domenica 16 novembre 2008

GIUSY FERRERI Questa è la storia di una fiaba. La fiaba di una cassiera di supermercato con la passione per la musica - ma dotata anche di una voce coi controfiocchi - che nello spazio di una sola stagione debutta in televisione a «X Factor», non vince ma in certi casi arrivare primi o secondi non fa molta differenza, poi firma con «Non ti scordar mai di me» il tormentone dell’estate musicale 2008 (autore Tiziano Ferro, tre dischi di platino con il mini-cd) e ora arriva nei negozi con il suo primo, a questo punto attesissimo, album.

Per vivere il suo sogno musicale Giusy Ferreri - vero nome Giuseppa, nata a Palermo nel ’79 e trapiantata al nord - si era messa in aspettativa dal lavoro al supermercato Esselunga di Corbetta, provincia di Milano. Il periodo di assenza dal lavoro scadeva nei giorni scorsi, praticamente in concomitanza con l’uscita del disco. E lei, ormai una piccola grande star con tanto di copertine dei settimanali a lei dedicate in bacheca, mica firma la lettera di dimissioni... No, va dal datore di lavoro e contratta l’allungamento del periodo di aspettativa. Altri sette mesi, fino a giugno, non si sa mai. «Il mercato discografico è in crisi - riflette a voce alta la cantante -, di dischi se ne vendono sempre meno. E metti che il mio ne venda pochi, che faccio? Meglio tenersi aperta una via di fuga. Magari non più come cassiera ma con un lavoro in ufficio...».

Questo per capire la persona, equilibrata e umile e con i piedi ben piantati per terra, di cui parliamo. Una senza grilli per la testa, nonostante il successo appena assaporato. Una che intitola «Gaetana» (Sony Bmg), dedicandolo alla nonna siciliana (settantaquattro anni ma con un grande spirito rock: jeans e stivali, e continui viaggi a Milano per incontrare la nipote...), il suo primo album.

Quando è apparsa a «X Factor» - raro esempio di televisione utile per la musica, non fosse altro per il fatto che ci ha fatto scoprire Giusy e altri giovani promettenti - la ragazza ha colpito tutti, oltre che per la voce, per la grinta e la personalità, che hanno spinto alcuni a paragoni con Amy Winehouse.

Ora la Ferreri si rivela anche autrice poetica e ironica di quattro delle canzoni dell’album. Tiziano Ferro non l’ha abbandonata: è produttore artistico del disco, firma il testo di «Il sapore di un altro no», su musica di Sergio Cammariere, ed è l’autore anche di «L’amore e basta» («...e sfido la vita sempre a testa bassa, perchè per me conta solo l'amore e basta...»), in cui duetta con la cantante.

Fra gli altri brani «Novembre», singolo di lancio dell’album, con annesso video ad alta programmazione, ma anche «Cuore assente» e «La scala», firmate dalla cantautrice e produttrice americana Linda Perry (il sogno di Giusy era lavorare con lei: Tiziano Ferro lo ha realizzato...). E ancora «Pensieri», «In assenza»,«Piove» e «Il party», che Giusy Ferreri aveva già inciso tre anni fa proprio col nome d'arte Gaetana. Canzoni nelle quali l’artista alterna il lato intimista e quello trasgressivo. Convincendo con entrambi.


TIZIANO FERRO Ma in queste settimane Tiziano Ferro non si limita ovviamente a tenere a battesimo la sua protetta Giusy Ferreri. È appena uscito anche il suo quarto album, intitolato «Alla mia età» (Emi Capitol): dodici canzoni nuove, due delle quali scritte con Ivano Fossati e Franco Battiato (rispettivamente «Indietro» e «Il tempo stesso»), per tratteggiare una personalità giovane ma già ben definita. Non dimentichiamo che in pochi anni (il suo primo album è del 2001) Ferro è passato dallo status di sconosciuto emergente di belle speranze a star della musica italiana e internazionale. Fa infatti parte del ristretto drappello di cantanti di casa nostra che godono di notorietà anche fuori dai confini nazionali.

Ora il ventottenne cantante e autore nato a Latina - da qualche tempo con residenza a Londra - sforna un lavoro dal taglio dichiaratamente autobiografico, quasi un'autoanalisi in bilico fra intimismo ed emotività. «L'album - dice l’artista - è certamente la fotografia più coerente di quello che sto scrivendo. Le insicurezze ma anche le sicurezze, i timori e le gioie. Insomma è un lavoro in equilibrio. Di una cosa sono certo, però: voglio dare un messaggio positivo, se c'è un aspetto interiore non c'è tristezza. Sono stato ispirato dalla mia vita, ho sentito l'urgenza di scrivere forte del quotidiano».

L’album è uscito in contemporanea in 42 paesi: praticamente mezzo mondo. E fra i brani c’è anche «La paura non esiste», titolo regalato a Tiziano Ferro dall’amica Laura Pausini.

Dal 18 aprile, partenza da Rimini, l’artista sarà in tour. «Vorrei riuscire a realizzare uno spettacolo che intrattenesse in maniera ilare gli spettatori. Non voglio riempirlo di ”poesia”. Desidero sia un momento di distrazione e che chi è venuto possa dire di essersi divertito per un paio d'ore. Non vorrei essere frainteso ma mi piacerebbe fare un pò un circo, essere un circense, e che poi i fan cantino e ballino...».


DOORS Un inedito disco «live» dei Doors, estratto da due concerti che il gruppo tenne al Matrix di San Francisco nel marzo del 1967, poche settimane prima dell'uscita del singolo «Light my fire», che li rese famosi in tutto il mondo. È il regalo per tutti i fan di Jim Morrison e compagni che arriva nei negozi in questi giorni. L'album è composto da un doppio cd, nel quale sono presenti gran parte dei brani dell’album «The Doors», che segnò esordio del gruppo di Jim Morrison, e alcune tracce del secondo album, «Strange days». Ray Manzarek, membro fondatore della band, racconta così quei lontani concerti: «Li abbiamo fatti nei primi mesi del 1967, quando i Doors stavano per entrare nella coscienza della nazione». E il produttore del «Live at the Matrix», Bruce Botnick, aggiunge:«Questo disco è probabilmente il miglior documento che abbiamo prima che tra i Doors iniziassero i contrasti». Una stagione breve, ma che segnato profondamente la storia della musica rock.


MANNOIA Dieci canzoni che comunicano la necessità di aprirsi all'altro, la bellezza dell'essere diversi, le emozioni che la musica è ancora in grado di suscitare. È «Il movimento del dare», il nuovo disco di inediti di Fiorella Mannoia, che arriva a ben 7 anni di distanza dal precedente studio album. Scritto dalla coppia Battiato/Sgalambro, il brano che dà il titolo al disco è un invito esplicito a imparare dagli altri per capire la realtà che ci circonda: «È necessario comprendere - dice la cantante - che non esiste solo il pensiero occidentale o quello cattolico. Oggi il mondo ci impone il confronto con altre culture e bisogna considerare la società multirazziale come qualcosa che può arricchirci invece che penalizzarci. Non si possono insomma discriminare gli stranieri in quanto tali, perchè si rischia di ripetere gli episodi di razzismo che, in passato, sono stati costretti a subire anche gli emigranti italiani in paesi come la Germania». Le canzoni del cd sono state scritte da alcuni dei più importanti musicisti italiani: da Ligabue a Pino Daniele, da Battiato a Tiziano Ferro (anche in duetto con la cantante), dall'amico di sempre Ivano Fossati fino a Jovanotti.


 

sabato 15 novembre 2008

FILM ZAMPAGLIONE


TARVISIO Federico Zampaglione come Ligabue, diviso fra rock e cinema. Il leader dei Tiromancino è infatti da qualche giorno in Friuli, impegnato nelle riprese del suo secondo film da regista. Dopo l’esordio dietro la macchina da presa due anni fa con «Nero familiare», ora l’artista sta girando «The shadow», assieme alla sua compagna, l’attrice Claudia Gerini.

Dopo aver svolto il casting e il primo ciak negli Stati Uniti, ora la troupe è a Tarvisio, dove si stanno girando alcune scene del film. Una storia che mescola thriller e horror, racconto di guerra e azione. Sulla trama tutti stanno piuttosto abbottonati. Pare comunque che sia la storia di un giovane americano, reduce dall’Iraq, che parte per l’Europa per cercare un misterioso percorso di biking. Lo scontro con due cacciatori per difendere una ragazza dà il via a un inseguimento nelle zone più oscure del bosco, dove aleggiano antiche leggende e segreti inquietanti. A un certo punto i protagonisti si perdono in questo bosco, che è quello millenario di Tarvisio. «Un messaggio contro la guerra», dicono i produttori. E temi molto duri e attuali, che vogliono far riflettere lo spettatore. Quasi una sfida, rispetto ai canoni del cinema italiano, che ha ottenuto l’interesse degli americani.

Il film, una coproduzione italoamericana con un budget elevato, viene girato in lingua inglese e ha un cast internazionale. Per Zampaglione - che a Sanremo quest’anno ha cantato la precarietà del lavoro con «Rubacuore» - un rilancio cinematografico.

lunedì 10 novembre 2008

MIRIAM MAKEBA


CASERTA La cantante sudafricana Miriam Makeba è morta nella clinica Pineta Grande di Castel Volturno dove era stata trasportata l’altra notte dopo essere stata colta da un malore, al termine della sua esibizione al concerto anticamorra e contro il razzismo dedicato allo scrittore Roberto Saviano, tenutosi a Castel Volturno. Aveva 76 anni. L'artista aveva accusato un malore subito dopo aver concluso il concerto.


Mama Africa è spirata nell’ospedale dove da anni si registra il maggior numero di nascite di figli di extracomunitari. Se n’è andata sul campo di battaglia, in prima linea, proprio come aveva sempre vissuto. Un’esistenza intera spesa sul fronte della lotta per i diritti civili, contro l’apartheid e ogni razzismo. Un’esistenza il cui ultimo atto è stato cantare a un concerto organizzato per esprimere solidarietà a uno scrittore che vive braccato dalla criminalità organizzata. Un concerto contro tutte le ingiustizie. In una città dove due mesi fa la camorra ha ucciso per strada sei extracomunitari.

Nelson Mandela l’ha definita la «madre» della nazione sudafricana. «Era la first lady sudafricana della canzone e merita il titolo di Mamma Africa: è stata la madre della nostra lotta e della nostra giovane nazione», ha scritto il Premio Nobel per la Pace in un messaggio. Di certo è stata un’artista sempre al fianco dei più deboli, dei quali è stata capace di essere la voce. Ha usato la musica e la canzone per esprimere messaggi di libertà e sostenere battaglie di civiltà.

Miriam Zenzi Makeba era nata a Johannesburg il 4 marzo del 1932, quando in Sudafrica imperava la segregazione razziale più dura. Musicalmente è stata a lungo considerata una grande anticipatrice. All’inizio della carriera assieme al primo marito, il musicista Hugh Masekela (nel ’68 avrebbe poi sposato l’ex leader delle Pantere Nere, Stokely Carmichael), in un secondo momento al fianco del grande Harry Belafonte. Seppe coniugare la musica tradizionale dell’amato Sudafrica assieme al jazz e al pop, ben prima che il mondo conoscesse le nuove tendenze che vanno sotto il nome di world music.

«Pata Pata» è rimasto, a distanza di tanti anni, il suo successo più grande e popolare. Ma tutta la sua discografia è ricca e piena di perle rare. Nel ’66 è stata premiata con il Grammy Award per l'album «An evening with Belafonte/Makeba». All’epoca viveva già negli Stati Uniti, e il governo del suo paese - mentre Mandela stava in carcere - nel 1960 le aveva revocato la cittadinanza e ritirato il passaporto. La sua colpa? Aver denunciato alle Nazioni Unite la situazione di apartheid e la politica razzista che toglievano pace e libertà e giustizia al Sudafrica. In quel ’60 la cantante partecipò con il documentario anti-apartheid «Come back, Africa» alla Mostra del Cinema di Venezia. E decise di non tornare più a casa.

Negli anni successivi la Makeba ha vissuto in Europa, negli Stati Uniti e in Guinea. Musicalmente ha sempre mantenuto la sua carriera a ottimi livelli qualitativi, con dischi e concerti in tutto il mondo. Nell’87 ha partecipato alla tournèe «Graceland» con Paul Simon, nel ’90 ha partecipato al Festival di Sanremo in coppia con Caterina Caselli, nel ’92 ha fatto parte del cast del musical «Sarafina». Nell’aprile di quest’anno aveva cantato anche a Pordenone, a chiusura della rassegna «Dedica» per Nadine Gordimer.

Nel suo Sudafrica è tornata dopo trent’anni di esilio nel 1990, invitata da Nelson Mandela - che come lei appartiene all'etnia xhosa per parte di padre: la madre della cantante era invece una sangoma di etnia swazi - ormai uscito dalla galera e diventato presidente. Per l’occasione ebbe un’accoglienza degna di una regina. Anzi, di più. Quella che si doveva a Mama Africa.

venerdì 7 novembre 2008

OBAMA


Obama primo leader politico figlio della new economy. Obama che oggi non sarebbe il primo presidente nero degli Stati Uniti se non ci fosse stato il web. Obama aiutato nell’ascesa dal suo indubbio carisma da rockstar. Obama il cui programma politico è la storia della sua vita...

Tutte sfaccettature che da quarantotto ore vengono rilanciate e analizzate sui giornali e dai commentatori di mezzo mondo. Giuliano da Empoli, trentacinquenne di talento con sette libri già in bacheca, è forse il massimo conoscitore italiano di Barack Obama. Gli ha anche dedicato un libro, uscito per Marsilio due mesi fa: «Obama, la politica nell’era di facebook» (pagg.160, euro 12). Nel quale ricostruisce l’ascesa di colui che cinque anni fa era un semplice membro dell’assemblea statale dell’Illinois («l’equivalente di un consigliere regionale del Piemonte...», chiosa lo scrittore) e che col voto dell’altro giorno, oltre a diventare capo della massima potenza mondiale, è entrato nella Storia.

«Obama l’ho scoperto tre anni fa in tivù - ricorda Giuliano da Empoli, che nel ’96, quando esordì con «Un grande futuro dietro di noi, fu accolto come un autentico enfant prodige - grazie a un mio amico che fa il curatore d’arte a Chicago, e che mi aveva segnalato l’ascesa di questo nuovo leader politico. Nel 2004 lui aveva già tenuto il discorso di apertura alla convention dei democratici che aveva candidato Kerry, ma in Italia non lo conosceva nessuno. Forse nemmeno Veltroni...».

Si aspettava un successo di queste dimensioni?

«Via via che ci si avvicinava al voto, sì. Da noi è stato percepito come un ufo. Un nero presidente degli Stati Uniti? Non ci credeva nessuno, nemmeno a sinistra. Lui invece ha vinto perchè ha portato in politica le trasformazioni della società americana dell’ultimo quarto di secolo. La sua vittoria non nasce solo dalla delusione per Bush, ma ha radici più profonde».

Figlio della new economy. Perchè?

«Analizzandolo con le vecchie categorie della politica americana, è un fenomeno che non si comprende. Negli Usa ci sono i partiti, le lobby, le grandi famiglie. La new economy ha invece prodotto negli ultimi anni fenomeni come Google, l’avventura di due ragazzi partiti da un garage che hanno costruito un impero. È da quel mondo, da quel tipo di avventure velocissime che nasce il fenomeno Obama. Un perfetto sconosciuto, un outsider che in pochi anni si fa conoscere, trova i fondi necessari, assembla le intelligenze e le professionalità giuste. E diventa presidente».

Senza internet sarebbe stato impossibile.

«Certo. Ma gli Stati Uniti ci hanno abituati all’irrompere dei nuovi media: un tempo la radio, poi la tivù, oggi la rete. Che viene usata da tutti. Lo stesso McCain, nonostante l’età, ne fu un precursore, quando nel 2000 contese la nomination a Bush. La novità con Obama è che non usa internet solo per comunicare qualcosa agli altri: lui ha permesso ai suoi sostenitori di comunicare fra loro, creando un movimento dal basso che è stato fondamentale, a lui che viene dal volontariato, per reperire i fondi economici. Poi ha lasciato lo strumento nelle mani della base: un rischio che un politico tradizionale non avrebbe mai corso».

Quanto ha contato il carisma da rockstar?

«Molto. Nello show business le barriere razziali sono cadute da un pezzo. Di quel mondo lui ha preso la dimensione del sogno, come già aveva fatto Kennedy, giovane e prestante come lui, e l’ha trasferita in politica. Senza questa dimensione la sua avventura forse non sarebbe stata possibile. A un certo punto gli è stata anche utilizzata contro da McCain, con qualche contraccolpo nei sondaggi, e lui ha dovuto rallentare. Ma all’inizio, nell’ascesa, gli è servito molto».

Michelle fondamentale.

«Assolutamente. Con una doppia funzione. Lei che viene dal ghetto di Chicago gli ha dato le radici nere che non aveva ma che cercava, come dimostra l’esperienza di volontariato nei quartieri neri. Con cui lui non c’entrava nulla, cresciuto com’è fra le Hawaii e l’Indonesia. E poi, a lui figlio di un padre che aveva avuto otto figli da quattro donne diverse, lei ha dato la solidità di una coppia e di una famiglia. Che negli Stati Uniti è importante».

Come la fede. E con Obama Dio non è più repubblicano...

«I cattolici stavano con Bush, ora hanno votato Obama. Mentre i protestanti sono ancora con i repubblicani, ma in misura minore. La novità di Obama è che parla apertamente dell’importanza della religione, della fede nell’attività politica, mentre i democratici avevano una tradizione più laica. Del resto lui ha forti radici nella religione. Dai predicatori neri ha preso lo stile, l’oratoria, le metafore».

Per il programma ha attinto invece dalla sua vita.

«È un’altra sua particolarità. Basti pensare che a trent’anni aveva già scritto la sua autobiografia. Sì, il programma di Obama è Obama. Si tratta di un’arma retorica molto efficace, usata ben sapendo che il racconto biografico è molto più efficace di un programma, in una società e per una generazione narcisista dove tutti si raccontano, fra blog, siti e social network».

Quarant’anni dopo Bob Kennedy e Martin Luther King, e 45 dopo John Kennedy, Obama oggi rischia la vita?

«Purtroppo sì. Gli Stati Uniti sono pieni di armi, e ci sono questi gruppi di fanatici militarizzati molto pericolosi. Ma il rischio è preso sul serio: già nel discorso della vittoria ho visto che Obama era molto più protetto che nella campagna elettorale. Rimane un forte elemento di preoccupazione».

E in Italia?

«La forza del segnale di Obama è che tutto è possibile. E il contrasto con la realtà italiana è netto. La partita va giocata in positivo, non con il lamento. Obama vince perchè offre una promessa, la realizzazione del sogno americano secondo il quale tutto è possibile».

«Le cose si muovono - conclude Giuliano da Empoli - quando qualcuno porta innovazione in termini di messaggio, contenuti, tecnologia. Ma le trasformazioni della società italiana non sono ancora state portate in politica. L’ultimo che l’ha fatto è stato Berlusconi, ma solo nella fase iniziale, ormai quattordici anni fa. Il prossimo che riesce a farlo vince. Ma a questo punto ci vuole un outsider. Com’era fino a ieri Barack Obama».


 

lunedì 3 novembre 2008

GORIZIA TU SEI MALEDETTA


La Grande Guerra per noi fu anche quella dei seicentomila morti. Seicentomila giovani vite umane sacrificate sull’altare della patria. La battaglia di Gorizia - agosto 1916 - costò da sola un prezzo terribile: oltre cinquantamila soldati per parte italiana, quasi altrettanti sul versante austriaco. Un autentico massacro, secondo gli storici.

Un massacro, un macello a cui venne mandata la gioventù dell’epoca, che valse alla città isontina l’attributo di «maledetta» in una canzone della grande tradizione antimilitarista. «Oh Gorizia tu sei maledetta, per ogni cuore che sente coscienza, dolorosa ci fu la partenza, e il ritorno per tutti non fu...».

Pare che la versione originale fosse stata raccolta, qualche anno dopo i tragici fatti, da un testimone che affermò di averla ascoltata dai fanti che conquistarono la città il 10 agosto 1916. Ma il brano si innestava su moduli di tradizione popolare risalenti a una manciata di anni prima: una strofa è infatti simile a un’altra cantata dei tempi della guerra di Libia.

Fra le tante canzoni contro la guerra, «Oh Gorizia tu sei maledetta» è diventata nel corso del Novecento una delle più conosciute, quasi un simbolo dell’antimilitarismo e del pacifismo italiano.

Ciò un po’ per i toni drammatici e incisivi dei versi, nella ferma e dura condanna della violenza e della guerra, resa più amara dalla sottolineatura di classe, sulla differenza fra ufficiali («Traditori signori ufficiali, che la guerra l’avete voluta, scannatori di carne venduta e rovina della gioventù...») e soldati semplici («Raccomando ai compagni vicini di tenermi da conto i bambini, che io muoio invocando il suo nom...»).

Ma la fama del brano nasce anche dal vero e proprio scandalo avvenuto nel giugno 1964 al Festival dei Due Mondi di Spoleto, nel corso dello spettacolo «Bella ciao», nel quale il Nuovo Canzoniere Italiano proponeva un programma di canzoni popolari e canti della gente comune. Quando Michele L. Straniero e Fausto Amodei, Roberto Leydi e Giovanna Marini cominciarono a cantare i versi di «Gorizia» - recuperata dagli studiosi della musica popolare che si erano raccolti in quella formazione - tutto filò via tranquillo fino al verso «Traditori signori ufficiali...».

Lì scoppia il finimondo. «Un tumulto - come racconta trent'anni dopo lo stesso Straniero - provocato da chi esige l'interruzione dello spettacolo. I dissenzienti non vogliono intendere ragioni: Gorizia non si tocca, la Grande Guerra nemmeno. Questi qui sono una banda di comunisti, il festival è caduto in mano ai rossi, bisogna farli tacere e cacciarli via».

Ancora Straniero: «Un facinoroso particolarmente acceso tenta la scalata al palco: ma Giovanna Marini, già alta e imponente di suo come una matrona romana, lo ferma di botto levandogli sul capo la sua superba e preziosa mandòla. In un palco Giorgio Bocca, tra i sostenitori più convinti, ribatte da par suo a una "carampana" che squittisce dissenso. Dal fondo della sala una voce stentorea proclama: "Signori ufficiali, attenti!"...».

Ufficiali scandalizzati dalla visione assai poco eroica della «guerra vittoriosa». Ufficiali che quel giorno abbandonarono la sala assieme alle autorità. Lo spettacolo venne sospeso. E pochi giorni dopo gli artisti vennero denunciati per vilipendio alle forze armate.

Questo era il clima all’inizio degli anni Sessanta nel nostro Paese. Nei quarant’anni che son passati, soprattutto Giovanna Marini ha mantenuto viva - negli spettacoli e nei dischi - la tradizione di «Gorizia» (questo è ormai diventato il titolo della canzone).

E recentemente anche il gruppo goriziano ’Zuf de Zur - che attinge alle tradizione multietnica di queste terre - ne ha realizzato una versione originale e convincente.

domenica 2 novembre 2008

SHEL


Se è vero che un Paese può essere raccontato anche attraverso la sua musica, «Sarà una bella società» di Shel Shapiro - domani e mercoledì al Comunale di Monfalcone, poi in giro per la regione fino a domenica - è un manuale perfetto di quarant’anni di storia italiana e non solo italiana. Una storia illustrata attraverso canzoni che, fra sentimenti e avvenimenti, fanno da sfondo alla grande trasformazione sociale e culturale cominciata negli anni Sessanta.

«Sarà una bella società, fondata sulla libertà, però spiegateci perchè se non pensiamo come voi, ci disprezzate, come mai...?», cantava nel ’66 Shel Shapiro con quel suo caratteristico accento inglese che oltre quarant’anni in Italia non hanno ancora cancellato. Il gruppo era quello dei Rokes, quattro ragazzi britannici che avevano trovato l’America qui da noi.

La canzone era «Che colpa abbiamo noi», versione firmata Mogol di «Cheryl’s going home» di Bob Lind. Col suo sapiente mix di contestazione e vittimismo, e grazie al ritornello orecchiabile, divenne il manifesto del beat italiano. Ma forse anche della contestazione che stava sbocciando.

Oggi quel verso torna come titolo di uno spettacolo - scritto dal giornalista Edmondo Berselli, debutto al Mittelfest 2007 - che racconta lo spirito di un’epoca attraverso lo strumento popolare della canzone e affidandosi a un uomo-icona degli anni Sessanta. «I Sessanta – spiega Berselli - sono un decennio “seminale”, in cui sembra essersi concentrata una creatività, un’energia sociale, ma anche intellettuale, culturale, comportamentale, davvero irripetibile. Se pensiamo all’America di Bob Dylan, a una voce mai sentita prima che annuncia il tempo nuovo, che investe i grandi raduni civili e politici dell’età kennediana e post-kennediana, abbiamo una fotografia suggestiva del cambiamento».

Speranze, sogni, illusioni di ieri; certezze, amarezze, disillusioni di oggi. Shapiro (vero nome: David) in tutti questi anni ha lavorato nella musica come autore e produttore, ma anche come attore.  Accompagnato dalla sua band (Alessandro Giulini tastiere, fisarmonica e voce; Daniele Ivaldi chitarre; Luigi Mitola chitarre e mandolino; Mario Belluscio basso, Ramon Rossi batteria e percussioni), nello spettacolo - e nel disco omonimo che è stato pubblicato da Edel/Promo Music - Shel alterna alcuni fra i pezzi più celebri della storia del rock e del pop ai suoi più famosi successi, per raccontare la sua storia e i cambiamenti della nostra società, citando Elvis e Beach Boys, Beatles e Rolling Stones, Dylan e Hendrix.

Come si diceva, «Sarà una bella società» va in scena domani e mercoledì al Comunale di Monfalcone, aprendo la stagione, e poi giovedì allo Zancanaro di Sacile, venerdì al Pasolini di Casarsa, sabato al Verdi di Maniago e domenica al Candoni di Tolmezzo.

Ma la stagione di Monfalcone ha già in programma un altro grande protagonista della musica italiana: martedì 11 novembre Eugenio Finardi presenta infatti lo spettacolo «Il cantante al microfono», dedicato al poeta e cantautore russo Vladimir Vysotsky.