martedì 10 febbraio 2009

BATTIATO


«A volte è proprio tornando indietro nel tempo che il futuro diventa più chiaro. E per me è stato molto importante, prima di affrontare l’impegno di un nuovo disco, regredire alle magnifiche consolazioni di questi inebrianti "fiori" musicali...».

Così aveva detto Franco Battiato - che venerdì e sabato torna a Trieste per un doppio concerto al Rossetti - in occasione del primo ”Fleurs” (uscito nel ’99), fascinosa raccolta di successi altrui riletti alla maniera sempre originale del cantautore e musicista siciliano (che per la verità è anche pittore, scrittore, regista...). Disco importante, anche per quel suo modo nuovo di affrontare la rilettura di grandi canzoni del passato, evitando la routine e la logica banale delle cover.

Poi nel 2002 Battiato pubblicò il suo secondo album di riletture, intitolandolo «Fleurs 3» e saltando a piè pari il secondo capitolo dell’immaginario - e fino a quel punto incompiuto - trittico. Perchè, spiegava Battiato, «assecondando la consequenzialità dei numeri si apre una serie infinita».

L’uomo (che a marzo ne fa sessantaquattro) deve evidentemente aver cambiato idea, visto che pochi mesi fa ha realizzato una nuova raccolta e l’ha intitolata proprio ”Fleurs 2”. Mettendoci dentro cover come «Sitting on the dock of the bay» di Otis Redding, «Il carmelo di Echt» di Juri Camisasca, «Era d’estate» di Sergio Endrigo, «It’s five o’clock» degli Aphrodite’s Child, «Bridge over troubled water» di Simon & Garfunkel e «Il venait d'avoir 18 ans» di Dalida. Unico inedito: «Tutto l’universo obbedisce all’amore», duetto con Carmen Consoli.

Ora, dopo un anno di lontananza dalle scene, interrotto solo dai concerti a Londra e Parigi dell’autunno scorso, Franco Battiato si ripresenta al pubblico in questo tour - partito il 31 gennaio da Carpi - che ora tocca Trieste, proponendo il repertorio di ”Fleurs 2”, mischiato ai brani dei precedenti capitoli ma anche, ovviamente, ai cavalli di battaglia di una carriera assolutamente strepitosa e fuori dagli schemi.

Una carriera cominciata negli anni Sessanta suonando la chitarra nel gruppo dell’allora cantante Ombretta Colli (poi parlamentare, presidente della Provincia di Milano, europarlamentare...), incidendo il 45 giri ”L’amore è partito” (uscito nel ’65), ma soprattutto con la pubblicazione nel ’72 dell’album ”Fetus”. Il grande successo di pubblico, dopo anni di sperimentazioni, è arrivato nell’81 con ”La voce del padrone”, primo album di un artista italiano a superare il milione di copie vendute. Quel successo commerciale fu deciso quasi a tavolino, come Battiato ha più volte dichiarato.

Dicendo fra l’altro: «Per me esiste solo questa legge: vado avanti per la mia strada. Chi è d’accordo, bene, chi non è d’accordo, bene lo stesso. Se poi viene il successo, tanto meglio...».

Di queste e altre cose si parla in ”Franco Battiato 1965-2007, l’interminabile cammino del Musikante” (Editori Riuniti), il libro di Vanna Lovato che è uno dei più completi e originali fra quelli dedicati all’artista nato a Jonia, paesino in provincia di Catania.

Nel doppio concerto triestino Battiato sarà accompagnato dalla sua ultima formazione, che comprende Manlio Sgalambro (l’anziano filosofo con cui Battiato collabora da anni, e che dal vivo regala con la sua voce un tocco di ulteriore unicità alle performance), Carlo Guaitoli (pianoforte), Angelo Privitera (tastiere e programmazione), Davide Ferrario (chitarre e voce) e il Nuovo Quartetto Italiano (Alessandro Simoncini, primo violino; Luigi Mazza, secondo violino; Demetrio Comuzzi, viola; Luca Simoncini, violoncello).


 

lunedì 9 febbraio 2009

INTERVISTA CAPOSSELA


«Per me Trieste è sempre stata la porta del viaggio, un oggetto di desiderio, il punto che ti fa prendere un treno e partire. È la porta di un immaginario che amo. Anche perchè il fronte dell’avventura è sempre a Oriente, come diceva Napoleone...».

Questa dichiarazione d’amore arriva da Vinicio Capossela, che a Trieste ha suonato tante volte, spesso in situazioni spartane, ma che stavolta arriva nel teatro più grande della città: domenica il musicista e cantautore nato ad Hannover nel ’65 (genitori emigrati dall’Irpinia) sarà infatti al Politeama Rossetti con il suo ”Solo Show”, che riprende i temi dell’ultimo album ”Da solo”.

Per lui, cresciuto in Emilia Romagna, Trieste e l’Istria sono anche territorio di ricordi: «Ricordo che a vent’anni la mia prima avventura è stata attraversare l’Adriatico. Prendere un aliscafo a Rimini, coi soldi guadagnati facendo il barista nella riviera romagnola, e sbarcare a Pola, scoprendo vestigia della cultura veneziana, fu per me un’esperienza importante. Scoprii luoghi dietro l’angolo di casa dove l’italiano era un elemento esotico...».

Nel nuovo spettacolo l’esotismo dove sta?

«In un certo sapore da vecchio West, da saloon, in una dimensione che attinge al Circo Barnum di fine Ottocento. ”Canzoni a manovella” (disco e spettacolo del 2000 - ndr) era legato all’idea del circo tradizionale. Ora ci spostiamo nel tendone a fianco, nel cosiddetto ”side show”: il baraccone delle attrazioni, delle stranezze, come la donna barbuta o il maiale a due teste. Una sorta di metafora dello spettacolo».

Tour dopo tour, l’allestimento teatrale è sempre più curato.

«A teatro non mi basta riprodurre cose che il pubblico già conosce. Voglio uno spettacolo vero, per lo spettatore dev’essere come salire su un ottovolante, il teatro permette di rendere abitabili le emozioni. Con gli occhi, il cuore, le orecchie, la pancia...».

Certe atmosfere del disco riportano alla grande depressione Usa degli anni Trenta.

«È un disco di inni, di cerimoniali. Che servono, allora come oggi, nel momento delle difficoltà. Quando non ci si piange addosso, ma ci si stringe in un abbraccio, in una sorta di preghiera laica».

Pensa all’America di oggi, a Obama?

«Anche. La politica può fare cose straordinarie. Già sentir parlare di un diverso approccio alle cose è un segnale che fa bene al cuore. Penso che, più della crisi economica, sia terribile l’abbruttimento del vivere civile. L’accanirsi contro gli ultimi, contro gli indifesi, in Italia come in tutto il mondo».

La strada è un suo elemento costante.

«Chatwin parlava dell’orrore del domicilio. Io amo la strada intesa come cammino che dobbiamo fare nella vita, come il lasciarsi dietro delle cose. E poi la strada è una cosa sempre viva, sempre diversa. È il luogo dell’incontro».

Al tributo a De Andrè ha cantato ”La città vecchia”.

«Sì, nella versione non censurata. Ho scelto io di cantare quel brano, espressione del De Andrè ”di strada”, che parla di una piccola comunità. Ero sinceramente emozionato. De Andrè è, con Piero Ciampi e Matteo Salvatore, l’artista italiano da cui sento di aver ricevuto di più. Le sue canzoni sono ricche di umanità».

Con Capossela, al Rossetti, i musicisti Glauco Zuppiroli, Zeno De Rossi, Vincenzo Vasi, Mauro Ottolini, Achille Succi e Alessandro Stefana. Ma anche il ”mago” Christopher Wonder e la ”mangiafuoco” Jessica Love.

domenica 8 febbraio 2009

SPRINGSTEEN


Il rinascimento americano promesso da Barack Obama sembra aver influenzato anche Bruce Springsteen. Che il nuovo presidente degli States lo aveva appoggiato nella campagna elettorale, lo ha festeggiato in occasione dell’insediamento, e in qualche modo già lo celebra - lui con tutto quel che rappresenta il suo storico avvento alla Casa bianca - con il nuovo album ”Working on a dream” (Sony Columbia).

Se ”Magic”, poco più di un anno fa (il tempo dei lunghi silenzi discografici per il Boss sembra finito...), aveva i toni dell’amara riflessione sull’America, permeata quasi da un senso di tradimento, qui si respira di nuovo la grinta dei tempi migliori, l’entusiasmo dei sogni, sotto l’egida di una ritrovata terra promessa, di una rinnovata pulsione in perfetto stile «I have a dream».

Pare che lo spunto per il disco - Obama a parte - sia nato da una canzone registrata quasi per caso alla fine della lavorazione dell’album precedente: “What love can do”, robusta ballata che «suonava più come la prima canzone di un nuovo disco - confessa Bruce - che non come qualcosa di adatto a “Magic”. Così, il nostro produttore Brendan O’Brien ha detto: Hey, facciamone subito un altro...!».

Detto, fatto. Con una manciata di canzoni scritte fra la fine della registrazione dell’album uscito nel 2007 e il successivo tour con la E Street Band. Complice forse il mutato clima politico, ne è venuto fuori un album ottimista, per certi versi quasi facile, commerciale. Più pop che rock, addirittura. Con svariati riferimenti agli anni Sessanta.

Si parte con “Outlaw Pete”, otto sinuosi minuti dai retaggi western e dal sapore quasi morriconiano. Con "My lucky day", chitarre organo e pianoforte, in un crescendo figlio dei tempi migliori. Con "Working on a dream", ballata orecchiabile, giusta per fare la title-track.

“Queen of the supermarket” è una suadente ode alle cassiere (potrebbe essere dedicata alla nostra Giusy Ferreri, cassiera di supermercato in aspettativa lunga e nuova star della canzone italiana...), che ci riporta alle atmosfere lievi di “Girls in their summer clothes”.

Si prosegue con la citata "What love can do", con un episodio minore come "This life", con le asperità blues di "Good eye", con la leggerezza country di "Tomorrow never knows". Gli altri titoli: "Life itself", la melodica "Kingdom of days", "Surprise, surprise" (classico pop di qualità) e l’intensa "The last carnival", dedicata al compianto vecchio compagno d’avventura Danny Federici. C’è anche una bonus track: la meditativa "The wrestler”, già vincitrice di un Golden Globe per la miglior canzone originale dall’omonimo film con Mickey Rourke.

Album in gran parte solare, solo apparentemente facile e leggero, sul tempo che passa e ci insegna sempre qualcosa. «Il passato non è mai passato. È sempre presente, lo porti sempre con te». Parola del Boss. Che il 23 luglio chiude il tour italiano allo Stadio Friuli di Udine (19 a Roma, 21 a Torino).


SKIANTOS


Gli Skiantos sono quelli che, trenta e più anni fa, hanno inventato il rock demenziale. Nella Bologna della seconda metà degli anni Settanta, in un mondo della musica che si prendeva troppo sul serio, e in un’epoca in cui per tanti altri aspetti non c’era da star molto allegri, il cantante Roberto "Freak" Antoni e il chitarrista Fabio "Dandy Bestia" Testoni capeggiavano un gruppo di geniali schizzati, armati - in anni in cui si sparava per le strade - solo di ironia e autoironia. Si definivano «l'unico gruppo che è partito dalle cantine per arrivare alle fogne», ma anche «il gruppo che vanta innumerevoli tentativi di imitazione, tutti perfettamente riusciti».

Ora ritornano (formazione rinnovata attorno ai citati leader di allora) e non hanno perso il gusto della provocazione intelligente. Come dimostra ”Dio ci deve delle spiegazioni” (Estragon/Walcor/Universal), che rompe un silenzio discografico durato cinque anni. Fra i brani, ”Il razzista che c'è in me” (ovvero: il rapporto con chi è diverso da te, visto da sinistra) e ”Senza vergogna” (tentativo di sdrammatizzare «un argomento tabù come l'eroina»), ma anche ”Testa di pazzo” e ”Merda d’artista” (omaggio a Piero Manzoni).

Freak Antoni e compagni scherzano anche su un tema su cui di questi tempi è diventato difficile scherzare: il lavoro. In ”Una vita spesa a skivar la fresa” cantano infatti che «chiunque può trovare un lavoro, ma deve essere in gamba per vivere senza e non sentirne la mancanza».

«Su questa terra, prima che precari, siamo provvisori, per questo Dio ci deve delle spiegazioni - spiegano - e per questo il lavoro, anche quando non c'è, non va mitizzato: l'ironia è l'unica resistenza possibile alle fatiche della vita».

Le canzoni del disco e quelle di tanti anni fa verranno presentate nel ”Fogna tour (Il tour dell'unico gruppo che parte dalle cantine per arrivare alle fogne)”, che parte venerdì dal Deposito Giordani di Pordenone.


NEK


Quando debuttò al Sanremo del ’93, fu al centro di una polemica per una canzone anti-abortista (”In te”, che arrivò comunque terzo fra le Nuove proposte). Oggi, sedici anni e sette milioni di dischi venduti - in tutto il mondo - dopo, Nek non ha bisogno delle polemiche per far parlare di sé. «Un'altra direzione» è il suo decimo album di inediti, che arriva a due anni di distanza dal precedente. Il cantante e autore di Sassuolo (all’anagrafe Filippo Neviani, classe ’72) dimostra di restare fedele a se stesso, pur proseguendo nella sua evoluzione musicale. In questa chiave va letta anche la presenza nel disco della> popstar inglese Craig David, con cui duetta nel brano ”Walking away”. Il testo di uno dei brani, ”Per non morire mai”, è liberamente ispirato a ”Muere lentamente”, una poesia erroneamente attribuita da molti a Pablo Neruda e invece scritta dalla giornalista e scrittrice brasiliana Martha Medeiros. ”Se non ami” trae invece ispirazione dall'Inno all'amore di San Paolo. L’album esce a marzo anche in versione spagnola. Dal 24 marzo il tour da Torino.


TOZZI


Sono passati vent’anni dal disco ”Royal Albert Hall”, registrato dal vivo a Londra. Umberto Tozzi celebra l’anniversario con un doppio cd che raccoglie i suoi grandi successi registrati dal vivo, cinque inediti e due cover. L’album s’intitola ”Non solo live” ed è un piccolo monumero discografico a un cantante e autore che ha venduto nel corso di trent’anni di carriera oltre 45 milioni di dischi in tutto il mondo. Riecco allora, vestiti di nuovi abiti musicali e immortalati nel tour che la scorsa estate lo ha portato sui palchi di tutta Italia, i due cavalli di battaglia ”Ti amo” e ”Gloria” (conosciuti e venduti in mezzo mondo), successi come ”Donna amante mia” e ”Io camminerò”, la sanremese ”Si può dare di più” (che vinse il Festival dell’87, cantata assieme a Morandi e Ruggeri). Tra gli inediti da segnalare ”Anche se tu non vuoi”, brano dal ritmo incalzante che perpetua lo stile del cantante torinese, ma anche l’ironica ”Muchacha” e la suggestiva ”Oriental song”. Ci sono anche due cover (bella ”Lullabye goodnight my angel”, di Billy Joel)e persino due ghost track: ”Vida” e ”Un corpo e un'anima”, con cui nel ’74 Dori Ghezzi e Wess vinsero Canzonissima.




 


 


 


 

sabato 7 febbraio 2009

ANTONACCI


Bonolis lo voleva ”padrino” di qualche giovane in gara al Festival. Lui ha preferito declinare l’invito, e nella settimana sanremese sarà in tour. Un tour che giovedì sera fa tappa al Politeama Rossetti.

Biagio Antonacci apre dunque il tris di ”disintossicazione preventiva” (gli altri che ci daranno una mano: Battiato venerdì e sabato, Capossela domenica), allestito forse inconsapevolmente dallo Stabile regionale alla vigilia della kermesse festivaliera.

Sotto dunque con il bell’Antonacci, da anni idolo canoro di ragazze e donne di ogni età, che mesi fa ha pubblicato l’album «Il cielo ha una porta sola». L’annesso tour teatrale è partito a fine gennaio dal Teatro Augusteo di Napoli e porta in giro uno spettacolo particolare, diverso da quello visto nell’ottobre 2004 al PalaTrieste: elettrico e con vari spunti rock allora, perlopiù intimista stavolta.

Il cantautore di Rozzano, paesotto vicino Milano, mancava dai teatri da dieci anni. E conclusa questa prima parte del tour, tornerà comunque nei palasport già a primavera, per una seconda tranche elettrica. Caratterizzata anche dalla presenza di un coro speciale: un gruppo di spettatori, che da una tribuna sul palco canteranno con Biagio in una sorta di karaoke.

Ma torniamo al concerto triestino. Nel quale Antonacci sarà da solo sul palco, assieme a un altro musicista, il chitarrista Saverio Lanza: «Suonerò, male, tutti gli strumenti - ha detto l’artista -: chitarra, basso, batteria, pianoforte, tastiere vintage, djembe (tamburo africano - ndr) e la batteria con la quale ho cominciato la mia carriera ma che non uso da vent’anni. È difficilissimo tenere il tempo e cantare, da ragazzino avevo l’esempio di Phil Collins nei Genesis e Don Henley negli Eagles...».

Ancora Biagio: «Ci sarà qualche campionamento di archi, ma tutto il resto sarà scremato in stile Coldplay, con un classico trio chitarra basso e batteria». Per rivisitare successi vecchi e nuovi, proprio come nell’ultimo, vendutissimo album.

Da segnalare che le canzoni inserite nel disco - e dunque nel concerto - sono state scelte attraverso un sondaggio fra i fan (oltre 900 mila contatti), che hanno potuto votare e quindi decidere la composizione definitiva del cd: inserendo «Pazzo di lei» e «Quanto tempo e ancora», «Iris (fra le tue poesie)» e «Sappi amore mio», «Convivendo» e «Se è vero che ci sei». Senza dimenticare «Angela», «Mio padre è un re», «Fiore», «Quell’uomo lì», «Lo conosco poco»...

Ultima cosa. Antonacci è in queste settimane protagonista di una vertenza giudiziaria con la sua ex casa discografica, da lui accusata di aver immesso sul mercato senza autorizzazione la raccolta ”Best of... 2001/2007”.

Come sempre più spesso accade quando un artista cambia etichetta, era successo che la vecchia casa discografica (l’Universal) aveva fatto uscire due raccolte - quella citata e un’altra, del periodo ”1989/2000” -, e poi un cofanetto comprendente entrambe, nello stesso periodo dell’uscita del primo disco del cantautore per la sua nuova casa discografica, la Sony.

Le Sezioni specializzate per la proprietà industriale e intellettuale del Tribunale di Milano hanno deciso in via cautelare il ritiro dal mercato del disco e del cofanetto, «con il divieto di distribuire, promuovere e commercializzare» i due prodotti (gli avvocati di Antonacci hanno deciso di riservare a separata iniziativa la tutela dei diritti del best ”1989-2000”).

L'Universal, sottolineando che si tratta di un ”provvedimento soltanto provvisorio in sede cautelare”, ha chiesto la revoca nel giudizio di merito ancora pendente. Forte anche di un primo provvedimento del dicembre 2008, che rigettava le richieste avanzate da Antonacci.

Come dire: la tournèe nelle aule di giustizia è appena cominciata...

martedì 3 febbraio 2009

SANREMO TESTI


Festival di Sanremo, conto alla rovescia. Per chi è interessato alle piccole cose della kermesse (17/21 febbraio), segnaliamo che i testi delle 16 canzoni in gara fra i cosiddetti big al solito non brillano di luce propria. Mischiando tradizione e timide incursioni nel presente, nel paese reale. Insomma, il Festival di Bonolis sembra somigliare a quello di Baudo. Una macedonia dagli ingredienti appena più freschi.

La novità di giornata è che ci sarà anche Gianni Morandi a cantare con Pupo, Paolo Belli e Youssou N'Dour (mai trio fu più assortito...), nella serata di giovedì dedicata ai duetti. «L’opportunità» tratta un tema di stretta attualità: l’accoglienza nei confronti di chi arriva da lontano in cerca di un futuro migliore. Il progetto nasce attorno alla Nazionale cantanti, della quale Morandi è una storica colonna. E l’altro ospite, oltre al cantante di Monghidoro, sarà l’attore Raoul Bova. Compagnia assai composita, dunque.

L’altra novità è la gustosa lettera aperta che Cristiano Malgioglio manda a Povia: «Il tuo amico è guarito? Per me hanno detto che non c'è nulla da fare...». Si riferisce ovviamente a «Luca era gay», il rap che il cantautore toscano porta al Festival e ha già suscitato quasi tutte le polemiche della vigilia. «Ho appreso con grande gioia ed entusiasmo - scrive Malgioglio - che uno dei tuoi amici più cari è stato miracolato. Era gaio e non lo è più. Caro, con tutta l'ammirazione che io posso avere nei tuoi riguardi, mi trovi un po’ scettico, per la cosiddetta guarigione del tuo amico».

Un altro toscano, un’altra polemica. «L'Italia» di Marco Masini racconta, con accenti a tratti forti, alcuni dei guai di casa nostra. Da verificare soltanto se rimarrà il verso «È un Paese l'Italia che c'ha rotto i coglioni», o se, dopo le polemiche della vigilia, la sera di martedì verrà ...edulcorato. Di certo masici canterà: «È un Paese l'Italia dove tutto va male, lo diceva mio nonno che era meridionale, lo pensavano in tanti, comunisti presunti». Toni da denuncia sociale, in bilico fra canzone d’autore indignata e «L’italiano» di Cutugno, ovviamente non all’altezza di analoghi brani già passati alla storia della canzone.

Altri sfoghi, altre denunce nel brano dei Gemelli Diversi, «Vivi per un miracolo». Rap arrabbiato, che mette assieme aborto, baby prostituzione e violenza domestica, trattando dei mali che spesso si annidano tra le pareti domestiche. «Parla dei dimenticati, degli sconfitti, dei cuori infranti e della loro voglia di cambiare le cose - precisano i Gemelli Diversi -. Ma ricorda l’obbligo di rimanere vivi, di non farsi prendere dall'assuefazione che tende a trasformare le ingiustizie e perfino le tragedie in ordinaria quotidianità».

Approccio analogo per gli Afterhours, nella loro «Il paese è reale». La band di Manuel Agnelli non tradisce la sua anima rock per presentarsi dinanzi alla platea festivaliera. E propone un brano vibrante di rabbia e desolazione, in una società sempre più priva di punti di riferimento.

Patty Pravo si è affidata a un autore debuttante, il sardo Andrea Cutri, per tornare all’Ariston con «E io verrò un giorno là». Tradizione francese, fra Brel e Ferrè, retaggi di melodramma, ma anche livide chitarre rock. Per una performance che promette di ricordare quella del ’97 con «E dimmi che non vuoi morire». Il vincitore dell’altra edizione del Festival targata Bonolis, Francesco Renga, ci riprova con «Uomo senza età», una sorta di «Nessun dorma» in chiave pop, con tanto di citazione dell'aria pucciniana. Bel canto puro, quello che di solito funziona sempre.

Tricarico ritorna con «Il bosco delle fragole», filastrocca stralunata e demenziale che potrebbe bissare il successo dell’anno scorso con «Vita tranquilla».

Degli altri - dal vecchio Al Bano al giovane Marco Carta, dall’incompiuta Dolcenera all’eterno Fausto Leali, passando per Alexia, Nicolai/Di Battista, Iva Zanicchi, Sal Da Vinci... - avremo ancora tempo per parlare.

LIBRO SOFRI


C’è una ragazza di vent’anni, «di quelle che fanno le domande», che non sa nulla di stragi e anni di piombo e Pinelli e Calabresi. C’è un uomo - Adriano Sofri, nato a Trieste nel 1942 - che fra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta è stato il leader di Lotta Continua (gruppo extraparlamentare di sinistra dell’epoca, scioltosi nel ’76, anche se l’omonimo quotidiano uscì fino all’82), prima di diventare apprezzata voce critica della sinistra, sia come giornalista che come scrittore.

Sofri è stato condannato con sentenza definitiva, dopo un lungo processo, conclusosi nel ’97, come mandante dell’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi. Dopo nove anni di carcere, attualmente è ai domiciliari per motivi di salute. Si è sempre dichiarato innocente, e per questo si è sempre rifiutato di chiedere la grazia.

Oggi la novità è che, pur nel ribadirsi innocente, Sofri si è assunto la corresponsabilità morale dell'omicidio Calabresi. Lo ha fatto in un’intervista al ”Corriere della Sera”. Lo fa in questo libro «La notte che Pinelli» (Sellerio Editore Palermo, pagg. 284, euro 12), nel quale alla ragazza di vent’anni ignara dei tragici fatti che si susseguirono da Piazza Fontana in poi non racconta del caso Calabresi ma del caso Pinelli, come si evince già dal titolo. Ma il lungo monologo contiene frasi inequivocabili, come: «...quando dico che la campagna condotta da Lotta Continua contro Calabresi tra il 1970 e il 1972 (non mi importa dei molti altri concorrenti) fu un linciaggio moralmente responsabile, benchè nient’affatto penalmente, della morte di Calabresi».

E ancora: «E che a questo niente toglie la ricostruzione di ciò che l’aveva preceduta, in quel tragico gioco delle parti che inchiodò tanti a un ruolo solo in parte scelto e in parte subìto e sofferto, e per tanti altri significò solo dolore e perdita».

E soprattutto: «Di nessun atto terroristico degli anni Settanta mi sento corresponsabile. Dell’omicidio Calabresi sì, per aver detto o scritto, o per aver lasciato che si dicesse e si scrivesse, ”Calabresi sarai suicidato”».

Ma il libro, come si diceva, parla innanzitutto di quella notte del 15 dicembre 1969 quando il ferroviere anarchico Pino Pinelli volò giù da una finestra del quarto piano della Questura di Milano. Era stato fermato nelle drammatiche ore immediatamente successive alla strage di Piazza Fontana, 12 dicembre del ’69, atto di nascita della strategia della tensione. Parlarono di suicidio, un suicidio a cui non credeva nessuno. Seguì quella campagna con i toni del linciaggio - cui fa riferimento Sofri - contro il commissario di polizia Luigi Calabresi, che venne assassinato sotto casa la mattina del 17 maggio 1972. E a dolore e ingiustizia si sommarono altro dolore e altra ingiustizia.

L’autore ricostruisce tutta la storia, facendola precedere - alla maniera quasi di una rappresentazione teatrale - da un elenco delle persone coinvolte con i rispettivi ruoli. E seguire da trentasei pagine di minuziose e dettagliatissime note.

Ne viene fuori la prima ricostruzione storico-documentale, pur in forma narrativa, di quei drammatici giorni del dicembre 1969, uno dei grandi buchi neri della storia della Repubblica italiana. Sofri la traccia attingendo alle migliaia di carte dei tanti procedimenti giudiziari e ai propri ricordi personali.

Dalla lettura di questo libro - e magari anche di quello scritto da Mario Calabresi, figlio del commissario ucciso e oggi giornalista di ”Repubblica”, intitolato ”Spingendo la notte più in là”, uscito due anni fa - tutte le ragazze e i ragazzi di vent’anni che hanno la voglia di sapere e di capire, potranno imparare qualcosa di più della storia recente, e a tratti terribile, del nostro Paese.

domenica 1 febbraio 2009

VASCO BRONDI AL TEATRO MIELA


Capita a volte - raramente - di imbattersi in oasi di viva intelligenza e originale genuinità, nel mare piatto e prevedibile della canzone italiana. È successo nel 2008 con Vasco Brondi, ventiquattrenne cantautore ferrarese che preferisce celarsi dietro la sigla Le luci della centrale elettrica, il cui tour l’altra sera ha fatto tappa in un Teatro Miela adeguatamente affollato per l’occasione.

Targa Tenco per la miglior opera prima con «Canzoni da spiaggia deturpata», Brondi è stato il miglior esordio dell’anno passato. Mischia rabbia generazionale e poesia metropolitana, sembra mosso da un’urgenza creativa a tratti fluviale, è visionario e ancora indignato al punto giusto. Il suo è «cantautorato attualizzato, che non trascuri le distorsioni sature, le frasi urlate, i ritmi ossessivi. Una chitarra acustica/distorta comprata a rate e una voce che sussurra urla e tossisce...» (dalla sua pagina su MySpace).

Dal vivo, nonostante problemi di acustica e un impianto voce non all’altezza, conferma quanto di ottimo si era percepito nel disco. La prima sorpresa è la formazione: da una parte lui e il suo produttore Giorgio Canali (cinquantenne di Predappio, già nell’orbita bolognese dei Cccp/Csi/Pgr e nel progetto Rossofuoco) alle chitarre, elettriche e acustiche; dall’altra la soave Daniela Savoldi (padre italiano, madre brasiliana, dieci anni di conservatorio alle spalle) al violoncello. Sì, avete capito bene, al violoncello. E l’incontro inedito fra quest’ultimo e le chitarre rabbiose dei due ragazzacci vale già il prezzo dell’attenzione.

Attaccano con «Produzioni seriali di cieli stellati» e «Piromani» (il brano di «andiamo a vedere le luci della centrale elettrica...», cui segue un’appendice parlata, quasi alla maniera di un reading lisergico), proseguono con «Stagnola» e «Sere feriali». Vasco canta di tram troppo mattinieri e sigarette fosforescenti, di farfalle meccaniche e occhi di criptonite, di motorini elaborati e cani avvelenati, di preservativi troppo costosi e sogni smantellati.

La scelta di alternarsi fra due microfoni, uno dei quali capace di rendere la sua voce meccanica e distorta fino all’incomprensibilità, non rende semplice l’ascolto dei brani alla parte (maggioritaria) del pubblico che li non conosce a memoria. Ma a nessuno sfugge un bisogno primario di comunicare che non lascia indifferenti. Nel racconto teso, vibrante, allucinato dei suoi - nostri - anni confusi. Anche se a tratti si avverte il retaggio di personaggi ed epoche che Brondi può aver conosciuto solo indirettamente: la Bologna del Settantasette, Claudio Lolli, i citati Cccp/Csi/Pgr, gli «altri libertini» di Pier Vittorio Tondelli...

Il concerto prosegue, c’è spazio anche per un brano di Casali, oltre che per l’abbozzo di un paio di cose nuove, che entreranno nel secondo disco («a primavera mi fermo e comincio a pensarci seriamente...», confida sceso dal palco). «Lacrimogeni», «Fare i camerieri», «La gigantesca scritta Coop», ma soprattutto «La lotta armata al bar» e «Per combattere l’acne» - scelta come bis - completano la serata.

Canzoni che brillano di piccole frasi storiche: «farò rifare l’asfalto per quando tornerai» e «siamo l'esercito del Sert», «con le nostre discussioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche» e «si fermavano i tram per deridermi», fino al trionfo nichilista generazionale di «cosa diremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero...?». Istantanee urlate, schegge di presente, malinconia e smarrimento e rabbia, desolazione dalla provincia italiana.

Alla fine, applausi convinti. Brondi saluta a pugno chiuso e scompare.