mercoledì 16 marzo 2011

SAVIANO


Rileggendo i monologhi di “Vieni via con me” (Feltrinelli, pagg. 155, euro 13), si comprende la forza di Roberto Saviano. Quella forza che lo ha trasformato, da “Gomorra” in poi, in un personaggio-simbolo di un’Italia pulita, civile, legalitaria, diversa da quella dominante ma probabilmente ancora maggioranza nel Paese. E della quale lo scrittore napoletano sa essere voce lucida e appassionata.

Sere fa è tornato in tivù da Fabio Fazio. Dove, una parola tira l’altra, i due hanno annunciato che rifaranno il programma che è stato uno dei maggiori eventi della stagione televisiva in corso.

Nell’attesa, rileggiamo del valore troppo a lungo non condiviso dell’unità nazionale, dell’espansione della criminalità organizzata anche al nord, dell’infinita emergenza rifiuti a Napoli. Ma anche di rifiuti tossici, di tragedie tristemente annunciate, del terremoto dell’Aquila, del collaudato meccanismo della macchina del fango usato per attaccare i nemici politici.

Dice lo scrittore, classe ’79: «A fianco della grande macchina del racket delle estorsioni, che si fa sull’economia, c’è anche il racket del gossip, dell’informazione. C’è una differenza fra macchina del fango e inchiesta. Vogliono che siamo tutti la stessa schifezza, così nessuno si salva, nessuno deve criticare. Ma una cosa è l’errore, altro la corruzione. Una cosa è sbagliare, altro è creare un assolutismo mediatico attraverso cui chiunque è contro viene messo in cattiva luce».

Ma il volume propone anche il racconto commosso e partecipato di tante vite anonime, vissute con onestà, dignità e coraggio: la difesa della Costituzione di Piero Calamandrei, la lotta di Piergiorgio e Mina Welby per una vita degna di essere vissuta, la battaglia disarmata di un prete di campagna contro la ’ndrangheta calabrese.

Ecco la forza di Saviano, che da cinque anni vive sotto scorta: la parola al servizio della verità. Perchè «raccontare come stanno le cose significa non subirle».

A margine. La pubblicazione di questo testo per Feltrinelli potrebbe segnare un primo passo nel divorzio dello scrittore dalla Mondadori, dopo le ripetute polemiche con Marina Berlusconi. Rinvigorite dopo l’ospitata all’ultimo “Che tempo che fa”.

domenica 6 marzo 2011

NAZZARENO CARUSI


Esce domani “Petrolio”, il secondo album del pianista abruzzese Nazzareno Carusi, che è passato in poco tempo dal conservatorio triestino Tartini (dove è stato titolare di cattedra dal ’97 fino a tre anni fa) ai palcoscenici internazionali, passando per i programmi televisivi Mediaset e ai contratti discografici con importanti etichette.

Carusi ha infatti suonato alla Scala di Milano e alla Carnegie Hall di New York. Ma anche al Teatro Colón di Buenos Aires e alla Herbert Zipper Concert Hall di Los Angeles, alla Wenston Recital Hall e al Jane Mallet Theater di Toronto, all'Oscar Peterson Theater di Tokyo e alla Federation Hall di Melbourne. E ha partecipato a programmi tivù come “Zelig”, “Matrix”, “Mattino Cinque”. Portando ovunque la sua musica classica, ma non solo.

Anche in questo nuovo disco, infatti, alterna pagine di Skrjabin, Puccini, Scarlatti, Brahms, Liszt, Schönberg, Rachmaninoff, Beethoven e Chopin, a riletture di classici firmati Ennio Morricone (“La leggenda del pianista sull’oceano”) e Astor Piazzolla.

«”Petrolio” è un omaggio all’omonimo romanzo incompiuto di Pasolini – spiega il musicista – dove l’ingegner Carlo, il protagonista del romanzo, rappresenta lo spirito contradditorio della società, la dualità sottesa all’ordine delle cose, il gusto del paradosso. Ed è proprio lo “sdoppiamento scandaloso”, la voglia di accostare senza paura i capolavori classici ai brani considerati più leggeri (per farne sentire l’incredibile, intima vicinanza e il godimento che ne deriva all’ascolto) ad unire tutte le tracce dell’album».

Al disco, pubblicato da Isola degli Artisti/Carosello, hanno partecipato come ospiti grandi nomi della musica italiana: innanzitutto Lucio Dalla, nel “Nessun dorma” di Puccini, ma anche la cantante Simona Molinari, Fabrizio Bosso alla tromba, Francesco Di Rosa all’oboe, Fabrizio Meloni al clarinetto.

Nato a Celano, provincia dell’Aquila, nel ’68, Carusi è stato allievo di Alexis Weissenberg e Victor Merzhanov. Ha suonato fra gli altri con la Philharmonische Camerata Berlin (Orchestra d'Archi dei Berliner Philharmoniker), con il violoncellista Mischa Maisky, con i Solisti del Teatro alla Scala di Milano, con il Fine Arts Quartet. Dal 2001 al 2007 è stato “artist-in-residence” della Northeastern Illinois University di Chicago. Oltre che con il citato Lucio Dalla, ha collaborato anche con Sergio Cammariere.

Ma com’è nata questa sua frequentazione dei programmi televisivi leggeri? «Tutto è cominciato - spiega il musicista - da un incontro casuale con Mauro Crippa, direttore dell’informazione Mediaset. Era interessato al discorso della divulgazione musicale e abbiamo pensato di fare qualcosa assieme. Prima sono stato ospite di Claudio Bisio a ”Zelig”: una gag che è sfociata nella mia esecuzione al pianoforte di una sonata di Scarlatti. Poi mi è stata affidata la sigla finale di ”Lucignolo”: ho scelto il ”Chiaro di luna” di Beethoven. Poi, assieme a Claudio Brachino di Videonews, abbiamo ideato delle ”pillole” di musica classica da inserire nel programma ”Mattino 5”, su Canale 5...».

Poi è arrivato il contratto artistico di esclusiva con le reti Mediaset. Pare sia la prima volta che una tivù commerciale mette sotto contratto un pianista di musica classica. Insomma, il conservatorio può attendere...

sabato 5 marzo 2011

LACOSEGLIAZ


«Dopo il “Panduro”, con i riferimenti ai boiardi ungheresi del Settecento, stavolta mi sono dedicato a “Hypnos”, il dio del sonno. Con spunti mitologici ma anche molto attuali: ho infatti ripreso il detto “il sonno della ragione genera mostri”, cambiando solo l’ultima parola. Perchè guardando l’Italia di oggi sono convinto che il sonno della ragione genera anche “nostri”. La lunga notte che stiamo vivendo, causata anche dalla ridotta partecipazione popolare ai destini del Paese, genera mancanza di democrazia e nella peggiore delle ipotesi anche dittature...».

Grande Alfredo Lacosegliaz, acuto anticipatore delle tendenze multietniche della musica popolare ma anche attento e sagace osservatore dei temi sociali, storici e politici. Non a caso chiamato da Paolo Rumiz a collaborare al suo prossimo progetto editoriale, a metà strada fra scrittura e suoni.

A meno di un anno dalla pubblicazione del disco ”Panduro”, l’eclettico musicista triestino esce con un nuovo progetto: l’album “Hypnos”, dedicato appunto al dio del sonno, che verrà presentato dal vivo domani sera alle 20.30 alla Casa della Musica (via dei Capitelli 3).

«Si tratta di una raccolta di brani eterogenei, sia da un punto di vista musicale che per quanto riguarda i testi», spiega Lacosegliaz. «Non ho ovviamente abbandonato l’impronta multietnica che ha caratterizzato tutti i miei lavori, ma in questa circostanza ne ho accentuato una lettura sociale e politica: rimango infatti convinto che la musica è l’unico elemento che può cancellare i nazionalismi, e ciò facendo diventa portatrice di una cultura antimilitarista e di convivenza pacifica fra le genti. Il mio è un pacifismo che non vuol essere retorico, ma assai concreto, attento alle cose di tutti i giorni».

Le liriche, oltre che dell’autore, sono tratte da opere immortali di Carolus Cergoly, Srecko Kosovel e Rainer Maria Rilke. Per i recitati partecipano all’opera Omero Antonutti e Aleksi Pregarc.

Con Lacosegliaz, in questo disco e da anni dal vivo, suona il Patchwork Ensemble: la cantante Ornella Serafini, Cristina Verità al violino e alla viola, Daniele Furlan al clarinetto, Orietta Fossati al pianoforte, che saranno con lui domani sera alla Casa della Musica.

A loro, nel disco appena uscito, si aggiungono Gabriele Centis, Flavio Davanzo, Edy Meola, Francesca Altran, Davide Casali, Federico Magris, Alessandro Ipavec, Stefania Verità, Maurizio Veraldi, Orietta Fossati, Irene Peljhan.

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Alfredo Lacosegliaz è nato a Trieste del 1953. Ha quasi quarant’anni di onorata carriera sulle spalle: dai dischi con la Cooperativa L’Orchestra negli anni Settanta alla collaborazione musicale e teatrale con Moni Ovadia, dalle musiche per il cinema (”Senza pelle” di Alessandro D’Alatri, ”Facciamo Paradiso” di Mario Monicelli) alle sigle televisive per Michele Santoro, dalle frequentazioni con il teatro alle installazioni di teatro danza, Lacosegliaz è stato un precursore della musica etnica e ha sempre rivolto la propria attenzione verso Est, verso l’universo balcanico così prodigo di suggestioni musicali e culturali.





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giovedì 3 marzo 2011

DISCHI - TRICARICO + faithfull


Francesco Tricarico rappresenta un’oasi stralunata di tranquillità, buon gusto, benessere e naiveté nel mondo brutto e cattivo della musica leggera italiana. L’invettiva autobiografica di “Io sono Francesco”, con cui si fa conoscere nel 2000, fu il primo segnale che il ragazzo, nato a Milano l’ultimo giorno del ’71, diploma in flauto traverso al Conservatorio, era uno da tenere d’occhio.

“Vita tranquilla”, al Sanremo 2008, è stata una bella conferma (“voglio una vita tranquilla, perché è da quando son nato che son spericolato... voglio una vita serena, perché è da quando son nato che è disperata...”). Molto più di una risposta alla “Vita spericolata” di Vasco.

Della sua stoffa di autore si accorse nientemeno che Adriano Celentano, che cantò la sua “La situazione non è buona” trasformandola in un grande successo.

Due anni fa ancora Festival con “Il bosco delle fragole” ma anche la pubblicazione del primo libro, “Semplicemente ho dimenticato un elefante nel taschino”.

All’ultimo Sanremo Tricarico ha cantato “Tre colori”, commovente cantilena patriottica che Fausto Mesolella (Avion Travel) aveva pensato per lo Zecchino d’oro e invece è finita nel tritacarne del Festival: un gioiellino senza tempo e senza età prontamente eliminato dalle giurie e non ripescato dal televoto, settore nel quale va più forte gente come Al Bano o la Tatangelo.

Ora arriva “L’imbarazzo” (Sony Epic), quinto album in carriera con dieci canzoni nuove, fra cui ovviamente il brano sanremese, ma anche quella rilettura quasi jazzata de “L’italiano” di Toto Cutugno che l’artista ha portato al Festival nella serata dei duetti. E proprio come sul palcoscenico dell’Ariston, anche nell’album Cutugno canta una strofa del suo classico.

L’ascolto del disco è meglio di un massaggio rilassante. Parole sussurrate, atmosfera delicata, melodie garbate, emozioni vere. Insomma, trash e cattivo gusto qui non stanno di casa. La banalità non è pervenuta.

I titoli: ”Una selva oscura”, “E’ difficile”, “Leggerezza”, “L’imbarazzo”, “Guarda che bel colore che han le rose”, “La mia sposa”, “Da soli io e te”, “Interludio”, “Ninna nanna oh”, oltre ai due citati.

Canzoni che parlano di bellezza, rispetto, pudore, onestà, cortesia, fiducia. Valori forse desueti. Di sicuro roba che non va per la maggiore. Chiaro che poi a Sanremo eliminano il suo delicato cantore...

Per Francesco Tricarico qualcuno ha già parlato di “neo innocentismo”, chiedendosi se “ci è” o “ci fa”. A noi sembra solo un persona normale, semplice, che ama guardare il mondo e la gente e le cose della vita, facendone canzoni. Di certo è un artista di classe.



FAITHFULL

Cavalli e tacchi alti, per l’ultima musa del rock che non c’è più. Ricordate Maggie, la casalinga dimessa ma “a luci rosse” del film “Irina Palm”? Dimenticatela. Fuor di finzione cinematografica, Marianne Faithfull è oggi una fascinosa signora di sessantatre anni che mantiene intatti carisma, classe e grinta dei tempi belli. Di quando era musa e compagna di Mick Jagger, icona della swinging London degli anni Sessanta, fidanzata del rock, testimone e protagonista di un’epoca che ha cambiato il mondo. A due anni dai chiaroscuri decadenti di "Easy come easy go", la signora ritorna con un album che profuma di soul, blues, persino country. Più States che vecchia Inghilterra, insomma. Fra le cover spicca “Back in baby’s arms” (roba del ’75, firmata Allen Toussaint), ma ci sono anche tre brani scritti dalla stessa Marianne, che aprono il campo a una sorta di flashback autobiografico. Fra gli ospiti, nientemeno che Lou Reed. Che dire? Formidabili quegli anni.



mercoledì 23 febbraio 2011

DALLA e DE GREGORI / primo tabloid

 
Mannaggia alla maturità, mannaggia agli anni che passano e forse regalano equilibrio ma certo sottraggono entusiasmo, incoscienza, voglia di rischiare. Prendete Lucio Dalla e Francesco De Gregori, il cui tour “Work in progress” ha fatto tappa ieri sera in un Politeama Rossetti tutto esaurito. Il pubblico triestino li aspettava assieme da trentun anni e mezzo, visto che “Banana Republic” (leggi qui a destra) non fece mai tappa in città.

Quelli che nel ’79 erano due baldi giovani, con carriere ancora in fase di decollo, oggi sono due tranquilli signori col cappello (68 anni la settimana prossima il bolognese, 60 ad aprile il romano) che hanno avuto tutto dalla vita e dalla professione. E probabilmente il meglio della loro eccellente creatività lo hanno già dato, scrivendo pagine importanti della storia della canzone italiana. Allora cantavano «ma dove vanno i marinai», quasi a indicare la ricerca di un significato per esistenze, personali e collettive, in cerca di un approdo alla fine dei tumultuosi anni Settanta. Oggi, in una delle poche canzoni nuove dello spettacolo, ammettono che «una canzone non basta e non basta saper cantare». Perchè «ci vuole tempo e pazienza per imparare il dolore». E «la luna si è spostata come la vita che passa o che l'abbiamo passata, così tanto per vivere senza farci del male».

Parole che dicono molto di uno spettacolo e di due artisti che sul palco entrano uno nel brano dell’altro, si divertono a scambiarsi le canzoni, s’intrufolano - l’uno con l’armonica, l’altro con clarinetto o sax - in ogni pertugio musicale libero.

Ognuno offre alla causa i suoi classici. Dalla apre con “Tutta la vita” e “Anna e Marco”. De Gregori risponde con “Titanic” e “La leva calcistica della classe ’68”. Il brevilineo prosegue con “Nuvolari” e “Futura”. Il lungagnone replica con “Viva l’Italia” (applauso particolarmente lungo, in questi tempi patriottici...) e “L’abbigliamento del fuochista”, introdotta dall'inutile recitato di Marco Alemanno, da “La fine del Titanic” di Enzensberger. Ma arrivano anche "L'ultima luna", "Sempre e per sempre", "Agnello di dio", "La valigia dell'attore", “Disperato erotico stomp", "Alice", "Piazza grande" e tanti altri classici. I due non potrebbero essere più diversi: Dalla è un irresistibile clown, istrione, animale da palcoscenico; De Gregori è l'elegante e distaccato "principe" della nostra canzone, ma non ha mai cantato così bene. Fra i brani nuovi, oltre al citato “Non basta saper cantare”, che apre il secondo tempo, brilla “Solo un gigolò”, mirabile riscrittura della vecchia “Just a gigolò” di Louis Prima. Al Rossetti, concerto godibilissimo e successo più che caloroso. Pubblico di mezza età, come gli artisti sul palco. Pochini i giovani, anche se il momento è favorevole per i “vecchi cantautori”, come dimostra la vittoria di Vecchioni a Sanremo. Chissà che l’anno prossimo Dalla non ci faccia un pensierino...

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Ma com’è nata questa “reunion”, a distanza di trentun anni dall’ormai mitico tour “Banana Republic”? Spiega Lucio Dalla: «Due estati fa dovevo suonare a Solferino, per i 150 anni della Croce Rossa. Mi viene in testa di invitare Francesco, convinto, conoscendolo, che avrebbe detto di no. Invece lui viene e cantiamo assieme ”Santa Lucia”, una delle sue canzoni che amo più, che quasi gli invidio».

E poi? «Poi ci accorgiamo che era il 24 giugno 2009, anniversario della battaglia che fece l’Italia ma anche trentennale del debutto di ”Banana Republic”. Ci è sembrato un segno del destino». E il destino va accettato. Primo concerto nel gennaio 2010, in un locale di Nonantola, nel modenese. Poi a maggio i concerti a Milano e Roma, l’estate scorsa il tour nelle piazze (passato anche da Udine, in ricordo del concerto nel luglio ’79 allo Stadio Friuli) e ora quello nei teatri. Sempre con questo titolo, ”Work in progress”, che è già una dichiarazione di intenti .

domenica 20 febbraio 2011

SANREMO ultimo


Questa maledetta notte dovrà pur finire, canta Roberto Vecchioni. E vince a sorpresa (di solito le canzoni migliori qui arrivano ultime) il 61.o Festival di Sanremo. Con un brano, ”Chiamami ancora amore”, che parla di immigrati («per la barca che è volata in cielo, che i bimbi ancora stavano a giocare»), dell’«operaio che non ha più il suo lavoro», di chi «ha vent’anni e se ne sta a morire in un deserto come in un porcile», dei ragazzi «così belli a gridare nelle piazze, perché stanno uccidendoci il pensiero». Parla insomma dell’Italia vera, sana, pulita, quella che non sta nei reality, non cerca scorciatoie, quella per la quale non esiste solo il dio denaro.

Avevamo lasciato il Festival in balìa dei talent show, l’abbiamo ritrovato - grazie a Vecchioni e all’emozionante monologo di Roberto Benigni - di nuovo specchio di un Paese migliore, che forse è arrivato per davvero alla vigilia di una salutare svolta. «Svegliatevi, svegliamoci! svegliarsi è l’unico modo per realizzare i propri sogni...», ha ricordato il Premio Oscar trasportando nell’attualità il verso dell’Inno di Mameli che dice «l’Italia s’è desta». Chissà, potrebbe essere un segnale al Paese, da parte di quell’universo parallelo - un po’ baraccone, un po’ anticipatore delle svolte sociali e forse anche politiche - che dal lontano 1951 è il Festival.

Festival che per la prima volta, da molti anni a questa parte, è stato vinto in entrambe le categorie dalle canzoni migliori e dagli artisti più meritevoli. Fra i Giovani, dove abitualmente la qualità viene massacrata, è infatti stato premiato Raphael Gualazzi, che è solo l’ultima scoperta, in ordine di tempo, di quella geniale discografica che è diventata nella sua seconda vita Caterina Caselli. Il suo raffinato jazz formato canzone rappresenterà l’Italia all’Eurosong, ovvero il vecchio Eurofestival.

Dati sulla finale. Media di 12 milioni e rotti di spettatori davanti al video nella lunga maratona conclusasi dopo l’una di notte,<WC1> pari a uno share del 52%<WC>. Vecchioni ha preso 225.714 televoti (48,3%), Emma e i Modà 186.217 (39,8%), Al Bano 54.957 (11,7%).

Dietro al Professore, dunque, buona affermazione della cantante e del gruppo dati per favoriti alla vigilia. In particolare, la vincitrice di ”Amici” (che purtroppo aveva dato al Festival gli ultimi due campioni: Valerio Scanu l’anno scorso, Marco Carta due anni fa) ha dimostrato personalità di interprete ma anche bella stoffa di giovane donna: la sua carriera è solo all’inizio, non sarà una meteora. Per quanto riguarda l’eterno gorgheggiatore di Cellino San Marco, dopo esser stato eliminato la seconda sera e ripescato la terza, è stato premiato dallo zoccolo duro più tradizionalista del pubblico.

Ieri scrivevamo che già si parla di un Morandi bis. Il direttore di Raiuno (una delle ”mazze” del Festival, copyright Luca e Paolo...) conferma: «Per la prossima edizione rivoglio Morandi, con il direttore artistico lavoreremo a questo obiettivo». Speriamo lascino a casa almeno la Canalis. E comunque, se non si mettono d’accordo, Massimo Ranieri è già pronto. Ma stiamo uniti.

SANREMO finale


Roberto Vecchioni meritatamente primo con ”Chiamami ancora amore”. Dietro di lui Emma e i Modà con ”Arriverà” e poi Al Bano con ”Amanda è libera”. È questo l’«anziano» podio (primo e terzo sono nati nel ’43) del 61.o Festival di Sanremo. Di cui rimarranno soprattutto l’emozionante lezione storica di Roberto Benigni, la satira bipartisan delle ”iene” Luca e Paolo, una manciata di belle canzoni (su tutte: proprio quella di Vecchioni), ma anche il godibile ”come eravamo” di ieri sera fra Gianni Morandi e Massimo Ranieri. Al netto del ”piccolo giallo” sorto ieri sul televoto, quando è stata rivelata una graduatoria parziale che invece doveva rimaner segreta (con seguito di polemiche, proteste, esposti...)

Cominciamo da Morandi. Con mezzo secolo di carriera alle spalle, dopo aver inciso a caratteri indelebili il proprio nome nella storia della canzone ma anche del costume italiano, a sessantasei anni (portati splendidamente, va da sè), il figlio del ciabattino comunista di Monghidoro si è lasciato tentare dall’avventura di firmare un Festival. Lui che è sempre stato cantante, a volte attore, nemmeno autore.

E va subito detto che il meglio l’ha dato allestendo il cast, portando in gara artisti di valore e canzoni presentabili, pur senza tradire la vocazione ”tuttifrutti”, un colpo al cerchio della qualità e uno alla botte della tradizione, senza la quale Sanremo non è Sanremo. Ma Morandi non è un conduttore, tantomeno un intervistatore, e il fatto di avere a disposizione ben sei autori (per lui, Belen Rodriguez ed Elisabetta Canalis) non gli ha evitato di evitare figure imbarazzanti.

Da certi passi falsi - si pensi alle gaffe con la Bellucci e alle cosiddette interviste a De Niro e Andy Garcia, mentre ieri con Ranieri era comprensibilmente più a suo agio - altri sarebbero usciti con le ossa rotte: rispediti a casa, bravo ma basta e a mai più rivederci. Il Gianni nazionale è invece troppo amato da tre generazioni di italiani, disposti a perdonargli tutto, sull’altare della sua bonomia e di essere quell’«uno su mille» che ce la fa e non si monta la testa. Risultato: mentre il suo «Stiamo uniti, siamo una squadra...» è già un tormentone, lui esce da questo Festival da vincitore. E alla Rai, complici gli alti ascolti realizzati, qualcuno sta già pensando di affidargli il bis.

Di certo un bis non lo meritano le due bellone. La sarda Canalis frequenterà pure Hollywood, grazie al fidanzato Clooney, ma è rimasta velina nella testa (fu lì che debuttò, a ”Striscia”, nel ’99) e ha la presenza scenica di una pianta di mirto. Passerà alla storia il figurino rimediato in qualità di ”traduttrice” delle domande a De Niro: in un’occasione ha tradotto in inglese la domanda dopo che l’attore aveva già risposto in italiano, poi si è bloccata su un misterioso - almeno per lei - termine inglese del vecchio Bob che raccontava dell’infanzia a Little Italy. E la chiacchierata è praticamente finita lì.

Meno peggio l’argentina Belen, che almeno è più reattiva, meno rigida, balla bene. «Una scienziata» anche rispetto al fidanzato Corona, come le hanno cantato ieri Luca e Paolo sulle note di ”Grazie perchè”. Ma siamo comunque nel territorio di quelle bellezze femminili con le quali - scusate, signore - tutto fila liscio finchè tacciono.

È chiaro che, dinanzi alle due stangone, giganteggiano le due ”iene” Luca e Paolo. Qualcuno li ha accusati di aver subìto i diktat Rai di ”bilanciare” politicamente i propri interventi. Una sorta di par condicio dello sfottò. Ma i risultati danno ragione alla coppia: dopo l’esilarante ”Ti sputtanerò” della prima serata, che sulle note di un vecchio successo morandiano ha messo alla berlina Fini e Berlusconi (il più preso di mira durante tutto il Festival) e la fine del loro amore politico, non meno azzeccati sono risultati ieri il monologo sugli ondivaghi ”valori della sinistra” e l’altra sera la gragnuola di colpi ai dirigenti del Pd, sull’aria di un altro classico di Morandi, ”Uno su mille”. Domandina: dove sta scritto che si può ridere solo dell’imbarazzante sultano di Arcore e non di certi figuri del centrosinistra, che hanno permesso all’altro di farci precipitare nell’abisso attuale?

Lasciamo perdere, ch’è meglio. E segnaliamo che un altro punto al merito delle due ”iene” è l’umiltà. «Fare i comici sul palco dell'Ariston dopo Roberto Benigni è come girare un film porno dopo che l'ha fatto Rocco Siffredi...», hanno detto giovedì, prima di ridurre al minimo le loro gag. Sì, perchè la terza serata del Festival è stata marchiata a fuoco, come gli zoccoli del cavallo bianco in sella al quale si è presentato in teatro, dal monologo del grandissimo ”piccolo diavolo”.

Benigni è stato invitato per proporre una sorta di esegesi dell’inno d’Italia, nella serata celebrativa dei 150 anni dell’unità del nostro scassato ma sempre vivo Paese. Poteva far solo quello, o fregarsene e buttarsi sull’appetitosa - per un comico - attualità politica. Da artista sublime qual è, ha saputo far molto di più. Prima non ha risparmiato qualche battuta sulle insane passioni del presidente del Consiglio, poi ha snocciolato una lezione di storia coi fiocchi, di quelle che i professori nelle scuole non hanno mai saputo fare, tenendo incollati venti milioni di italiani allo schermo per quasi cinquanta minuti di monologo.

Un monologo sul senso dell’essere italiani che ha messo d’accordo tutti. Non a caso solo la Lega non ha gradito, forse anche per la lezioncina impartita a Bossi e ai suoi («Umberto, nel testo non è l’Italia a essere schiava di Roma, il soggetto è la vittoria...»). Un monologo sull’idea di un’Italia pulita che, nei giorni delle polemiche sull’istituzione della festa nazionale il 17 marzo (di nuovo solo la Lega contraria), è finito dritto al centro del dibattito politico, con tanto di complimenti di Napolitano e proposta di farlo vedere nelle scuole. Grande Benigni, davvero, definito da Mogol ”il nuovo Chaplin”.

Rimangono le canzoni, che teoricamente sarebbero la cosa più importante, in un Festival che si ostina a chiamarsi ”della canzone italiana”. Ripetiamo ormai da troppi anni che la miglior canzone italiana non frequenta Sanremo da troppo tempo, o meglio: lo frequenta solo parzialmente, a piccole dosi omeopatiche. E ripetiamo anche che, Morandi o non Morandi, nell’Italia dei nuovi media e delle nuove tecnologie è folle continuare ad allestire uno spettacolo televisivo - di questo si tratta - che dura cinque sere, cominciando all’ora di cena per protrarsi fino all’una di notte (poco più, poco meno).

Ma qui va ripetuto anche che l’«eterno ragazzo» ha saputo far bene il suo lavoro di direttore artistico, di selezionatore di artisti e canzoni. E il 61.o Sanremo ha brillato di una manciata di grandi interpreti e di belle canzoni. Su tutte, come si diceva, quella che ha vinto: ”Chiamami ancora amore” parla senza retorica della nostra povera Italia del 2011, rimanda alle cose migliori dell’ormai quarantennale repertorio di Vecchioni, che al Festival c’era già stato nel lontano ’73 con ”L’uomo che si gioca il cielo a dadi” e ha avuto l’umiltà di tornarci, in gara, a sessantotto anni. E vincere.

Dietro di lui, in un’ideale classifica di qualità, sicuramente i La Crus con l’atmosfera retrò di ”Io confesso”, elegante gioiellino che pesca nella nostra miglior tradizione cantautorale. Di certo Luca Madonia con Franco Battiato, raggiunti nella serata dei duetti dall’altra catanese Carmen Consoli, per proporre una versione da incorniciare della loro ”L’alieno”.

Da ricordare anche la freschezza folk di Davide Van De Sfroos (”Yanez”), la naiveté stralunata di Tricarico (”Tre colori”), la vittoria jazzata fra i Giovani di Raphael Gualazzi. Occasione sprecata invece per due brave interpreti provenienti da ”X Factor” come Nathalie e Giusy Ferreri, penalizzate da brani inadeguati. Mentre per Patty Pravo vale il discorso opposto: ”Il vento e le rose” non è una brutta canzone, anzi, ma è l’ultima diva che ormai non è più in grado di cantare senza stonare. Il resto? Da dimenticare. Come sempre.