lunedì 10 novembre 2008

MIRIAM MAKEBA


CASERTA La cantante sudafricana Miriam Makeba è morta nella clinica Pineta Grande di Castel Volturno dove era stata trasportata l’altra notte dopo essere stata colta da un malore, al termine della sua esibizione al concerto anticamorra e contro il razzismo dedicato allo scrittore Roberto Saviano, tenutosi a Castel Volturno. Aveva 76 anni. L'artista aveva accusato un malore subito dopo aver concluso il concerto.


Mama Africa è spirata nell’ospedale dove da anni si registra il maggior numero di nascite di figli di extracomunitari. Se n’è andata sul campo di battaglia, in prima linea, proprio come aveva sempre vissuto. Un’esistenza intera spesa sul fronte della lotta per i diritti civili, contro l’apartheid e ogni razzismo. Un’esistenza il cui ultimo atto è stato cantare a un concerto organizzato per esprimere solidarietà a uno scrittore che vive braccato dalla criminalità organizzata. Un concerto contro tutte le ingiustizie. In una città dove due mesi fa la camorra ha ucciso per strada sei extracomunitari.

Nelson Mandela l’ha definita la «madre» della nazione sudafricana. «Era la first lady sudafricana della canzone e merita il titolo di Mamma Africa: è stata la madre della nostra lotta e della nostra giovane nazione», ha scritto il Premio Nobel per la Pace in un messaggio. Di certo è stata un’artista sempre al fianco dei più deboli, dei quali è stata capace di essere la voce. Ha usato la musica e la canzone per esprimere messaggi di libertà e sostenere battaglie di civiltà.

Miriam Zenzi Makeba era nata a Johannesburg il 4 marzo del 1932, quando in Sudafrica imperava la segregazione razziale più dura. Musicalmente è stata a lungo considerata una grande anticipatrice. All’inizio della carriera assieme al primo marito, il musicista Hugh Masekela (nel ’68 avrebbe poi sposato l’ex leader delle Pantere Nere, Stokely Carmichael), in un secondo momento al fianco del grande Harry Belafonte. Seppe coniugare la musica tradizionale dell’amato Sudafrica assieme al jazz e al pop, ben prima che il mondo conoscesse le nuove tendenze che vanno sotto il nome di world music.

«Pata Pata» è rimasto, a distanza di tanti anni, il suo successo più grande e popolare. Ma tutta la sua discografia è ricca e piena di perle rare. Nel ’66 è stata premiata con il Grammy Award per l'album «An evening with Belafonte/Makeba». All’epoca viveva già negli Stati Uniti, e il governo del suo paese - mentre Mandela stava in carcere - nel 1960 le aveva revocato la cittadinanza e ritirato il passaporto. La sua colpa? Aver denunciato alle Nazioni Unite la situazione di apartheid e la politica razzista che toglievano pace e libertà e giustizia al Sudafrica. In quel ’60 la cantante partecipò con il documentario anti-apartheid «Come back, Africa» alla Mostra del Cinema di Venezia. E decise di non tornare più a casa.

Negli anni successivi la Makeba ha vissuto in Europa, negli Stati Uniti e in Guinea. Musicalmente ha sempre mantenuto la sua carriera a ottimi livelli qualitativi, con dischi e concerti in tutto il mondo. Nell’87 ha partecipato alla tournèe «Graceland» con Paul Simon, nel ’90 ha partecipato al Festival di Sanremo in coppia con Caterina Caselli, nel ’92 ha fatto parte del cast del musical «Sarafina». Nell’aprile di quest’anno aveva cantato anche a Pordenone, a chiusura della rassegna «Dedica» per Nadine Gordimer.

Nel suo Sudafrica è tornata dopo trent’anni di esilio nel 1990, invitata da Nelson Mandela - che come lei appartiene all'etnia xhosa per parte di padre: la madre della cantante era invece una sangoma di etnia swazi - ormai uscito dalla galera e diventato presidente. Per l’occasione ebbe un’accoglienza degna di una regina. Anzi, di più. Quella che si doveva a Mama Africa.

venerdì 7 novembre 2008

OBAMA


Obama primo leader politico figlio della new economy. Obama che oggi non sarebbe il primo presidente nero degli Stati Uniti se non ci fosse stato il web. Obama aiutato nell’ascesa dal suo indubbio carisma da rockstar. Obama il cui programma politico è la storia della sua vita...

Tutte sfaccettature che da quarantotto ore vengono rilanciate e analizzate sui giornali e dai commentatori di mezzo mondo. Giuliano da Empoli, trentacinquenne di talento con sette libri già in bacheca, è forse il massimo conoscitore italiano di Barack Obama. Gli ha anche dedicato un libro, uscito per Marsilio due mesi fa: «Obama, la politica nell’era di facebook» (pagg.160, euro 12). Nel quale ricostruisce l’ascesa di colui che cinque anni fa era un semplice membro dell’assemblea statale dell’Illinois («l’equivalente di un consigliere regionale del Piemonte...», chiosa lo scrittore) e che col voto dell’altro giorno, oltre a diventare capo della massima potenza mondiale, è entrato nella Storia.

«Obama l’ho scoperto tre anni fa in tivù - ricorda Giuliano da Empoli, che nel ’96, quando esordì con «Un grande futuro dietro di noi, fu accolto come un autentico enfant prodige - grazie a un mio amico che fa il curatore d’arte a Chicago, e che mi aveva segnalato l’ascesa di questo nuovo leader politico. Nel 2004 lui aveva già tenuto il discorso di apertura alla convention dei democratici che aveva candidato Kerry, ma in Italia non lo conosceva nessuno. Forse nemmeno Veltroni...».

Si aspettava un successo di queste dimensioni?

«Via via che ci si avvicinava al voto, sì. Da noi è stato percepito come un ufo. Un nero presidente degli Stati Uniti? Non ci credeva nessuno, nemmeno a sinistra. Lui invece ha vinto perchè ha portato in politica le trasformazioni della società americana dell’ultimo quarto di secolo. La sua vittoria non nasce solo dalla delusione per Bush, ma ha radici più profonde».

Figlio della new economy. Perchè?

«Analizzandolo con le vecchie categorie della politica americana, è un fenomeno che non si comprende. Negli Usa ci sono i partiti, le lobby, le grandi famiglie. La new economy ha invece prodotto negli ultimi anni fenomeni come Google, l’avventura di due ragazzi partiti da un garage che hanno costruito un impero. È da quel mondo, da quel tipo di avventure velocissime che nasce il fenomeno Obama. Un perfetto sconosciuto, un outsider che in pochi anni si fa conoscere, trova i fondi necessari, assembla le intelligenze e le professionalità giuste. E diventa presidente».

Senza internet sarebbe stato impossibile.

«Certo. Ma gli Stati Uniti ci hanno abituati all’irrompere dei nuovi media: un tempo la radio, poi la tivù, oggi la rete. Che viene usata da tutti. Lo stesso McCain, nonostante l’età, ne fu un precursore, quando nel 2000 contese la nomination a Bush. La novità con Obama è che non usa internet solo per comunicare qualcosa agli altri: lui ha permesso ai suoi sostenitori di comunicare fra loro, creando un movimento dal basso che è stato fondamentale, a lui che viene dal volontariato, per reperire i fondi economici. Poi ha lasciato lo strumento nelle mani della base: un rischio che un politico tradizionale non avrebbe mai corso».

Quanto ha contato il carisma da rockstar?

«Molto. Nello show business le barriere razziali sono cadute da un pezzo. Di quel mondo lui ha preso la dimensione del sogno, come già aveva fatto Kennedy, giovane e prestante come lui, e l’ha trasferita in politica. Senza questa dimensione la sua avventura forse non sarebbe stata possibile. A un certo punto gli è stata anche utilizzata contro da McCain, con qualche contraccolpo nei sondaggi, e lui ha dovuto rallentare. Ma all’inizio, nell’ascesa, gli è servito molto».

Michelle fondamentale.

«Assolutamente. Con una doppia funzione. Lei che viene dal ghetto di Chicago gli ha dato le radici nere che non aveva ma che cercava, come dimostra l’esperienza di volontariato nei quartieri neri. Con cui lui non c’entrava nulla, cresciuto com’è fra le Hawaii e l’Indonesia. E poi, a lui figlio di un padre che aveva avuto otto figli da quattro donne diverse, lei ha dato la solidità di una coppia e di una famiglia. Che negli Stati Uniti è importante».

Come la fede. E con Obama Dio non è più repubblicano...

«I cattolici stavano con Bush, ora hanno votato Obama. Mentre i protestanti sono ancora con i repubblicani, ma in misura minore. La novità di Obama è che parla apertamente dell’importanza della religione, della fede nell’attività politica, mentre i democratici avevano una tradizione più laica. Del resto lui ha forti radici nella religione. Dai predicatori neri ha preso lo stile, l’oratoria, le metafore».

Per il programma ha attinto invece dalla sua vita.

«È un’altra sua particolarità. Basti pensare che a trent’anni aveva già scritto la sua autobiografia. Sì, il programma di Obama è Obama. Si tratta di un’arma retorica molto efficace, usata ben sapendo che il racconto biografico è molto più efficace di un programma, in una società e per una generazione narcisista dove tutti si raccontano, fra blog, siti e social network».

Quarant’anni dopo Bob Kennedy e Martin Luther King, e 45 dopo John Kennedy, Obama oggi rischia la vita?

«Purtroppo sì. Gli Stati Uniti sono pieni di armi, e ci sono questi gruppi di fanatici militarizzati molto pericolosi. Ma il rischio è preso sul serio: già nel discorso della vittoria ho visto che Obama era molto più protetto che nella campagna elettorale. Rimane un forte elemento di preoccupazione».

E in Italia?

«La forza del segnale di Obama è che tutto è possibile. E il contrasto con la realtà italiana è netto. La partita va giocata in positivo, non con il lamento. Obama vince perchè offre una promessa, la realizzazione del sogno americano secondo il quale tutto è possibile».

«Le cose si muovono - conclude Giuliano da Empoli - quando qualcuno porta innovazione in termini di messaggio, contenuti, tecnologia. Ma le trasformazioni della società italiana non sono ancora state portate in politica. L’ultimo che l’ha fatto è stato Berlusconi, ma solo nella fase iniziale, ormai quattordici anni fa. Il prossimo che riesce a farlo vince. Ma a questo punto ci vuole un outsider. Com’era fino a ieri Barack Obama».


 

lunedì 3 novembre 2008

GORIZIA TU SEI MALEDETTA


La Grande Guerra per noi fu anche quella dei seicentomila morti. Seicentomila giovani vite umane sacrificate sull’altare della patria. La battaglia di Gorizia - agosto 1916 - costò da sola un prezzo terribile: oltre cinquantamila soldati per parte italiana, quasi altrettanti sul versante austriaco. Un autentico massacro, secondo gli storici.

Un massacro, un macello a cui venne mandata la gioventù dell’epoca, che valse alla città isontina l’attributo di «maledetta» in una canzone della grande tradizione antimilitarista. «Oh Gorizia tu sei maledetta, per ogni cuore che sente coscienza, dolorosa ci fu la partenza, e il ritorno per tutti non fu...».

Pare che la versione originale fosse stata raccolta, qualche anno dopo i tragici fatti, da un testimone che affermò di averla ascoltata dai fanti che conquistarono la città il 10 agosto 1916. Ma il brano si innestava su moduli di tradizione popolare risalenti a una manciata di anni prima: una strofa è infatti simile a un’altra cantata dei tempi della guerra di Libia.

Fra le tante canzoni contro la guerra, «Oh Gorizia tu sei maledetta» è diventata nel corso del Novecento una delle più conosciute, quasi un simbolo dell’antimilitarismo e del pacifismo italiano.

Ciò un po’ per i toni drammatici e incisivi dei versi, nella ferma e dura condanna della violenza e della guerra, resa più amara dalla sottolineatura di classe, sulla differenza fra ufficiali («Traditori signori ufficiali, che la guerra l’avete voluta, scannatori di carne venduta e rovina della gioventù...») e soldati semplici («Raccomando ai compagni vicini di tenermi da conto i bambini, che io muoio invocando il suo nom...»).

Ma la fama del brano nasce anche dal vero e proprio scandalo avvenuto nel giugno 1964 al Festival dei Due Mondi di Spoleto, nel corso dello spettacolo «Bella ciao», nel quale il Nuovo Canzoniere Italiano proponeva un programma di canzoni popolari e canti della gente comune. Quando Michele L. Straniero e Fausto Amodei, Roberto Leydi e Giovanna Marini cominciarono a cantare i versi di «Gorizia» - recuperata dagli studiosi della musica popolare che si erano raccolti in quella formazione - tutto filò via tranquillo fino al verso «Traditori signori ufficiali...».

Lì scoppia il finimondo. «Un tumulto - come racconta trent'anni dopo lo stesso Straniero - provocato da chi esige l'interruzione dello spettacolo. I dissenzienti non vogliono intendere ragioni: Gorizia non si tocca, la Grande Guerra nemmeno. Questi qui sono una banda di comunisti, il festival è caduto in mano ai rossi, bisogna farli tacere e cacciarli via».

Ancora Straniero: «Un facinoroso particolarmente acceso tenta la scalata al palco: ma Giovanna Marini, già alta e imponente di suo come una matrona romana, lo ferma di botto levandogli sul capo la sua superba e preziosa mandòla. In un palco Giorgio Bocca, tra i sostenitori più convinti, ribatte da par suo a una "carampana" che squittisce dissenso. Dal fondo della sala una voce stentorea proclama: "Signori ufficiali, attenti!"...».

Ufficiali scandalizzati dalla visione assai poco eroica della «guerra vittoriosa». Ufficiali che quel giorno abbandonarono la sala assieme alle autorità. Lo spettacolo venne sospeso. E pochi giorni dopo gli artisti vennero denunciati per vilipendio alle forze armate.

Questo era il clima all’inizio degli anni Sessanta nel nostro Paese. Nei quarant’anni che son passati, soprattutto Giovanna Marini ha mantenuto viva - negli spettacoli e nei dischi - la tradizione di «Gorizia» (questo è ormai diventato il titolo della canzone).

E recentemente anche il gruppo goriziano ’Zuf de Zur - che attinge alle tradizione multietnica di queste terre - ne ha realizzato una versione originale e convincente.

domenica 2 novembre 2008

SHEL


Se è vero che un Paese può essere raccontato anche attraverso la sua musica, «Sarà una bella società» di Shel Shapiro - domani e mercoledì al Comunale di Monfalcone, poi in giro per la regione fino a domenica - è un manuale perfetto di quarant’anni di storia italiana e non solo italiana. Una storia illustrata attraverso canzoni che, fra sentimenti e avvenimenti, fanno da sfondo alla grande trasformazione sociale e culturale cominciata negli anni Sessanta.

«Sarà una bella società, fondata sulla libertà, però spiegateci perchè se non pensiamo come voi, ci disprezzate, come mai...?», cantava nel ’66 Shel Shapiro con quel suo caratteristico accento inglese che oltre quarant’anni in Italia non hanno ancora cancellato. Il gruppo era quello dei Rokes, quattro ragazzi britannici che avevano trovato l’America qui da noi.

La canzone era «Che colpa abbiamo noi», versione firmata Mogol di «Cheryl’s going home» di Bob Lind. Col suo sapiente mix di contestazione e vittimismo, e grazie al ritornello orecchiabile, divenne il manifesto del beat italiano. Ma forse anche della contestazione che stava sbocciando.

Oggi quel verso torna come titolo di uno spettacolo - scritto dal giornalista Edmondo Berselli, debutto al Mittelfest 2007 - che racconta lo spirito di un’epoca attraverso lo strumento popolare della canzone e affidandosi a un uomo-icona degli anni Sessanta. «I Sessanta – spiega Berselli - sono un decennio “seminale”, in cui sembra essersi concentrata una creatività, un’energia sociale, ma anche intellettuale, culturale, comportamentale, davvero irripetibile. Se pensiamo all’America di Bob Dylan, a una voce mai sentita prima che annuncia il tempo nuovo, che investe i grandi raduni civili e politici dell’età kennediana e post-kennediana, abbiamo una fotografia suggestiva del cambiamento».

Speranze, sogni, illusioni di ieri; certezze, amarezze, disillusioni di oggi. Shapiro (vero nome: David) in tutti questi anni ha lavorato nella musica come autore e produttore, ma anche come attore.  Accompagnato dalla sua band (Alessandro Giulini tastiere, fisarmonica e voce; Daniele Ivaldi chitarre; Luigi Mitola chitarre e mandolino; Mario Belluscio basso, Ramon Rossi batteria e percussioni), nello spettacolo - e nel disco omonimo che è stato pubblicato da Edel/Promo Music - Shel alterna alcuni fra i pezzi più celebri della storia del rock e del pop ai suoi più famosi successi, per raccontare la sua storia e i cambiamenti della nostra società, citando Elvis e Beach Boys, Beatles e Rolling Stones, Dylan e Hendrix.

Come si diceva, «Sarà una bella società» va in scena domani e mercoledì al Comunale di Monfalcone, aprendo la stagione, e poi giovedì allo Zancanaro di Sacile, venerdì al Pasolini di Casarsa, sabato al Verdi di Maniago e domenica al Candoni di Tolmezzo.

Ma la stagione di Monfalcone ha già in programma un altro grande protagonista della musica italiana: martedì 11 novembre Eugenio Finardi presenta infatti lo spettacolo «Il cantante al microfono», dedicato al poeta e cantautore russo Vladimir Vysotsky.

domenica 26 ottobre 2008

FOSSATI


In copertina una Cadillac del ’58 che sembra quasi un’astronave. Dentro una manciata di canzoni di qualità, con modalità di registrazione assolutamente all’avanguardia. Ivano Fossati ritorna a tre anni da «L’Arcangelo» e mette ancora una volta d’accordo tutti. Bastano poche note di questo suo nuovo «Musica moderna» (Sony Capitol), una manciata di secondi e riconosci subito la sua eleganza, la sua sobrietà, il suo marchio di fabbrica, le sue storie di vita vissuta.

Il cinquantasettenne artista genovese, indimenticato cantante e flautista dei Delirium, oggi si chiede: come vedevano il futuro mezzo secolo fa, ai tempi di quel macchinone in copertina? E si risponde con saggezza antica: l’idea del domani non può che nascere dalle nostre conoscenze del passato. E la realtà sarà sempre diversa, sorprendente nel bene e nel male, da come l’avevamo immaginata.

Questo concetto, applicato alla società ma anche al privato delle persone, permea tutto il disco. Che è una sorta di tuffo nel futuro, con molti riferimenti che arrivano dal passato. Ma Fossati guarda al presente e al futuro con l'occhio lucido del libero pensatore, del cantautore di razza.

Si parte con «Il rimedio» («una canzone - spiega - di un amore adulto, probabilmente tra due separati, magari con figli. In quel caso la saggezza può essere qualcosa di troppo...»), che ci mette un attimo a metterci in sintonia con l’universo fossatiano. Si prosegue con «Miss America», un reggae dolce e grintoso che racconta la storia d’amore di Luigi: una scusa per parlare della scoperta delle emozioni, degli stati d’animo che può provare una persona quando s’innamora.

«Cantare a memoria» è la tipica ballata alla Fossati, ricca di quei suoni e colori che da sempre caratterizzano i suoi brani migliori. «Il paese dei testimoni» mette a nudo un personaggio «senza memoria, senza vergogna, senza pudore» (e invita a guardare la tivù con senso critico). «La guerra dell’acqua», grido d’allarme sull’incetta delle risorse idriche, affronta uno di quei problemi sociali ai quali l’artista non si è mai sottratto.

«D’amore non parliamo più» è destinata a entrare nel novero delle sue canzoni più belle: una canzone d’amore, una delicata poesia che il nostro interpreta da par suo, quasi un classico del suo universo poetico. «Last minute» scandaglia ancora il tema dell’amore: racconta di un uomo d'affari impegnato nel sud-est asiatico, che ogni giorno sogna una donna lontana ma soprattutto l'Europa. «Musica moderna» ironizza un po’ sui cosiddetti intellettuali della musica: quelli che si riempiono la bocca di paroloni sulle nuove tendenze musicali, senza accorgersi che da mezzo secono la musica che gira attorno è più o meno sempre quella.

«Parole che si dicono», «Illusione» e «L’amore trasparente» (dalla colonna sonora del film «Caos calmo») completano un disco di qualità, apparentemente facile ma ricco di testi di spessore e livello letterario.

Dal 3 novembre Ivano Fossati è in tour: partenza da Verona.


AC/ DC


Dopo otto anni sono tornati. Gli australiani AC/DC si rimettono in pista con «Black Ice»(SonyBmg), il nuovo album che prelude a un tour mondiale che il 19 marzo toccherà Milano. E che suona come se fosse stato inciso ai tempi di «Back in black», disco del 1980, il primo inciso dopo la morte per abusi alcolici del cantante Bon Scott, che ancor oggi è tra i cinque più venduti della storia del rock (oltre quaranta milioni di copie).

Angus Young ha più di sessant’anni ma è ancora vestito con la sua divisa da scolaretto e i pantaloni corti e assieme al fratello Malcom, poco più vecchio di lui, continua a formare una coppia di chitarristi che attorno a tre-quattro accordi manda in visibilio vecchi e nuovi metallari.

Con duecento milioni di dischi venduti gli AC/DC sono da più di trent'anni un'istituzione del rock, sospesi tra power e metal, una sorta di via di mezzo tra una versione senza blues, black music e fascino satanico dei Rolling Stones e un derivato dei Led Zeppelin.

Al sound delle chitarre dei fratelli Young si aggiunge la vocalità roca e graffiante di Brian Johnson, che ha educato le corde vocali con il whisky e le pinte di birra e che sta con la band dai tempi di «Back in black». La ritmica, Cliff Williams al basso e Phil Rudd alla batteria, è inchiodata al suo ruolo di metronomo chiamato a sostenere voce e chitarra.

«Black ice» è stato registrato a Vancouver e prodotto da Brendan O’Brian, che ha firmato i dischi dei Rage against the machine, Stone temple pilots, Pearl Jam e gli ultimi tre di Bruce Springsteen. O’Brian è diventato famoso per la sua capacità di dare un proprio suono ai suoi lavori, ma in questo caso non ha fatto altro che rispettare il passato di questa band di anglo scozzesi cresciuti in Australia.

I pezzi sono quindici, un insieme di canzoni che non danno tregua, proprio come piace ai vecchi fan. Anche per quanto riguarda i testi, i fratelli Young sono rimasti fedeli alla linea di un immaginario godereccio che va dai party alle ragazze disponibili. Con tutte le varianti del caso. «Rock’n’roll train» è il primo singolo.


VANONI Ornella più Ramazzotti, più Jovanotti, più Morandi, più Baglioni, più Carmen Consoli. E Ornella più Mina. La sintesi di tutto questo l'ha scritta lei stessa, quando ha deciso che quel disco celebrativo di cinquant’anni di carriera dovesse intitolarsi «Più di me». E oltre lei ci sono gli amici, i cantanti scelti per segnare un traguardo sospeso tra ieri e oggi. Undici tracce scelte dagli artisti coinvolti in una lista dei maggiori successi della Vanoni, «completamente reinterpretati - precisa - anche musicalmente», e questo «spiega il valore del disco». Jovanotti duetta in «Più» e in «Io so che ti amerò», i Pooh in «Eternità», Dalla in «Senza Fine», Giusy Ferreri in «Una ragione di più», Mannoia in «Senza Paura». Dei due inediti uno va forte nelle radio: c'è Ornella che racconta la vita, quel «Solo un volo», assieme a Ramazzotti. L'altro è atteso da tempo e vede due voci incontrarsi laddove la leggenda ha voluto dissapori e incomprensioni: Ornella e Mina in un ironico «Amiche mai», in cui la lite avviene davvero e per colpa di un uomo. Brano registrato però separatamente.


CAPOSSELA La nostalgia dell'inverno, di quel «momento di grande intimità» dove si pensa «ai racconti di Natale di Dickens e di quell'atmosfera ovattata di stagione silenziosa, di tempo remoto». C'è chi, come Vinicio Capossela, per questa mancanza, «per protestare contro la sparizione dell'inverno, di cui rimane soltanto la foschia», arriva a incidere un disco. «Da solo», titolo scelto perchè composto in totale solitudine: poche settimane a cavallo tra 2007 e 2008 sono bastate per scrivere undici tracce, concepire l'aggiunta di una dodicesima (che si serve di una melodia di un vecchio inno composto nel '14 da Frederick Martin Lehman), evocare immagini, ascoltare il silenzio, raccontare drammi, mostrare evidenze e dimostrare intuizioni al modo di Capossela. È un album festoso e fatato, a detta dell'artista «un disco per pianoforte e strumenti inconsistenti», dove, se la voce e il piano la fanno da padrone, il caleidoscopio di suoni che li circondano fanno «a volte da coro, a volte da ombre, da tintinnio, da ambiente, da aria e da cappotto». E gli strumenti diventano giocattoli, nel mondo di Capossela.

sabato 18 ottobre 2008

GRILLO 4


Dai palasport alle piazze e ritorno. Ovvero: forse il momento d’oro di Beppe Grillo volge al tramonto. È questa la sensazione dopo le tappe regionali (Trieste, ma anche Udine e Pordenone) del suo nuovo spettacolo «Delirio», di cui ieri abbiamo già riferito a caldo.

Innanzitutto i numeri. Un anno e mezzo fa il comico/fustigatore genovese richiamava seimila spettatori al PalaTrieste e praticamente altrettanti, divisi in due sere, nel più piccolo palasport udinese. L’altra sera, quattromila biglietti staccati - e molti spazi vuoti - nella moderna struttura di Valmaura e una sola serata sufficiente per accontentare il pubblico friulano al Carnera. Mancano dunque all’appello diverse migliaia di persone. E i dati che arrivano dalle altre città toccate dal tour vanno nella stessa direzione.

Ma non è solo una questione di numeri. In passato gli show di Grillo erano un esilarante fuoco di fila di battute, gag, sfottò. Si rideva a crepapelle. L’uomo poteva esserti simpatico o meno, potevi anche essere convinto che fosse uno di quelli che predicano bene e razzolano male, con le sue dichiarazioni dei redditi multimilionarie e le sue tante contraddizioni (oggi magnifica la Rete, in uno spettacolo di pochi anni fa distruggeva sul palco lo schermo di un computer, dicendone peste e corna...), ma non potevi fare a meno di apprezzarne l’esplosiva capacità di mettere alla berlina i potenti e questo mondo che non funziona.

Poi è cambiato qualcosa. Con le piazze del «Vaffa», con i referendum, con il ruolo di fatto politico che il nostro ha assunto nel disastrato panorama italiano degli ultimi dodici/ventiquattro mesi. Il risultato è che oggi, e ormai da tempo, Beppe Grillo non è più un comico ma non sarà mai - né vuole essere - un politico. Anche se sponsorizza le liste civiche per le prossime amministrative, anche se elogia pubblicamente Di Pietro («l’unico che fa opposizione, anche se non sa parlare e mette ansia...»), anche se ospita nel foyer dei palasport i banchetti per la raccolta delle firme contro il Lodo Alfano.

Oggi Grillo è approdato in una sorta di zona grigia, fra spettacolo e politica, in qualche modo respinto dall’uno e dall’altra. E il suo nuovo show, sempre meno spettacolo e sempre più comizio, mostra un po’ la corda. Nelle due ore abbondanti dell’altra sera al PalaTrieste, i momenti di stanchezza sono stati parecchi. Le battute sono le solite. E le testimonianze dell’Associazione Esposti Amianto di Monfalcone sono commoventi e toccanti, a tratti persino strazianti, ma non contribuiscono certo ad alzare il tono della serata. Che si conclude con un dubbio: il fenomeno Grillo ha già imboccato la parabola discendente? Lo sapremo presto.