giovedì 22 ottobre 2009

ALL FRONTIERS 2009


Torna «All Frontiers». Dopo l’edizione del ventennale, lo scorso anno, la piccola ma prestigiosa rassegna di Gradisca (sottotitolo «Indagini sulle musiche d’arte contemporanee») propone una nuova edizione, dal 20 al 22 novembre alla Sala Bergamas e al Teatro Comunale della cittadina sul fiume Isonzo.

Fra le proposte di quest’anno spiccano il concerto del pianista Keith Tippett (figura storica del jazz-rock inglese, già leader dei Centipede e già marito di Julie Driscoll) e quello dell’ensemble vocale Muna Zul, trio femminile messicano prodotto (e assai ”raccomandato”...) da John Zorn, ospite più volte della rassegna isontina.

Ma il jolly è l’unica data italiana di ”Hommage à John”, progetto speciale dedicato al compositore americano John Cage (1912-1992), curato dalla musicista e compositrice francese Joëlle Léandre, che aveva già partecipato all’edizione dello scorso anno. Con lei anche l’inglese Fred Frith (chitarrista, multistrumentista, già con gli Henry Cow e collaboratore del citato Zorn, docente al Mills College di Oakland in California) assieme al suo Mmm Quartet.

«John Cage è stata una figura molto importante per me - dice Joëlle Léandre - perché mi ha fatto ascoltare il mondo attorno a me. Lasciate che i suoni siano ciò che sono, mi diceva sempre. Mi ha aperto a un’infinità di possibilità che ancora oggi continuo a esplorare. La sua lezione è andata oltre ed è arrivata direttamente al centro, al cuore, al nocciolo, all’essenza».

L’Omaggio a Cage, che arriva a Gradisca all’indomani della prima mondiale a Bruxelles, si articola in quattro sezioni: ”Ryoanji”, per contrabbasso e un ensemble di venti musicisti; Joëlle Léandre solista (con brani tutti scritti da Cage); ”Oaxaca” con il danzatore e coreografo Dominique Boivin; Mmm Quartet con la stessa Joëlle Léandre, Alvin Curran, Fred Frith e Urs Leimgruber.

Ma vediamo il programma completo. Il 20 novembre si parte con Keith Tippett, con la violinista Mia Zabelka, con il gruppo Nous Percons Les Oreilles, con il duo Han Bennink & Terrie Ex. Il 21 tocca all’americano Anthony Coleman, all’italiana Letizia Renzini, al trio K-Space e al duo Cristina Zavalloni & Andrea Rebaudengo. Il 22 serata finale con Tim Hodgkinson & Fred Frith, l’Omaggio a Cage e le citate Muna Zul.

Insomma, un cast di qualità. All Frontiers 2009 - organizzata anche quest’anno dal suo ideatore Tullio Angelini con la sua Moremusic - si conferma crocevia dei protagonisti più originali e intelligenti della scena musicale internazionale votata alla sperimentazione e all’avanguardia.

Un’avventura nata nel luglio dell’88, col concerto goriziano di Nico, l’ex cantante dei Velvet Underground. Fu lei che in quella sera d’estate disse ad Angelini e agli altri suoi amici: «Bello qui, mi piacerebbe tornare l’anno prossimo, magari con John Cale, mio amico e produttore. Anzi, perchè non organizzate una rassegna vera e propria. Vi regalo anche il titolo: All Frontiers...».

L’anno dopo, quando era quasi tutto pronto, agli amici isontini arrivò la telefonata con la notizia della morte, a Ibiza, della leggendaria cantante. Ma il sogno è andato e continua ad andare in scena ugualmente, anche in onore della grande Nico. Che avrebbe amato le ”indagini musicali” che, dopo una non breve interruzione, da qualche anno vengono messe in scena a Gradisca.

Tutte e tre le serate della rassegna saranno seguite da RadioTreRai. Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti. Info su www.moremusic.it

mercoledì 21 ottobre 2009

EUGENIO FINARDI


CAPODISTRIA «Non ero un ribelle ideologico, ma un ribelle idealista. È per questo che molte mie canzoni di trent’anni fa, in fondo, rimangono attuali e fruibili anche adesso...». Parla Eugenio Finardi, che stasera alle 20 al Teatro di Capodistria presenta lo spettacolo ”Omaggio a Vysotsky” (assieme al cantautore Jani Kovacic, nell’ambito dei festeggiamenti per i sessant’anni di Radio Capodistria, che trasmette la serata in diretta), mentre domani e sabato alle 20.45, al Teatro Verdi di Pordenone, propone ”Suoni - Appunti e contrappunti teatrali”.

«Quando nel 2002 ho festeggiato cinquant’anni di età e trenta di carriera - spiega l’artista milanese -, ho deciso di cambiare musicalmente vita: non avrei più inseguito il successo ma mi sarei dedicato solo alle cose che mi piacciono. Ho fatto allora un disco sul fado portoghese e uno sul blues americano, che rimane il mio primo grande amore. Ma anche il disco e lo spettacolo su Vysotsky, e poi questo spettacolo teatrale che adesso arriva a Pordenone...».

Cominciamo da Vysotsky. Chi è?

«Era un attore, autore e cantante russo, boicottato dal regime sovietico. In un secolo che ha celebrato gli ”artisti maledetti”, lui lo è stato più di tutti. Diede voce ai perdenti che non si arrendono, agli sconfitti indomiti, agli idealisti disillusi. Quando venne in Occidente per la prima volta disse: in Russia non credono all’anima dunque la lasciano stare, qui con i soldi si corrompe anche quella. È morto nell’80».

Come l’ha scoperto?

«Il Club Tenco mi chiese nel ’94 di interpretare le sue canzoni. Le ascoltai, scoprendo un uomo e un artista che non si è fatto mai corrompere dal potere. Uno che non era disposto a cambiare nulla di se stesso per compiacere chicchessia. Me ne innamorai. Il frutto furono lo spettacolo, che ora ripropongo a Capodistria, e il disco ”Il cantante col microfono”, assieme all’ensemble Sentieri selvaggi, che vinse il Premio Tenco».

Con ”Suoni”, invece, debutta nel teatro canzone che fu di Giorgio Gaber...

«Non scrivo canzoni nuove da dieci anni, dunque dall’altro secolo. Contenitori troppo brevi, per come io sono adesso. In questa fase della mia vita preferisco raccontare le ombre, i chiaroscuri, ho bisogno di spazi più ampi per esprimermi. La forma canzone è troppo limitata per contenere tutti i concetti che sento il bisogno di esprimere».

Dunque?

«Dunque sono in realtà tornato alle origini. Mia madre è americana. E a vent’anni, prima del successo con la musica in Italia, studiavo teatro a Boston. La mia prova d’esame fu ”L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello...».

La ”Musica ribelle” fu allora un incidente di percorso...

«In un certo senso. Capitai nella Milano della contestazione degli anni Settanta. Io, Alberto Camerini, Fabio Treves volevamo essere funzionali al Movimento. La musica era per noi un momento di militanza politica, quasi una parentesi. Non rinnego nulla, sia chiaro, ma quelle canzoni non erano un tentativo di fare poesia. Piuttosto dei ta-tze-bao in musica, utili alla causa...».

Torniamo allo spettacolo teatrale.

«Sì. Come dicevo è una dimensione che fa parte della mia storia, ma fu proprio lo spettacolo su Vysotsky a far scattare la molla. Ne è venuto fuori questo percorso teatrale e musicale, nel quale i racconti che ho scritto per l’occasione si alternano alle mie canzoni. È la mia storia personale, che mi offre lo spunto per rileggere anche fatti che hanno segnato il secolo scorso».

Nella prima scena parla di sua madre.

«S’intitola ”Nato in uno strumento musicale”. Quello strumento è lei, che era una cantante lirica. In casa si diceva che mi aveva partorito con l’acuto della Regina della notte, dal Flauto magico di Mozart. Leggende familiari a parte, mia madre ha avuto una grande influenza, anche musicale, sulla mia crescita. Adoro il blues perchè l’ho scoperto e subito amato a tredici anni, negli Stati Uniti. Ma nelle mie cose si può intravedere anche un’impronta barocca, qualcosa dell’opera settecentesca a lei così cara».

In un’altra scena parla del suo rapporto con Medici senza frontiere.

«Una delle esperienze più importanti della mia vita. Loro si occupano della cura, ma hanno bisogno anche di persone che si occupino della testimonianza. Io sono andato e ho raccontato. Nel ’98 in Sudan, nel ’95 a Sarajevo, prima degli accordi di Dayton. Luoghi diversi, ma storie sempre uguali di dolore e sofferenza e coraggio. Ricordi ancora presenti. In particolare quelli sotto l’assedio di Sarajevo, assieme a un gruppo bosniaco: forse i giorni in cui mi sono sentito più vivo...».

”Musica ribelle” chiude il monologo sul Sessantotto.

«Sì, la trovo in tema con l’ultima epoca in cui c’è stata una visione del futuro come di un’utopia possibile. In quegli anni si è osato sognare, oggi siamo al salvate il salvabile. Per quella canzone comunque provo un sentimento di amore e odio. Per me rappresenta un marchio e una condanna. Ecco, quando ho deciso di dedicarmi ad altre cose è stato anche perchè non volevo essere condannato a cantare le stesse dieci o venti canzoni per tutta la vita...».

Quali altri brani ha inserito nello spettacolo?

«Ho scelto episodi noti e altri meno noti: ”Le ragazze di Osaka” e ”Laura degli specchi”, ”Patrizia” e ”Vil Coyote”, ”Diesel” e ”Dolce Italia”... Tutte canzoni che vengono usate a commento dei testi».

Ma ce n’è una che ama di più?

Ci pensa un attimo. «Sì, preferisco ”Non diventare grande mai”, perchè è una mia canzone che allora parlava già di oggi. La trovo paradigmatica di un mio modo di scrivere canzoni ispirate dagli ideali e non dall’ideologia. Nella scrittura ho sempre avuto un approccio molto pragmatico, sarà stato per il mio essere mezzo americano, ma il risultato è che molti di quei brani oggi sono ancora attuali».

Il tempo dei saluti. E di un ricordo. «Torno sempre volentieri da queste parti. Quand’ero bambino, nella Milano degli anni Cinquanta, avevamo una governante di Palmanova, che fra l’altro è poi sempre rimasta con la nostra famiglia. Con lei sono venuto tante volte, nella sua città, ma anche a Trieste. Cosa ricordo? Ovviamente la bora, per un bambino quel vento fortissimo era una cosa incredibile...».

giovedì 15 ottobre 2009

GIANMARIA TESTA


«Dentro la tasca di un qualunque mattino, dentro la tasca ti porterei...». La voce di Gianmaria Testa, che l’altra sera ha suonato nel teatrino dell’ex manicomio di San Giovanni per la festa dei 25 anni di Radio Fragola, ha una timbrica che a tratti ricorda quella di Ivano Fossati, altre quella di Paolo Conte. E come l’avvocato di Asti ai suoi esordi, anche lui, l’ex capostazione di Cuneo, classe ’58, ha più successo all’estero - a Parigi riempie l’Olympia - che in Italia, dov’è ancora artista di nicchia.

Il suo è artigianato nobile, musica dell’anima verrebbe da dire, dalla vena introspettiva e intimista, scarna ed essenziale, che si dipana attraverso una discografia che dal ’95 a oggi ha proposto sei album in studio e un disco dal vivo. Tutte cose di qualità, dunque roba per pochi.

A Trieste il cantastorie dagli occhialini tondi si è presentato da solo, alternandosi fra tre chitarre: una acustica e due elettriche (”una l’ho comprata perchè avevo scritto un pezzo rock-blues...”). Comincia con canzoni di qualche anno fa: la citata ”Dentro la tasca di un qualunque mattino” e ”Un aeroplano a vela” (da ”Montgolfieres”, del ’95), ”Veduta aerea” e ”Comete” (rispettivamente da ”Altre latitudini” del 2003 e ”Lampo” del ’99).

Poi, fra il ricordo autoironico degli anni in ferrovia («dalla finestra del mio ufficio, più che utilizzatori finali, eravamo sospiratori iniziali...») e una poesia di Erri De Luca, fra l’omaggio a De Andrè con ”Hotel Supramonte” e una lirica del suo ex socio Piermario Giovannone, c’è tempo per le canzoni di ”Da questa parte del mare”, sorta di ”concept album” uscito tre anni fa e incentrato sul tema dell’emigrazione: quella di ieri (la nostra, non troppi anni fa) e quella di chi arriva oggi, che molti italiani affrontano senza memoria del recente passato. Ecco allora ”Seminatori di grano” e ”Rrock”, ”Una barca scura” e ”Il passo e l’incanto”, ”3/4” e ”Al mercato di Porta Palazzo”.

Nel finale, spazio anche per ”Miniera”, di Bixio-Cherubini, del ’27, unica canzone non originale dell’ultimo album in studio, ispirata a una tragedia in una miniera di carbone americana dei primi del Novecento. «Me l’aveva fatta conoscere mia madre...», dice Gianmaria Testa. Salutato da applausi assai affettuosi.

lunedì 12 ottobre 2009

LAMPEDUSA / BAGLIONI


dall’inviato

CARLO MUSCATELLO

LAMPEDUSA «Ho scoperto Lampedusa nel ’98. Ero a Palermo, avevo fatto un concerto allo stadio La Favorita. Tutti mi parlavano di quest’isola. Decidemmo di venire a dare un’occhiata. Mi fermai per un mese...».

Claudio Baglioni parla del suo amore per la maggiore delle Isole Pelagie nella sua casa a strapiombo su un mare turchese, vista mozzafiato sul Nordest dell’isola: Cala Creta, Cala Calandra, Capo Grecale. La dimora è tutta bianca, con grandi spazi all’aperto che si aprono quasi ad anfiteatro naturale sul mare. Alcuni elementi richiamano i caratteristici dammusi dell’isola. Da anni, il cantautore romano passa qui i suoi periodi di riposo.

«Ma non scrivo qui le mie canzoni, il posto è troppo bello, induce a fare altre cose. Per creare - scherza, ma fino a un certo punto - bisogna star male, magari con un muro scrostato davanti...».

La settima edizione di O’ Scià è stata appena archiviata. Oggi alle 23.40 La7 propone uno speciale girato nei quattro giorni della rassegna musicale, dedicata al tema dell’accoglienza e dell’integrazione fra culture diverse. Quest’anno c’erano Alice, Fiorella Mannoia, Pfm, Gianna Nannini, Alessandra Amoroso, Marco Carta, Angelo Branduardi, Edoardo Vianello, Marco Ferradini, Daniele Silvestri...

«Volevo fare qualcosa per Lampedusa - spiega l’artista, classe ’51 - e nel 2003 ho cominciato con un mio concerto sulla spiaggia della Guitgia, come atto d'amore per l'isola e per attirare l'attenzione sul dramma dell'immigrazione clandestina. Poi, anno dopo anno, siamo cresciuti».

Ogni anno la manifestazione sembra a rischio.

«Sì, siamo sempre appesi a un filo. Il senso di O’ Scià è mettere a confronto più voci, istituzionali e non governative, per cui senza le prime non potremmo continuare. Se dovesse mancare il sostegno dello Stato non andrei avanti solo con gli sponsor privati».

Il Governo che vi appoggia è lo stesso dei respingimenti.

«Lo so. Sembra una contraddizione. I respingimenti tout court non sono da paese civile. E poi sono misure che si limitano alla superficie, l’immigrazione non è stata fermata, le persone arrivano lo stesso sulle nostre coste. Solo il 15% degli immigrati arriva con mezzi di fortuna, l'85% entra in Europa con regolari visti turistici. Chi arriva su queste spiagge non è clandestino, è visibilissimo. Questi immigrati sono i più disperati».

L’integrazione è possibile?

«È una strada lunga e difficile, ma è l'unica in grado di scongiurare lo scontro e favorire l'incontro tra le civiltà. Che poi è il senso stesso della storia dell'uomo, una storia millenaria fatta di migrazioni e di incontri. Vogliamo dimostrare che la vita è l'arte dell'incontro: il sogno è quello di sconfiggere ignoranza, pregiudizi e paure».

Parla talmente bene che la vogliono fare sindaco...

Sorride. «No grazie, ho un mestiere da quarant’anni e non vorrei perderlo proprio adesso. Caso mai, quello di riserva è l’architetto, anche se mi sono laureato solo pochi anni fa».

E questa storia del Nobel?

«Ne ho parlato con tre Premi Nobel per la pace, Adolfo Perez Esquivel, Shirin Ebadi e Betty Williams, per portare avanti l’idea di candidare Lampedusa. Sarebbe una cosa grandissima. Anche perchè il premio non è mai stato dato a una città, a un luogo. Sarebbe la consacrazione di quest'isola come luogo simbolo dell'integrazione fra le culture come unico viatico per un futuro di pace e speranza».

Nella terza serata ha duettato con suo figlio Giovanni. Emozionato?

«Un po’. L’avevo ospitato già a un mio concerto a Roma. E anche quella volta mi aveva colpito per la sua simpatica faccia tosta. Trovo sia un ottimo chitarrista, ma è meglio non dirglielo altrimenti si monta la testa...».

Quest’anno i consensi maggiori sono andati ad Alessandra Amoroso e Marco Carta, ultimi vincitori di ”Amici”.

«I talent show funzionano, anche perchè per fare carriera nella musica un altro percorso oggi non c'è. Però trovo che creino omologazione, per la tendenza di questi ragazzi a cantare un po’ tutti nello stesso modo, puntando su un vocalismo ricercato. E poi sono tutti interpreti, mancano i cantautori».

Tutti figli della tivù.

«È vero. La televisione ormai si è impadronita di tutto, non ti lascia mai. Non va bene. Anni fa mi avevano chiesto di condurre ”Operazione trionfo”, poi affidato a Miguel Bosè: rifiutai perchè provo troppa pena verso chi viene bocciato in quel modo. Tu sì, tu no... L’unico risvolto interessante dei talent show è che permettono al pubblico di capire che dietro a questo mestiere c'è studio, lavoro, preparazione».

Il prossimo disco?

«Ora comincio a lavorarci. Ma non c’è fretta...».


 

domenica 11 ottobre 2009

CREMONINI / BARCOLANA FESTIVAL


Manca un quarto alle dieci di ieri sera. I due megaschermi al lato del grande palco rilanciano le immagini della piazza: i palazzi illuminati, le luci, la folla... Sull’intro strumentale di ”Cercando Camilla” entrano i musicisti. Un attimo e arriva anche lui, Cesare Cremonini, che attacca con ”Louise”, altro brano dall’ultimo album ”Il primo bacio sulla luna”. Dal quale subito dopo estrae quel piccolo capolavoro pop che risponde al titolo di ”Dicono di me” (”che sono un bastardo, bugiardo e lo fanno senza un perchè...”).

Poi il nostro comincia a pescare in un canzoniere giovane ma già importante: ”Padre madre” (da ”Bagus”), ”La fiera dei sogni” (dalla riedizione di ”Squerez”), ”Le tue parole fanno male” (da ”Maggese”)... Mezz’ora dopo, quando partono prima ”50 Special” (do you remember? ”ma com’è bello andare in giro con le ali sotto ai piedi...”) e poi una superba ”Vorrei” solo pianoforte e voce, il pubblico è innamorato cotto.

A maggio Cremonini aveva praticamente aperto qui il suo tour estivo, nella seratona di inizio estate dei Trl Mtv Awards. Ieri sera lo ha concluso, in una piazza Unità stavolta tutta sua, da non dividere con nessuno, eccezion fatta per le migliaia di spettatori accorsi per la serata finale di quello che un tempo era il Barcolana Festival e ora, in tempi di crisi per tutti, dunque anche per gli organizzatori degli eventi collaterali alla grande regata triestina, si è ridotto a due-serate-due. La seconda delle quali con un solo nome in cartellone. Ma va bene lo stesso, quando il nome in questione, quello dell’ex Lunapop, è in grado di metter d’accordo tutti.

Che storia, quella del ragazzo con lo sguardo furbetto. Bolognese, classe 1980, a sei anni studia pianoforte, ma a dieci è già stufo marcio di scale e preludi classici: preferisce Beatles e Freddie Mercury. A tredici anni fonda con alcuni compagni di scuola il primo gruppo, a quindici scrive le prime canzoni, a diciannove - giusto dieci anni fa - è il leader del gruppo più amato dai giovanissimi italiani, i Lunapop, a ventuno scioglie il gruppo e debutta nel cinema, a ventitre è già un solista affermato.

Di quei Lunapop, creati e dissolti con un colpo di bacchetta magica, il piacione Cesare si è portato dietro solo il fidato bassista ”Ballo”, al suo fianco anche nel quarto album solista ”Il primo bacio sulla luna” oltre che in questo tour seguito al disco e caduto nel decennale di ”50 Special”, canzone-tormentone dell’estate ’99.

Dal vivo, il ragazzo si conferma uno dei migliori autori e interpreti del pop di casa nostra. Come nel disco, mischia con freschezza e una buona dose di faccia tosta pop e rock, canzone d’autore e swing, tentazioni classiche e jazz. Lo fa dosando gli ingredienti con gusto, senza strafare. E alternando gli episodi che in pochi anni lo hanno trasformato in un protagonista di primo piano del pop italiano: da ”Latin lover” a ”Vieni a vedere perchè”, da ”Qualcosa di grande a ”Gli uomini e le donne sono uguali”. In mezzo ci infila anche un omaggio a Johnny Cash, con la voce di Ballo finalmente protagonista. Quelle di Cremonini sono belle canzoni pop, è buona musica leggera cantata bene e scritta meglio, con chiare ascendenze beatlesiane e radici ben piantate nella magica stagione degli anni Sessanta/Settanta. Il fatto che a tratti dia l’impressione di rimanere ancora in bilico fra la pop band degli esordi ormai lontani e le atmosfere da cantautore che sono comunque nel suo dna non è un fatto negativo: dà maggiore brio e leggerezza al tutto. A Trieste, finale sotto la pioggia ma successo caloroso e meritato. In attesa della regata di stamattina.

giovedì 8 ottobre 2009

LAMPEDUSA / IMMIGRATI


dall’inviato

CARLO MUSCATELLO



LAMPEDUSATornano gli immigrati. Il Governo italiano non fa in tempo a cantare vittoria sul fronte della cessata emergenza sbarchi, che ieri un gommone con trentacinque persone a bordo, tutti maschi e nordafricani, è stato intercettato a poche centinaia di metri dalla spiaggia dell’Isola dei Conigli, uno dei gioielli naturalistici di Lampedusa. Due motovedette, una della Guardia costiera e una della Guardia di Finanza, li hanno raccolti e - su disposizione del ministero degli Interni - hanno fatto rotta verso Porto Empedocle, a due passi da Agrigento.

Uno sbarco che arriva dopo un’estate relativamente tranquilla. E che conferma quel che qui dicono in molti: sarebbero migliaia le donne e gli uomini in mano al racket degli scafisti libici, in attesa di partire nella speranza di raggiungere Lampedusa, porta sul nuovo mondo, eldorado per masse di disperati in fuga dalla povertà o dalla guerra. Come dire: la politica dei respingimenti voluta dal Governo ha abbassato la febbre, ma non ha curato la malattia. E il dramma dell’emigrazione è ancora un’emergenza con cui fare i conti.

Nell’ottobre dell’anno scorso, al Centro di Primo Soccorso e Accoglienza dell’isola c’erano 2.200 persone sopravvissute al viaggio della disperazione e della speranza: quello fra le coste libiche e la maggiore delle Pelagie, estrema propaggine meridionale e d’Italia e d’Europa, più vicina all’Africa che alla Sicilia. Settanta miglia di dolore e di speranza.

Oggi, nella struttura a due passi dall’aeroporto, in località Imbriacola, non c’è nessuno. Mentre negli alberghi e nelle case di vacanza, gli ultimi turisti - dei cinquantamila che ogni anno si aggiungono ai cinquemila lampedusani - inseguono l’estate a sud.

Quella struttura vuota è il risultato visibile dell’azione del Governo italiano, fatta di accordi bilaterali con la Libia ma soprattutto della contestatissima - secondo alcuni ”disumana” - politica dei respingimenti. Che ha permesso di ridurre gli sbarchi del novanta per cento. Ma, come si diceva, non di risolvere il problema.

Eppure, c’è chi canta vittoria. Secondo il ministro Maroni l'attuazione dell'accordo con la Libia «rappresenta la svolta nella lotta all'immigrazione clandestina e consentirà di portare a zero gli sbarchi». La nostra, sostiene il titolare dell'Interno, «è una politica che funziona e che continueremo, perfettamente conforme a tutte le convenzioni internazionali ed europee».

I dati diffusi dal ministero. Nel 2008, fra maggio e settembre, sono sbarcati sulle nostre coste 18.761 immigrati. Quest’anno, nello stesso periodo, un decimo: per l’esattezza 1.833. Da un anno all’altro, dunque, diciassettemila persone in meno. Rimaste in attesa, in condizioni disumane, nelle mani del racket dei trafficanti di esseri umani.

A Lampedusa, fra la gente del porto, c’è scetticismo. Chi parla dei morti nel Mediterraneo dall'inizio dell'accordo con la Libia, chi dei rifugiati politici cui è stato negato il diritto d'asilo: gente respinta senza verifiche, in violazione delle leggi internazionali e con le istituzioni europee contrarie.

Il Centro è abilitato a ospitare 381 persone. Nel settembre 2008 c’erano 1.800 immigrati, a ottobre 2.200, a dicembre 1.500, scesi a febbraio a 1.200, crollati nel giugno scorso a venti e poi, da luglio a oggi, a zero. Dicono dal ministero: «Dovremo riconsiderare la destinazione delle strutture di Lampedusa (dove c’è anche il Centro di Identificazione ed Espulsione: altri duecento posti - ndr), ma aspettiamo la fine dell'anno per essere sicuri che la stagione più a rischio sbarchi si concluda positivamente».

Intanto, l’ex vicesindaco Angela Maraventano - lampedusana eletta al Senato con la Lega Nord - si è portata avanti con il lavoro. Ha fatto approvare da Palazzo Madama un ordine del giorno per stanziare un contributo per la realizzazione di un porto turistico sull’isola. A fronte di una natura da togliere il fiato, in effetti, qui strutture e infrastrutture lasciano ancora a desiderare. Per chi vuole puntare sul turismo.

Soldi, numeri, dichiarazioni politiche. Ma dietro c’è sempre il dramma di donne e uomini che partono dall’Eritrea, dall’Etiopia, dalla Nigeria, dal Sudan. La Libia è spesso solo l’ultima tappa di un lungo viaggio, prima del salto finale verso le coste dell’isola.

L’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati, Antonio Guterres, lo ha detto: quelle degli immigrati irregolari in Libia sono «condizioni di detenzione terrificanti», con le persone che avrebbero i requisiti per chiedere diritto di asilo in Europa che «rischiano di essere rinviati nei Paesi di origine» dove sono perseguitati. Dopo il recente incontro a Bruxelles con i ministri degli interni dell’Unione Europea, Guterres ha espresso «forti riserve» sui respingimenti operati dal Governo italiano, invitato a ripartire «dalla straordinaria esperienza» del Centro di Primo Soccorso e Accoglienza di Lampedusa.

Per l’isola qualcuno ha proposto il Premio Nobel per la Pace. Berlusconi è d’accordo. Nella lettera inviata a Claudio Baglioni, che sull’isola ha appena concluso la settima edizione di O’ Scià, il festival musicale che ha per tema l’integrazione fra le culture, scrive che «Lampedusa è il simbolo dell'integrazione tra le culture dell'Europa e del Mediterraneo. Nessun Paese ha salvato tante vite in mare come l'Italia, e Lampedusa ne è buona testimone. La politica del Governo, doverosamente severa verso i clandestini e i mercanti di uomini, contempla da sempre il rispetto dei diritti umani, e dunque l'accoglienza e l'integrazione dei migranti che cercano un futuro migliore per sfuggire alle persecuzioni politiche, razziali e religiose».

Strana la politica. Il Governo dei respingimenti in mare appoggia - e finanzia, attraverso il ministero dell’Interno - una rassegna musicale le cui parole d’ordine sono accoglienza, solidarietà, rispetto per ogni essere umano. Oggi che, per tanti, ”Lamerica” siamo noi. Travolti da un’emergenza umanitaria permanente. Come il gommone di ieri dimostra.

lunedì 5 ottobre 2009

O' SCIA' 2009 - LAMPEDUSA


dall’inviato

CARLO MUSCATELLO


LAMPEDUSA Tocca ancora una volta alla musica seminare idee e parole di speranza, rispetto, solidarietà. Lampedusa, estrema propaggine meridionale d'Italia e d'Europa, quaranta chilometri quadrati d'isola più vicina alle coste africane che a quelle siciliane, in lutto per la tragedia di Messina. Qui Claudio Baglioni ha casa da tanti anni. Qui dal settembre 2003 organizza O' Scià, fiato mio o respiro mio nel dialetto dell'isola. Espressione usata dai locali come saluto amichevole, ma ora anche acronimo di Odori Suoni Colori d'Isole d'Alto mare.

Accoglienza, non respingimenti. Un appello-invito a cui ormai è diventata quasi una tradizione che rispondano ogni anno, quando a queste latitudini l'estate non vuol terminare, una nutrita schiera di artisti amici di uno dei cantautori più amati e popolari di casa nostra. «E se una cosa del genere l'ha inventata lui, che non ha mai fatto dell'impegno una bandiera - dice Daniele Silvestri, uno dei protagonisti dell'edizione di quest'anno, conclusasi l'altra notte - è chiaro che assume un valore ancor maggiore…».

«Nessun uomo è un'isola, ogni respiro è un uomo», filosofeggia Baglioni, da quasi quarant'anni artista di successo da milioni di dischi venduti e da tournèe interminabili, che cura questa sua piccola grande creatura con affetto particolare e quasi paterno. Quando ne parla sembra che gli brillino gli occhi. «Avevo cominciato - dice - con un mio concerto sulla spiaggia della Guitgia, come atto d'amore per quest'isola e per attirare l'attenzione sul dramma dell'immigrazione clandestina, sugli sbarchi, sui viaggi della speranza che spesso finivano e finiscono in tragedia per esseri umani in cerca di un futuro migliore».

Poi, anno dopo anno, edizione dopo edizione, la manifestazione è cresciuta. Ora ha l'alto patronato della Presidenza della Repubblica e si svolge con il contributo del Ministero dell'Interno e di importanti enti e organizzazioni. È nata anche una Fondazione O' Scià. E sul grande palco eretto sulla più popolare spiaggia lampedusana si sono alternati in questi anni decine e decine di artisti di prima grandezza. Partecipazioni a titolo gratuito, in un mondo come quello dello spettacolo dove impera - come quasi dappertutto, del resto - il dio denaro, fatte per amicizia nei confronti di Claudio e per condivisione dei valori alla base del progetto.

Quest'anno c'erano Alessandra Amoroso e Marco Carta (i più festeggiati dai giovanissimi), Alice e la Pfm, Renzo Arbore e Gianna Nannini, Fiorella Mannoia e Marco Ferradini, Angelo Branduardi e Laura Bono, Edoardo Vianello e Annalisa Minetti, Laura Bono, un certo Giovanni Baglioni e il citato Silvestri… Ma anche attori e comici come Ficarra e Picone, Enrico Montesano, Maria Grazia Cucinotta, Enrico Brignano.

Ognuno ha cantato le sue canzoni, quasi tutti hanno duettato con il padrone di casa, in un'atmosfera di grande semplicità e fratellanza. Non a caso i momenti migliori della rassegna sono coincisi con alcuni duetti: quello con Alice in "La cura" di Battiato (del quale la cantante ha proposto anche un'emozionante "Prospettiva Nevskji"), ma anche quelli con la Mannoia in "Amore bello", con la Amoroso in ”Io me ne andrei”, con il figlio chitarrista in ”Vivi”, persino quello un po' stonato con Gianna Nannini - che ha chiuso l'ultima serata, prima del commiato di Baglioni sulle note di ”Strada facendo” - nella classicissima "Fotoromanza".

Una curiosità. Le immagini delle serate vengono immortalate da un triestino: il regista Andrea Sivini, da anni collaboratore del cantautore romano (ha firmato i suoi recenti filmati e dvd) e cameraman ufficiale della manifestazione. E un altro triestino trapiantato sull’isola, Paolo Brandolisio, cura il catering per gli artisti e gli ospiti del backstage.

Da alcuni mesi, da quando cioè è cominciata la politica dei cosiddetti respingimenti - da molti definita inumana - da parte del governo italiano ed è stato introdotto il reato di immigrazione clandestina, il Centro di Prima Accoglienza qui è vuoto. E nelle vie del piccolo centro storico, fra gli abitanti del luogo e i turisti che inseguono l'estate a sud, gli extracomunitari che incroci si contano sulle dita delle mani. Ma il problema ovviamente è lungi dall'essere risolto.

«Bisogna guardare all'immigrazione - dice Baglioni - senza indifferenza ma anche senza buonismo. La politica deve fare quello per cui è nata: non basta abbassare la febbre, bisogna curare la malattia. E ciò significa intervenire sulle cause che costringono decine di migliaia di persone a lasciare tutto e rischiare la vita attraversando questo mare per inseguire il sogno di una vita degna di essere vissuta».

«Dietro gli sbarchi - prosegue l'artista - ci sono nomi, occhi, cuori, carne, ossa. Dolore e speranza. L'oltraggio di un passato incapace di garantire un futuro, la speranza disperata di un presente che possa restituire il futuro rubato. Ma soprattutto l'immagine più evidente di una democrazia che si scopre inadeguata a governare società sempre più vaste e complesse, nelle quali fedi, culture, storie, tradizioni e linguaggi sembrano incapaci di incontrarsi e capaci solo di scontrarsi, rischiando ogni volta di prendere fuoco ed esplodere».

Ancora Claudio: «Se la maggioranza è fatta da quelli che stanno meglio, tutela i diritti solo dei più forti. Il divario con i più deboli aumenta sempre più. Non possiamo fingere di ignorare che torto, ragione, responsabilità, colpa, legalità, diritto siano parole che assumono un significato completamente diverso se pronunciate nella serenità di casa nostra o nel buio gelido di una notte d'alto mare».

A Baglioni quest'anno qualcuno ha chiesto, fra il serio e il faceto, di fare il sindaco di Lampedusa. Lui ha sorriso dicendo che un mestiere ce l'ha già. Ma quando altri gli suggeriscono di proporre l'isola per il Premio Nobel per la pace, lui si fa serio: «Non è mai stato dato a una città, a un luogo. Ma penso che sarebbe una cosa straordinaria. Per eleggere quest'isola a luogo simbolo dell'integrazione fra le culture come unico viatico per un futuro di pace e speranza».

Insomma, quarant'anni dopo l'utopia di poter cambiare il mondo attraverso la musica, resiste l'ambizione di dettare alle istituzioni e alla politica - spesso inadeguate se non latitanti - le vere urgenze all'ordine del giorno.