STING CLASSICO A ZAGABRIA
Dopo il ”reunion tour” di tre anni fa con i Police, Sting - il cui tour con la Royal Philharmonic Concert Orchestra fa tappa stasera alle 20 all’Arena di Zagabria - ha smesso forse definitivamente i panni della rockstar. Sir Gordon Matthew Thomas Sumner <WC>è oggi un colto e ricchissimo gentiluomo quasi sessantenne (è nato il 2 ottobre ’51 a Newcastle), che a differenza di tanti suoi colleghi rifiuta il restare imprigionato nella gabbia dorata del suo stesso successo. «Non voglio essere condannato a rifare gli stessi brani nella stessa maniera e con lo stesso gruppo per il resto della mia vita», ha detto l’altra settimana su Raitre, intervistato da Fabio Fazio a ”Che tempo che fa”.
Ecco allora l’idea di questo lungo tour con l’orchestra londinese, diretta da quello stesso Steven Mercurio che aveva guidato i Tre Tenori, con il supporto di un quartetto composto da Dominic Miller alle chitarre, David Cossin alle percussioni, Ira Coleman al basso e dalla vocalist australiana Jo Lawry. Tutti assieme, musicisti classici e rock, per rileggere i grandi classici del ”pungiglione”: quelli con i vecchi soci dei Police, Andy Summers e Stewart Copeland, e quelli da solista.
«Reinventare le canzoni - dice Sting, che vive buona parte dell’anno nella sua tenuta a Figline Valdarno, in Toscana - che sono state i cardini della mia carriera musicale, dal vivo e in studio è, stato molto divertente. Il mio desiderio più vero è che quest'esperienza mi porti ora a scrivere nuove canzoni in collaborazione con l'orchestra sinfonica. È la mia ambizione e ci sto già provando».
In occasione di questo tour, cominciato in giugno in Canada e ripartito dopo la pausa estiva da Oslo, e che mercoledì è a Roma, quarta tappa italiana dopo quelle di Firenze, Milano e Torino, quest'estate l'etichetta Deutsche Grammophon ha anche pubblicato il cd ”Symphonicities”. Quasi una celebrazione dell'esperienza del concerto portato in tour lungo tutto il 2010, lanciato dal singolo "Every little thing she does is magic", e con dentro i brani dal suo grande repertorio, con e senza Police: "Roxanne" e "Next to you", "Englishman in New York" e "I burn for you", "Why should I cry for you" e "She's too good for me", ”Every breath you take” e ”Desert rose”, ”Russians” e ”If I ever lose my faith in you”, ”Fields of gold” e ”Fragile”, che di solito chiude il concerto (ventisei brani in scaletta, per quasi tre ore di musica).
«Ho sempre avuto affinità con la musica classica - prosegue l’artista, che due anni fa aveva già incrociato la sua strada con quella della leggendaria Chicago Symphony Orchestra -. Da giovane ho studiato molto del repertorio per chitarra classica e faccio ancora pratica giornaliera, suonando alcuni brani di Johann Sebastian Bach, pezzi dalle suite per violoncello, gli spartiti per violino e, ovviamente, le suite per liuto. Lo faccio solamente per mio divertimento personale. Sedersi ai piedi di un maestro musicale come Bach, leggere a interpretare le sue note sulle pagine, guardare e ascoltare le straordinarie scelte che prese come compositore, è molto vicino alla devozione religiosa».
Ancora Sting: «Per la canzone "Russians", che ho scritto nel 1985 sulla guerra fredda, ho preso in prestito la bellissima melodia sull'amore di "Lieutenant Kije" di Sergei Prokofiev. E oggi mi sento onorato di dividere i diritti per quella canzone con il celebre compositore russo. L'arrangiatore Vince Mendoza andò ancora più lontano, prendendo in prestito l'apertura del balletto di Prokofiev "Romeo e Giulietta", come emozionante preludio alla canzone».
...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
domenica 7 novembre 2010
giovedì 4 novembre 2010
SANREMO: BELLA CIAO E GIOVINEZZA / 2
"Bella ciao" e "Giovinezza"? Sono uguali. Dunque va detto no a entrambi. Perlomeno al Festival di Sanremo. Lo ha salomonicamente deciso il consiglio di amministrazione della Rai. L’inno della Resistenza da cui è nata la Repubblica e il canto delle squadracce fasciste vanno messi sullo stesso piano, sono ”canzoni politiche”, e la politica - si sa - deve far finta di restar fuori da Sanremo. È questo l’eccellente risultato della querelle scatenatasi nelle ultime quarantott’ore con la scusa del Festival.
Tutto è partito da uno scambio di battute fra Gianni Morandi e il direttore artistico Gianmarco Mazzi. Il cantante, chiamato a condurre la rassegna (quest’anno dal 15 al 19 febbraio), l’altra mattina in conferenza stampa spiegava che la serata di giovedì 17 sarà dedicata ai 150 anni dell’Unità d’Italia. Ognuno dei 14 big in gara proporrà un brano storico, legato alle vicende di questo secolo e mezzo. In assoluta buona fede, ma con una certa dose di ingenuità, considerati i tempi e l’aria che tira in Rai e nel Paese, da uomo di sinistra ha poi buttato lì: «Mi piacerebbe che venisse cantata anche ”Bella ciao”...».
Mazzi, uomo di destra, in una sorta di folle par condicio ha rilanciato: «Certo, ma allora anche ”Giovinezza”, che in fondo nasceva come inno della goliardia». Lasciando Morandi con un palmo di naso («Ma dai, Gianmarco...») e dando la stura a tutta una serie di reazioni del cosiddetto mondo politico.
Il cantante si è poi detto sorpreso per quanto accaduto: «Non immaginavo - ha sostenuto - che quel mio auspicio, legato al canto delle mondine poi adottato dai partigiani, divenisse elemento di polemica politica».
Ieri, come si diceva, la questione è approdata in cda. Che ha approvato un documento nel quale, oltre a dire no a entrambe le canzoni, vengono mossi rilievi a Mazzi e anche al direttore di Raiuno, Mauro Mazza, che si era detto non contrario all'idea che tra le canzoni proposte ce ne potesse essere qualcuna che rimandava a una fase storica dell'Italia ben definita.
Intervistato un po’ da tutti, il figlio del ciabattino comunista di Monghidoro ha poi peggiorato - se possibile - la situazione. «Non facciamo e non vogliamo fare politica - ha infatti detto Morandi -. Si devono fidare di noi, perchè le nostre scelte terranno conto della sensibilità di tutti. ”Giovinezza” è stata eseguita in tv svariate volte e non è mai successo qualcosa di così clamoroso».
Ancora: «Non mi aspettavo queste polemiche per canzoni che hanno più di cento anni e sono legate alla storia del Paese. La Rai ci è vicina: abbiamo aperto un sondaggio su internet dove gli stessi telespettatori potranno votare la canzone che vorranno vedere esibita come omaggio alla storia. Noi rivendichiamo la libertà artistica di costruire una serata che ricordi attraverso la musica 150 anni dell'unità d'Italia: ci sono anni meravigliosi e anni bui, ma questa è la nostra storia. La musica dovrebbe unire non dividere».
Concludendo così: «I problemi del Paese sono altri, quelli economici e quelli della disoccupazione. La musica non deve fare paura».
Ma la frittata è fatta. Il revisionismo storico, nell’Italia di fine impero del 2010, ormai passa anche attraverso le canzonette. E apprendere che il Festival verrà aperto - alla faccia di Bossi - dall’esecuzione dell’inno di Mameli non basta a migliorare la situazione. Anzi.
"Bella ciao" e "Giovinezza"? Sono uguali. Dunque va detto no a entrambi. Perlomeno al Festival di Sanremo. Lo ha salomonicamente deciso il consiglio di amministrazione della Rai. L’inno della Resistenza da cui è nata la Repubblica e il canto delle squadracce fasciste vanno messi sullo stesso piano, sono ”canzoni politiche”, e la politica - si sa - deve far finta di restar fuori da Sanremo. È questo l’eccellente risultato della querelle scatenatasi nelle ultime quarantott’ore con la scusa del Festival.
Tutto è partito da uno scambio di battute fra Gianni Morandi e il direttore artistico Gianmarco Mazzi. Il cantante, chiamato a condurre la rassegna (quest’anno dal 15 al 19 febbraio), l’altra mattina in conferenza stampa spiegava che la serata di giovedì 17 sarà dedicata ai 150 anni dell’Unità d’Italia. Ognuno dei 14 big in gara proporrà un brano storico, legato alle vicende di questo secolo e mezzo. In assoluta buona fede, ma con una certa dose di ingenuità, considerati i tempi e l’aria che tira in Rai e nel Paese, da uomo di sinistra ha poi buttato lì: «Mi piacerebbe che venisse cantata anche ”Bella ciao”...».
Mazzi, uomo di destra, in una sorta di folle par condicio ha rilanciato: «Certo, ma allora anche ”Giovinezza”, che in fondo nasceva come inno della goliardia». Lasciando Morandi con un palmo di naso («Ma dai, Gianmarco...») e dando la stura a tutta una serie di reazioni del cosiddetto mondo politico.
Il cantante si è poi detto sorpreso per quanto accaduto: «Non immaginavo - ha sostenuto - che quel mio auspicio, legato al canto delle mondine poi adottato dai partigiani, divenisse elemento di polemica politica».
Ieri, come si diceva, la questione è approdata in cda. Che ha approvato un documento nel quale, oltre a dire no a entrambe le canzoni, vengono mossi rilievi a Mazzi e anche al direttore di Raiuno, Mauro Mazza, che si era detto non contrario all'idea che tra le canzoni proposte ce ne potesse essere qualcuna che rimandava a una fase storica dell'Italia ben definita.
Intervistato un po’ da tutti, il figlio del ciabattino comunista di Monghidoro ha poi peggiorato - se possibile - la situazione. «Non facciamo e non vogliamo fare politica - ha infatti detto Morandi -. Si devono fidare di noi, perchè le nostre scelte terranno conto della sensibilità di tutti. ”Giovinezza” è stata eseguita in tv svariate volte e non è mai successo qualcosa di così clamoroso».
Ancora: «Non mi aspettavo queste polemiche per canzoni che hanno più di cento anni e sono legate alla storia del Paese. La Rai ci è vicina: abbiamo aperto un sondaggio su internet dove gli stessi telespettatori potranno votare la canzone che vorranno vedere esibita come omaggio alla storia. Noi rivendichiamo la libertà artistica di costruire una serata che ricordi attraverso la musica 150 anni dell'unità d'Italia: ci sono anni meravigliosi e anni bui, ma questa è la nostra storia. La musica dovrebbe unire non dividere».
Concludendo così: «I problemi del Paese sono altri, quelli economici e quelli della disoccupazione. La musica non deve fare paura».
Ma la frittata è fatta. Il revisionismo storico, nell’Italia di fine impero del 2010, ormai passa anche attraverso le canzonette. E apprendere che il Festival verrà aperto - alla faccia di Bossi - dall’esecuzione dell’inno di Mameli non basta a migliorare la situazione. Anzi.
mercoledì 3 novembre 2010
SANREMO: BELLA CIAO e GIOVINEZZA
"Bella ciao" al Festival di Sanremo? E allora, come in una sorta di automatica ma anche un po’ stupida par condicio, sul palco dell’Ariston va cantata anche «Giovinezza». Come se l’antico e nobile canto di lavoro delle mondine, poi diventato inno della Resistenza da cui è nata la Repubblica italiana, potesse essere messo sullo stesso piano dell’indimenticata solfa delle squadracce fasciste.
Sono tempi da fine impero. Sanremo - e la Rai - ovviamente non fanno eccezione. E lo si capisce anche da questi piccoli episodi. Alla presentazione del regolamento della 51.a edizione del Festival, che si svolgerà dal 15 al 19 febbraio, ieri c’era attesa per le norme che dovrebbero ridimensionare il peso preponderante che il televoto - già padre padrone di tanti programmi televisivi che hanno mandato troppi cervelli all’ammasso - ha avuto negli ultimi anni.
Ma è bastata una proposta del conduttore Gianni Morandi («Vorrei che si cantasse ”Bella ciao”, secondo me bisogna farlo e lo faremo»: ha detto riferendosi alla serata evento dedicata ai 150 anni dell’unità d’Italia), per provocare subito una reazione da parte del direttore artistico Gianmarco Mazzi. Che non ha perso occasione per sollecitare l’esecuzione sul palco dell’Ariston anche di ”Giovinezza”, «che è passata alla storia come inno del fascismo ma nacque come canzone della goliardia toscana (in realtà di quella piemontese - ndr) nei primi del '900».
Il parto del Festival di Sanremo, tradizionalmente lungo e difficile, quest’anno è stato ancor più complicato. Tanto che qualche settimana fa Morandi stava per rinunciare all’incarico. Poi le cose si sono messe a posto all’italiana, e fra una Belen Rodriguez che la Rai spera di veder arrivare nella città dei fiori senza l’ingombrante fidanzato Corona e una Elisabetta Canalis che ha già fatto sapere che il suo bel Clooney non ci pensa nemmeno a sedersi in platea, è nata anche quest’idea della serata di giovedì 17 febbraio dedicata ai 150 anni dell’unità del Paese, con le canzoni che hanno fatto da colonna sonora alla storia d’Italia, interpretate dai 14 big in gara.
Morandi, figlio di un ciabattino analfabeta di Monghidoro che la domenica vendeva l’Unità porta a porta, ci ha subito messo dentro una canzone che fa parte del patrimonio della nostra musica popolare e che per un uomo di sinistra è anche parte della storia migliore di questo Paese. Non poteva immaginare che Mazzi, uomo di destra come il direttore di Raiuno Mazza, rilanciasse con l’inno delle camicie nere. Ma tant’è.
Scontate le critiche da sinistra. Bersani è incredulo: «Non ci credo, non è possibile, se fosse vero dovrebbero vedersela con noi». Il ministro La Russa: «Basta con le code di paglia, ”Giovinezza” la cantavano milioni di italiani». Storace: «È così bella, sarebbe un tonificante anche per l’Auditel». Ma persino la Lega Nord prende le distanze, anche se col fine di sponsorizzare ”Va pensiero”. «”Giovinezza” è una canzoncina - ha detto il senatore Giuseppe Leoni, fra i fondatori della Lega - che ricorda un periodo buio della storia di questo Paese. Non entriamo nel merito di ”Bella ciao”, ma con il motivo del ventennio si giustifica un momento che agli italiani ha dato solo sofferenze e sangue. Si canti piuttosto ”Va pensiero”, bello da ascoltare, che trasmette emozione e commozione».
E siamo a quella che doveva essere la notizia, ma che dinanzi a questi colpi d’ingegno viene derubricata. Dopo che nelle ultime due edizioni il Festival era stato vinto da Marco Carta e Valerio Scanu, trionfatori di ”Amici”, che dal ”talent show” di Maria De Filippi si erano portati in dote legioni di giovani e giovanissimi televotanti, gli organizzatori hanno capito che il meccanismo del televoto andava attenuato. Alla richiesta dell’Antitrust di eliminare dal voto le utenze business (non si potranno dunque comprare pacchetti di voti ingaggiando i call center), si aggiunge da quest’anno ”uno strumento correttivo”, una sorta di ”golden share” della sala stampa dell'Ariston, valida solo nella serata finale, che potrà bilanciare il televoto del pubblico a casa. Al Codacons non basta: chiede l’eliminazione totale del televoto.
Il voto della sala stampa (e per la categoria Giovani della giuria radio) sarà dunque la novità di quest’anno. Canti politici a parte. Basterà per dare ossigeno al Festival? Chi può dirlo...
"Bella ciao" al Festival di Sanremo? E allora, come in una sorta di automatica ma anche un po’ stupida par condicio, sul palco dell’Ariston va cantata anche «Giovinezza». Come se l’antico e nobile canto di lavoro delle mondine, poi diventato inno della Resistenza da cui è nata la Repubblica italiana, potesse essere messo sullo stesso piano dell’indimenticata solfa delle squadracce fasciste.
Sono tempi da fine impero. Sanremo - e la Rai - ovviamente non fanno eccezione. E lo si capisce anche da questi piccoli episodi. Alla presentazione del regolamento della 51.a edizione del Festival, che si svolgerà dal 15 al 19 febbraio, ieri c’era attesa per le norme che dovrebbero ridimensionare il peso preponderante che il televoto - già padre padrone di tanti programmi televisivi che hanno mandato troppi cervelli all’ammasso - ha avuto negli ultimi anni.
Ma è bastata una proposta del conduttore Gianni Morandi («Vorrei che si cantasse ”Bella ciao”, secondo me bisogna farlo e lo faremo»: ha detto riferendosi alla serata evento dedicata ai 150 anni dell’unità d’Italia), per provocare subito una reazione da parte del direttore artistico Gianmarco Mazzi. Che non ha perso occasione per sollecitare l’esecuzione sul palco dell’Ariston anche di ”Giovinezza”, «che è passata alla storia come inno del fascismo ma nacque come canzone della goliardia toscana (in realtà di quella piemontese - ndr) nei primi del '900».
Il parto del Festival di Sanremo, tradizionalmente lungo e difficile, quest’anno è stato ancor più complicato. Tanto che qualche settimana fa Morandi stava per rinunciare all’incarico. Poi le cose si sono messe a posto all’italiana, e fra una Belen Rodriguez che la Rai spera di veder arrivare nella città dei fiori senza l’ingombrante fidanzato Corona e una Elisabetta Canalis che ha già fatto sapere che il suo bel Clooney non ci pensa nemmeno a sedersi in platea, è nata anche quest’idea della serata di giovedì 17 febbraio dedicata ai 150 anni dell’unità del Paese, con le canzoni che hanno fatto da colonna sonora alla storia d’Italia, interpretate dai 14 big in gara.
Morandi, figlio di un ciabattino analfabeta di Monghidoro che la domenica vendeva l’Unità porta a porta, ci ha subito messo dentro una canzone che fa parte del patrimonio della nostra musica popolare e che per un uomo di sinistra è anche parte della storia migliore di questo Paese. Non poteva immaginare che Mazzi, uomo di destra come il direttore di Raiuno Mazza, rilanciasse con l’inno delle camicie nere. Ma tant’è.
Scontate le critiche da sinistra. Bersani è incredulo: «Non ci credo, non è possibile, se fosse vero dovrebbero vedersela con noi». Il ministro La Russa: «Basta con le code di paglia, ”Giovinezza” la cantavano milioni di italiani». Storace: «È così bella, sarebbe un tonificante anche per l’Auditel». Ma persino la Lega Nord prende le distanze, anche se col fine di sponsorizzare ”Va pensiero”. «”Giovinezza” è una canzoncina - ha detto il senatore Giuseppe Leoni, fra i fondatori della Lega - che ricorda un periodo buio della storia di questo Paese. Non entriamo nel merito di ”Bella ciao”, ma con il motivo del ventennio si giustifica un momento che agli italiani ha dato solo sofferenze e sangue. Si canti piuttosto ”Va pensiero”, bello da ascoltare, che trasmette emozione e commozione».
E siamo a quella che doveva essere la notizia, ma che dinanzi a questi colpi d’ingegno viene derubricata. Dopo che nelle ultime due edizioni il Festival era stato vinto da Marco Carta e Valerio Scanu, trionfatori di ”Amici”, che dal ”talent show” di Maria De Filippi si erano portati in dote legioni di giovani e giovanissimi televotanti, gli organizzatori hanno capito che il meccanismo del televoto andava attenuato. Alla richiesta dell’Antitrust di eliminare dal voto le utenze business (non si potranno dunque comprare pacchetti di voti ingaggiando i call center), si aggiunge da quest’anno ”uno strumento correttivo”, una sorta di ”golden share” della sala stampa dell'Ariston, valida solo nella serata finale, che potrà bilanciare il televoto del pubblico a casa. Al Codacons non basta: chiede l’eliminazione totale del televoto.
Il voto della sala stampa (e per la categoria Giovani della giuria radio) sarà dunque la novità di quest’anno. Canti politici a parte. Basterà per dare ossigeno al Festival? Chi può dirlo...
domenica 17 ottobre 2010
DISCHI - PAOLO CONTE
Volgarità e cattivo gusto riempiono ormai talmente il mondo che ci circonda (quello della musica non fa eccezione, anzi), che sembra quasi impossibile prendere metaforicamente il mare e attraccare in un’oasi capace di riconciliarci con valori assoluti quali bellezza, intelligenza, educazione, ironia, cortesia, a tratti genialità.
Le quindici canzoni che compongono ”Nelson” (Universal), il nuovo album di Paolo Conte, che arriva a due anni da ”Psiche”, potrebbero rappresentare quest’oasi. L’avvocato astigiano (74 anni a gennaio) lo dice chiaro e tondo: lui pensa che sia meglio «non parlare della realtà, per non sollecitare brutte abitudini».
Dedicato già nel titolo al suo cane Nelson, che non c’è più e aveva ”orecchie musicali”, ma anche al compianto manager dell’artista Renzo Fantini (che curava anche gli interessi di Francesco Guccini), il disco profuma di nostalgia e non insegue le mode né le innovazioni. Come il pubblico dell’avvocato, che «si somiglia anche all’estero: è abbastanza colto ma non troppo, non è schiavo della moda e libero nei suoi pensieri» (definizione dello stesso Conte alla conferenza stampa di presentazione).
Affreschi musicali che, come per incanto, ci reintroducono nel magico mondo dell’artista tanto amato dai francesi. Colori e aromi forti, melodie d’altri tempi, suoni e storie che hanno nella loro endemica classicità il marchio di fabbrica ma anche l’innegabile marcia in più.
A voler cercare a tutti i costi una novità, questa sta nel variare del lessico. Oltre che ovviamente in italiano, Conte gioca infatti con altre lingue, cantando nel napoletano già amabilmente strapazzato in passato (stavolta il titolo è ”Suonno e' tutt'o suonno”), ma anche in spagnolo, francese e inglese (sempre «chiedendo le circostanze attenuanti - scherza l’artista - al mio pubblico»).
E l’impressione non è che lo faccia per strizzare l’occhio al pubblico internazionale (non dimentichiamo che Conte ha ormai da tempo un suo pubblico fuori dai confini patrii, e non soltanto nella Francia che l’ha adottato più di vent’anni fa, ma anche nell’Europa del Nord e persino negli Stati Uniti...). Si potrebbe dire, ascoltando i vari brani, che la cosa gli venga quasi naturale, che nasca per assecondare l’incedere della musica.
Fra i titoli: ”Tra le tue braccia”, ”Jeeves”, ”Enfant prodige” (pensata inizialmente per un’interprete francese), ”Clown”, ”Nina”, ”Galosce selvagge”, ”Massaggiatrice”, ”Bodyguard for myself”... Piccole elegie malate di malinconica bellezza, che rifuggono l’autobiografia e preferiscono ”raccontare da fuori le persone e il mondo attorno”. E si permettono addirittura il lusso di citare il divertissement e il burlesque.
Tour in partenza il 28 ottobre da Baden Baden, in Germania, e approda a Milano, Teatro degli Arcimboldi, dal 9 al 13 novembre.
LENNON
Meglio godere della ripubblicazione, con la qualità garantita dalle tecnologie di oggi, di autentici capolavori della musica popolare, o crucciarsi per l’eterna speculazione commerciale originata dagli anniversari che il calendario propone?
Sia come sia, accogliamo i dischi ripubblicati per ricordare John Lennon (1940-1980), fra il 9 ottobre di quello che sarebbe stato il suo settantesimo compleanno e il trentennale della sua morte l’8 dicembre. La vedova Yoko Ono - la donna più odiata del rock: a lei viene addebitata la separazione dei Beatles - ha supervisionato tutto e ha messo il timbro. Innanzitutto su ”Gimme some truth”, ristampa di otto album classici della carriera solista di Lennon, rimasterizzati dai mix originali assieme a un team di ingegneri del suono nei leggendari studi londinesi di Abbey Road, ”casa musicale” dei Beatles nonchè titolo di un loro album, e nei newyorkesi Avatar.
«Mi auguro - ha detto Yoko - che questo programma di ripubblicazioni rimasterizzate possa aiutare ad avvicinare un nuovo pubblico più giovane all’incredibile musica di John. Attraverso la rimasterizzazione di 121 tracce che coprono la sua intera carriera solista, spero anche che quelli che hanno già familiarità con le sue opere possano trovare rinnovata ispirazione dalla sua incredibile dote di cantautore, musicista e cantante e dal suo potere di esprimersi sulla condizione umana. I suoi testi sono così importanti oggi, come lo furono allora quando vennero scritti per la prima volta».
L'iniziativa include una compilation di successi (cd e cd+dvd) intitolata ”Power to the people: the hits», che raccoglie quindici delle più popolari canzoni di John. ”John Lennon signature box” è invece un cofanetto di 11 cd in edizione limitata con gli otto album rimasterizzati (venduti anche singolarmente), un disco di brani rari e mai pubblicati e un ”ep” coi singoli mai inclusi su album.
Torna anche ”Double fantasy” in versione remixata. E i dubbi citati all’inizio scompaiono: questa è davvero musica per le orecchie e la mente...
NEIL YOUNG
Il rock deve tornare in cantina, recuperare i valori essenziali. Sembra il messaggio che il grande Neil Young affida al nuovo album. Che è un po’ il ritratto dell'atteggiamento da eroe solitario che da tempo l’artista ha nei confronti della musica e del mondo. Disco registrato in solitudine: otto brani, un paio acustici, tanta chitarra elettrica. La produzione è di Daniel Lanois, che lo ha convinto a rinunciare al progetto di un album acustico e a imbracciare l’elettrica. Ne è nato un distillato dell'idea che Young ha della musica: prima di tutto c'è la sua chitarra che lui suona in modo furibondo ovunque e comunque. Poi c'è la sfida ormai ultradecennale ad ampliare il confine tra suono e rumore (noise, appunto). «Questo disco - ha detto - mi ha dato la possibilità di esprimermi in un modo più diretto e personale rispetto a quando si lavora in modo tradizionale». Non a caso l’artista canadese è da almeno vent’anni un guru della scena alternativa, oltre che uno dei padrini riconosciuti del grunge.
ROBBIE WILLIAMS
Mentre per il 23 novembre è atteso l’album della ”reunion” con i Take That (s’intitolerà ”Progress”), Robbie Williams non si fa mancar nulla ed esce con questo doppio cd - sottotitolo ”Greatest hits 1990-2010” - che celebra vent’anni di carriera. Un piccolo monumento a se stesso, da parte di un interprete che ha venduto oltre 57 milioni di album, a cui vanno aggiunti undici milioni di singoli. Numeri che ne vanno il solista più venduto nella storia della musica inglese. L'uscita del disco è stata anticipata alla radio dal singolo ”Shame”, che vede la partecipazione di Gary Barlow, l'ex Take That con cui Robbie Williams non collaborava dal 1995, presente anche nel video che nella trama e nei luoghi ricorda il film ”Brokeback mountain”: la riconciliazione fra due amici, che è anche una provocazione di un artista che gioca sempre sull'ambiguità. La raccolta è pubblicata in versione standard (due cd), e deluxe (due cd più un cd con ”b-sides” e rarità). Fra i titoli: ”You know me”, ”Bodies”, ”Morning sun”, ”Lovelight”, ”Sin Sin Sin”, ”She’s the one”...
Volgarità e cattivo gusto riempiono ormai talmente il mondo che ci circonda (quello della musica non fa eccezione, anzi), che sembra quasi impossibile prendere metaforicamente il mare e attraccare in un’oasi capace di riconciliarci con valori assoluti quali bellezza, intelligenza, educazione, ironia, cortesia, a tratti genialità.
Le quindici canzoni che compongono ”Nelson” (Universal), il nuovo album di Paolo Conte, che arriva a due anni da ”Psiche”, potrebbero rappresentare quest’oasi. L’avvocato astigiano (74 anni a gennaio) lo dice chiaro e tondo: lui pensa che sia meglio «non parlare della realtà, per non sollecitare brutte abitudini».
Dedicato già nel titolo al suo cane Nelson, che non c’è più e aveva ”orecchie musicali”, ma anche al compianto manager dell’artista Renzo Fantini (che curava anche gli interessi di Francesco Guccini), il disco profuma di nostalgia e non insegue le mode né le innovazioni. Come il pubblico dell’avvocato, che «si somiglia anche all’estero: è abbastanza colto ma non troppo, non è schiavo della moda e libero nei suoi pensieri» (definizione dello stesso Conte alla conferenza stampa di presentazione).
Affreschi musicali che, come per incanto, ci reintroducono nel magico mondo dell’artista tanto amato dai francesi. Colori e aromi forti, melodie d’altri tempi, suoni e storie che hanno nella loro endemica classicità il marchio di fabbrica ma anche l’innegabile marcia in più.
A voler cercare a tutti i costi una novità, questa sta nel variare del lessico. Oltre che ovviamente in italiano, Conte gioca infatti con altre lingue, cantando nel napoletano già amabilmente strapazzato in passato (stavolta il titolo è ”Suonno e' tutt'o suonno”), ma anche in spagnolo, francese e inglese (sempre «chiedendo le circostanze attenuanti - scherza l’artista - al mio pubblico»).
E l’impressione non è che lo faccia per strizzare l’occhio al pubblico internazionale (non dimentichiamo che Conte ha ormai da tempo un suo pubblico fuori dai confini patrii, e non soltanto nella Francia che l’ha adottato più di vent’anni fa, ma anche nell’Europa del Nord e persino negli Stati Uniti...). Si potrebbe dire, ascoltando i vari brani, che la cosa gli venga quasi naturale, che nasca per assecondare l’incedere della musica.
Fra i titoli: ”Tra le tue braccia”, ”Jeeves”, ”Enfant prodige” (pensata inizialmente per un’interprete francese), ”Clown”, ”Nina”, ”Galosce selvagge”, ”Massaggiatrice”, ”Bodyguard for myself”... Piccole elegie malate di malinconica bellezza, che rifuggono l’autobiografia e preferiscono ”raccontare da fuori le persone e il mondo attorno”. E si permettono addirittura il lusso di citare il divertissement e il burlesque.
Tour in partenza il 28 ottobre da Baden Baden, in Germania, e approda a Milano, Teatro degli Arcimboldi, dal 9 al 13 novembre.
LENNON
Meglio godere della ripubblicazione, con la qualità garantita dalle tecnologie di oggi, di autentici capolavori della musica popolare, o crucciarsi per l’eterna speculazione commerciale originata dagli anniversari che il calendario propone?
Sia come sia, accogliamo i dischi ripubblicati per ricordare John Lennon (1940-1980), fra il 9 ottobre di quello che sarebbe stato il suo settantesimo compleanno e il trentennale della sua morte l’8 dicembre. La vedova Yoko Ono - la donna più odiata del rock: a lei viene addebitata la separazione dei Beatles - ha supervisionato tutto e ha messo il timbro. Innanzitutto su ”Gimme some truth”, ristampa di otto album classici della carriera solista di Lennon, rimasterizzati dai mix originali assieme a un team di ingegneri del suono nei leggendari studi londinesi di Abbey Road, ”casa musicale” dei Beatles nonchè titolo di un loro album, e nei newyorkesi Avatar.
«Mi auguro - ha detto Yoko - che questo programma di ripubblicazioni rimasterizzate possa aiutare ad avvicinare un nuovo pubblico più giovane all’incredibile musica di John. Attraverso la rimasterizzazione di 121 tracce che coprono la sua intera carriera solista, spero anche che quelli che hanno già familiarità con le sue opere possano trovare rinnovata ispirazione dalla sua incredibile dote di cantautore, musicista e cantante e dal suo potere di esprimersi sulla condizione umana. I suoi testi sono così importanti oggi, come lo furono allora quando vennero scritti per la prima volta».
L'iniziativa include una compilation di successi (cd e cd+dvd) intitolata ”Power to the people: the hits», che raccoglie quindici delle più popolari canzoni di John. ”John Lennon signature box” è invece un cofanetto di 11 cd in edizione limitata con gli otto album rimasterizzati (venduti anche singolarmente), un disco di brani rari e mai pubblicati e un ”ep” coi singoli mai inclusi su album.
Torna anche ”Double fantasy” in versione remixata. E i dubbi citati all’inizio scompaiono: questa è davvero musica per le orecchie e la mente...
NEIL YOUNG
Il rock deve tornare in cantina, recuperare i valori essenziali. Sembra il messaggio che il grande Neil Young affida al nuovo album. Che è un po’ il ritratto dell'atteggiamento da eroe solitario che da tempo l’artista ha nei confronti della musica e del mondo. Disco registrato in solitudine: otto brani, un paio acustici, tanta chitarra elettrica. La produzione è di Daniel Lanois, che lo ha convinto a rinunciare al progetto di un album acustico e a imbracciare l’elettrica. Ne è nato un distillato dell'idea che Young ha della musica: prima di tutto c'è la sua chitarra che lui suona in modo furibondo ovunque e comunque. Poi c'è la sfida ormai ultradecennale ad ampliare il confine tra suono e rumore (noise, appunto). «Questo disco - ha detto - mi ha dato la possibilità di esprimermi in un modo più diretto e personale rispetto a quando si lavora in modo tradizionale». Non a caso l’artista canadese è da almeno vent’anni un guru della scena alternativa, oltre che uno dei padrini riconosciuti del grunge.
ROBBIE WILLIAMS
Mentre per il 23 novembre è atteso l’album della ”reunion” con i Take That (s’intitolerà ”Progress”), Robbie Williams non si fa mancar nulla ed esce con questo doppio cd - sottotitolo ”Greatest hits 1990-2010” - che celebra vent’anni di carriera. Un piccolo monumento a se stesso, da parte di un interprete che ha venduto oltre 57 milioni di album, a cui vanno aggiunti undici milioni di singoli. Numeri che ne vanno il solista più venduto nella storia della musica inglese. L'uscita del disco è stata anticipata alla radio dal singolo ”Shame”, che vede la partecipazione di Gary Barlow, l'ex Take That con cui Robbie Williams non collaborava dal 1995, presente anche nel video che nella trama e nei luoghi ricorda il film ”Brokeback mountain”: la riconciliazione fra due amici, che è anche una provocazione di un artista che gioca sempre sull'ambiguità. La raccolta è pubblicata in versione standard (due cd), e deluxe (due cd più un cd con ”b-sides” e rarità). Fra i titoli: ”You know me”, ”Bodies”, ”Morning sun”, ”Lovelight”, ”Sin Sin Sin”, ”She’s the one”...
DORINA LEKA
Quando nel settembre del ’99 l’allora tredicenne Dorina Leka vinceva a mani basse il concorso ”Saranno famosi”, in piazza dell’Unità, sotto l’ala protettiva del padre Giorgio Argentin, pronosticarle un futuro di successo era esercizio sin troppo facile. La sorpresa, piuttosto, è che la ragazza ci abbia messo tanto tempo per far parlare di sé fuori dall’ambito locale.
L’occasione è arrivata con ”X Factor”, e anche la sua eliminazione, martedì notte, alla sesta puntata del ”talent show” di Raidue, non inficia le possibilità della talentuosa cantante triestina di origine albanese, con una bella famiglia di musicisti alle spalle, di afferrare il pezzo di successo che merita. Anzi.
Dei tre vincitori dell’edizione italiana di ”X Factor” (Aram Quartet, Matteo Beccucci, Marco Mengoni), finora solo quest’ultimo è stato premiato dal pubblico anche fuori dal loft. Ma è andata altrettanto bene anche a Giusy Ferreri, seconda nella prima edizione, e a Noemi, che nella seconda edizione non era arrivata nemmeno in finale. Proprio com’è successo quest’anno a Dorina. Che in sei serate, spaziando fra Tina Turner e Mia Martini, Gossip e Donna Summer, ha dimostrato un’indubbia grinta rock ma anche un’anima di interprete sensibile. Essere affidata ad Anna Tatangelo, personaggio musicalmente ai suoi antipodi, una volta superate le scintille iniziali, forse ha avuto persino un effetto positivo. Facendo tirar fuori alla ragazza l’immagine da interprete completa e la sensibilità nascosta dietro le boccacce rock delle prime puntate.
Dorina poteva tranquillamente vincere ”X Factor”, se i risultati non fossero affidati al meccanismo discutibilissimo ma onnipresente del televoto. Aveva - e ha - la personalità e le doti musicali e canore per mettere in fila i cantanti che sono rimasti in gara ma che fra un anno rischiano di essere dimenticati. Lei, la nostra triestina nata a Tirana, ha oggi tutte le carte in regola per non essere una meteora. E regalare finalmente alla città una protagonista della scena musicale nazionale.
Quando nel settembre del ’99 l’allora tredicenne Dorina Leka vinceva a mani basse il concorso ”Saranno famosi”, in piazza dell’Unità, sotto l’ala protettiva del padre Giorgio Argentin, pronosticarle un futuro di successo era esercizio sin troppo facile. La sorpresa, piuttosto, è che la ragazza ci abbia messo tanto tempo per far parlare di sé fuori dall’ambito locale.
L’occasione è arrivata con ”X Factor”, e anche la sua eliminazione, martedì notte, alla sesta puntata del ”talent show” di Raidue, non inficia le possibilità della talentuosa cantante triestina di origine albanese, con una bella famiglia di musicisti alle spalle, di afferrare il pezzo di successo che merita. Anzi.
Dei tre vincitori dell’edizione italiana di ”X Factor” (Aram Quartet, Matteo Beccucci, Marco Mengoni), finora solo quest’ultimo è stato premiato dal pubblico anche fuori dal loft. Ma è andata altrettanto bene anche a Giusy Ferreri, seconda nella prima edizione, e a Noemi, che nella seconda edizione non era arrivata nemmeno in finale. Proprio com’è successo quest’anno a Dorina. Che in sei serate, spaziando fra Tina Turner e Mia Martini, Gossip e Donna Summer, ha dimostrato un’indubbia grinta rock ma anche un’anima di interprete sensibile. Essere affidata ad Anna Tatangelo, personaggio musicalmente ai suoi antipodi, una volta superate le scintille iniziali, forse ha avuto persino un effetto positivo. Facendo tirar fuori alla ragazza l’immagine da interprete completa e la sensibilità nascosta dietro le boccacce rock delle prime puntate.
Dorina poteva tranquillamente vincere ”X Factor”, se i risultati non fossero affidati al meccanismo discutibilissimo ma onnipresente del televoto. Aveva - e ha - la personalità e le doti musicali e canore per mettere in fila i cantanti che sono rimasti in gara ma che fra un anno rischiano di essere dimenticati. Lei, la nostra triestina nata a Tirana, ha oggi tutte le carte in regola per non essere una meteora. E regalare finalmente alla città una protagonista della scena musicale nazionale.
domenica 10 ottobre 2010
SOLOMON BURKE +
"Tutti abbiamo bisogno di qualcuno da amare. Quando incontrate qualcuno, amate quella persona, tenetela stretta a voi...". Versi che sembrano un manifesto di vita, che Solomon Burke - morto ieri a settant’anni, ad Amsterdam - scrisse nella sua ”Everybody needs somebody to love”.
Brano del 1964, che molti conoscono nella versione esplosiva che ne diedero i Blues Brothers nell’omonimo film del 1980 (come dimenticare la scena finale con Elwood e Jake, ovvero Dan Aykroyd e John Belushi, che ballano e cantano davanti ai poliziotti...), ma del quale esistono anche versioni precedenti firmate da Wilson Pickett e persino dai Rolling Stones. Che non a caso hanno sempre detto di considerare Burke fra i propri modelli.
”The king of rock’n’soul” - così amava farsi chiamare, e nei concerti da tempo cantava seduto su una sorta di trono, anche a causa della mole notevole - era nato a Philadelphia il 21 marzo del 1940 (la leggenda vuole che il lieto evento fosse avvenuto al piano di sopra di una chiesa...), anche se alcune fonti spostano indietro di due o addirittura quattro anni l’anno di nascita. Come tanti artisti di colore, comincia la sua carriera come predicatore e cantante di gospel. Il suo primo pubblico fu dunque quello dei fedeli che ogni domenica affollavano la chiesa del suo quartiere anche per sentire la sua voce.
E come tanti cantanti gospel, il ragazzo comincia presto a flirtare con generi cosiddetti profani quali il soul, il blues, il rhythm’n’blues. La scalata al successo è lunga e faticosa. Nel ’65 Otis Redding canta la sua ”Down in the valley”. Nel ’66 è lo stesso Solomon che pubblica per l’Atlantic Records ”Just out of reach (Of my two open arms)”. In quegli anni firma altri successi, come ”Cry to me” e ”Don't give up on me”. Ciononostante, rimane sempre - diciamo così - in seconda fila rispetto a mostri sacri della musica nera come Ray Charles, Aretha Franklin, James Brown, Stevie Wonder, lo stesso Otis Redding.
La consacrazione arriva tardi. Nel 2001 viene ammesso alla Rock and Roll Home of Fame. Nel 2003 vince un Grammy per l’album «Don't give up on me», comprendente brani scritti appositamente per lui da Bob Dylan, Brian Wilson, Van Morrison, Elvis Costello e Tom Waits, che una volta lo definì ”uno degli architetti della musica americana”. Due anni fa aveva pubblicato ”Like a fire”, con brani fra gli altri di Eric Clapton e Ben Harper.
Solomon Burke lascia la bellezza di ventuno figli e novanta nipoti. Ha suonato fino all’ultimo, se è vero com’è vero che la morte lo ha colto all’aeroporto Schiphol di Amsterdam. Dove era atteso per un concerto domani sera, nell’ambito del suo tour europeo. In Italia era di casa, nella varie rassegne dedicate alla musica nera (Porretta, Pistoia, Umbria Jazz...), ma anche nei Concerti di Natale in Vaticano. Aveva duettato con Zucchero nel brano ”Diavolo in me”, compreso nel recente disco di duetti del cantante italiano. Una curiosità: quando non si dedicava alla musica, gestiva una ditta di pompe funebri. Era rimasto sempre molto religioso.
"Tutti abbiamo bisogno di qualcuno da amare. Quando incontrate qualcuno, amate quella persona, tenetela stretta a voi...". Versi che sembrano un manifesto di vita, che Solomon Burke - morto ieri a settant’anni, ad Amsterdam - scrisse nella sua ”Everybody needs somebody to love”.
Brano del 1964, che molti conoscono nella versione esplosiva che ne diedero i Blues Brothers nell’omonimo film del 1980 (come dimenticare la scena finale con Elwood e Jake, ovvero Dan Aykroyd e John Belushi, che ballano e cantano davanti ai poliziotti...), ma del quale esistono anche versioni precedenti firmate da Wilson Pickett e persino dai Rolling Stones. Che non a caso hanno sempre detto di considerare Burke fra i propri modelli.
”The king of rock’n’soul” - così amava farsi chiamare, e nei concerti da tempo cantava seduto su una sorta di trono, anche a causa della mole notevole - era nato a Philadelphia il 21 marzo del 1940 (la leggenda vuole che il lieto evento fosse avvenuto al piano di sopra di una chiesa...), anche se alcune fonti spostano indietro di due o addirittura quattro anni l’anno di nascita. Come tanti artisti di colore, comincia la sua carriera come predicatore e cantante di gospel. Il suo primo pubblico fu dunque quello dei fedeli che ogni domenica affollavano la chiesa del suo quartiere anche per sentire la sua voce.
E come tanti cantanti gospel, il ragazzo comincia presto a flirtare con generi cosiddetti profani quali il soul, il blues, il rhythm’n’blues. La scalata al successo è lunga e faticosa. Nel ’65 Otis Redding canta la sua ”Down in the valley”. Nel ’66 è lo stesso Solomon che pubblica per l’Atlantic Records ”Just out of reach (Of my two open arms)”. In quegli anni firma altri successi, come ”Cry to me” e ”Don't give up on me”. Ciononostante, rimane sempre - diciamo così - in seconda fila rispetto a mostri sacri della musica nera come Ray Charles, Aretha Franklin, James Brown, Stevie Wonder, lo stesso Otis Redding.
La consacrazione arriva tardi. Nel 2001 viene ammesso alla Rock and Roll Home of Fame. Nel 2003 vince un Grammy per l’album «Don't give up on me», comprendente brani scritti appositamente per lui da Bob Dylan, Brian Wilson, Van Morrison, Elvis Costello e Tom Waits, che una volta lo definì ”uno degli architetti della musica americana”. Due anni fa aveva pubblicato ”Like a fire”, con brani fra gli altri di Eric Clapton e Ben Harper.
Solomon Burke lascia la bellezza di ventuno figli e novanta nipoti. Ha suonato fino all’ultimo, se è vero com’è vero che la morte lo ha colto all’aeroporto Schiphol di Amsterdam. Dove era atteso per un concerto domani sera, nell’ambito del suo tour europeo. In Italia era di casa, nella varie rassegne dedicate alla musica nera (Porretta, Pistoia, Umbria Jazz...), ma anche nei Concerti di Natale in Vaticano. Aveva duettato con Zucchero nel brano ”Diavolo in me”, compreso nel recente disco di duetti del cantante italiano. Una curiosità: quando non si dedicava alla musica, gestiva una ditta di pompe funebri. Era rimasto sempre molto religioso.
sabato 2 ottobre 2010
JANIS JOPLIN 40
Janis Joplin fu la prima rockstar donna. E anche per questo il mondo la ricorda oggi, a quarant’anni dalla morte, avvenuta nella notte fra il 3 e il 4 ottobre 1970 in una stanza del Landmark Motor Hotel di Hollywood, California. Overdose. Mentre il mondo del rock stava ancora piangendo la morte di Jimi Hendrix, avvenuta due settimane prima a Londra.
L’ultima cosa che la cantante disse a un reporter, tale Al Aronwitz, fu che non amava più quel nome. «Sono stanca e stufa del nome Janis: chiamatemi Pearl». Che sarebbe diventato il titolo dell’album a cui stava lavorando in quell’inizio d’autunno di quarant’anni fa. Album che l’ex ragazza grassottella e brufolosa nata a Port Arthur, Texas («la mia prigione natale»), il 19 gennaio 1943, non avrebbe fatto in tempo a veder pubblicato. Perchè l’eroina se la portò via, in quella stanza d’albergo, consegnandola direttamente al mito. Forever young, per sempre giovane. Come tanti, troppi altri.
Per capire la sua importanza nella storia della musica popolare del Novecento, bisogna tornare a quella che era la scena musicale degli anni Sessanta. Una scena quasi completamente maschile, e se vogliamo pure maschilista, nella quale alle donne era sempre riservato un ruolo da comprimarie. Se non addirittura di ”groupies”, le disponibili fan che seguivano le tournèe dei loro idoli e ne allietavano i momenti liberi.
Pochissime le eccezioni. Joan Baez, Joni Mitchell, Carole King, Tina Turner (per la verità ancora impegnata a sfuggire alle grinfie e alle botte del marito-padrone Ike...), Grace Slick. E Janis Joplin, che ha vent’anni, quando nel ’63 molla la famiglia borghese e il Sud noioso e perbenista nel quale stava stretta e approda nella San Francisco della Beat Generation, del ”flower power”, del nascente nuovo rock americano. Fa in tempo a vedersi sfilare accanto la prima rivolta studentesca guidata dal mitico Mario Savio: 14 settembre del 1964, Berkeley, dicono che tutto sia cominciato da lì. Primi fuochi di un incendio che di lì a poco sarebbe divampato e avrebbe sconvolto il mondo.
Ma Janis ama la musica. La sua grande voce sporca di blues, assieme alla forte personalità, la pone subito su un gradino superiore rispetto agli altri. Il suo primo gruppo ”serio” è Big Brother and the Holding Company. Il primo album all’inizio non fa sfracelli e dovrà attendere il successo di là da venire per essere riscoperto e rivalutato.
Ma non bisogna attendere molto. In quello stesso Monterey Pop (tre giorni di festival nel giugno ’67) che consacra Jimi Hendrix, il popolo del rock si accorge anche di quella ragazza bianca, non bella, ma con la miglior voce nera che una bianca avesse mai osato esibire. Canta ”Ball and chain”, di Big Mama Thornton, e la versione che regala fa subito dimenticare l’originale.
Nel ’68 pubblica l’album ”Cheap thrill” (che comprende quella ”Piece of my heart” rimasta un classico del suo repertorio, ma anche un’intensa cover di "Summertime" di George Gershwin), lascia i Big Brother, forma la Kozmic Blues Band. Con cui nell’estate ’69 va a Woodstock, urla ”Try (just a little bit harder)” e diventa uno dei simboli della leggendaria ”tre giorni”.
Dicono che Woodstock fu l’inizio della fine di un movimento nato come opposizione alle logiche del consumismo e del capitalismo, che da quel momento fu fagogitato dalle stesse logiche, le stesse dinamiche, lo stesso sistema.
Di quel sistema Janis ormai è una star. Alternativa, ma pur sempre star. E sempre più inquieta. Alcol e droga diventano compagni abituali nella solitudine nella quale il successo tante volte spinge le personalità più fragili. Il suo acquisito status di ”prima rockstar al femminile” le permette anche di scrollarsi di dosso - a modo suo - i complessi maturati quando da ragazza, grassottella e brufolosa, come si diceva, non se la filava nessuno. E mentre il Village Voice la definisce ”un sex symbol in una brutta confezione”, lei in un’intervista confessa di aver fatto sesso sessantacinque volte, con partner diversi, durante un tour durato appena una settimana...
Cambia anche gli uomini del gruppo. La sua nuova formazione è The Full Tilt Boogie Band. Con loro, nel settembre del ’70, lavora a quel ”Pearl” di cui si diceva all’inizio. Album lasciato incompleto da Janis, pubblicato postumo nel ’71, il più venduto della sua carriera. Con dentro le classicissime ”Me and Bobby McGee”, di Kris Kristofferson, e ”Mercedes Benz”.
Dopo quella morte tragica e per tanti versi annunciata, Janis viene cremata al cimitero del Westwood Village Memorial Park di Westwood, California. Le ceneri vengono sparse lungo la costa di Maryn County, sull’Oceano Atlantico.
La musica, la voce, i dischi ma anche la personalità di Janis Joplin vengono invece consegnati direttamente al mito. E a distanza di quarant’anni dalla scomparsa, l’artista è tuttora un punto di riferimento imprescindibile per tutte le donne che cantano e suonano il rock.
Il cinema ha raccontato la sua storia già nel ’79, con quel ”The rose” che valse a Bette Midler una nomination all'Oscar per la miglior protagonista femminile. Una decina di anni fa il musical ”Love, Janis”, partito come produzione off, ben presto diventa un successo clamoroso, in cartellone a Broadway per diverse stagioni. E per il 2012 è annunciato un nuovo film: ci sono già il titolo, ”The gospel according to Janis”, e il nome della protagonista, la giovane Zooey Deschanel.
Chissà se a lei, a Pearl, tutto quel che è venuto dopo sarebbe piaciuto. O forse aveva ragione ancora una volta John Lennon, che proprio in quel 1970 cantava ”the dream is over”. Il sogno è finito. Appunto.
Janis Joplin fu la prima rockstar donna. E anche per questo il mondo la ricorda oggi, a quarant’anni dalla morte, avvenuta nella notte fra il 3 e il 4 ottobre 1970 in una stanza del Landmark Motor Hotel di Hollywood, California. Overdose. Mentre il mondo del rock stava ancora piangendo la morte di Jimi Hendrix, avvenuta due settimane prima a Londra.
L’ultima cosa che la cantante disse a un reporter, tale Al Aronwitz, fu che non amava più quel nome. «Sono stanca e stufa del nome Janis: chiamatemi Pearl». Che sarebbe diventato il titolo dell’album a cui stava lavorando in quell’inizio d’autunno di quarant’anni fa. Album che l’ex ragazza grassottella e brufolosa nata a Port Arthur, Texas («la mia prigione natale»), il 19 gennaio 1943, non avrebbe fatto in tempo a veder pubblicato. Perchè l’eroina se la portò via, in quella stanza d’albergo, consegnandola direttamente al mito. Forever young, per sempre giovane. Come tanti, troppi altri.
Per capire la sua importanza nella storia della musica popolare del Novecento, bisogna tornare a quella che era la scena musicale degli anni Sessanta. Una scena quasi completamente maschile, e se vogliamo pure maschilista, nella quale alle donne era sempre riservato un ruolo da comprimarie. Se non addirittura di ”groupies”, le disponibili fan che seguivano le tournèe dei loro idoli e ne allietavano i momenti liberi.
Pochissime le eccezioni. Joan Baez, Joni Mitchell, Carole King, Tina Turner (per la verità ancora impegnata a sfuggire alle grinfie e alle botte del marito-padrone Ike...), Grace Slick. E Janis Joplin, che ha vent’anni, quando nel ’63 molla la famiglia borghese e il Sud noioso e perbenista nel quale stava stretta e approda nella San Francisco della Beat Generation, del ”flower power”, del nascente nuovo rock americano. Fa in tempo a vedersi sfilare accanto la prima rivolta studentesca guidata dal mitico Mario Savio: 14 settembre del 1964, Berkeley, dicono che tutto sia cominciato da lì. Primi fuochi di un incendio che di lì a poco sarebbe divampato e avrebbe sconvolto il mondo.
Ma Janis ama la musica. La sua grande voce sporca di blues, assieme alla forte personalità, la pone subito su un gradino superiore rispetto agli altri. Il suo primo gruppo ”serio” è Big Brother and the Holding Company. Il primo album all’inizio non fa sfracelli e dovrà attendere il successo di là da venire per essere riscoperto e rivalutato.
Ma non bisogna attendere molto. In quello stesso Monterey Pop (tre giorni di festival nel giugno ’67) che consacra Jimi Hendrix, il popolo del rock si accorge anche di quella ragazza bianca, non bella, ma con la miglior voce nera che una bianca avesse mai osato esibire. Canta ”Ball and chain”, di Big Mama Thornton, e la versione che regala fa subito dimenticare l’originale.
Nel ’68 pubblica l’album ”Cheap thrill” (che comprende quella ”Piece of my heart” rimasta un classico del suo repertorio, ma anche un’intensa cover di "Summertime" di George Gershwin), lascia i Big Brother, forma la Kozmic Blues Band. Con cui nell’estate ’69 va a Woodstock, urla ”Try (just a little bit harder)” e diventa uno dei simboli della leggendaria ”tre giorni”.
Dicono che Woodstock fu l’inizio della fine di un movimento nato come opposizione alle logiche del consumismo e del capitalismo, che da quel momento fu fagogitato dalle stesse logiche, le stesse dinamiche, lo stesso sistema.
Di quel sistema Janis ormai è una star. Alternativa, ma pur sempre star. E sempre più inquieta. Alcol e droga diventano compagni abituali nella solitudine nella quale il successo tante volte spinge le personalità più fragili. Il suo acquisito status di ”prima rockstar al femminile” le permette anche di scrollarsi di dosso - a modo suo - i complessi maturati quando da ragazza, grassottella e brufolosa, come si diceva, non se la filava nessuno. E mentre il Village Voice la definisce ”un sex symbol in una brutta confezione”, lei in un’intervista confessa di aver fatto sesso sessantacinque volte, con partner diversi, durante un tour durato appena una settimana...
Cambia anche gli uomini del gruppo. La sua nuova formazione è The Full Tilt Boogie Band. Con loro, nel settembre del ’70, lavora a quel ”Pearl” di cui si diceva all’inizio. Album lasciato incompleto da Janis, pubblicato postumo nel ’71, il più venduto della sua carriera. Con dentro le classicissime ”Me and Bobby McGee”, di Kris Kristofferson, e ”Mercedes Benz”.
Dopo quella morte tragica e per tanti versi annunciata, Janis viene cremata al cimitero del Westwood Village Memorial Park di Westwood, California. Le ceneri vengono sparse lungo la costa di Maryn County, sull’Oceano Atlantico.
La musica, la voce, i dischi ma anche la personalità di Janis Joplin vengono invece consegnati direttamente al mito. E a distanza di quarant’anni dalla scomparsa, l’artista è tuttora un punto di riferimento imprescindibile per tutte le donne che cantano e suonano il rock.
Il cinema ha raccontato la sua storia già nel ’79, con quel ”The rose” che valse a Bette Midler una nomination all'Oscar per la miglior protagonista femminile. Una decina di anni fa il musical ”Love, Janis”, partito come produzione off, ben presto diventa un successo clamoroso, in cartellone a Broadway per diverse stagioni. E per il 2012 è annunciato un nuovo film: ci sono già il titolo, ”The gospel according to Janis”, e il nome della protagonista, la giovane Zooey Deschanel.
Chissà se a lei, a Pearl, tutto quel che è venuto dopo sarebbe piaciuto. O forse aveva ragione ancora una volta John Lennon, che proprio in quel 1970 cantava ”the dream is over”. Il sogno è finito. Appunto.
Iscriviti a:
Post (Atom)