domenica 14 marzo 2010

GUCCINI


Oltre quattromila giovani di tutte le età hanno affollato ieri sera il PalaTrieste per il concerto di Francesco Guccini. Camicione rosso portato fuori dai jeans, tanta voglia di chiacchierare (”se non parlo, non mi diverto...”), il giovanissimo settantenne di Pàvana apre così: ”Come va, bricconcelli...?”.

Lo guardi, imponente sul palco, con quell’aria da vecchio oste saggio, e ti chiedi com’è possibile cominciare ogni concerto, ormai da tanti anni, con una canzone del ’67, per poi chiuderlo, dopo un paio d’ore abbondanti, con una del ’72, e regalare al pubblico ogni sera uno spettacolo sempre nuovo e originale e intelligente.

Ogni volta che capita di rivederlo e risentirlo dal vivo, ci si ricorda con sollievo che - fra la casta e il casting - esiste anche un’altra Italia. Intelligente, onesta, spesso colta, seria eppur ironica. Lontana dal cattivo gusto e dalla volgarità che sembrano essersi impadroniti del Paese. Allergica alla cricca di affaristi che stanno facendo scempio delle istituzioni e della democrazia.

Lui, cantautore storico ma da tempo anche scrittore (è appena uscito il suo ”Non so che viso avesse”, dal celebre verso che apre la sua ”Locomotiva”, che è la sigla finale dei suoi concerti), da una decina d’anni si è ritirato nella vecchia casa di famiglia del suo paese nell’appennino toscoemiliano. Scende ogni volta che ne ha voglia, e tiene un paio di concerti al mese in palasport sempre affollati non solo da cinquantenni nostalgici degli anni Settanta, ma anche da ragazzi che non erano nati quando lui era già uno di successo. E che probabilmente trovano in lui quel punto di riferimento etico e morale, prim’ancora che culturale e politico, che altrove ormai da tempo è merce rara.

Anche ieri sera ha attaccato, come si diceva, con ”Canzone per un’amica”: «Lunga e diritta correva la strada...», quasi una sigla, che stava nell’album d’esordio ”Folk Beat n.1”, del ’67, col titolo ”In morte di S.F.” poi cambiato.

Seguono canzoni - preferibilmente d’annata - e chiacchiere a volontà. Fra le prime: ”Il tema” (da ”L’isola non trovata”, del ’71), una ”Noi non ci saremo” rock (ancora dall’album d’esordio, con quei toni quasi apocalittici di un futuro che nel ’67 sembrava lontano...), le superbe ”Canzone delle osterie di fuori porta” e ”Vedi cara”, la crepuscolare ”Canzone quasi d’amore” (da ”Via Paolo Fabbri”, del ’76).

Fra le chiacchiere, condite sempre da un sorso di vino (”scusate, ma recentemente ho avuto momenti di depressione bruttissimi...”, e chi vuol intendere intenda), molti riferimenti all’attualità. Sono tempi duri, riflette il nostro, è in atto un complotto giudaico comunista e togato. Caro Silvietto nostro, anche questo Milan: stava per segnare sei o sette gol, ma poi ci si sono messi di mezzo quei radicali, tutti lì sulla porta... Poi c’è Ignazio Benito Larussa, che aggredisce quel giornalista freelance. Per fortuna abbiamo altre soddisfazioni, come il principe della casa regnante.

Arrivano anche la classicissima ”Incontro” e ”Farewell”, ”Ti ricordi quei giorni” e la triestina ”Eskimo” (ispirata all’indumento comprato per diecimila lire al mercato di Ponterosso, duranta la naia a Banne nel ’63...), ”Cirano” e una trascinante ”Don Chisciotte”, a due voci con il chitarrista Juan Carlos Flaco Biondini.

I brani nuovi vengono inseriti sul canovaccio con misura e giudizio. Guccini non è tipo da privilegiare le ultime creazioni. È anche vero che se lo può permettere: in mezzo secolo (”la prima l’ho scritta nel ’58”, confessa) ha composto tante e tali belle canzoni, che per lui costruire la scaletta di un concerto non è mai difficile.

Comunque ieri<IP0> le novità, che prima o poi entreranno in un nuovo album, sono stati due, verso metà concerto: ”Su in collina”, ballata che narra di un episodio della Resistenza (”Oggi c’è bisogno di parlare di Resistenza...”), e ”Il testamento del pagliaccio”, quasi una canzone satirica, e autoironica, dedicata al popolo italiano che ha sempre la memoria troppo corta. «Il pagliaccio - avverte Guccini - siamo tutti noi...”.

Si va verso il finale. Ma c’è ancora tempo per le antiche ”Il vecchio e il bambino”, ”Auschwitz” - scritta nel ’64, pubblicata nel ’67 - e poi tutti in piedi per ”Dio è morto”, per ”Un altro giorno è andato”. Fino al finale già scritto mille volte, ma non per questo meno emozionante: ”Trionfi la giustizia proletaria...”.

Con Guccini, sul palco, il solito grande gruppo i cui punti cardinali sono sempre, oltre al citato Biondini, Vince Tempera, Ellade Bandini, Antonio Marangolo. Che si godono assieme al capobanda l’ennesimo affettuoso trionfo, tributato per l’occasione dal pubblico triestino. Per una volta caldissimo.

CAMMARIERE intervista


«Canto per la prima volta a Gorizia, la città di Carlo Michelstaedter, il filosofo goriziano morto suicida giusto un secolo fa, nel 1910, a soli ventitre anni. Trovo che sia il nostro poeta maledetto, il Baudelaire o il Mallarmè italiano...».

Parla Sergio Cammariere, il cui tour ”Carovane” fa tappa domani sera al Teatro Verdi di Gorizia, accompagnato da Amedeo Ariano batteria, Luca Bulgarelli contrabbasso, Bruno Marcozzi percussioni, Olen Cesari violino, Daniele Tittarelli sax alto, Sanjay Kanja Banik tabla, Michele Ascolese chitarra elettrica, chitarra acustica, bouzuki.

Come l’ha scoperto?

«Me l’ha fatto conoscere Roberto Kunstler, con cui collaboro da sempre - dice il cantautore e musicista, calabrese di Crotone, classe 1960 -, che ha usato i versi iniziali della poesia ”I figli del mare” di Michelstaedter per la nostra canzone ”Dalla pace del mare lontano”. Un brano evocativo, fra sogno, mito, leggenda, presenze oniriche. Per evocare anche il dramma dei nostri fratelli che si imbarcano e navigano giorni e notti per il mare nella speranza di un futuro migliore».

Come nelle ”Carovane” dell’ultimo disco e di questo tour?

«Proprio così. ”Carovane” che per me sono sogno e metafora dell’esistenza, di quel viaggio che si compie nel mondo, sulla strada della vita. Cercando di cogliere i segni e la vera essenza dell’uomo».

In musica come si traduce?

«Con una rinnovata attenzione per le musiche, i suoni, gli strumenti lontani da noi. Non ho ovviamente abbandonato il jazz e la canzone, che sono i campi nei quali mi sono sempre mosso, ma diciamo che avevo voglia di sperimentare, di provare emozioni diverse».

E dunque?

«Dunque nel disco, ma anche nel concerto che porto a Gorizia, pur restando fedele alla linea jazz e canzone, mi sono lasciato suggestionare da suoni indiani, albanesi, balcanici».

La musica muove le genti?

«Certo, ma ha bisogno anche di spazi. Prenda la televisione: c’è poca musica, intesa come arte, perchè pensano che la grande musica in tivù non funzioni, non faccia ascolti e dunque incassi. Niente di più sbagliato...».

L’altra sera era in tivù da Gigi D’Alessio...

«Sì, mi ha invitato e ci sono andato volentieri. E mi sembra che sia andato tutto benissimo. A dimsotrazione di quello che dicevo prima».

Sanremo l’ha visto?

«No, ma non per snobismo. Ero impegnato nella scrittura delle musiche per un nuovo lavoro teatrale importante, di cui per ora preferisco non dire nulla».

E lei perchè non è più tornato, al Festival?

«Perchè non c’è più Pippo Baudo. E io sono un po’ suo figlio... È stato infatti lui che mi ha chiamato, e devo dire grazie anche a lui se, dopo tanti anni di gavetta, sono arrivato al grande pubblico».

Oggi, con i talent show, la gavetta è stata abrogata.

«Ed è un errore. Io fino al 2002, a quarant’anni passati, avevo il problema di come pagare l’affitto di casa. Poi è cambiato tutto. Ma oggi ringrazio gli anni della formazione, della gavetta, se vuole anche della precarietà: mi hanno aiutato a essere quello che sono».

Cioè?

«Una persona tranquilla, equilibrata, un uomo normale che fa musica. Quella musica che è sempre stata la mia vita. Vengo da una famiglia di contadini del Sud, nessuno dei miei suonava, io ho cominciato con una melodica soprano, il mio primo strumento preso in mano

che andavo ancora alle elementari».

Cosa le è rimasto della sua Calabria?

«Le radici, ma anche la consapevolezza della realtà che vivevo da ragazzo, fatta di natura, di elementi spirituali, di mare. E anche quanto poi sono partito, lasciando la mia terra, sono rimasto convinto che il mio destino passasse proprio dal mare».

Diceva del teatro, ma ultimamente ha lavorato anche per il cinema.

«Ed è stata una grande soddisfazione. Ho cantato la versione italiana di un brano di Randy Newman nei titoli di testa del film ”La principessa e il ranocchio”. Un film di animazione artigianale, un cartone disegnato a mano come si faceva una volta, non come adesso che tutto viene realizzato al computer».

A Gorizia?

«Suono con un grande gruppo multietnico, apro il concerto con ”La rosa filosofale” e farò una piccola sorpresa al pubblico: una nuova versione di ”Dalla pace del mare lontano”. Per ricordare il grande Michelstaedter...».

AMOROSO 2


TRIESTE Forse ce l’avrebbe fatta comunque, ma Valerio Scanu deve ugualmente ringraziare Alessandra Amoroso che a Sanremo ha duettato con lui nella serata dei ripescaggi. Tirandolo fuori dall’imbarazzo dell’eliminazione e poi proiettandolo nientemeno che verso la vittoria finale.

Ora la cantante pugliese (è nata a Galatina, provincia di Lecce, nell’agosto 1986) arriva a Trieste, per un concerto al Politeama Rossetti che domani sera, alle 20.30, attirerà con ogni probabilità una platea formata quasi integralmente da giovanissimi. Come giovanissimi sono i fan televotanti che l’hanno fatta trionfare l’anno scorso ad ”Amici”, quando si piazzò proprio davanti a Scanu.

Per il (contestato) sistema del televoto, unito alla coesione del ”popolo” che cresce anno dopo anno attorno al talent show di Maria De Filippi, rimaniamo convinti che la Amoroso, fosse andata quest’anno a Sanremo con una canzone presentabile, avrebbe tranquillamente vinto il festival al posto del ventenne cantante sardo.

Appuntamento solo rinviato? Può darsi. Ma ora c’è questo tour. Al Rossetti canterà le canzoni della sua giovane carriera: da ”Ama chi ti vuole bene” a ”Mi sei venuta a cercare tu”, da ”Per ora un po’” a ”Il cielo può attendere”, a ”Find a way”, fino ai successi ”Senza nuvole” (dovrebbe arrivare a fine concerto) e ”Stupida” (prevista fra i bis). Infilando fra un brano e l’altro anche qualche cover, come ”Almeno tu nell’universo” e un medley fra ”Respect” e ”Chains of fools”. Testimonianza di un amore per Aretha Franklin e la musica nera che ha radici lontane. Precedenti all’affermazione ad ”Amici”.

Ci aveva provato già cinque volte, ad essere ammessa fra i concorrenti del ”talent” di Canale 5, prima dell’entrata nel cast avvenuta nell’ottobre 2008. Quando presenta ”If I ain’t got you” di Alicia Keys, e accade che Rudy Zerbi (giurato nonchè discografico) ne intuisce le potenzialità, mentre Luca Jurman (musicista nonchè ”insegnante” cui vengono affidati i giovani del programma) la segue con particolare attenzione.

Puntata dopo puntata, sfida dopo sfida, canzone dopo canzone, la ragazza dalla gran voce nera convince tutti e vola fino alla vittoria finale, esattamente un anno fa: primo premio e premio della critica.

Il suo inedito ”Stupida” esce su singolo e dà il titolo anche al primo mini-cd: duecentomila copie vendute sono il segno tangibile che il suo successo non si limita al programma televisivo. E la canzone è uno dei tormentoni dell’estate passata.

Dopo l’Amici Tour estivo assieme a tutti gli altri, dall’autunno scorso per Alessandra è tempo di correre da sola: la Pausini che la chiama nel cast di ”Amiche per l’Abruzzo”, il programma del sabato sera su Raiuno con Gianni Morandi (che aveva già duettato con lei ai Wind Music Awards), l’uscita del cd ”Senza nuvole” (album di debutto, altre 200 mila copie vendute), il duetto sanremese con Scanu, ma soprattutto questo tour che ora arriva a Trieste.

Con lei, domani sera sul palcoscenico del Politeama Rossetti, ci saranno Simone Papi (tastiere), Davide Pecchioli (batteria), Ronnie Aglietti (basso), Giacomo Castellano e Alessandro Magnalasche (chitarre), Luciana Vaona (voce).

GUCCINI intervista


«La neve si è sciolta ma adesso dicono che torna il freddo, potrebbe nevicare di nuovo. Sì, è stato un inverno rigido, non c’eravamo più abituati. Mi son beccato anche un raffreddore che proprio non vuol passare...».

Francesco Guccini - il cui ”never ending tour” fa tappa venerdì 12 al PalaTrieste - risponde dal telefono fisso della sua casa di Pavana, appennino toscoemiliano della sua infanzia, dov’è tornato a vivere da dieci anni.

«Ci si adatta a tutto - riflette il cantautore e scrittore - dunque anche ai ritmi più lenti del paese di montagna. Arrivasse la primavera si potrebbe anche vivere un po’ di più all’aria aperta. Anche se gli anni (settanta a giugno - ndr) cominciano a pesare...».

Per questo ha appena scritto un’autobiografia?

«Chissà. In passato avevo già raccontato parti della mia vita ma in forma romanzata. L’infanzia pavanese in ”Croniche epifaniche”, l’adolescenza a Modena negli anni Cinquanta in ”Vacca d’un cane”, la Bologna vivace e curiosa dei Sessanta in ”Cittanova blues”...».

Cos’era rimasto fuori?

«Qui ci sono episodi diversi, storie non raccontate mie e della mia famiglia. Che poi, come diceva Borges, ogni scrittore è sempre autobiografico. Questo è un racconto per situazioni, per persone, per luoghi».

Stavolta non c’è Trieste.

«Ma non dimentico quel ’63 passato nella caserma di Banne. Non dimentico il ”primo eskimo dettato solo dalla povertà” comprato al mercato di Ponterosso, il trenino che da Opicina ci portava in città, le passeggiate in viale per conoscere le ragazze...».

Cosa la colpì della città?

«Tante cose. Intanto un clima di maggior libertà. Le donne che al bar bevevano senza problemi il calice di vino, anche da sole. Cose che nella pur liberalissima Bologna non erano concepibili: da noi una donna si sarebbe fatta ammazzare, piuttosto...»

E poi?

«Certi sapori, la porcina con i crauti e il kren. Un naturale mistilinguismo: sul Carso era naturale sentir parlare sloveno, in città non era infrequente ascoltare colloqui in austriaco. E ancora quel vostro dialetto, così musicale, davvero bello».

Cose che ha ritrovato?

«Quando torno trovo ovviamente la città molto cambiata. La caserma di Banne mi dicono non esista più. Anche il clima del viale è diverso. Ma forse, al di là dei cambiamenti che tutte le città hanno a distanza di tanti anni, la verità è che siamo cambiati noi. E tutto ci sembra diverso».

Ha aderito alla manifestazione di sabato scorso a Roma, intitolata ”Basta! La legge è uguale per tutti”.

«Mi sembrava il minimo. Sono molto preoccupato da questa situazione che sta vivendo il Paese. Oltre a tutto quello che sappiamo, quest’ultima goccia della sospensione dei talkshow politici mi sembra un episodio di censura non degno di una democrazia occidentale. Ma stiamo scherzando? Qui si impedisce alla gente di conoscere, di essere informata».

Il caos delle liste per le regionali?

«Beh, lì siamo al ridicolo. Episodi che fanno ridere, sembra tutto impossibile, vien da pensare che ci sia qualcosa sotto. Anche quel tale, a Roma, che doveva consegnare la lista con le firme ma dice prima che era andato a mangiare un panino e poi che dovevano cambiare dei nomi della lista. A proposito di nomi, mi sembra che il tipo si chiami Milioni. Nomen omen...».

Lei allude...

«Non è colpa mia se c’è un partito che ha un padrone che comanda. Gli affaristi ci sono sempre stati, ma qui ormai hanno in mano le istituzioni. C’è tutta una concezione del potere che è diversa dalla democrazia».

Anche la sua Bologna, con le dimissioni del sindaco, non ci fa una bella figura.

«Vero. Ma almeno Delbono si è dimesso. Ha fatto un errore, lo ha riconosciuto e ha dato le dimissioni. Certe cose purtroppo avvengono ormai da una parte e dall’altra, c’è uno svilimento della vita pubblica, ma rimango convinto che a sinistra ci sia maggior coerenza e onestà».

Delbono è caduto su una vicenda emersa dal gossip. Lei a gossip come sta...?

«Malissimo, grazie. Non sono personaggio da gossip. Io delle cose mie racconto poco o niente. Giusto le orchestre, i concerti, poco di più. L’altra sera, a una presentazione del libro a Bologna, ho detto che il gossip me lo tengo buono per il prossimo libro. Ma era ovviamente una battuta...».

Sanremo l’ha visto?

«Tre secondi e due decimi. E se vuole chiedermi del principe le dico subito che l’ho evitato. Poi ci hanno pensato i giornali, a farmi sapere tutto quello che era successo: la canzone, il televoto, le polemiche... Stiamo tornando al dopoguerra, quando i rotocalchi avevano i componenti di casa Savoia in copertina una settimana sì e una no. Che vuole: la gente si appassiona».

E dei talent show non mi dice nulla?

«Fanno il loro gioco, il loro mestiere. La cosa non mi interessa più di tanto. È che le case discografiche sono in crisi, non hanno mezzi né potere. E dunque si affidano a questi programmi per trovare personaggi nuovi. Bisogna vedere poi se durano».

Ha visto che Dalla e De Gregori sono tornati assieme?

«Ho letto. I duetti sono di moda. Ma sono situazioni che funzionano solo se nascono per caso. Secoli fa, a tavola, si era parlato di fare una cosa assieme con Fabrizio De Andrè. Ma poi purtroppo non se ne fece nulla».

Nel libro parla anche di chitarre. Quante ne ha?

«Solo cinque, anzi sei, compresa una costruita con delle corde basse su un altro manico. Un periodo amavo le Martin, ora suono una giapponese montata in Francia. Ma sempre acustiche. L’elettrica la suonavo ai tempi delle sale da ballo. Ed è rimasta a mio fratello, che l’ha appesa al muro...».

Il concerto lo comincia sempre con ”Canzone per un’amica”?

«Certo. E lo chiudo ancora con ”La locomotiva”. Come sempre...».

giovedì 25 febbraio 2010

SANREMO savoia


Secondo scippo ai danni di Casa Savoia a distanza di sessantaquattro anni? È possibile, analizzando quel che è successo sabato notte, nella mezz’ora precedente la proclamazione di Valerio Scanu quale vincitore del sessantesimo Festival di Sanremo. E leggendo i dati dei tabulati del televoto, che la Rai non voleva diffondere ma il quotidiano Avvenire ha pubblicato ieri in esclusiva.

Non sembri irriguardoso accostare l’esito del referendum fra monarchia e repubblica del 2 giugno 1946 al risultato della sessantesima edizione del più modesto festival di canzonette che dal 1951 - fra alti e bassi - catalizza, per pochi giorni all’anno, l’attenzione degli italiani. Ma ormai la nostra è la repubblica della televisione, dunque...

Premessa storica. Come si sa, il risultato del referendum istituzionale fu all’epoca molto contestato. Si votò il 2 e 3 giugno del ’46. Due giorni dopo, superata la metà dello spoglio, la monarchia si avviava a vincere largamente. Tanto che De Gasperi preannunciò a Umberto II una vittoria che nello spazio di mezza giornata si tramutò in sconfitta. Fra denunce di brogli e proteste dei monarchici, il risultato finale fu: 12.717.923 voti per la repubblica, 10.719.284 per la monarchia. Il 17 giugno l’ultimo re d’Italia (”il re di maggio”, che regnò per soli ventiquattro giorni) partì per il Portogallo. È l’esilio, poi costituzionalmente sancito, per lui e i discendenti maschi di Casa Savoia. Fino al marzo 2003.

Siamo all’altra notte. Contro ogni previsione della vigilia, la canzone ”Italia amore mio” arriva seconda al Festival. Una dichiarazione d’amore stucchevole e retorica scritta da Emanuele Filiberto (trentottenne nipote dell’ultimo re d’Italia, un passato di opinionista juventino da Fazio nel primo ”Quelli che il calcio” e di vincitore di ”Ballando con le stelle”) con Enzo Ghinazzi in arte Pupo (cantante di successo negli anni Ottanta, recentemente riciclatosi come conduttore televisivo), che la cantano assieme al tenore Luca Canonici.

I tre erano stati bersagliati da fischi e proteste del pubblico a ogni loro apparizione. Scatenando persino l’ormai famosa rivolta degli orchestrali, all’annuncio del loro ingresso fra i primi tre.

A mezzanotte e dieci in sala stampa si dava per certa la loro vittoria. Il primo responso ufficioso del televoto li dava in vantaggio di 200 mila voti su Scanu. Pare che a questo punto si sia diffuso il panico fra gli organizzatori, incapaci di gestire - in un teatro già reso incandescente dalla protesta dell’orchestra ma anche dal siparietto con Costanzo, Bersani e Scaiola - l’eventuale vittoria del contestatissimo trio.

Ecco allora che avviene il miracolo. Nel rush finale Pupo e il principe - che fino alle 23.12 erano in testa di 212.482 voti - incassano solo 1384 preferenze, mentre il giovane sardo di ”Amici” se ne accaparra 96.517. E nello spazio di pochi minuti passa in testa con ventimila voti di scarto.

Strano? Di più. A conferma dell’inaffidabilità e dell’estrema malleabilità di un metodo, quello del televoto, al quale Sanremo si affida da due anni sulla scia di altri programmi televisivi molto popolari.

A margine, un dato: per il Festival i televoti (non i televotanti, visto che ognuno poteva votare più volte: altra scorrettezza) sono stati 3.606.950, che a 0.75 euro cadauno fanno 2.705.212 euro. Una bella cifra e un bel business, quasi tutto dell’operatore telefonico.

E per concludere un’osservazione, fra serio e faceto: se broglio c’è stato, anche questa volta è stato a fin di bene. Come sessantaquattro anni fa ci ha evitato di tenerci ancora l’impresentabile monarchia compromessa con il fascismo, stavolta ha fatto sì che Sanremo venisse vinto da una canzone imbarazzante. Con versi tipo «Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente». Puro revisionismo istituzional canzonettaro. Della serie: le colpe dei padri - e dei nonni, ma soprattutto dei bisnonni - non devono ricadere sui figli. Nemmeno se fanno parte di Casa Savoia.

Che a Sanremo 2010 ha comunque scritto la pagina peggiore della sua storia dopo l’8 settembre. Scherziamo? Sì, ma fino a un certo punto.

domenica 21 febbraio 2010

SANREMO ultimo


Per la seconda volta consecutiva ”Amici” trionfa al Festival di Sanremo. E per la seconda volta con un ragazzo sardo che, prima di salire sul palco dell’Ariston, era praticamente sconosciuto al grande pubblico e amato soltanto dalle schiere di giovanissimi televotanti che da anni seguono con passione il ”talent show” di Maria De Filippi.

Che, verrebbe da dire, ha ormai lanciato un’opa sul vecchio Festival: l’anno scorso con il cagliaritano Marco Carta, classe ’85, stavolta con Valerio Scanu, nato alla Maddalena, vent’anni ad aprile, bella voce ma fama di antipatico sin dalla penultima edizione di ”Amici”, quando dovette cedere il passo a quella Alessandra Amoroso che è arrivata a soccorrerlo nel duetto di giovedì sera, quando la sua ”Per tutte le volte che” (scritta fra l’altro da Pierdavide Carone, impegnato nella squadra dei bianchi nell’edizione ancora in corso del ”talent” di Canale 5) si è giocata con successo la riammissione dopo l’eliminazione incassata nella seconda serata.

Un destino comune (eliminati, riammessi, sul podio) al contestatissimo trio di Pupo con Emanuele Filiberto e il tenore Luca Canonici, che l’altra notte sono arrivati secondi dietro Scanu ma davanti all’altro favorito della vigilia, quel Marco Mengoni che appena poche settimane fa aveva vinto ”X Factor”. Pare anzi che nel televoto il distacco fra vincitore e trio sia stato veramente ridotto.

La furbata ruffiana del giovane Savoia che canta ”Italia amore mio” è il vero segno dell’avvenuta mutazione di Sanremo, da festival della canzone a vetrina televisiva. Il nipote dell’ultimo re d’Italia ha cominciato tanti anni fa facendo l’opinionista juventino in tivù da Fazio (con Idris, do you remember?), ha proseguito vincendo ”Ballando con le stelle”, è finito sul podio all’Ariston. Fra i fischi di una parte del pubblico, la ribellione dell’orchestra che ha inscenato l’inedita protesta con tanto di spartiti stracciati, ma evidentemente anche con il gradimento della parte meno giovane del pubblico televotante.

Che dire? È il festival della televisione, nel quale vincono i giovani lanciati dai talent show e si affermano i personaggi familiari alla grande platea televisiva. Lo stesso Pupo è ridiventato popolare riciclandosi come conduttore televisivo, dopo anni di oblio musicale.

Raiuno, che ha utilizzato tutto il Festival per reclamizzare senza pudore i suoi prossimi programmi, festeggia Antonellona Clerici e gli (inaspettati) alti ascolti del Festival: anche la finale ha sfiorato i dodici milioni e mezzo con share del 53 per cento. E presto comincerà a pensare all’edizione dell’anno prossimo. Il direttore artistico Mazzi (già produttore di Cocciante, al quale ha offerto ben mezz’ora di spettacolo nella serata di venerdì) e la celebrata casalinga vestita a festa dovrebbero lasciare il passo.

Nell’ottica del ”Talent Sanremo” il prossimo conduttore potrebbe allora essere Francesco Facchinetti, che sul palco dell’Ariston c’è già stato più volte. Una, indimenticabile, nel 2004: a torso nudo, tutto tatuato, quando si faceva ancora chiamare Dj Francesco e cantava i versi memorabili di ”Bella di padella”. Ora il figlio di uno dei Pooh è cresciuto, conduce da tre anni con sobrietà ”X Factor” (tenendo fra l’altro a bada le intemperanze di quel Morgan che con la sua esclusione è stato al centro dell’altra grande polemica dell’edizione di quest’anno, prima che entrassero in scena Pupo col principe...), e la Clerici l’ha indicato come suo delfino anche in diretta tivù in queste serate del Festival, con la regia che lo inquadrava ogni volta che si parlava del prossimo conduttore.

Chissà, potrebbe essere il modo scelto dalla Rai di continuare sulla strada dei giovani e dei talent show. E magari di evitare un terzo trionfo di ”Amici” a Sanremo. Il televoto probabilmente non si tocca, ma il suo peso andrebbe ridimensionato, magari con una giuria di qualità. Alle quali sono peraltro affidati gli esiti di tutti i festival (cinema, teatro, musica...) del mondo. Ma Sanremo, come si sa, da sempre è un mondo a parte.

SANREMO finale


Valerio Scanu ha vinto il sessantesimo Festival di Sanremo, davanti a Pupo, Emanuele Filiberto e il tenore Luca Canonici (bersagliati dai fischi e dalle vibrate proteste dell’orchestra e del pubblico in sala) e all’altra stella dei talent show Marco Mengoni. Il punto più basso toccato da Casa Savoia dopo l’8 settembre, come ha scritto qualcuno sul web.

Strano Paese, il nostro. Che s’innamora ancora dei principi e dove gli operai rimangono senza lavoro ma vanno in pellegrinaggio - con la benedizione del segretario del Pd, presente in platea - a Sanremo. È avvenuto ieri sera, nella serata finale del Festival, con una delegazione di tre operai degli stabilimenti che la Fiat vuol chiudere a Termini Imerese, intervistati pochi minuti prima di mezzanotte da Maurizio Costanzo, che torna così ufficialmente in Rai dopo ventisei anni di dorato esilio a Mediaset. Per loro, come per tanti altri in quest’Italia del 2010 in mano a una cricca di affaristi, lavoro probabilmente non c’è e non ci sarà. Ma vuoi mettere: sono saliti sul palco dell’Ariston.

Torniamo alle canzonette, che è meno peggio. Ieri sera finale con ripasso delle canzoni finaliste, vari spot per la Rai, fra cui uno in stile Bollywood per ”Tutti pazzi per amore 2” (e nel gruppone di Emilio Solfrizzi fa capolino anche la triestina Ariella Reggio) e uno coi ragazzi di ”Ti lascio una canzone”, l’omaggio a Michael Jackson, il musical sexy di Lorella Cuccarini, il soul di Mary J. Blige...

Tutti a celebrare il festivalone ”normale” di Antonellona Clerici. Che ha firmato un’edizione comunque di svolta, di cambiamento. L’alternativa era morire lentamente, davanti a un pubblico sempre più anziano e via via - di decesso in decesso - meno numeroso, o inventarsi una qualche scommessa per rivitalizzarsi.

L’intuizione dev’essersi insinuata nelle menti dei caporioni di Raiuno lo scorso anno, davanti al primo trionfo di ”Amici” (Mediaset) sul palco dell’Ariston, con la conduttrice Maria De Filippi che premiava Marco Carta, primo grazie al televoto ma fino a quel momento noto solo al popolo del talent show che aveva vinto l’anno precedente.

Meglio a questo punto, avranno pensato i cervelloni, puntare tutto sui ”talent” e sul televoto. Ecco allora che il vincitore di ”X Factor” da quest’anno partecipa di diritto al Festival. Ed entra Marco Mengoni. Poi la commissione seleziona - assieme a Valerio Scanu, finalista del penultimo ”Amici”, quello vinto da Alessandra Amoroso - anche la vincitrice morale della penultima edizione del ”talent” di Raidue (Noemi) e fra i giovani anche quel Tony Maiello che nella prima edizione dello stesso programma non aveva avuto fortuna, ma poi Mara Maionchi l’ha accolto sotto la sua ala protettiva e il ragazzo ha finito per vincere il girone Nuova Generazione.

A cucinare la pietanza è stata chiamata una che di piatti in tivù se ne intende: Antonellona Clerici, da Legnano, classe ’63, che dicono piaccia soprattutto alle donne per quella sua perenne e inoffensiva aria da casalinga non disperata ma vestita a festa, che arranca su tacchi troppo alti e stenta a contenere le grandi poppe in abiti imbarazzanti quasi come le interviste nelle quali si avventura con la regina di Giordania o quella del pop Jennifer Lopez. Al confronto delle quali - checchè ne dicano i suoi estimatori - la giunonica signora scompare per manifesta inadeguatezza, oltre che per classe, stile, bellezza e tante altre cose.

Bene. Anzi male. Sia come sia, fra giovani che diventano star in due mesi vincendo un talent show e giovani pronti a televotarli ovunque gareggino (a margine: un milione e rotti di voti a 0,75 euro per sms, fate voi il calcolo, comunque un bel business...), l’operazione di rivitalizzazione del malato terminale sembra riuscita. Anche se torna alla mente quella battuta del medico che dice con aria contrita ai parenti: l’operazione è andata benissimo, purtroppo il paziente è morto. Qui a essere defunto, senza possibilità di resurrezione, è il festival della canzone italiana.

Sanremo è infatti diventato il festival della televisione, della notorietà televisiva. Così si spiega anche il caso del trio messo su da Pupo con Emanuele Filiberto e il tenore Canonici. Non torniamo sulla canzone ruffiana e orrenda («tu non potevi ritornare, anche se non avevi fatto niente...» canta Pupo rivolto al giovane Savoia), che ha fatto rivalutare purtroppo solo post mortem l’”Italia” di Mino Reitano sbertucciata al Festival di ventidue anni fa. E non torniamo nemmeno sull’incredibile figuraccia cui è andato inspiegabilmente incontro Marcello Lippi (dopo il cui intervento il trio andava squalificato, a norma di un regolamento che vale per tutti o per nessuno). Diciamo solo che mettere assieme il brevilineo cantante toscano riciclato come conduttore televisivo e il nipote dell’ultimo re d’Italia, già ballerino in tivù, risponde solo a questa logica televisiva.

Problemi che ovviamente non sfiorano mamma Rai, che da giorni si frega le mani ed esulta per il successo di questa edizione, in termini di ascolti e di share. Tacendo dell’assoluta mancanza di controprogrammazione Mediaset nei giorni del Festival. A differenza degli anni passati, quando i programmi di punta della concorrenza non venivano sospesi com’è avvenuto quest’anno.

Consoliamoci con le poche cose buone viste e sentite in cinque serate, che hanno avuto almeno il pregio di essere meno lunghe delle edizioni precedenti, baudiane e non: l’esotismo multiculturale di Malika Ayane (scuderia Caterina Caselli, premio della critica), la classe straniata e surreale di Irene Grandi (canzone scritta dal leader dei Baustelle), il festoso urlo di riscatto meridionale di Nino D’Angelo. Ma soprattutto alcuni sprazzi di classe pura nella serata celebrativa dei sessant’anni del Festival: il duetto-capolavoro di Elisa e Fiorella Mannoia in ”Almeno tu nell’universo” (Sanremo ’89, con la mai abbastanza compianta Mia Martini), le emozioni autentiche regalata da Massimo Ranieri, l’eleganza di Carmen Consoli in una versione assolutamente contemporanea di ”Grazie dei fiori”.

Ops, ma qui stiamo parlando di musica, di canzoni, di interpreti. Argomenti che a Sanremo sono diventati da tempo secondari, quasi una scusa per occuparsi d’altro. Ripensandoci, una cosa giusta l’ha detta, il direttore di Raiuno Mauro Mazza: il Festival è tornato a somigliare all’Italia di oggi. Ma non è un complimento. Perchè non è un bel Festival, non è - fra un’intercettazione e l’altra, fra una ruberia e l’altra - una bella Italia. Malata di volgarità, cattivo gusto, illegalità.