipinto di blu», «Se telefonando», «Senza fine», «Emozioni», «Lontano lontano»... Con Claudio Baglioni che fa l’interprete puro. E non sfigura assolutamente.

«Per completare il dvd - prosegue Sivini - abbiamo filmato le prove in sala registrazione durante la realizzazione del cd, un’intervista in cui Baglioni spiega la scelta delle varie canzoni e di tutta l’operazione. Anche qui solo bianco e nero: una mia idea che mi sembra sia risultata azzeccata...».

A proposito di bianco e nero, una curiosità: quando Baglioni parla delle sue origini nella Roma degli anni Cinquanta e Sessanta, oltre ad alcune sue fotografie da bambino, un po’ a sorpresa scorrono frammenti della città di Trieste degli anni Sessanta.

Il motivo lo spiega lo stesso Sivini: «Ci servivano immagini di quel periodo, ma ottenerle dall’Istituto Luce aveva costi esorbitanti. Impossibile averle anche dalla Rai, nazionale e regionale, a causa della burocrazia e dei tempi lunghi. Allora ho provato a rivolgermi alla C<USNUOGRA>ineteca Regionale del Friuli Venezia Giulia: stessi problemi incontrati alla Rai. Per farla breve, la soluzione ce l’hanno offerta alcuni videoamatori triestini, che ci hanno messi a disposizione alcune loro immagini volentieri e gratuitamente. In cambio sono stati citati nei ringraziamenti finali sul dvd...».

Della troupe di Andrea Sivini - tutta triestina - che ha realizzato il dvd di Baglioni fanno parte anche Fabio Rebec, Edi Pinesich, Franco Pilat, Roberto Pischianz, Enzo Iannaccone e sua figlia Alessia Sivini.

Ma il regista triestino non lavora solo con Baglioni. «Recentemente - conclude Sivini - ho realizzato un video a New York del fisarmonicista triestino Denis Novato, in occasione di un suo tour negli States. E poi sono in contatto con il management di Elisa per un progetto a breve (con lei ho già realizzato due filmati, uno della tournèe ”Lotus” e uno dell'ultimo tour ”Pearl days”). E ancora con la cantante/flautista slovena Tinkara Kovac, per completare l'uscita del suo nuovo cd...».

martedì 26 dicembre 2006

MORTO JAMES BROWN

Padrino del soul, Mister Dynamite, Sex machine... Tante definizioni per una leggenda sola, quella di James Brown, morto per una polmonite in un ospedale di Atlanta nella notte di Natale. Aveva 73 anni. Due anni fa aveva annunciato di essere malato di cancro alla prostrata, ultima magagna di una vita vissuta pericolosamente, fra eccessi e vizi e problemi di ogni tipo. Ma quando parliamo di lui - che l’estate scorsa si era anche esibito per l’ultima volta nella nostra regione, al Castello di Udine - parliamo di una pietra miliare, un rivoluzionario che ha segnato la storia della musica nera del secolo scorso. Dal ’56 - anno del primo successo - a oggi, ha pubblicato un’ottantina di album e inanellato qualche decina di hit. Recarsi a vedere un suo concerto è sempre stato come andare a lezione di soul.

Era nato nel maggio 1933 (ma sulla sua età è sempre regnato un po’ di mistero: secondo alcune biografie era del ’28) a Barnwell, nella campagna della Carolina del Sud, da una famiglia poverissima. Infanzia difficile, difficilissima. A sei anni cresceva in un bordello di Augusta, in Georgia. Per pagarsi l’affitto lavorarava come lustrascarpe e nelle piantagioni di cotone. A otto anni prova a rubare un’automobile e finisce in riformatorio. Per lui è quasi una salvezza, perchè è lì che conosce Bobby Bird ed entra nel suo gruppo di gospel.

La musica diventa la sua ragione di vita. Nel ’52, a diciannove anni, fonda il suo primo gruppo, The Flames. Nel ’56 scrive «Please, please, please». E fa il botto: diventa James Brown. Altri successi. Nel ’62 registra dal vivo, nel tempio della musica nera dell'Apollo Theatre ad Harlem, un album diventato un vero e proprio culto.

I neri lo amano. I bianchi pure. Perchè sa trasformare il gospel in rhythm’n’blues, creando un genere soul del tutto originale, chiamato funk e caratterizzato dai ritmi incalzanti. È uno che fa scuola anche sul palcoscenico, con la sua fisicità dirompente, che influenzerà successivamente cantanti del calibro di Mick Jagger e Iggy Pop, Michael Jackson e Prince.

Nel ’64 «Out of sight» scala le classifiche. L'anno successivo «Papa's got a brand new bag» e «I got you (I feel good)» consolidano la sua carriera. Nello stesso anno viene pubblicato il singolo «It's a man man's world» e James Brown diventa «Soul Brother n.1» per il movimento dei diritti dei neri Black Power.

Nel frattempo diventa anche un fenomeno mondiale, in grado di infilare 350 serate all'anno e trasformandosi, con la ricchezza, in un esempio di «capitalista nero». Apre ristoranti e negozi ed esorta i suoi concittadini di colore a vivere l’american dream, il sogno americano. È lui che, quando ammazzano Martin Luther King, invita la popolazione di colore alla calma. E il presidente Johnson lo ringrazia. Dopo quegli eventi, regala agli afroamericani il loro inno «Say it loud - I'm black and I'm proud».

Negli anni Settanta è ancora grande protagonista con ben otto album di successo: dopo una serie di dieci canzoni che lo proiettano ogni volta in classifica, James Brown viene consacrato come «The godfather of soul», il padrino del soul. Negli anni Ottanta il nostro diviene anche un volto cinematografico, interpretando il ruolo del predicatore nel leggendario film «Blues Brothers», di John Landis, con John Belushi e Dan Aykroyd. E sempre al cinema si esibisce anche in «Rocky IV», il film con Sylvester Stallone, con il brano «Living in America».

Più recentemente, in uno dei tanti «Pavarotti & Friends», duetta anche con Luciano Pavarotti nel brano «It's a man man's world». E il pubblico pare non aspettare altro per esplodere...

Poi c’è il capitolo eccessi e vizi. Quelli a causa dei quali Mister Dynamite diventava spesso, soprattutto negli ultimi anni, protagonista di fatti di cronaca nera: cose di droga, di violenza, di gesti folli, di galera... Chissà, situazioni forse causate da un artista che non riusciva a confrontarsi con gli anni che passano, con la fama artistica che si appanna, con il declino fisico e creativo. Fino alla notte di Natale del 2006 che se l’è portato via, lasciandoci però il suo ruolo da gigante nella musica del Novecento.

Anche il presidente Bush ha diffuso una nota di cordoglio. E il reverendo Jesse Jackson ha detto: «James Brown è morto come una stella di Natale. Solo una stella può morire a Natale...».

giovedì 14 dicembre 2006

GORIZIA Il nuovo album di Caparezza - che domani alle 21 canta al Teatro Verdi di Gorizia - si apre con la stessa frase con cui si chiudeva il disco precedente: «Mamma quanti dischi venderanno se mi spengo...».

«Sono ripartito da quella frase - spiega il rapper-cantautore pugliese, che all’anagrafe di Molfetta si chiama Michele Salvemini - per imbastire tutto il discorso. ”Habemus Capa” parte dalla finzione della mia morte, per prendermi la libertà di raccontare le mie cose senza dover mettermi in prima persona. Non è sicuramente una novità, visto che tanto artisti hanno finto di essere morti. Ma è un artificio teatrale con cui ho provato a giocare...».

Cosa voleva dire, nascondendosi dietro questo artificio?

«Tutte le mie canzoni sono ispirate alle cose che vivo. E io ho la fortuna - o la sfortuna, a seconda dei punti di vista - di vivere in un tempo che ha tante cose da raccontare...».

Il disco è uscito ad aprile. In questi mesi cosa avrebbe voluto raccontare?

«Tante cose. Tanti spunti da sfruttare. Dalla storia dei brogli alle elezioni a quella dei servizi segreti, fino al fatto che tutti i tg hanno dato per prima notizia lo svenimento di un ex premier mentre tacciono sul genocidio del Darfur...».

Le canzoni non parlano spesso di questi temi. Anzi, non ne parlano proprio...

«Il problema è che non ne parlano nemmeno i giornali. Tutto quello che riguarda l’Africa, il terzo mondo, nei nostri giornali e nei nostri notiziari o viene liquidato in poche righe o non esce proprio. Si preferiscono gli affari delle famiglie reali o altre facezie di questo tipo...».

Cosa la indigna?

«La superficialità con cui si accetta tutto quel che avviene. Manca la voglia di essere contemporanei, di essere parte di questo mondo. Si preferisce essere consumati da questi tempi, da questo mondo dominato appunto dal consumismo, dal denaro, dall’apparenza».

Nella sua Puglia questi tempi che spunti le danno?

«La mia regione, come altre del Sud, è purtroppo dominata dalla malavita. C’è un’immagine della Puglia come regione ricca, soprattutto se messa a confronto con le altre regioni del Sud. Ma si pensi soltanto allo sfruttamento degli immigrati che raccolgono i pomodori: un dramma denunciato da un’inchiesta dell’Espresso...».

Caparezza, ma è vero che ha fatto baruffa anche con la sua casa discografica?

«No, il fatto è che per loro il mio album, uscito ad aprile, è ormai morto e sepolto. Per questo, dopo averne tratto tre singoli, erano contrari a finanziare l’uscita del quarto e soprattutto la realizzazione del quarto videoclip...».

E lei che ha fatto?

«Il quarto singolo esce lo stesso. È ”The Auditel Family”. E il video me lo autoproduco...».

Arrabbiato?

«No, anzi. Del resto dovevo aspettarmelo: essendo io morto nella finzione delle canzoni, anche il mio album è morto. Almeno per la mia casa discografica. Invece io penso che un disco, proprio come un libro, è una testimonianza che può durare anche un anno, o molto di più, nel caso delle opere di valore...».

Ma il disco nuovo quando esce?

«C’è tempo. Ora sono in tour fino a marzo. Poi si vedrà. Penso verso la fine dell’anno prossimo...».

martedì 12 dicembre 2006

Un nuovo modello di città a volte parte da piccole grandi cose. Per esempio da un gruppo di mamme che cura un giardino pubblico, che affianca l’ente pubblico in un’azione di recupero di uno spazio verde, che organizza attività ricreative e culturali. E fa rivivere, così, un pezzo di città. È la storia del giardino triestino di via San Michele, sotto San Giusto.
E dell’associazione AnDanDes: un nome che deriva dal verso di una filastrocca, duecento soci e una combattiva presidente, l’argentina di Trieste Laura Flores. Un lavoro cominciato da sei anni, regolamentato nell’aprile scorso con tanto di concessione triennale, che scade per l’appunto nel 2009.

Oggi questa esperienza è portata ad esempio a livello nazionale, con l’inserimento nel volume «Buone pratiche e servizi innovativi per la famiglia», curato da Pierpaolo Donati e Riccardo Prandini per l’Osservatorio nazionale sulla famiglia ed edito da Franco Angeli.

«Come molte altre città - scrive nel suo intervento Daniele Ventura, dottorando in sociologia all’università di Bologna - Trieste viveva da alcuni anni il problema dell’abbandono degli spazi verdi. Questo fatto aumentava per le famiglie che rimanevano nel contesto urbano il rischio di isolamento e la difficoltà di spazi per il gioco per i propri bambini. Nella zona di Cittavecchia l’associazione di madri AnDanDes aveva cominciato a sperimentare un’azione di recupero di uno spazio verde per trasformarlo in un’area di gioco libero e successivamente, nel periodo estivo, in uno spazio di gioco, accudimento e cura organizzati, gestito dalle socie, da volontari, artisti e membri di altri organismi del privato sociale».

AnDanDes, segnala ancora Ventura, ha raggiunto negli anni, con l’appoggio delle istituzioni comunali, «risultati molto positivi sia per il recupero dell’area sia per la promozione della socialità e della partecipazione alla cura dell’infanzia. Il progetto è continuato a crescere (e tuttora è in fase di espansione) fino ad arrivare alla progettazione e costruzione di uno spazio strutturato, attivo per tutto l’anno, che interessa sia il gioco organizzato per bambini piccoli che forme di azione, sostegno, socializzazione per le madri e in generale per i genitori».

Nel volume si registra inoltre come il Comune di Trieste, «colpito positivamente dalla capacità di fare animazione coinvolgendo la cittadinanza in progetti di educazione, accudimento e cura per l’infanzia», abbia negli ultimi anni recepito l’esperienza, valutando anche la possibilità di diffusione della stessa sul territorio cittadino, con il coinvolgimento di altri organismi e strutture.

Fin qui il libro, che porta ad esempio l’esperienza triestina ma ovviamente ignora le recenti difficoltà che essa sta attraversando. Nelle pagine di cronaca del nostro giornale i lettori sono infatti già stati informati, negli ultimi mesi, dei ripetuti atti vandalici che il giardino di via San Michele ha subito. E poi, anche negli ultimi giorni, delle incomprensioni fra l’associazione e il Comune.

«In tutti questi anni - sottolinea Laura Flores, argentina trapiantata a Trieste, dove è arrivata per la prima volta nell’89, attirata come tanti dalla rivoluzione psichiatrica di Franco Basaglia - abbiamo avuto sempre un ottimo rapporto con l’amministrazione comunale. E vogliamo continuare ad averlo, convinti come siamo dell’importanza del lavoro comune fra la nostra associazione e l’ente pubblico. Diciamo però che da qualche tempo abbiamo dei problemi di comunicazione e di vera e propria incomprensione con il Servizio verde pubblico».

«Negli ultimi mesi - prosegue la presidente dell’associazione - nel giardino ci sono stati diversi atti vandalici, nonostante da parte nostra siano sempre stati rispettati tutti i controlli e le cautele del caso. Atti vandalici e danneggiamenti da cui siamo noi per primi colpiti. Ciononostante, e nonostante la convenzione sia stata firmata soltanto nell’aprile di quest’anno, ci sono già state rivolte delle minacce di revocare la stessa...».

Per ovviare a questa situazione, e auspicando una sempre maggiore collaborazione con il Comune di Trieste, l’associazione AnDanDes ha incontrato recentemente la Commissione trasparenza del Comune. Si è parlato degli atti vandalici e dei danni alla struttura, ma anche delle scritte ingiuriose apparse nel giardino e rivolte proprio contro chi si occupa di gestire l’area. E si è parlato pure delle incomprensioni che l’associazione lamenta con il Servizio verde pubblico del Comune, che ultimamente ha chiesto all’associazione un controllo più attento della pulizia e un monitoraggio più costante sulla chiusura dei cancelli e sulla situazione dei servizi igienici.

Per risolvere la situazione, e per proseguire nella collaborazione, una delle ipotesi è di discutere con l’amministrazione comunale l’istituzione di un regolamento interno alla struttura.

L’obiettivo è sempre quello maturato anni fa, in una serie di incontri tra genitori in piazza Hortis: pensare a uno spazio dove poter allevare con tranquillità i propri figli. Lo spazio venne identificato nel bel giardino a più livelli di via San Michele, una struttura importante creata verso la metà degli anni Cinquanta dai lavoratori disoccupati raggruppati sotto la sigla Selad.

Un’esperienza cresciuta nel corso degli anni, che ora il volume edito da Franco Angeli porta ad esempio a livello nazionale. Ma in una città dove c’è chi pensa di poter risolvere i gravi problemi del disagio e dell’emarginazione eliminando le panchine, quell’esperienza oggi vive un momento di difficoltà.

domenica 10 dicembre 2006

DISCHI: CAMMARIERE, ELISA, LUTTAZZI/FIORELLO/VENDITTI

Canzone e jazz, un amore irrisolto. Soprattutto per gli italiani. Ma è sempre bello ritrovare Sergio Cammariere, quarantasei anni, calabrese di nascita, romano di adozione, cultore del connubio. Ed è bello accorgersi che è rimasto se stesso. L’effimera sbornia di notorietà seguita al terzo posto al Sanremo del 2003, con «Tutto quello che un uomo», rischiava di travolgerlo. Di mettere a rischio quel sottile equilibrio che anni di lavoro erano riusciti a creare nella sua produzione. L’ascolto del nuovo album, «Il pane, il vino e la visione» (Capitol Emi), che arriva a due anni di distanza dal precedente «Sul sentiero», anticipato dal singolo «Non mi lasciare qui», fuga qualsiasi timore. La musica di Cammariere crea con le parole di Roberto Kunstler (che ha un passato di cantautore) un unicum originale e di grande qualità.

Fra i solchi si respira profumo di quelle cose semplici richiamate anche dal titolo. C’è, come spiega l’artista, «voglia di sognare che è la forza di credere e di sperare, partendo dalla consapevolezza semplice e sincera dei propri sentimenti...». La canzone allora diventa jazz, e il jazz scivola nella canzone, in un viaggio lungo e meditato, nel quale ogni sonorità trova una sua ragione d’esistere e si fonde senza soluzione di continuità. Un viaggio in cui gli strumenti diventano voci, echi di luoghi lontani in costante cambiamento, nella necessità d’espressione e nella voglia di comunicare, «di sollevare le parole come se fossero vento e di contrappuntarle in un dialogo continuo...». Fra i brani: «Canzone di Priamo», «E mi troverai», «Le cose diverse» (parole di Pasquale Panella), «Padre della notte»...

La nostra piccola grande Elisa è appena tornata in pista con «Soundtrack ’96-‘06» (Sugar Warner), prima raccolta dei suoi maggiori successi in dieci anni di carriera. È una selezione dei singoli che in hanno segnato la carriera della popstar di Monfalcone: da «Labyrinth» a «Sleeping in your hand», da «Luce (Tramonti a Nord Est)» a «Gift», da «Rainbow» a «Together». Ma ci sono anche quattro inediti, che rendono unica la raccolta: «Stay» che apre il cd, «Gli ostacoli del cuore» scritta da Ligabue (con duetto) e singolo di lancio, «Qualcosa che non c’è» e «Eppure sentire (Un senso di te)». È un gran disco (in commercio anche nella versione «cd+dvd», comprendente i videoclip usciti in questi anni), che per Elisa potrebbe rappresentare una sorta di punto e a capo. In una carriera che in fondo è soltanto agli inizi.

Spostiamoci da Monfalcone a Trieste per il grande omaggio che il mondo dello spettacolo italiano ha finalmente tributato a Lelio Luttazzi. Ottantatre anni, già protagonista della musica e dello spettacolo di casa nostra quando la tivù era ancora in bianco e nero, trentacinque anni fa si ritirò a vita privata. Ci ha pensato Fiorello a coinvolgerlo recentemente in un suo show, e poi sono arrivati la recente serata omaggio romana e questo disco: «Per amore» (SonyBmg). Mina e Luttazzi nello storico duetto iniziale, «Chi mai sei tu». E poi Christian De Sica che fa «Canto (anche se sono stonato)», Fiorello nel «Giovanotto matto», Arbore in «Souvenir d’Italie», Morandi in «Una zebra a pois», Dalla in «Vecchia America»... Chiusura con il grande Lelio e la sua «El can de Trieste». Davvero una bella pagina di storia della nostra canzone.

 

Ascoltare la Pfm è come tornare ragazzi. «Stati di immaginazione» (SonyBmg) è il nuovo progetto (cd+dvd) di quella che, prima di celarsi dietro l’acronimo, si chiamava Premiata Forneria Marconi, più o meno trentacinque anni dopo gli esordi di «Storia di un minuto». Si tratta di un progetto strumentale in otto brani, ispirati da altrettanti lavori visivi. Uno spettacolo multimediale ideato da Iaia De Capitani, manager del gruppo, nato per «coinvolgere i cinque sensi con un linguaggio universale in grado di parlare a tutte le generazioni». I video raccontano lo splendore e l’angoscia di Venezia («La città dell’acqua»), l’affascinante caos nella testa dell’uomo («Il mondo in testa»), le conquiste quotidiane degli aborigeni («La conquista»), l’inquietudine del futuro («Cyber Alpha»), il genio di Leonardo e il suo sogno irrealizzato di volare («Il sogno di Leonardo»), l’Olanda del passato, («Nederland 1903»), la libertà dell’acqua («Agua Azul»), le invenzioni di un genio («Visioni di Archimede»).

Il disco arriva dopo quello dedicato interamente al commento musicale alla versione teatrale di «Dracula», nel quale aveva avuto un ruolo predominante Flavio Premoli, tastierista e fondatore del gruppo, da poco uscito nuovamente dalla band, dopo esservi brevemente rientrato. Ora del nucleo originario della Pfm sono rimasti Franz Di Cioccio (cantante ma inizialmente batterista), Franco Mussida alle chitarre e Patrick Djivas al basso (che peraltro nella prima formazione non c’era: entrò quasi subito al posto del primo bassista Giorgio Piazza).

Il tour del gruppo è partito a fine novembre da Roma, tocca stasera Milano e arriva a Trieste, al Rossetti, giovedì 21 dicembre. Sarà l’occasione per vedere dal vivo questo nuovo spettacolo, quasi trentacinque anni dopo l’esordio triestino, al Dancing Paradiso di via Flavia, di quella che allora si chiamava - per esteso - Premiata Forneria Marconi. Era appena uscito l’album «Storia di un minuto», che fra gli altri brani comprendeva «Impressioni di settembre» e «La carrozza di Hans».




Anche il 2006 è stato l’anno di Fiorello, autentico numero uno dello spettacolo italiano. Dopo il successo del cd «W Radio2» (180 mila copie vendute), ecco il dvd con il «dietro le quinte» della trasmissione radiofonica. Fiorello, Baldini e il maestro Cremonesi spiano se stessi, regalando un'ora di divertimento. La stesura dei copioni, le prove, le battute in libertà, l'improvvisazione con gli ospiti, gli scherzi, le goliardate in diretta... Si ride con Mike Bongiorno, il tabagista Camilleri, il «cattivo» Morandi, il centralinista del Quirinale, scoprendo ciò che accade ogni giorno nello studio dove ha luogo la diretta. Fra gli ospiti anche Abatantuono, Baudo, Nanni Moretti, la Bellucci, Buffon, la Cortellesi... Un’unica pecca: dura poco.

 

Anche Venditti sforna il suo bravo triplo. S’intitola «Diamanti», ed è la raccolta più completa e ricca della lunga serie disponibile nella discografia ufficiale del cantautore romano. Quarantasei brani che abbracciano trentatre anni. Non c’è ordine cronologico. Si comincia con «Alta marea», si chiude con «L’amore insegna agli uomini». In mezzo: «Notte prima degli esami», «Compagno di scuola», «Lacrime di pioggia», «Amici mai», «Che tesoro che sei», «Una lurida e stupida storia d’amore», «Mio padre ha un buco in gola», «Lilly»... Di alcuni brani (come «Buona domenica»), che erano usciti per un’altra casa discografica, non sono proposte le versioni originali, ma nuove versioni dal vivo.