...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
domenica 20 marzo 2011
ELISA
Nel luglio scorso in piazza dell’Unità, stasera al Politeama Rossetti, dove è prevista una seconda data fra un mese esatto, il 22 aprile. In mezzo, fra le due date triestine di questa tournèe, Elisa fa tappa di nuovo nella sua regione il 3 e 4 aprile al Nuovo di Udine.
Tour particolare, questo “Ivy I e II”, partito trionfalmente il 4 marzo da Roma, dove la popstar monfalconese era stata festeggiata da due serate sold out con tanto di standing ovation. Situazioni che si sono ripetute nei giorni scorsi a Milano, al Teatro degli Arcimboldi: ben tre tutto esaurito, da giovedì a sabato.
Particolare perchè porta in giro nei teatri un doppio spettacolo, con due concerti diversi per scaletta, strumentazione e scenografia, nei quali Elisa propone al pubblico il proprio viaggio musicale. Un doppio spettacolo che ruota attorno agli elementi primari della natura cioè l’acqua e il fuoco, nel quale l’artista è accompagnata da arrangiamenti acustici e da un suggestivo coro di voci bianche, selezionato appositamente in ogni città in cui fa tappa il tour.
Il primo spettacolo, quello che vedremo a Trieste stasera, è caratterizzato da atmosfere nordiche e sognanti, con una radice “rock celtica” e una scaletta incentrata maggiormente sui brani di “Ivy”. Questo scenario lascerà il posto, nel concerto che arriva al Rossetti fra un mese, a suggestioni più calde e terrene, quasi soul, con una matrice che la stessa Elisa definisce “afro-tribale” e una scaletta per gran parte occupata dai brani di “Lotus”.
La base del doppio spettacolo è ovviamente “Ivy”, il disco pubblicato il 30 novembre: una sorta di concept-album quasi autobiografico nel quale ogni canzone racconta un frammento di vita reale. Un progetto completo che racchiude l’italiano, l’inglese e il francese, con cover che spaziano da “1979” degli Smashing Pumpkins a “Ho messo via” di Ligabue, da “I never came” dei Queens of the Stone Age a “Pour que l’amour me quitte” di Camille («la cantavo sempre alla mia piccola Emma Cecile per farla addormentare, e successivamente ho cominciato a cantarla anche ai concerti...»), fino a duetti con Fabri Fibra e Giorgia. Ma ci sono anche brani inediti della stessa Elisa e dieci rivisitazioni di suoi grandi successi, tra i quali “Lullaby”, “Ti vorrei sollevare”, “Una poesia anche per te”, “Rainbow”, “Gli ostacoli del cuore” e “Forgiveness”.
Al cd, che è ancora nelle classifiche dei dischi più venduti, è allegato anche un docu-film di cinquanta minuti nel quale l’artista parla della sua musica, delle canzoni, dello stesso album, delle emozioni che hanno caratterizzato il suo percorso artistico, in un viaggio che ripercorre le tappe di questa opera. La regia è affidata a Danni Karlsson, che ha inserito dei brevi set registrati in mezzo alla natura.
Ma com’è nata l’idea del doppio concerto? «Per avere nuove motivazioni e stimoli diversi - ha spiegato il mese scorso Elisa al “Piccolo” -, visto che la tournèe è molto lunga. Esibirsi con più canzoni è divertente per il pubblico ma anche per noi che possiamo offrire due spettacoli piacevoli, belli da sentire e vedere. Due serate perché è difficile contenere tutto in uno show. Cantare di più potrebbe essere pesante per il pubblico. Manchiamo dai teatri dal 2003 e siamo molto contenti di ritornare. Teatri e grandi club sono gli spazi ideali per questo spettacolo».
Con riferimento alla doppia anima dei due spettacoli, la cantautrice dice che «sono due influenze musicali, entrambe presenti nella mia musica. Vi assicuro però che non ci sarà una doppia Elisa».
mercoledì 16 marzo 2011
QUEEN / FREDDIE MERCURY
Torna domani al Rossetti il musical “We will rock you” mentre il calendario propone due anniversari tondi: quarant’anni dalla nascita dei Queen, venti dalla morte del loro leader Freddie Mercury, scomparso il 24 novembre 1991. Un gruppo e un artista che hanno segnato la storia del rock.
Siamo infatti nel ’71, quando Farrokh Bulsara incontra il chitarrista Brian May e il batterista Roger Taylor, reduci da un gruppo chiamato Smile. Il talentuoso cantante e pianista nato a Zanzibar esce invece dai Wreckage. Assieme, i tre identificano in John Deacon il bassista giusto.
Nascono allora i Queen, nome scelto da colui che nel frattempo è diventato Freddie Mercury. Per il primo album, “Queen I” bisogna aspettare il ’73, passa un anno e arriva “Queen II”. Nei tour, anche negli States, il pubblico comincia ad apprezzare lo stile immaginifico del gruppo, che contamina il pop con l’opera (passione di Mercury), il rock pesante con gli atteggiamenti glam, le melodie raffinate con i testi che attingono anche al genere fantasy.
“Sheer heart attack”, del ’74, comprende alcuni brani (“Brighton rock”, “Killer queen”, “Now I'm here”...) che lanciano il gruppo. Nel ’75 esce il singolo “Bohemian rhapsody”, forse il pezzo più noto della loro carriera, che preannuncia l’album “A night at the opera”, con in copertina il simbolo disegnato dallo stesso Mercury, composto dai segni zodiacali dei quattro.
“A day at the races” è del ’76, e comprende successi come “Somebody to love” e “Good old fashioned lover boy”. Ma un altro botto arriva nel ’77, con l’album “News of the world”, che schiera pezzi da novanta come “We are the champions” e quella “We will rock you” che dà il titolo al musical ora in tour in Italia.
E’ il periodo d’oro del gruppo. Si pensi che nei primi dieci anni di attività, dunque fino all’80, i Queen vendono la bellezza di 45 milioni di album e 25 milioni di singoli, all’interno di un totale attualmente stimato in 300 milioni di dischi. Numeri ai quali bisogna aggiungere quelli dei tour, con stadi riempiti per anni in mezzo mondo.
Arriva il tempo dei progetti solisti: prima Roger Taylor, poi gli altri. E anche della stagione influenzata dalla disco che delude molti fan. Ma dentro “Hot space”, uscito nell’82, c’è anche quella “Under pressure”, firmata con David Bowie, che entra fra le hit del gruppo.
Altri titoli di quegli anni sono “The works” dell’84 e “A kind of magic” dell’86, mentre ”Mr. bad guy” è il primo lavoro solista di Freddie, che nell’87 sforna il suo singolo di maggior successo, “The great pretender”, cui segue l’anno dopo l’album “Barcelona”, assieme alla cantante lirica Montserrat Caballè.
Ma l’artista è malato di Aids, le sue condizioni peggiorano rapidamente. Con i Queen realizza l’ultimo album, “Innuendo”, uscito nel ’91, dal quale traspare la situazione drammatica ormai vicina all’epilogo. Ed è un uomo ormai ridotto al lumicino quello che registra il suo ultimo video per la canzone “These are the days of our lives”: una sorta di commosso addio al suo pubblico.
Il 24 novembre, il giorno dopo l’annuncio ufficiale della malattia fino a quel momento mai ammessa, Freddie Mercury muore nella sua casa di Londra, circondato dall’affetto degli amici più stretti ma anche dall’amore incondizionato di milioni di fan.
Pochi giorni dopo, come da ultima volontà dell’artista, esce il singolo “Bohemian rhapsody” e “These are the days of our lives”: rimane a lungo in vetta alle classifiche di vendita, raccogliendo un milione di sterline per la ricerca sull’Aids.
La morte di Mercury suscita grande commozione in tutto il mondo, ma soprattutto in Inghilterra, dove in quel mese di dicembre ’91 i Queen hanno in classifica dieci album fra i primi cento.
Pochi mesi dopo, nell’estate ’92, allo stadio londinese di Wembley, il Freddie Mercury Tribute Concert vede la partecipazione sincera e commossa di artisti come Elton John, Liza Minnelli, George Michael, Annie Lennox, David Bowie, Metallica, Guns N’Roses, Robert Plant...
In questi dieci anni sono stati tanti gli album postumi di Mercury, tutti premiati dal pubblico. I Queen sono sopravvissuti nell’impossibile ricerca di un sostituto all’altezza di Freddie Mercury, impresa impossibile. Per questo, in un anno di anniversari, oggi è più onesto rivivere la magica epopea del gruppo, oltre che risentendo i dischi orginali (esce in questi giorni per la Universal l’opera omnia rimasterizzata), anche andando a teatro a vedere e rivedere questo “We will rock you”. In scena nei teatri di mezzo mondo dal 2002.
NILLA PIZZI +
«Per me “Vola colomba” era soprattutto una canzone d’amore: due persone che venivano separate da un confine, o da una guerra, e la colomba era naturalmente un simbolo di pace. In quel periodo c’era il Territorio Libero di Trieste diviso in due parti, e quindi la canzone fu caricata di tutta una serie di altri significati. Ma per me resta ancor oggi una canzone d’amore. E di pace».
Parole di Nilla Pizzi, nel maggio dell’82, in piazza dell’Unità, prima di un suo spettacolo. Erano passati giusto trent’anni dal suo secondo trionfo sanremese, quello che parlava di Trieste e di San Giusto e della colomba simbolo di pace. Adionilla Pizzi, detta Nilla, nata a Sant’Agata Bolognese il 16 aprile 1919, aveva vinto il primo Festival di Sanremo, quello del ’51, con “Grazie dei fior”. Ma l’anno dopo aveva fatto l’en plein: prima con ”Vola colomba”, seconda con “Papaveri e papere”, terza con “Una donna prega”. Allora era possibile: pochi cantanti interpretavano infatti tutte le canzoni.
Alla ribalta del Festival, la Pizzi era arrivata nel pieno di una carriera cominciata a soli vent’anni, quando nel ’39 vinse il concorso “5000 lire per un sorriso”, antesignano di “Miss Italia”. Durante la guerra si esibisce in spettacoli per le forze armate. Nel ’42 vince un concorso per voci nuove dell’Eiar (così si chiamava all’epoca la Rai), preferita ad altri diecimila concorrenti.
Debutta alla radio, canta con l’orchestra Zeme, poi passa a quella di Cinico Angelini. Nel ’44 incide i primi dischi, ma il regime fascista giudica la sua voce “troppo sensuale” e la allontana dalla radio. Lei si consola girando teatri e sale da ballo di mezza Italia, sempre con l’orchestra di quell’Angelini al quale nel frattempo si è legata anche sentimentalmente.
Nell’Italia liberata torna a cantare alla radio. E’ il ’46, per problemi di contratti discografici incide usando vari pseudonimi: Isa Marletti, Ilda Tulli, Conchita Velez, Carmen Isa. Solo nel ’49 può usare nuovamente il suo vero nome. Ormai è popolarissima, e quando nel ’51 si presenta al primo Sanremo, le mettono idealmente il tappeto rosso. E’ ancora tempo di 78 giri, “Grazie dei fior” vende 36 mila copie, un record per l’epoca. Quell’anno si piazza anche seconda con “La luna si veste d’argento”, cantata assieme ad Achille Togliani. Ma come si diceva, il vero trionfo arriva nel ’52, con l’occupazione dell’intero podio.
In quell’Italia in bianco e nero, Nilla Pizzi è l’indiscussa regina della canzone italiana. Nel ’58 torna al Festival e si piazza seconda e terza, rispettivamente con “L'edera” e “Amare un altro”. Nel ’59 vince Canzonissima (con “L’edera”), il Festival di Barcellona (in coppia con Claudio Villa con “Binario”) ed è terza al Festival di Napoli con “Vieneme ’nzuonno”, assieme a Sergio Bruni. Ma la cantante è anche protagonista indiscussa del costume. Film, trasmissioni radiofoniche, rotocalchi, chiacchierate love story (il cantante Gino Latilla tenta anche il suicidio per lei) la tengono sempre sotto i riflettori.
Negli anni Sessanta, con l’avvento prima dei cosiddetti urlatori e poi dei cantautori, la grande Nilla comincia pian piano a essere messa in disparte. Nel ’62 partecipa al primo Cantagiro, nel ’64 al primo Disco per l’estate, nel ’68 tiene una lunga tournèe americana con Frank Sinatra, Ella Fitzgerald e Perry Como. Ma il mondo cambia.
Tante serate in tutta Italia, tante tournèe soprattutto in Australia e in Canada. Poi nell’81 Gianni Ravera la chiama a condurre il Festival con Claudio Cecchetto, nell’86 forma Quelli di Sanremo con Carla Boni, Latilla e Giorgio Consolini, nel ’94 è ancora al Festival con Squadra Italia e “Una vecchia canzone italiana”.
Al “suo” Festival di Sanremo torna per l’ultima volta l’anno scorso, a ricevere un premio e una commossa standing ovation, dopo l’omaggio tributatole da Carmen Consoli con una versione straniata di “Grazie dei fior”.
Nilla Pizzi ha cantato fino all’ultimo. Anche l’estate scorsa, nella sua Bologna. Con lei se ne va un altro pezzetto di un’Italia in bianco e nero, un’Italia che non c’è più.
SAVIANO
Rileggendo i monologhi di “Vieni via con me” (Feltrinelli, pagg. 155, euro 13), si comprende la forza di Roberto Saviano. Quella forza che lo ha trasformato, da “Gomorra” in poi, in un personaggio-simbolo di un’Italia pulita, civile, legalitaria, diversa da quella dominante ma probabilmente ancora maggioranza nel Paese. E della quale lo scrittore napoletano sa essere voce lucida e appassionata.
Sere fa è tornato in tivù da Fabio Fazio. Dove, una parola tira l’altra, i due hanno annunciato che rifaranno il programma che è stato uno dei maggiori eventi della stagione televisiva in corso.
Nell’attesa, rileggiamo del valore troppo a lungo non condiviso dell’unità nazionale, dell’espansione della criminalità organizzata anche al nord, dell’infinita emergenza rifiuti a Napoli. Ma anche di rifiuti tossici, di tragedie tristemente annunciate, del terremoto dell’Aquila, del collaudato meccanismo della macchina del fango usato per attaccare i nemici politici.
Dice lo scrittore, classe ’79: «A fianco della grande macchina del racket delle estorsioni, che si fa sull’economia, c’è anche il racket del gossip, dell’informazione. C’è una differenza fra macchina del fango e inchiesta. Vogliono che siamo tutti la stessa schifezza, così nessuno si salva, nessuno deve criticare. Ma una cosa è l’errore, altro la corruzione. Una cosa è sbagliare, altro è creare un assolutismo mediatico attraverso cui chiunque è contro viene messo in cattiva luce».
Ma il volume propone anche il racconto commosso e partecipato di tante vite anonime, vissute con onestà, dignità e coraggio: la difesa della Costituzione di Piero Calamandrei, la lotta di Piergiorgio e Mina Welby per una vita degna di essere vissuta, la battaglia disarmata di un prete di campagna contro la ’ndrangheta calabrese.
Ecco la forza di Saviano, che da cinque anni vive sotto scorta: la parola al servizio della verità. Perchè «raccontare come stanno le cose significa non subirle».
A margine. La pubblicazione di questo testo per Feltrinelli potrebbe segnare un primo passo nel divorzio dello scrittore dalla Mondadori, dopo le ripetute polemiche con Marina Berlusconi. Rinvigorite dopo l’ospitata all’ultimo “Che tempo che fa”.
domenica 6 marzo 2011
NAZZARENO CARUSI
Esce domani “Petrolio”, il secondo album del pianista abruzzese Nazzareno Carusi, che è passato in poco tempo dal conservatorio triestino Tartini (dove è stato titolare di cattedra dal ’97 fino a tre anni fa) ai palcoscenici internazionali, passando per i programmi televisivi Mediaset e ai contratti discografici con importanti etichette.
Carusi ha infatti suonato alla Scala di Milano e alla Carnegie Hall di New York. Ma anche al Teatro Colón di Buenos Aires e alla Herbert Zipper Concert Hall di Los Angeles, alla Wenston Recital Hall e al Jane Mallet Theater di Toronto, all'Oscar Peterson Theater di Tokyo e alla Federation Hall di Melbourne. E ha partecipato a programmi tivù come “Zelig”, “Matrix”, “Mattino Cinque”. Portando ovunque la sua musica classica, ma non solo.
Anche in questo nuovo disco, infatti, alterna pagine di Skrjabin, Puccini, Scarlatti, Brahms, Liszt, Schönberg, Rachmaninoff, Beethoven e Chopin, a riletture di classici firmati Ennio Morricone (“La leggenda del pianista sull’oceano”) e Astor Piazzolla.
«”Petrolio” è un omaggio all’omonimo romanzo incompiuto di Pasolini – spiega il musicista – dove l’ingegner Carlo, il protagonista del romanzo, rappresenta lo spirito contradditorio della società, la dualità sottesa all’ordine delle cose, il gusto del paradosso. Ed è proprio lo “sdoppiamento scandaloso”, la voglia di accostare senza paura i capolavori classici ai brani considerati più leggeri (per farne sentire l’incredibile, intima vicinanza e il godimento che ne deriva all’ascolto) ad unire tutte le tracce dell’album».
Al disco, pubblicato da Isola degli Artisti/Carosello, hanno partecipato come ospiti grandi nomi della musica italiana: innanzitutto Lucio Dalla, nel “Nessun dorma” di Puccini, ma anche la cantante Simona Molinari, Fabrizio Bosso alla tromba, Francesco Di Rosa all’oboe, Fabrizio Meloni al clarinetto.
Nato a Celano, provincia dell’Aquila, nel ’68, Carusi è stato allievo di Alexis Weissenberg e Victor Merzhanov. Ha suonato fra gli altri con la Philharmonische Camerata Berlin (Orchestra d'Archi dei Berliner Philharmoniker), con il violoncellista Mischa Maisky, con i Solisti del Teatro alla Scala di Milano, con il Fine Arts Quartet. Dal 2001 al 2007 è stato “artist-in-residence” della Northeastern Illinois University di Chicago. Oltre che con il citato Lucio Dalla, ha collaborato anche con Sergio Cammariere.
Ma com’è nata questa sua frequentazione dei programmi televisivi leggeri? «Tutto è cominciato - spiega il musicista - da un incontro casuale con Mauro Crippa, direttore dell’informazione Mediaset. Era interessato al discorso della divulgazione musicale e abbiamo pensato di fare qualcosa assieme. Prima sono stato ospite di Claudio Bisio a ”Zelig”: una gag che è sfociata nella mia esecuzione al pianoforte di una sonata di Scarlatti. Poi mi è stata affidata la sigla finale di ”Lucignolo”: ho scelto il ”Chiaro di luna” di Beethoven. Poi, assieme a Claudio Brachino di Videonews, abbiamo ideato delle ”pillole” di musica classica da inserire nel programma ”Mattino 5”, su Canale 5...».
Poi è arrivato il contratto artistico di esclusiva con le reti Mediaset. Pare sia la prima volta che una tivù commerciale mette sotto contratto un pianista di musica classica. Insomma, il conservatorio può attendere...
sabato 5 marzo 2011
LACOSEGLIAZ
«Dopo il “Panduro”, con i riferimenti ai boiardi ungheresi del Settecento, stavolta mi sono dedicato a “Hypnos”, il dio del sonno. Con spunti mitologici ma anche molto attuali: ho infatti ripreso il detto “il sonno della ragione genera mostri”, cambiando solo l’ultima parola. Perchè guardando l’Italia di oggi sono convinto che il sonno della ragione genera anche “nostri”. La lunga notte che stiamo vivendo, causata anche dalla ridotta partecipazione popolare ai destini del Paese, genera mancanza di democrazia e nella peggiore delle ipotesi anche dittature...».
Grande Alfredo Lacosegliaz, acuto anticipatore delle tendenze multietniche della musica popolare ma anche attento e sagace osservatore dei temi sociali, storici e politici. Non a caso chiamato da Paolo Rumiz a collaborare al suo prossimo progetto editoriale, a metà strada fra scrittura e suoni.
A meno di un anno dalla pubblicazione del disco ”Panduro”, l’eclettico musicista triestino esce con un nuovo progetto: l’album “Hypnos”, dedicato appunto al dio del sonno, che verrà presentato dal vivo domani sera alle 20.30 alla Casa della Musica (via dei Capitelli 3).
«Si tratta di una raccolta di brani eterogenei, sia da un punto di vista musicale che per quanto riguarda i testi», spiega Lacosegliaz. «Non ho ovviamente abbandonato l’impronta multietnica che ha caratterizzato tutti i miei lavori, ma in questa circostanza ne ho accentuato una lettura sociale e politica: rimango infatti convinto che la musica è l’unico elemento che può cancellare i nazionalismi, e ciò facendo diventa portatrice di una cultura antimilitarista e di convivenza pacifica fra le genti. Il mio è un pacifismo che non vuol essere retorico, ma assai concreto, attento alle cose di tutti i giorni».
Le liriche, oltre che dell’autore, sono tratte da opere immortali di Carolus Cergoly, Srecko Kosovel e Rainer Maria Rilke. Per i recitati partecipano all’opera Omero Antonutti e Aleksi Pregarc.
Con Lacosegliaz, in questo disco e da anni dal vivo, suona il Patchwork Ensemble: la cantante Ornella Serafini, Cristina Verità al violino e alla viola, Daniele Furlan al clarinetto, Orietta Fossati al pianoforte, che saranno con lui domani sera alla Casa della Musica.
A loro, nel disco appena uscito, si aggiungono Gabriele Centis, Flavio Davanzo, Edy Meola, Francesca Altran, Davide Casali, Federico Magris, Alessandro Ipavec, Stefania Verità, Maurizio Veraldi, Orietta Fossati, Irene Peljhan.
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Alfredo Lacosegliaz è nato a Trieste del 1953. Ha quasi quarant’anni di onorata carriera sulle spalle: dai dischi con la Cooperativa L’Orchestra negli anni Settanta alla collaborazione musicale e teatrale con Moni Ovadia, dalle musiche per il cinema (”Senza pelle” di Alessandro D’Alatri, ”Facciamo Paradiso” di Mario Monicelli) alle sigle televisive per Michele Santoro, dalle frequentazioni con il teatro alle installazioni di teatro danza, Lacosegliaz è stato un precursore della musica etnica e ha sempre rivolto la propria attenzione verso Est, verso l’universo balcanico così prodigo di suggestioni musicali e culturali.
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giovedì 3 marzo 2011
DISCHI - TRICARICO + faithfull
Francesco Tricarico rappresenta un’oasi stralunata di tranquillità, buon gusto, benessere e naiveté nel mondo brutto e cattivo della musica leggera italiana. L’invettiva autobiografica di “Io sono Francesco”, con cui si fa conoscere nel 2000, fu il primo segnale che il ragazzo, nato a Milano l’ultimo giorno del ’71, diploma in flauto traverso al Conservatorio, era uno da tenere d’occhio.
“Vita tranquilla”, al Sanremo 2008, è stata una bella conferma (“voglio una vita tranquilla, perché è da quando son nato che son spericolato... voglio una vita serena, perché è da quando son nato che è disperata...”). Molto più di una risposta alla “Vita spericolata” di Vasco.
Della sua stoffa di autore si accorse nientemeno che Adriano Celentano, che cantò la sua “La situazione non è buona” trasformandola in un grande successo.
Due anni fa ancora Festival con “Il bosco delle fragole” ma anche la pubblicazione del primo libro, “Semplicemente ho dimenticato un elefante nel taschino”.
All’ultimo Sanremo Tricarico ha cantato “Tre colori”, commovente cantilena patriottica che Fausto Mesolella (Avion Travel) aveva pensato per lo Zecchino d’oro e invece è finita nel tritacarne del Festival: un gioiellino senza tempo e senza età prontamente eliminato dalle giurie e non ripescato dal televoto, settore nel quale va più forte gente come Al Bano o la Tatangelo.
Ora arriva “L’imbarazzo” (Sony Epic), quinto album in carriera con dieci canzoni nuove, fra cui ovviamente il brano sanremese, ma anche quella rilettura quasi jazzata de “L’italiano” di Toto Cutugno che l’artista ha portato al Festival nella serata dei duetti. E proprio come sul palcoscenico dell’Ariston, anche nell’album Cutugno canta una strofa del suo classico.
L’ascolto del disco è meglio di un massaggio rilassante. Parole sussurrate, atmosfera delicata, melodie garbate, emozioni vere. Insomma, trash e cattivo gusto qui non stanno di casa. La banalità non è pervenuta.
I titoli: ”Una selva oscura”, “E’ difficile”, “Leggerezza”, “L’imbarazzo”, “Guarda che bel colore che han le rose”, “La mia sposa”, “Da soli io e te”, “Interludio”, “Ninna nanna oh”, oltre ai due citati.
Canzoni che parlano di bellezza, rispetto, pudore, onestà, cortesia, fiducia. Valori forse desueti. Di sicuro roba che non va per la maggiore. Chiaro che poi a Sanremo eliminano il suo delicato cantore...
Per Francesco Tricarico qualcuno ha già parlato di “neo innocentismo”, chiedendosi se “ci è” o “ci fa”. A noi sembra solo un persona normale, semplice, che ama guardare il mondo e la gente e le cose della vita, facendone canzoni. Di certo è un artista di classe.
FAITHFULL
Cavalli e tacchi alti, per l’ultima musa del rock che non c’è più. Ricordate Maggie, la casalinga dimessa ma “a luci rosse” del film “Irina Palm”? Dimenticatela. Fuor di finzione cinematografica, Marianne Faithfull è oggi una fascinosa signora di sessantatre anni che mantiene intatti carisma, classe e grinta dei tempi belli. Di quando era musa e compagna di Mick Jagger, icona della swinging London degli anni Sessanta, fidanzata del rock, testimone e protagonista di un’epoca che ha cambiato il mondo. A due anni dai chiaroscuri decadenti di "Easy come easy go", la signora ritorna con un album che profuma di soul, blues, persino country. Più States che vecchia Inghilterra, insomma. Fra le cover spicca “Back in baby’s arms” (roba del ’75, firmata Allen Toussaint), ma ci sono anche tre brani scritti dalla stessa Marianne, che aprono il campo a una sorta di flashback autobiografico. Fra gli ospiti, nientemeno che Lou Reed. Che dire? Formidabili quegli anni.
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