domenica 22 febbraio 2009

SANREMO ultimo


Sanremo, il giorno dopo. Agli archivi passa la vittoria del ventitreenne cagliaritano Marco Carta, sponsorizzato da Maria De Filippi, che l’anno scorso lo aveva visto trionfare ad ”Amici” e l’altra notte era con lui sul palco dell’Ariston nel momento più importante della sua giovane carriera.

L’ex parrucchiere con la passione per la musica, rimasto da bambino orfano di entrambi i genitori, è stato preferito dal contestato sistema del televoto (chi più spende, più voti riceve, proprio come vent’anni fa con le schedine Totip) agli altri due finalisti: Povia (le polemiche allora pagano, visto che la canzone non era granchè...) e Sal Da Vinci, sponsorizzato da Gigi D’Alessio, prima eliminato e poi ripescato e infine sul podio. Per la cronaca: 57% di voti al primo, 25% al secondo, 17% al terzo.

In archivio anche la vittoria fra le Nuove proposte di Arisa, acronimo delle iniziali dei nomi dei suoi familiari, dietro il quale si cela la ventisettenne Rosalba Pippa. La sua ”Sincerità” è la canzone del momento, l’unica che la gente canticchia, e sulla quale è già calata l’accusa più infamante e abituale: quella di plagio. Somiglierebbe pericolosamente, infatti, a ”Somewhere nicer”, degli inglesi Obi, da un album del 2001 (vedi su www.myspace.com/obitheband).

E in archivio anche il Premio della critica agli Afterhours, di misura su Tricarico e Nicolai/Di Battista. Ovvero: le poche canzoni da salvare, assieme a quella di Patty Pravo, al Festival di quest’anno.

Del quale, come già detto a caldo, il vero vincitore è comunque Bonolis, che non ha selezionato grandi canzoni ma ha saputo creare cinque serate di spettacolo televisivo in grado di attirare attenzione e ascolti. Anche la finale ha sfiorato il 50% (49.75%) di share, con 13.008.000 spettatori nella prima parte; impennata di share al 64.15% con 11.269.000 spettatori nella seconda. Per l'annuncio del vincitore, a mezzanotte e quaranta, share al 75.53%. Picco di ascolti alle 22.55, quando sul palco c'era l'attore Vincent Cassel, visto da 15.171.000 persone.

L’impresa di Bonolis - e di Luca Laurenti, il cui apporto non va sottovalutato - è stata quella di svecchiare la rassegna e ringiovanirne il pubblico. L'80% degli 800 mila che si sono pronunciati al televoto finale aveva infatti un'età tra i dodici e i vent’anni.

Squadra che vince non si cambia, a meno di essere mossi da istinti suicidi (cosa che parlando di questioni Rai non è da escludere...). Dunque ci sono buone probabilità di ritrovare la stessa coppia l’anno prossimo, nell’edizione numero sessanta. Cui va pensato «da subito», come ha detto ieri il direttore di Raiuno Del Noce, che però potrebbe essere sul punto di passare la mano nell’imminente ribaltone di nomine.

«I sessant’anni di vita del Festival - ha aggiunto - non devono essere una celebrazione della vecchiaia o come qualcosa per animali estinti o brontosauri, ma di giovinezza. Bisogna mantenere alto il prodotto su cui come azienda investiamo molto. A maggio-giugno bisognerà cominciare a occuparsene in termini pratici».

Infine, l’ultima polemica. Non dimenticando che di polemiche il Festival vive. Ci ha pensato Iva Zanicchi, che ieri pomeriggio su Raiuno ha strepitato («sono stata oltraggiata...») per l’intervento di Benigni che martedì sera l’aveva effettivamente distrutta prim’ancora della sua interpretazione. Un piccolo comizio da parte della signora, che non a caso è europarlamentare di Forza Italia, alla vigilia di una probabile ricandidatura.

In fondo, come confidò una volta Casini a Mastella (altro candidato per tutte le stagioni), con cinque anni al parlamento europeo uno può mettere da parte un miliardo tondo. Parlava di lire, dunque fate pure il calcolo in euro: restano comunque tanti soldi. Molti più di quelli che un cantante medio, magari a fine carriera, incassa a Sanremo.

SANREMO finale


Primo Marco Carta (direttamente da ”Amici”), secondo Povia, terzo Sal Da Vinci. Si è conclusa a notte fonda, con un risultato abbastanza a sorpresa, la 59.a edizione del Festival di Sanremo. Quella della rinascita, del successo di Bonolis, degli ascolti record, della ritrovata centralità nel palinsesto televisivo di Raiuno. Ma anche di Roberto Benigni e di Mina.

La vita reale ha sempre il vizio di ficcare il naso al Festival, un tempo specchio del Paese, da anni regno dell’irrealtà, che della società italiana regala - giusto per citare il Vaticano - «la sua immagine più stereotipata e banale, quella falsa, confezionata ogni giorno dalla televisione».

Ieri pomeriggio dunque manifestazione dei gay fuori dall’Ariston (vedi articolo qui sotto) contro la canzone di Povia, che in serata - prima di salire sul podio - ha proseguito la sterile polemica chiudendo la sua esibizione con un cartello sul quale era scritto prima «Ognuno difende la sua verità» e poi «Ci prendiamo troppo sul serio».

Ma a Sanremo è arrivata anche una delegazione degli operai Fiat di Pomigliano d’Arco, da mesi in cassa integrazione. E Bonolis li ha incoraggiati dal palco («Coraggio ragazzi, grazie...»), spiegando i motivi della protesta e parlando dei riflessi della crisi economica mondiale.

Serata dedicata alla riproposizione delle canzoni rimaste in gara. E agli ospiti: Vincent Cassel, il francese noto da noi soprattutto per essere marito di Monica Bellucci; la strepitosa Annie Lennox, con ”Why” solo pianoforte e voce; l’irrestibile talento comico di Checco Zalone; l’arte di Piera Degli Esposti, impegnata in una lettura di Dacia Maraini.

E poi riflettori puntati sulla prima volta di Maria De Filippi in Rai (oltre che al Festival). La signora Mediaset è stata trattata con tutti gli onori, e ha affiancato Bonolis per un lungo tratto nella presentazione. Fino al trionfo del suo protetto Marco Carta, vincitore di ”Amici”. «È la prima volta che metto piede in Rai - ha detto con la sua caratteristica voce rauca, quasi maschile - e sono un po’ preoccupata. Sono venuta perchè conosco e stimo molto Paolo...».

Paolo che - va detto - ha vinto il suo secondo Sanremo. Record di ascolti nel 2005, al suo debutto, quando tutto sommato un’affermazione poteva anche essere messa in preventivo. Ma trionfo di audience pure quest’anno, «al di là delle più rosee previsioni», come hanno cinguettato quasi all’unisono il direttore di Raiuno Del Noce e il direttore generale Cappon.

Dopo il crollo dell’anno scorso con Baudo, per il Festival sembrava suonasse la campana dell’ultima chiamata. Alla vigilia qualcuno si era addirittura spinto a pronosticarne la messa in archivio di qui a un paio d’anni, magari dopo la sessantesima edizione. Che a questo punto si farà, l’anno prossimo, con tutt’altro stato d’animo e una ritrovata centralità nel palinsesto Rai. E con l’ironico conduttore che trasforma in oro tutto quel che tocca - statene certi - ancora sulla tolda di comando.

Ma se Bonolis è oggi il miglior uomo televisivo che passa il convento dello spettacolo italiano, e se la coppia comica con Luca Laurenti (scoperto anche come cantante...) non si discute, reclamizzino il caffè o presentino Sanremo, altra cosa è la scelta delle canzoni in gara.

Qui Baudo, ormai impresentabile in video, era più abile. Nelle ultime due edizioni da lui dirette e condotte, erano numerosi i brani di qualità. Quest’anno nisba. O quasi. Fra i big buona la canzone di Patty Pravo, difficile da cantare e penalizzata dalle stonature nella prima serata. Passabili quelle degli Afterhours e di Tricarico, non a caso subito eliminati e ovviamente non ripescati.

Meglio i giovani, anzi, le cosiddette Nuove proposte. La splendida Malika Ayane e l’intrigante Karima, entrambe figlie di madre italiana e padre straniero. Figlie dunque dell’Italia multietnica che è già qui, ha potenzialità anche artistiche, e che troppi tentano di ridurre a questione di criminalità e ordine pubblico.

Bravissima anche la vincitrice Arisa, ragazza fumetto dai grandi occhialoni e timida da far tenerezza. La sua «Sincerità», riproposta ieri sera e impreziosita nella serata di giovedì dal pianoforte del nostro grande Lelio Luttazzi, è una gemma swing senza tempo, delicata e orecchiabile. E brava anche Iskra, la corista di Dalla con tante primavere sulle spalle ma non nella gran voce.

Ma il successo dell’edizione di quest’anno ha saputo prescindere dalle canzoni in gara. Bonolis ha impresso una bella svecchiata al Festival. Nell’approccio, nel tono, nella scenografia, nell’atmosfera generale di uno show televisivo condotto con ironia e seguendo una rotta diametralmente opposta alle stantie e autoreferenziali messe cantate di Baudo, dal quale ha ereditato solo l’estenuante lunghezza delle cinque-serate-cinque.

L’attesa e la curiosità sono state costruite già alla vigilia. Reintroducendo l’eliminazione fra i big, ingaggiando grandi nomi della canzone come padrini dei giovani (e quella dei duetti è stata una serata di grandissima musica), inventando la ridicola polemica costruita a tavolino sulla canzone di Povia (anche se poi ”Luca era gay”, pur premiato dalle giurie e dal televoto, è di una pochezza impressionante...).

Ma i due colpi sono stati soprattutto riportare a Sanremo la voce di Mina (con un video, vabbè, ma quell’interpretazione di ”Nessun dorma” valeva da sola tutto il girone dei cosiddetti big...) e ancor più l’ospitata di Benigni. Che anche al netto nelle polemiche per i 350 mila euro in diritti tv versati da mamma Rai al comico e alla sua società di produzione, è stata come al solito travolgente.

Vien da pensare a Del Noce, che prima dello show aveva raccomandato al toscanaccio di non badare alle polemiche: «Vola alto e pensa al tuo amato Dante», sperando magari nell’ennesima lettura della Divina Commedia. Dopo le irresistibili bordate a Berlusconi, oltre che a Veltroni e alla stessa Mina, l’inquadratura del direttore (ancora per poco...?) di Raiuno corrucciato in platea, in mezzo alla folla ridente e plaudente, è già stata consegnata alla storia del Festival.

sabato 21 febbraio 2009

SANREMO 3


Il Sanremo di Bonolis affronta la terza curva e tiene bene la strada. Gli ascolti non crollano, anche senza Benigni. Ieri apertura con il piano di Giovanni Allevi e poi spazio ai giovani, ognuno col suo illustre padrino: grande musica allora, con Cocciante, Pino Daniele, Zucchero, Bacharach, Dalla... Ma il Festival non piace al Vaticano. Prima l'Osservatore Romano, poi l’agenzia cattolica Sir. Che stronca il Festival: dà della società italiana «la sua immagine più stereotipata e banale, quella falsa, confezionata ogni giorno dalla televisione». Che dire? Parole sante.


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Il Sanremo di Bonolis affronta la terza curva, ripesca Al Bano e Sal Da Vinci, ma tiene ancora bene la strada. Apertura con il pianoforte spericolato di Giovanni Allevi, che esegue il tema della ”Leggenda del pianista sull'oceano”, di Ennio Morricone, introdotto da una breve clip del film di Giuseppe Tornatore, con Tim Roth.

Dopo il ricordo di Oreste Lionello, subito spazio ai giovani, ognuno affiancato dal suo bravo, illustre padrino. Che ne approfitta per far sentire anche un proprio brano. Ed è finalmente l’occasione, dopo alcune ospitate delle edizioni passate, di vedere sul palco dell’Ariston una manciata dei maggiori protagonisti della canzone italiana.

Apre Filippo Perbellini, che si porta dietro Riccardo Cocciante e per la verità ne sembra il clone biondo, giusto un po’ più alto e carino. Silvia Aprile è supportata dalla chitarra di Pino Daniele, che poi regala una versione da brividi, leggermente rallentata, pianoforte e voce, di «Quando». Poi, fra i ”complimenti per il Festival” e un appello per la raccolta differenziata dei rifiuti, ci scappa anche una magica ”Napule è”.

Bella canzone per Karima (mamma livornese, babbo algerino), che raddoppia: la scortano nientemeno che il pianoforte di Burt Bacharach e la gran voce di Mario Biondi. Irene addirittura esagera: con lei supergruppo formato da papà Zucchero, Maurizio Vandelli, Dodi Battaglia e Fio Zanotti. Ma poi ci sono anche Chiara Canzian (altra figlia di un Pooh, Red Canzian) con Roberto Vecchioni, la talentuosa ”giovane” corista di sessantadue anni Iskra con Lucio Dalla (che ricorda ”4 marzo 1943” e ”Piazza grande”), la bravissima Malika Ayane (mamma milanese, padre marocchino) con Gino Paoli, Simona Molinari con Ornella Vanoni (omaggio a Tenco ma anche a Reitano), Barbara Gilbo con Massimo Ranieri, ovviamente Arisa con il nostro Lelio Luttazzi al pianoforte: ”Sincerità” è una gemma swing. Cui il grande artista triestino dà un degno seguito con ”Vecchia America”.

Sfilano anche i sei eliminati delle prime due serate: Afterhours, Tricarico, Iva Zanicchi, Al Bano, Nicolai e Di Battista, Sal Da Vinci. La giuria, quand’è ormai notte fonda, ne ripesca soltanto due: come detto, Al Bano e Sal Da Vinci. Che stasera si riaggregano alla compagnia. C’è pure la prima vincitrice: la napoletana Ania, che con ”Buongiorno gente” si aggiudica il primo Sanremo Giovani Web.

Intanto si apprende che il Festival non piace al Vaticano. Prima l'Osservatore Romano, poi l’agenzia dei settimanali cattolici Sir. Che scrive: «Un Festival che vuole essere specchio della società italiana ma che, paradossalmente, è destinato a dare di essa la sua immagine più stereotipata e banale, quella falsa, confezionata ogni giorno dalla televisione».

Che dire? Parole sante. Ma c’è di più: «Qualcuno si è spinto a dire che questa edizione avrebbe rappresentato l'ultima chiamata per uno spettacolo ormai alla frutta. A giudicare da quanto visto e ascoltato sinora non sembra essere distanti dal vero. A cominciare dalle canzoni in gara, in generale di mediocre qualità, che probabilmente non verranno ricordate per molto tempo».

Conclusione: «Una sorta di parentesi fuori dal tempo e dalla realtà, fatta di compensi stratosferici, di giovani comparse sullo sfondo, di giurie demoscopiche applaudenti tra il pubblico. Stonata con la realtà attuale della nostra Italia, dove le famiglie iniziano a fare i conti, anche in maniera dura, con la crisi economica. Un Festival che non è lo specchio della società ma che, invece, è l'immagine edulcorata e falsa della tv».

Nessun accenno alle parole di Benigni in difesa degli omosessuali. La replica di Bonolis: «Questo Paese è un bellissimo posto perchè garantisce a tutti di potersi esprimere. L'Osservatore ha voluto esprimersi così. L'importante è che si rispettino gli altri».

A margine, anche il piccolo giallo di un’intervista a Patty Pravo. Che sembrava destinata prima all’Osservatore Romano, poi a Radio Vaticana. Con annesso giudizio positivo sulla sua canzone, definita «l’unica da salvare della rassegna». Ma si scopre che l’intervista l’aveva fatta un sacerdote che collabora con la Rai, e che dunque il giornale e la radio del Vaticano non c’entravano nulla. Ma l’equivoco era bastato a qualcuno per titolare ”Patty, la diva sexy che piace al Vaticano”. Chiacchiere sul nulla, insomma.

giovedì 19 febbraio 2009

SANREMO 1


La classe inarrivabile di Mina, la verve inarrestabile di Roberto Benigni. La prima serata del 59.o Festival di Sanremo ha emesso a tardissima ora il primo verdetto: eliminati (giustamente) Iva Zanicchi, (ingiustamente) Tricarico e Afterhours. Ma è brillata soprattutto della luce abbagliante di due giganti dello spettacolo italiano, così diversi ma così uguali nell’eccellenza della loro arte. Tale da oscurare tutto il resto, cantanti e canzoni e ospiti e contorni vari.

Va ammesso che, magari non basterà a risollevarne le sorti, ma Bonolis ha dato una bella svecchiata al Festival. Nell’approccio, nel tono, nella scenografia, nell’atmosfera generale di una prima serata andata in porto seguendo una rotta sufficientemente diversa dalle stantie e autoreferenziali messe cantate di Baudo. Sempre con un pizzico di autoironia, dote sconosciuta al siculo, grazie anche alla presenza della spalla Laurenti.

Apertura minimal, con il conduttore seduto sul palco accanto a una bimbetta (Beatrice Bonetti, sette anni, allieva di pianoforte all’Accademia musicale di Savona), cui spiega la grandezza della musica italiana, le sue origini, la sua storia. Il testimone passa al tanto atteso video di Mina, che canta da par suo ”Nessun dorma” in uno studio affollato di musicisti, con l’orchestra diretta da Gianni Ferrio.

Lei è come l’abbiamo intravista in qualche foto rubata o nell’ultimo video di qualche anno fa, sempre in uno studio di registrazione: vestita di nero, capelli raccolti, occhialoni, cuffie in testa, e quella voce inarrivabile che addomestica l’aria più celebre della Turandot di Puccini e ce la restituisce alla stregua di una grande canzone melodica.

Intanto, le immagini ripercorrono per titoli la storia della musica italiana, quella classica e quella popolare, da Caruso a Pavarotti, da Modugno a Vasco Rossi, da Battisti a Ramazzotti, e si incrocia con la storia del Festival. Pochi minuti ma di grande classe, di alto livello, chiusi dall’immagine di Mina seduta che saluta con la mano in direzione della camera. Quasi un arrivederci. Magari a sabato, quando è prevista la sua seconda ”comparsata virtuale”. Pare con ”Mi chiamano Mimì”, dalla Boheme.

I primi cantanti in gara: l’incompiuta Dolcenera, il vecchio leone Fausto Leali, lo stralunato Tricarico (punito dalle giurie), l’inutile Marco Carta. E ancora la sofisticata Patty Pravo (la sua ”E io verrò un giorno là” sembra una delle migliori canzoni di quest’anno), l’incazzato Marco Masini, il tenorile Francesco Renga.

Due parole con Alessia Piovan, attrice e modella di belle speranze. Poi è il momento dell’altro picco della serata. Benigni entra e fa il vuoto attorno. Comincia col chiarire che non vuole parlare di Berlusconi, e poi lo massacra a botte di sarcasmo: «Silvio, ti propongo di diventare unico come Mina. Per farlo devi sparire. Mina non si è fatta più vedere ed è diventata un mito, manda solo filmati, come Bin Laden».

Di più: «Silvio, non ti devi far più vedere. Più lontano vai, più mito sei. Ogni tanto ci mandi una canzone con Apicella. Magari la canto io. Silvio, ti prego di diventare un mito, come Dio, che non si vede mai».

Del Noce in prima fila non ride. Ma ce n’è anche per Veltroni («Non faccio battute su di lui, perchè più battuto di così non si può. Gli regalo solo uno slogan: rialzati Walter. Che poi la Sardegna non è niente, tanto avremo la maggioranza alle Eolie...»), per la Zanicchi («Iva, non me l’aspettavo questa canzone, è come dire: trombami e non finire presto...»), per gli italiani che «vogliono la certezza della pena, mi sa invece che di questi tempi di crisi nera vogliono la certezza della... cena».

Conclusione con parole alte e nobili in difesa degli omosessuali: «È una storia incredibile che va avanti da millenni. Gli omosessuali non sono fuori dal piano di Dio. Di peccati c'è solo la stupidità», per poi ricordare Oscar Wilde, «messo ai lavori forzati per la sua omosessualità. In prigione ha scritto una lettera alla persona per la quale era stato condannato». E, prima di lasciare il teatro tra gli applausi scroscianti, legge quella accorata lettera.

Difficile riprendere la gara, a quel punto. Ci pensano Pupo, Paolo Belli e Youssou N'Dour, uniti in uno strano trio per un messaggio di tolleranza e solidarietà. E poi il rap dei Gemelli Diversi, il solito Al Bano, gli Afterhours (”Il paese è reale”, gran pezzo rock massacrato dalle giurie), la citata Iva Zanicchi, i talentuosi Nicky Nicolai e Stefano Di Battista. È il turno anche di Povia: che piccola cosa è la sua ”Luca era gay”, soprattutto dinanzi alla grandezza delle parole di Benigni. E di Oscar Wilde. Nemmeno il microfono in platea a Grillini, leader dell’Arcigay, può aggiungere granchè.

Chiusura dimessa con Sal Da Vinci e Alexia con Mario Lavezzi. Tocca all’ospite californiana Katy Perry ma soprattutto ai primi quattro giovani: Malika Ayane, Irene, Simona Molinari e Filippo Perbellini. È quasi l’una. C’è solo spazio per i nomi dei primi eliminati.


 

martedì 17 febbraio 2009

SANREMO


Sanremo, ci risiamo. La 59.a edizione del sedicente Festival della canzone italiana comincia stasera su Raiuno. Sedicente perchè da anni è in realtà soltanto un evento televisivo, nemmeno di qualità. E anche volendo restare nell’ambito mediatico, il vero festival della canzone italiana quest’anno si è svolto poco più di un mese fa, da Fazio, nel decennale della scomparsa di De Andrè, quando i più importanti esponenti della nostra musica hanno reso omaggio al grande poeta scomparso.

Come se non bastasse, Raidue manda ogni lunedì in onda anche una sorta di ”sezione giovani” migliore di quella prevista all’Ariston, con quell’X Factor che, al netto delle sterili baruffe fra Morgan e la Ventura, è un grande trampolino per le giovani speranze della canzone. Basti pensare che la rivelazione canora del 2008, Giusy Ferreri, è partita da lì.

Ciononostante, riflettori puntati da una settimana sul secondo Festival targato Bonolis, dopo l’edizione del 2005, premiata da ascolti record. La Rai l’ha richiamato in servizio, riprendendoselo dalla concorrenza, proprio per risalire quella china, precipitata dopo le ultime edizioni.

Con Baudo, l’anno scorso, si è praticamente toccato il fondo, per una manifestazione che a livello di ascolti era abituata a fare terra bruciata attorno, e da anni sconta una formula (troppe serate, troppo lunghe, poca attenzione alle canzoni e troppa al contorno...) che mostra la corda.

Paolo Bonolis sa creare attesa e curiosità. Ha cominciato reintroducendo l’eliminazione fra i big e assoldando grandi nomi (da Zucchero a Cocciante, da Lucio Dalla a Burt Bacharach, da Pino Daniele a Vecchioni...) come padrini dei giovani. Ha proseguito con la polemica costruita a tavolino sul brano anti-gay di Povia, con il colpo di riportare a Sanremo la voce di Mina (solo la voce, sia chiaro, sufficiente comunque per catalizzare l’attenzione sul ”Nessun dorma” che stasera aprirà la kermesse...), e ancora con il ritorno di Benigni, le conigliette di Playboy attese al seguito di Hugh Hefner, la presenza di Maria De Filippi nella serata finale...

Al proposito, fra Bonolis sulla tolda di comando e la De Filippi al rimorchio, qualcuno ha gridato allo scandalo. Hanno detto che è il Festival di Rai-set, vista la presenza sul palco dell’Ariston dell’uomo e della donna di punta delle reti berlusconiane.

Ma chi strepita si sveglia tardi: sono anni che Rai e Mediaset filano d’amore e d’accordo, spartendosi audience, affari e dunque anche protagonisti.

Non fa scandalo nemmeno il milione di euro al conduttore, che si ”giustifica” sottolineando che, essendo anche direttore artistico della rassegna, in realtà è da un anno (...) che lavora. Non fa scandalo perchè sono gli stessi soldi che prendeva Baudo, che hanno preso la Ventura e persino Michelle Hunziker quando fu chiamata a fare la co-conduttrice. La cifra tonda fa maggior impressione ora solo perchè i tempi di crisi nera la mettono in una luce nuova.

Rimarrebbe da dire - anche se abbiamo tutta la settimana a disposizione - dei presunti big. Qui Bonolis non si è discostato dalla ricetta Baudo: solito cast macedonia, una botta alla tradizione e una ai giovani, un occhio alla qualità e l’altro al nulla.Fra Renga e Masini, Patty Pravo (che ha bacchettato Mina: o vieni di persona o stai a casa...) e l’incredibile trio Pupo, Paolo Belli e Youssou N'Dour, Gemelli Diversi e Afterhours, Tricarico e Al Bano, Marco Carta (direttamente da Amici della De Filippi) e Dolcenera, Leali e Alexia, Sal Da Vinci (Carneade, chi era costui...) e il citato Povia, Nicolai/Di Battista e persino la Zanicchi.

Avanti gente, c’è davvero posto per tutti.

lunedì 16 febbraio 2009

Franco Battiato


(Trieste, Rossetti, 13 e 14 febbraio 2009)


(sciopero del "Piccolo")




POVERA PATRIA ('91)


Povera patria, schiacciata dagli abusi del potere

di gente infame, che non sa cos'è il pudore,

si credono potenti e gli va bene quello che fanno

e tutto gli appartiene.


Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni

Questo paese è devastato dal dolore...

ma non vi danno un po' di dispiacere

quei corpi in terra senza più calore?

Non cambierà, non cambierà

no cambierà, forse cambierà.

Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali

Nel fango affonda lo stivale dei maiali.

Me ne vergogno un poco, e mi fa male

vedere un uomo come un animale.

Non cambierà, non cambierà

si che cambierà, vedrai che cambierà.

Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali

che possa contemplare il cielo e i fiori,

che non si parli più di dittature

se avremo ancora un po' da vivere...

La primavera intanto tarda ad arrivare...


 


LA CURA ('96)


Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,

dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.

Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,

dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,

dalle ossessioni delle tue manie.

Supererò le correnti gravitazionali,

lo spazio e la luce

per non farti invecchiare.

E guarirai da tutte le malattie,

perché sei un essere speciale,

ed io, avrò cura di te.



Vagavo per i campi del Tennessee

come vi ero arrivato, chissà

Non hai fiori bianchi per me?

Più veloci di aquile i miei sogni

attraversano il mare.



Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.

Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza.

I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi,

la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi.

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.

Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.

Supererò le correnti gravitazionali,

lo spazio e la luce per non farti invecchiare.

TI salverò da ogni malinconia,

perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...

io sì, che avrò cura di te...




venerdì 13 febbraio 2009

ANTONACCI AL ROSSETTI


Un sax urla ”Summertime”, le luci si accendono e rivelano un improbabile psicanalista dal marcato accento partenopeo. Entra il ”paziente” Biagio Antonacci e comincia a raccontare, con una punta d’ironia, le sue pene d’amore. Fra una chiacchiera e l’altra imbraccia la chitarra e canta, sprofondato in poltrona, ”Si incomincia dalla sera” e ”Così presto no” (da ”Il mucchio”, album del ’96).

Entra un altro ”paziente”, che poi è Saverio Lanza, il chitarrista e polistrumentista che lo accompagna in questa prima parte del tour. Lo psicanalista si congeda, la gag è finita, il concerto può cominciare. E comincia con una canzone che il nostro non faceva dal vivo da molto tempo, ”Non vendermi”, dall’album del ’98 ”Mi fai stare bene”. Pianoforte e voce, situazione quasi unplugged.

Sì, perchè Biagio ha due anime musicali. Una rock, l’altra intimista. Abitualmente, il quarantaseienne cantautore di Rozzano, paesotto alle porte di Milano, fa convivere (”convivendo”...) queste due anime nei suoi concerti. Era successo anche l’ultima volta che era passato da queste parti, nell’ottobre 2004 al PalaTrieste. Stavolta ha diviso la tournèe in due parti: la prima nei teatri, più intima, quasi acustica; la seconda nei palasport, più elettrica e rockettara.

Ed è la prima che ci è toccata in sorte ieri sera, in un Rossetti tutto esaurito, affollato da un pubblico soprattutto femminile (che belli, i cori delle ragazze...). Antonacci non portava i suoi spettacoli nei teatri da dieci anni. «Ho voluto queste date nei teatri - ha detto - per trovare intimità con voi, cantare con un filo di voce e sentire i vostri respiri. Voglio farvi sentire le canzoni come sono nate, con pochi strumenti, quindi ora cerchiamo di stare insieme e stringerci il più possibile...».

Parole di miele, quelle che il suo pubblico vuole ascoltare. E il nostro danza fra i suoi più grandi successi, vecchi e nuovi: ”Se è vero che ci sei” e ”L’eternità”, ”Alessandra” e ”Non ci facciamo compagnia”, ”A volte” (”una mattina mi son svegliato, bella ciao...”) e ”Lo conosco poco” (dedicata ai padri con cui non si parla mai abbastanza, quand’è ancora possibile farlo).

Tutte le canzoni vengono rilette in una chiave essenziale e suggestiva, con l’ausilio di chitarra o pianoforte, o del caratteristico tamburo africano chiamato djembe. ”Immagina” apre la seconda parte, con Biagio alla batteria, «strumento che suonavo quand’ero banmbino».

Fra un pezzo e l’altro, il bell’Antonacci tesse il suo dialogo con il pubblico, fra racconti e confidenze riguardanti l'amore, il rapporto con i figli, i genitori. Atmosfera a tratti quasi familiare, diretta, che mette in risalto la sua capacità di parlare dritto al cuore della gente. Una sensibilità antica, quella del ragazzone cresciuto nelle periferie povere della metropoli lombarda, quello che studiava da geometra ma sognava la musica.

Il concerto prosegue, fra brani mai interpretati negli ultimi spettacoli e senza dimenticare gli inediti tratti da ”Il cielo ha una porta sola”, l’album raccolta uscito lo scorso ottobre. Dopo ”Vivimi” e ”Coccinella”, nel finale arrivano anche ”Sognami” e ”Pazzo di lei”.

Canzone dopo canzone, confidenza dopo confidenza, risata dopo risata, l’atmosfera diventa quella di una festa fra amici. Con un pubblico che di Antonacci dimostra di apprezzare - oltre alle belle canzoni e al bell’aspetto - la semplicità, la sincerità, la coerenza.

Al Rossetti, ennesimo successo annunciato, fra cori, bigliettini, cartelli con scritte adoranti. E a Biagio, che rivela spiccate doti di entertainer, scappa anche un ”bella patatona” rivolta a una fan delle prime file. Ma a lui si perdona tutto...