domenica 10 febbraio 2008

 


YES, WE CAN


E' stato un credo, scritto dai padri fondatori, che dichiararono il destino di una nazione.

Sì, noi possiamo.



È stato sussurrato da schiavi e abolizionisti, che tracciarono un sentiero verso la libertà.

Sì, noi possiamo.



È stata cantata da immigrati catturati da lidi lontani e pionieri, spinti verso ovest in uno spietato deserto.

Sì, noi possiamo.



È stata la chiamata di lavoratori che si sono organizzati; donne che hanno ottenuto il diritto di voto; di un Presidente che ha scelto la luna come nuova frontiera; e un Re, che ci ha condotto alla vetta e indicato la strada per la Terra Promessa.



Sì, noi possiamo per la giustizia e l'uguaglianza.

Sì, noi possiamo per la prosperità e l'opportunità.

Sì, noi possiamo guarire questa nazione.

Sì, noi possiamo riparare il mondo.

Sì, noi possiamo.



Sappiamo che la battaglia sarà lunga, ma dobbimo ricordare che non importa quali ostacoli incontreremo nel nostro cammino, nulla può frapporsi al potere di milioni di voci chiedono il cambiamento.



È stato detto che non possiamo farlo da un coro di cinici... saranno solo più forti e stonati... Ci hanno chiesto di fermarci e guardare realtà. Siamo già in guardia contro chi offre al popolo di questa nazione false speranze.



Ma nella strana storia che è l'America, non vi è mai stato nulla di falso nella speranza.



Ora le speranze della bambina che va a scuola in un sobborgo di Dillon, sono gli stessi sogni del ragazzo che studia per le strade di Los Angeles; noi ci ricorderemo che qualcosa è successo in America; che noi non siamo così divisi come ci suggerisce la politica; che siamo un unico popolo; una nazione; e, insieme, inizieremo il prossimo grande capitolo della storia americana con tre parole che risuoneranno da costa a costa, dal mare al mare splendente:



Sì, noi possiamo.


 

 


 


...YES, WE CAN...


 


http://canali.libero.it/affaritaliani/videoobamacanzone040208.html


 


 

SHEL / Shel Shapiro è nato a Londra nel ’43 e vive in Italia dal ’63, quando con i suoi Rokes (gruppo inglese attivo fra il ’61 e il ’70) capitò per caso nel nostro Paese. I quattro ragazzoni - oltre a Shel: Mike, Bob e Johnny - erano arrivati come gruppo del cantante Colin Hicks, che però si ammalò l’ultimo giorno della tournèe. Finì che sul palco ci andarono da soli, che Shel sostituì il cantante e che il successo fu immediato e travolgente. Seguirono un contratto discografico con la Rca e una sfilza di successi a 45 giri: da «Piangi con me» a «Bisogna saper perdere» (Sanremo ’67), da «Eccola di nuovo» a «E la pioggia che va», fino all’indimenticata «Che colpa abbiamo noi». Erano spesso cover di brani inglesi o americani, ma fecero dei Rokes uno dei gruppi protagonisti del beat italiano. Shel, come si diceva, è rimasto in Italia. Ha proseguito la sua carriera come autore, arrangiatore e produttore, lavorando fra gli altri con Mina, Patty Pravo, Gianni Morandi, Mia Martini, Enrico Ruggeri, Riccardo Cocciante... Ha realizzato anche alcuni album solisti. E dopo oltre quarant’anni parla ancora quel caratteristico italiano con accento inglese che fu il marchio di fabbrica vocale dei suoi Rokes.

Ora esce un suo nuovo album, intitolato «Acoustic Circus» (Promo Music/Egea), registrato dal vivo nel maggio scorso al Teatro Comunale di Modena. Il disco viene pubblicato in contemporanea col libro «Storie, sogni e rock’n roll» di Edmondo Berselli, con cui il musicista ha firmato anche lo spettacolo/concerto «Sarà una bella società», che ha debuttato l’estate scorsa al Mittelfest di Cividale.

Riascoltiamo in versione acustica vecchi successi («Che colpa abbiamo noi», «È la pioggia che va», «C’è una strana espressione nei tuoi occhi», «Bisogna saper perdere»...) assieme a nuove/vecchie canzoni. Come «Eldorado», che apre l’album; «Quante volte», scritta anni fa a quattro mani con Mia Martini; le cover di Bob Dylan «Master of war» (che in italiano diventa «L’uomo che sa», con ospite Fabio Treves all’armonica), dei Beatles «Eleaonor Rigby», di Cat Stevens «Wild world», dei Rem «Losing my religion». E poi c’è «Fiume Sand Creek», di Fabrizio De André, che in inglese diventa «River Sand Creek» («nasce un paio di anni fa - spiega Shel - dalla richiesta di Dori Ghezzi di adattare tre canzoni di Fabrizio in inglese per Patti Smith molto interessata alla sua musica...»). E anche «Per amore della musica», che dava il titolo a un album dell’87.

«Non è un’operazione nostalgia — dice ancora Shapiro — ma il ritorno indietro lungo un decennio che si sarebbe definito molto tempo dopo ”gli anni Sessanta”, quando i sognatori si sarebbero trovati ad accettare il posto in banca...».

Ascoltando canzoni vecchie e nuove, si ha la conferma del fatto che non si tratta di patetico revival. Anzi, sembra di respirare nuovamente, oggi come allora, l’urgenza del cambiamento, l’insurrezione contro il conformismo, contro le convenzioni, contro una società che è cambiata non ancora abbastanza e forse non nella direzione sperata.

Shel Shapiro «continua - come si legge in copertina - a sperimentare e cercare il presente nel dialogo con la Storia, quale manifestazione del contemporaneo». Un modo intelligente di ricordare musicalmente il demonizzato Sessantotto, giusto quarant’anni dopo.


POOH / Negli anni di Shel Shapiro e dei Rokes c’era il beat. E i Pooh erano uno dei tanti complessi - i gruppi si chiamavano così, allora - che sgomitavano in una scena vitalissima. Sono passati quarant’anni, la quasi totalità di quei complessi non c’è più, ma i vecchi Pooh sono ancora in campo. Trasformati in un’efficace azienda (disco, tour, nuovo disco, nuovo tour...) della musica leggera italiana.

Il loro nuovo album, «Beat ReGeneration» (Atlantic Warner), è un omaggio a quegli anni, a quei protagonisti, a quell’epoca. I quattro rileggono dodici canzoni del miglior beat italiano, rigenerandole. Erano quasi tutte cover di pezzi inglesi o americani, dunque i Pooh fanno... le cover delle cover. Ma l’operazione funziona, in certi casi addirittura meglio dell’originale. Si va da «È la pioggia che va» e «Che colpa abbiamo noi» (Rokes, ’66) a «La casa del sole» (Bisonti, ’65), da «Pugni chiusi» (Ribelli, ’67) a «Un ragazzo di strada» (Corvi, ’66), da «29 settembre» (Equipe 84, ’67) a «Eppur mi son scordato di te» (Formula 3, ’71), con alla fine un’incursione nell’allora nascente pop italiano: «Gioco di bimba» (Orme, ’72).

«Abbiamo voluto scegliere quei testi - spiegano i Pooh - che sono stati importanti per una generazione che cantava a una sola voce la stessa canzone. Era la generazione del cambiamento. Abbiamo scelto queste canzoni per affetto in mezzo a migliaia. Tanto è vero che questo è stato un disco difficile, o forse il più difficile dei Pooh, dato che ci sono voluti tre mesi di sala di incisione e molta preproduzione: era necessario capire come farlo, anche se l'idea c'era già da più di un anno e mezzo, alcuni singoli erano talmente perfetti che abbiamo deciso di non riproporli, saremmo caduti sul già fatto...».

Dal 29 marzo «Beat ReGeneration» è in tour. Partenza da Mantova. Il 2 aprile al PalaTrieste.


DALLA / Un doppio cd e un doppio dvd registrati a Bologna nel novembre scorso, durante una tappa del trionfale tour teatrale «Il contrario di me». Un tour che ha fatto registrare in oltre 40 teatri italiani il tutto esaurito e che, a detta di molti, ha portato in giro «il più bel concerto di Dalla e senza dubbio il più affacinante». Con lui: Ricky Portera e Bruno Mariani alle chitarre, Fabio Coppini alle tastiere, Roberto Costa al basso, Maurizio Dei Lazzaretti alla batteria, Gionata Colaprisca alla percussioni, la corista Iskra Menarini e l’attore Marco Alemanno che ha interpretato alcuni momenti di recitazione. Nel cd e nel dvd (regia: Ambrogio Lo Giudice), tutti i grandi classici del cantautore bolognese.


SPOT / Esistono musiche che sono diventate notissime grazie a uno spot pubblicitario. Ecco allora questa prima raccolta di musiche per la pubblicità realizzate da Ferdinando Arnò. Un disco che «trova il sound, l’accento che dà corpo a un’idea visiva, a un racconto - spiega l’autore –. La musica, infatti, può lavorare per empatia, per contrasto, per sottrazione, perché non esiste un brano perfetto, ma un’idea musicale che esalta l’impatto espressivo del commercial...». Al progetto hanno collaborato Malika Ayane (che canta anche il brano di apertura «Soul weaver», pubblicità della Saab), Jon Kenzie, Sandy Chambers, Luca Colombo e Marco Guerzoni

martedì 29 gennaio 2008

SANREMO


Siamo senza governo, la situazione è grave ma non è seria: abbiamo il Festival di Sanremo. Manca un mese al 25 febbraio, ma la kermesse è praticamente già cominciata. Lo si è capito ieri, dalla conferenza stampa di presentazione. Pippo Baudo, alla tredicesima conduzione: «Sanremo non è al tramonto. Tra le manifestazioni più durature è al primo posto...». E Piero Chiambretti, di rimando: «Più che per il Pd io tifo per il Pb, ovvero Pippo Baudo. Dura cinque giorni, quasi più del centrosinistra...». Battuta fin troppo facile, che comunque la situazione merita.

Povia e qualche altro escluso più o meno eccellente, nei giorni scorsi, aveva addebitato la propria bocciatura al fatto di non essere organico alla sinistra. All’Indipendent Music Day, che si terrà a Sanremo negli stessi giorni del Festival, ci sarà spazio per tutti: esclusi, emergenti e riemergenti dalle nebbie del tempo. Un quarto d’ora, o almeno cinque minuti di notorietà, nei giorni della rassegna, non si nega a nessuno.

Intanto è scoppiata la prima polemica, sale necessario di ogni edizione che si rispetti. La canzone «Il rubacuori», di Federico Zampaglione, in gara fra i big, è stata prima accettata e poi rifiutata dalla casa discografica dell’artista romano, la Emi, trattando il tema del precariato e dei licenziamenti di massa, decisamente di attualità anche nell’industria discografica in perenne crisi. Zampaglione si è presentato da indipendente, ma il brano è saltato dalla compilation del Festival, gestita dalle major discografiche.

Ha detto Giuseppe Giulietti, parlamentare, portavoce dell’associazione Articolo 21: «Ci auguriamo che la casa discografica si appresti a smentire e qualche dirigente spieghi che è stata una non felicissima trovata pubblicitaria, altrimenti saremmo di fronte a un fatto gravissimo; non solo a un'altra forma di censura ma a qualcosa di più grave, una testimonianza palese di insensibilità per una tema al centro delle preoccupazioni di milioni di italiani».

Poi si è saputo che il brano farà parte della compilation e che Zampaglione al Teatro Ariston duetterà assieme ad Annie Lennox, già con gli Eurythmics, appena licenziata dalla Sony. Ma l’episodio è significativo di un clima. Del tipo: non disturbate il manovratore. Nemmeno con le canzoni...

Rimangono i numeri e gli annunci. Si parte lunedì 25 febbraio con dieci Campioni e sette Giovani; voto della giuria demoscopica, che manda i quattro Giovani più votati alla prima finale di venerdì. Martedì 26 idem, con la designazione degli altri quattro Giovani finalisti. Mercoledì 27 pausa calcistica: di scena il solo Dopofestival, che quest’anno torna alla sede abituale del Casinò (con Chiambretti ci saranno Elio e le storie tese).

Giovedì 28 ritornano i venti Campioni, ognuno dei quali affiancato da un partner, italiano o straniero. Venerdì 29 finale dei Giovani (decide la somma fra giuria demoscopica, televoto e giuria di qualità) e spazio ai superospiti: per ora si parla di Lenny Kravitz, Kylie Minogue e la nuova stella del soul inglese Leona Lewis; fra gli italiani Jovanotti, Giorgia, Antonello Venditti, Gianni Morandi e Fiorella Mannoia.

Sabato primo marzo finalissima, con prevedibili ore piccole nella miglior tradizione baudiana, maestro sopraffino nell’allungamento dei brodi. Anche in questo caso decidono giuria demoscopica, televoto e giuria di qualità.

Il vincitore verrà fuori da questa lista: Fabrizio Moro con «Eppure mi hai cambiato la vita», Tricarico con «Vita tranquilla», Loredana Bertè con «Musica e parole», Max Gazzè con «Il solito sesso», Toto Cutugno con «Un falco chiuso in gabbia», Sergio Cammariere con «L’amore non si spiega», i Finley con «Ricordi», Eugenio Bennato con «Grande sud», Mietta con «Baciami adesso», Amedeo Minghi con «Cammina cammina», Giò Di Tonno e Lola Ponce con «Colpo di fulmine», Frankie Hi Nrg con «Rivoluzione», Gianluca Grignani con «Cammina nel sole», L'Aura con «Basta!», Little Tony con «Non finisce qui», Paolo Meneguzzi con «Grande», Anna Tatangelo con «Il mio amico», Mario Venuti con «A ferro e fuoco», Michele Zarrillo con «L'ultimo film insieme», il citato Zampaglione con «Il rubacuori».

Con Baudo e Chiambretti, archiviato il ciclone Hunziker, sul palco ci saranno di nuovo due vallette: la mora attrice di Bitonto Bianca Guaccero (la sua perla: «mi sento come una bambina nel castello delle favole...») e la biondona ungherese Andrea Osvart (altra perla: «ho passato metà della mia vita a studiare l'italiano, ora i miei sacrifici sono stati ricompensati...»). Ce lo meritiamo, Sanremo, ce lo meritiamo...

sabato 26 gennaio 2008


 


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TRIESTE Gino Paoli ha cantato a Trieste tante volte. Da solo o con Ornella Vanoni, al Rossetti o nel parco dell’ex manicomio di San Giovanni. Sabato primo marzo, alla Sala Tripcovich, il concerto che terrà sarà del tutto particolare. Primo, perchè il cantautore nato a Monfalcone ma genovese d’adozione sarà accompagnato dal quintetto jazz del trombettista Enrico Rava (torinese nato per caso a Trieste, in via Tor San Piero, a Roiano, e poi diventato in realtà «cittadino del mondo»), formato da Flavio Boltro alla tromba, Danilo Rea al pianoforte, Rosario Bonaccorso al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria. Dunque le canzoni immortali di Paoli saranno presentate al pubblico in una veste diversa dalla solita: «risciacquate in jazz», se così si può dire.

Ma c’è anche un altro motivo che renderà particolare il concerto del primo marzo alla Tripcovich: il fatto che viene organizzato dall’Associazione culturale Franco Basaglia, nell’ambito delle iniziative per il trentennale della Legge 180, che chiuse i manicomi e fu il frutto di un lavoro svolto soprattutto a Trieste, negli anni Settanta. Anni in cui Gino Paoli fu uno dei primi musicisti (con gli Area, Giorgio Gaslini, Ornette Coleman...) a venire a cantare e suonare nel grande parco di San Giovanni che era ancora un manicomio ma si stava lentamente e progressivamente aprendo alla città.

Il jazz è un vecchio amore di Paoli, tornato in primo piano lo scorso anno grazie all’album «Milestones, un incontro in jazz» (etichetta Blue Note), inciso dal vivo con gli stessi musicisti che vedremo a Trieste. In quel disco - e nel concerto - alcune delle più celebri canzoni del cantautore vengono spogliate e rivestite di abiti nuovi, passando da una swingante «La gatta» a una toccante «Sassi», da «Senza fine» trattata alla maniera di uno standard alla struggente «Una lunga storia d’amore». Con incursioni in classici del jazz come «Time after time», «I fall in love too easily», «Stardust»...

Nella mattinata del primo marzo, Gino Paoli sarà protagonista di un incontro pubblico nel quale verrà presentata l’iniziativa - già anticipata dal «Piccolo» - dell’Orchestra dei matti di Trieste, di cui l’artista potrebbe diventare un testimonial.

venerdì 25 gennaio 2008

ALLEVI / EINAUDI


TRIESTE Altri due pezzi da novanta si aggiungono al calendario musicale triestino di questo inizio del 2008. Si tratta di due stelle del pianoforte: mercoledì 2 aprile arriva infatti al Politeama Rossetti Giovanni Allevi (che il 31 marzo sarà anche al Teatro Verdi di Gorizia), mentre lunedì 5 maggio raccoglie il testimone, sempre al Rossetti, Ludovico Einaudi.

Per Giovanni Allevi si tratta di un ritorno: negli ultimi due anni ha infatti suonato diverse volte a Udine, Monfalcone, Villa Manin e anche a Trieste. È considerato una delle rivelazioni della scena musicale - e pianistica in particolare - italiana degli ultimi anni. Apprezzato ormai anche fuori dai confini nazionali, avendo suonato da New York al Giappone.

A conferma di quanto di buono aveva intuito Jovanotti anni fa, quando nel ’97 decise di produrre per l’etichetta Soleluna il primo album di quel ragazzo alto e magro, con gli occhiali e una gran testa di capelli ricci, diplomato con il massimo dei voti al Conservatorio Morlacchi di Perugia e al Verdi di Milano, ma anche laureato in filosofia con una tesi su «Il vuoto nella Fisica Contemporanea».

Il pianista - nato nel ’69 ad Ascoli Piceno - ha poi continuato a collaborare con Jovanotti, in studio e dal vivo. E forse anche da lì ha tratto questa sua splendida sensibilità pop ben innestata su un impianto classico e jazz, che si coglie nei dischi e nei concerti. Di Allevi l’ascoltatore apprezza il senso melodico del pianismo, quel suo muoversi oltre ogni barriera di genere e al di fuori di categorie e definizioni. Sembra di ritrovare, trent’anni dopo, gli insegnamenti di un altro celebre pianista, Giorgio Gaslini, sulla musica totale.

Forse non sarà il Mozart del Duemila, come ha subito sparato qualcuno, ma di certo è oggi una delle voci più interessanti e originali della scena musicale italiana. Che rielabora la tradizione classica europea aprendola alle nuove tendenze pop e contemporanee.

L’AlleviLive Tour 2008 parte il 23 febbraio da Roma e prende il nome da «AlleviLive», l’album uscito nell’ottobre scorso del compositore e pianista marchigiano: un doppio disco dal vivo che ha già venduto oltre sessantamila copie e comprende l’inedito «Aria» e ventisei brani tratti dai quattro album di Allevi per pianoforte solo («13 dita», pubblicato nel ’97, «Composizioni», del 2003; «No Concept», del 2005; «Joy», del 2006, oltre 110 mila copie vendute). Due mesi fa è uscito inoltre «Joy Tour 2007», il primo dvd del pianista, registrato dal vivo nell’agosto scorso allo Sferisterio di Macerata.

E siamo a Ludovico Einaudi, nato a Torino nel ’55, figlio dell’editore Giulio e nipote del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Diplomato al Conservatorio Verdi di Milano con Azio Corghi, studi con Luciano Berio, comincia la sua carriera professionale con composizioni orchestrali e da camera, poi eseguite alla Scala, al Maggio Musicale Fiorentino, al Festival di Tanglewood (Stati Uniti), al Lincoln Center di New York, alla Queen Elisabeth Hall di Londra, ma anche a Parigi, Madrid, Budapest...

Einaudi lavora soprattutto per cinema (tantissime le sue colonne sonore) e teatro, componendo nell’88 l'opera teatrale «Time Out», nel ’90 «The Wild Man» per la Oregon Dance Company e nel ’91 «Emperor». Il lavoro discografico che l’ha fatto conoscere al pubblico è «Stanze», uscito nel ’92: una raccolta di sedici brani per arpa, composti nel corso di tre anni e definiti dall'autore «spazi musicali separati l'uno dall'altro come le stanze di una casa». Sono seguiti fra gli altri «Salgari» (’95), «Le onde» (’96), «Ultimi fuochi» (’98), «I giorni» (2001), «Una mattina» (2004), «Divenire» (2006).

Il pianista torinese ha recentemente fondato l'Einaudi Electric Ensemble</CF>, il gruppo di cinque musicisti che lo accompagnano dal vivo. L’anno scorso ha suonato nel disco «Dormi amore, la situazione non è buona» di Adriano Celentano.

Ricordiamo che i concerti triestini di Allevi ed Einaudi vanno ad aggiungersi a quelli già annunciati di Mario Biondi (11 marzo, Rossetti), Gigi D’Alessio (21 marzo, Rossetti), Pooh (2 aprile al PalaTrieste, la stessa sera di Allevi al Rossetti...), Biagio Antonacci (9 aprile, PalaTrieste).

sabato 19 gennaio 2008

TRIESTE Ieri sera, dopo tanti anni, Claudia Cardinale ha rivisto al Trieste Film Festival il film «Senilità», che non vedeva da tanto tempo. Ha rivisto la sua Angiolina, ha forse ricordato quei lontani giorni delle riprese triestine del film di Bolognini, la sorpresa nello scoprire per la prima volta la bora... E stamattina la grande signora del cinema italiano riparte per Parigi, dove vive da diciotto anni, forse proprio con l’immagine della sua giovane Angiolina negli occhi.


Claudia Cardinale arriva con la bellezza dei suoi imminenti settant’anni portati senza trucchi e senza inganni. Una bellezza che è figlia di quella acerba e sfrontata che fu di Angiolina nel film «Senilità».

Quanto tempo è passato? Troppo. Ma lei pare infischiarsene. Giustamente. Entra nella saletta del moderno hotel vicino piazza Unità dove si svolge l’incontro con il pubblico. L’applauso è al tempo stesso caloroso e rispettoso del mito che si materializza. La signora dribbla le presentazioni rivendicando il suo essere innanzitutto «una persona normale».Una persona normale che non è mai stata tradita dalla macchina da presa, e che detiene forse il record dei film tratti da opere letterarie. Scorrere la sua filmografia è come ripassare la storia del cinema. «Sì - ammette Claudia Cardinale, nata in Tunisia da genitori di origine siciliana - ho avuto il privilegio di lavorare con i maestri del cinema, in un periodo magico com’erano gli anni Sessanta, quando c’era ancora il bianco e nero che io amo molto perchè ti permette di sognare».

E chissà quanti sogni faceva, quella ragazzina eletta a diciott’anni «la più bella italiana di Tunisi» e spedita in viaggio premio a Venezia. «Il cinema - confessa - mi ha salvato la vita. Mi ha aiutato a tirar fuori quel che avevo dentro. Ero una ragazzina introversa, non parlavo mai. Praticamente una selvaggia. Grazie al cinema ho vissuto cento vite. Sono stata principessa e puttana, santa e donna del popolo. Mi ha sempre affascinato vivere altre vite. Ma non ho mai fatto me stessa, al cinema. Perchè mi sono sempre imposta di separare la vita dalla finzione cinematografica».

Una finzione che all’inizio ha riguardato anche quella voce così particolare. «Agli esordi sembrava un ostacolo. Dicevano che non andava bene, che era strana, troppo bassa, un po’ alla Louis Armstrong. Avevo finito per crederlo anch’io. E mi ero ormai abituata a essere doppiata, nei film. Finchè non è arrivato Fellini, con il suo fiuto straordinario, e mi è stata restituita la mia voce».

Fellini, dunque, che sul set era tutto caos e improvvisazione. Mentre Visconti pretendeva silenzio assoluto. Quasi come a teatro. Quel teatro scoperto tardi. «Tanti anni fa ho detto no anche a Strehler. Che stupida... Poi hanno insistito sia Scaparro che il mio compagno, Pasquale Squitieri. Finchè ho detto sì. Prima una ”Venexiana” a Parigi, nel 2000, poi Pirandello, Tennessee Williams, ma anche Andrea Liberovici».

Cinema e teatro: due mondi, due dimensioni antitetiche. «A teatro c'è il rischio, se sbagli non puoi ripetere l'inquadratura come si fa al cinema. E non c’è più nemmeno il suggeritore che ti salva quanto dimentichi una battuta. Al cinema è fondamentale la capacità di trasmettere emozioni con il viso, con i gesti, con tutto il corpo. Per questo Marlon Brando era il più grande di tutti».

All’inizio, a teatro, aveva paura. «Poi l'ho superata. Non volevo sentir parlare di palcoscenico. Ero terrorizzata. Io, che sono abituata a flirtare con la macchina da presa, qualche volta mi sento fragile, ma so anche prendermi i miei rischi. Proviamo, mi sono detta. A Parigi, nelle prime settimane di prova, non riuscivo nemmeno a mangiare. Però tutti mi sono stati vicini, tutti mi hanno aiutata. Da un certo momento in poi, non ho avuto più tempo per aver paura...».

C’è tempo per altri ricordi: citazioni, aneddoti, commossi ultimi incontri. «Bolognini mi manca, è sempre dentro di me. Ci capivamo al volo, senza bisogno di parole. Quasi come Zurlini, un vero esteta, che mi chiamava Lumumba per le mie origini africane...». Già, l’Africa, quel cuore africano che batte sempre forte. Il cuore di una figlia di emigranti che non ha mai spesso di emigrare. «Vivo a Parigi da diciotto anni. Ci sto bene, lì c’è rispetto per gli artisti, per la cultura. È una città dove posso condurre una vita normale».

Ma qui non si può non parlare anche di Trieste, di «Senilità», di Angiolina. «Trieste l’ho sempre trovata meravigliosa. Così austera, con i suoi palazzi, la sua piazza. In tutti questi anni sono tornata tante volte, anche l’anno scorso, per fare ”Lo zoo di vetro” a teatro. Ma di quella prima volta ricordo ancora la sorpresa della bora, di questo vento forte che un giorno, durante le riprese del film, quasi mi ha spaventato. E poi il freddo, tanto che anche stavolta, nel dubbio, mi sono portata la pelliccia... Cambiata la città? No, non mi sembra. Forse è un po’ migliorata, ma ho sempre subito il fascino di questo luogo dove si incontrano e convivono etnie e tradizioni diverse».

Ieri sera, dunque, Claudia Cardinale ha rivisto «Senilità». E chissà che non porti un pezzetto di Angiolina nei tre progetti che ha per il 2008: un film francese a Marsiglia, con il Jacques Perrin de «La ragazza con la valigia»; uno in Tunisia con un giovane regista tunisino, e poi un film («con un grande regista italiano... il più grande... ma non dico il nome perchè non abbiamo ancora firmato il contratto...») tratto da «Il primo uomo» di Camus. Ancora cinema e letteratura, insomma. Per una grande signora che confessa: «Io amo il silenzio, vivo da sola nel silenzio...».