...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
domenica 18 dicembre 2011
CESARIA EVORA +
Non batte più il cuore di Cesaria Evora. Aveva settant’anni. Era ricoverato in un ospedale della sua Capo Verde. Tre mesi fa aveva annunciato il ritiro a causa di una malattia. Veniva chiamata “la diva dai piedi scalzi”, perchè effettivamente aveva l’abitudine di esibirsi senza calzature ai piedi, anche se una diva non lo era mai stata.
Se lo ricordano bene gli spettatori della nostra zona, che l’hanno seguita in concerto qualche anno fa ad Aquileia e ancor prima a Udine. E un po’ della nostra regione stava anche nella sua discografia, nei cd “Capo Verde, Terra d'amore”, che erano anche un progetto culturale e umanitario nato proprio nel Friuli Venezia Giulia.
Cesaria Evora era nata a Mindelo, nella splendida isola vulcanica di Capo Verde, il 27 agosto del ’41. Infanzia difficile, perde il padre a sette anni, la madre cuoca fa i salti mortali per mantenerla ma poi si deve arrendere a la affida alle cure di un orfanotrofio. Una scelta che segna la sua vita ma le offre un jolly per il futuro: è infatti nel coro dell’orfanotrofio che la piccola Cesaria ha cominciato a cantare.
La ragazza cresce, impara gli stili tradizionali della musica della sua isola, la coladeira e la morna. Comincia a cantare nei locali pubblici, diventa la “regina della morna”, musica triste, dal ritmo lento, che coniuga malinconia e desiderio. La sua fama pian piano attraversa il mare.
Dopo un periodo economicamente difficile, durante il quale è anche costretta a interrompere la sua attività musicale, comincia a essere chiamata a cantare prima in Portogallo e poi a Parigi. Dove nell’88, a quarantasette anni, registra il suo primo vero album, “La diva aux pieds nus”, la diva dai piedi nudi, appunto. Il brano “Sodade” - la “saudade” portoghese, che significa nostalgia, struggimento, rimpianto - è il suo primo successo internazionale, ma anche il primo successo per una canzone non francese in Francia, e segna l’inizio della notorietà internazionale.
Il resto, dopo anni di stenti, è finalmente in discesa. Album (“Distino de Belita”, “Mar Azul”, “Miss Perfumado”, “Cesária”, “Cabo Verde”...) e tournèe ne fanno una grande interprete della musica etnica, a una sorta di crocevia fra le musiche della sua isola e il fado portoghese, fra il samba brasiliano e gli echi dal tango argentino. Racconta storie d'amore e di vita, di gente abituata a emigrare per cercare pane e lavoro lontano da casa. Canta melodie struggenti, che sanno parlare al cuore e alla mente.
Qualcuno diceva che le sue canzoni vanno ascoltate a occhi chiusi. Forse per immaginare i paesaggi e il mare di quel minuscolo arcipelago sospeso in mezzo all'Atlantico, per ascoltarne i suoni, gli odori, i colori.
Nei concerti, al pubblico di mezzo mondo si rivolgeva sempre in creolo, la sua lingua. E a metà esibizione quasi sempre chiedeva il permesso di fumare una sigaretta, per concedersi una piccola pausa dedicata magari alla musica della sua band. Come faceva probabilmente tanti anni prima, quando da ragazza cantava nei bar e negli hotel della sua Mindelo.
Fra i suoi brani ricordiamo soprattutto “Tiempo y silencio”, “Sangue de Beirona”, “Angola”, “Africa nossa”, ovviamente “Sodade”, e poi “São Vicente di Longe”, dedicato all'isola natale mai dimenticata, dove non a caso è tornata per vivere il suo ultimo tempo. Davanti all’Atlantico ventoso e insidioso, nella sua terra povera, fra la sua gente abituata a lavorare duro e soffrire. Certo da lì nasceva quella vena dolente sempre presente nella sua grande musica. Che non dimenticheremo.
mercoledì 14 dicembre 2011
TRAGEDIA PALATRIESTE / 2, I PRECEDENTI
Fra i 1100 morti sul lavoro in Italia nel solo 2011, che fanno una drammatica media di tre lutti al giorno, purtroppo anche il mondo della musica e dei concerti fa atto di presenza. Per la verità, gli incidenti sono di solito causati maggiormente da eventi atmosferici, ma esistono dei precedenti della tragedia del PalaTrieste, anche in Italia e persino nella nostra regione.
Nell’agosto del ’92, dopo un concerto di Claudio Baglioni allo stadio di Lignano Sabbiadoro, nella fase di smontaggio del palco il forte vento causò il crollo di un ponteggio e la morte di Peter Kramer, cinquantenne operaio svizzero residente però a Pavia.
Nell’estate di quattro anni fa, al parco San Giuliano di Mestre, l’Heineken Jammin Festival fu funestato da una tromba d’aria che provocò danni e feriti, oltre ovviamente all’annullamento della manifestazione.
Estero. L’estate scorsa, durante un concerto country nello stato dell’Indiana, il forte vento (96 km all’ora, roba che a Trieste non farebbe notizia...) causò il cedimento del palco, quattro morti e una cinquantina di feriti. Praticamente in diretta tv.
Nel luglio 2009, al Velodrome di Marsiglia, durante l’allestimento del palco per un concerto di Madonna, la struttura cedette: due morti e sei feriti. Del palco rimase un groviglio di sessanta tonnellate di tubi e cavi metallici.
Otto persone morirono a un concerto dei Pearl Jam in Danimarca, al Festival di Roskilde, nel 2000. La causa quella volta fu la pressione del pubblico verso le prime file, nonostante i ripetuti appelli del gruppo, affinché i fan indietreggiassero.
E alla lista dei lutti vanno aggiunti anche i venti morti e le centinaia di feriti alla “Love Parade” dell’estate 2010, a Duisburg, in Germania, dove migliaia di ragazzi cercavano di entrare nell’acciaieria dove si svolgeva l’evento e invece rimasero intrappolati nel tunnel che era stato scelto come accesso, ma che si dimostrò troppo stretto e inadeguato.
Eventi atmosferici, cedimento, cattiva organizzazione dei flussi. Queste dunque le cause principali degli incidenti più recenti. Nonostante standard di sicurezza più elevati rispetto a tanti anni fa, con barriere antipanico che non diventano trappole come le transenne rovesciate, controlli sugli impianti elettrici, regolazione di afflussi e deflussi. Strutture e palchi sempre più faraonici, purtroppo, non aiutano una situazione che, come dimostra la tragedia triestina, va tenuta maggiormente sotto controllo.
TRAGEDIA PALATRIESTE / 1
Nel dicembre ’99, durante uno dei due concerti inaugurali del PalaTrieste (l’altro, pochi giorni prima, lo tenne Ligabue), fu proprio Jovanotti a notare la particolarità dell’allora nuovissima struttura triestina. Qui non si possono appendere al soffitto le strutture che reggono le luci e l’amplificazione, fece notare l’artista, e per i concerti si tratta di un problema.
Un problema che, dodici anni dopo, ha di fatto causato la morte di un ragazzo e il ferimento di otto persone, ma che avrebbe potuto provocare una strage se il cedimento della struttura fosse avvenuto qualche ora dopo, a concerto iniziato.
«Normalmente - spiega infatti Maurizio Salvadori, della Trident Management che produce il tour di Jovanotti - tutti gli apparati vengono appesi mediante motori ai tetti dei palazzi dello sport ma, visto che la configurazione di quello di Trieste non permette quest’operazione, era stata noleggiata per questo concerto una struttura denominata “ground support”, che ha improvvisamente ceduto».
«I motivi del cedimento della struttura - prosegue Salvadori - sono al momento sconosciuti e incomprensibili, dato che il piano di lavoro era stato redatto, come sempre, da un ingegnere abilitato. Spetterà alla magistratura e ai periti nominati stabilire le cause del crollo».
L’altra sera Jovanotti, oltre ovviamente ad annullare il concerto triestino, ha deciso di sospendere l’intero tour, che avrebbe dovuto far tappa a Modena, Ancona, Caserta e Roma, prima di concludersi a Taranto il 30 dicembre.
«Questa tragedia - ha scritto l’artista su Twitter, poche ore dopo i fatti - mi toglie il fiato e mi colpisce profondamente. Il mio dolore è rivolto a Francesco Pinna, studente lavoratore, la cui vita si è fermata nell’incidente che ha travolto la mia squadra. Questa tragedia mi toglie il fiato e mi colpisce profondamente».
Ancora Lorenzo Cherubini: «Un tour è una famiglia e si lavora per portare in scena la vita e la gioia. I ragazzi rimasti feriti sono lavoratori specializzati, che amano quello che fanno restando nell’ombra. Sono con voi, vi voglio bene. Sono con la famiglia di Francesco e con i suoi amici. Il mio cuore è pieno di dolore».
Ieri, dopo le polemiche sulle condizioni di lavoro, il musicista è tornato sull’argomento su Facebook: «Francesco Pinna era un lavoratore a giornata ed era assunto con contratto regolare. Io pretendo sempre che tutti quelli coinvolti anche indirettamente in un lavoro che riguarda la mia musica siano sempre tutelati in ogni forma e anche in questo caso era così. Il mondo dei concerti è un settore serio dove non c’è approssimazione e improvvisazione e nei miei tour c’è totale rispetto delle leggi e delle persone». «I ragazzi come lui - è ancora Jovanotti che parla - non sono in tour con la squadra itinerante, composta di tecnici specializzati, ma lavorano agli allestimenti che passano nella loro città. Aspettano l’arrivo dei camion e fanno la loro parte. Si tratta di lavori di supporto alla squadra itinerante. Questi ragazzi li incontro spesso quando arrivo al palazzetto e capita che ci si scambi due parole, che ci si scatti una foto. Sono migliaia a fare questi lavori in Italia, spesso sono studenti che non hanno un lavoro fisso e che così si guadagnano qualche giornata». «Francesco era uno di loro e aveva tutta la vita davanti a sé, e questa è la tragedia. Io so, e mi è stato confermato anche in questo caso, che in un tour come il mio (e come tutti i grandi e piccoli tour che girano l’Italia) ogni lavoratore locale è assunto con un contratto in regola con le leggi dello Stato. Anche in questo caso era così. La tragedia è amplificata dal fatto che si stava lavorando per allestire “una festa”, un evento effimero che lascia il dolore e la morte fuori dai cancelli per una sera. E invece stavolta tutto si è ribaltato e ora c’è solo dolore sul mio palco distrutto».
Secondo Jovanotti, la morte di Francesco è «una fatalità davvero difficile da prevedere. Stamattina (ieri, ndr) le prime indagini degli ingegneri non sono riuscite ancora a capire le dinamiche dell’incidente. Francesco è morto costruendo una festa».
Già poche ore dopo la tragedia, l’altra sera, sul web sono rimbalzati i messaggi di cordoglio, oltre che della gente comune, di tanti artisti: da Fiorello ai Negramaro, da Celentano con Claudia Mori a Fiorella Mannoia, da Ornella Vanoni a un campione dello sport come Valentino Rossi, a tanti altri.
lunedì 12 dicembre 2011
domenica 11 dicembre 2011
LIBRO LUCIA VISCA SU P2
Se è esistita la P2, se è vero che esiste la P3 e perfino la P4, non può che esserci stata anche la P1... Da questa incontestabile, quasi lapalissiana considerazione parte la giornalista e scrittrice romana Lucia Visca nel suo nuovo libro “Propaganda, L’origine della più potente loggia massonica” (Castelvecchi, pagg. 189, euro 14), dedicato a uno dei misteri più insondabili delle vicende nazionali degli ultimi decenni, la loggia P2.
Ne vien fuori una singolare storia d’Italia, come scrive Gian Carlo Caselli nella prefazione, «che si propone di tratteggiare a tinte vivide alcune vicende che hanno attraversato e tuttora sembrano attraversare i palazzi del potere».
Ancora il magistrato: «Quello che emerge è una sorta di network relazionale, caratterizzato dalla capacità (necessità?) di riprodursi e perpetuarsi in una saldatura culturale, politica ed economica sorda a ogni interesse generale, sostenuta invece da pulsioni sovversive...». Insomma, una sorta di “un fiume carsico” che attraversa centocinquant’anni di storia d’Italia.
Visca, trent'anni dopo Gelli e la P2 l'argomento è ancora di stretta attualità. Perchè?
«A noi italiani piacciono i misteri. E quello della P2 resta tale. Le stesse conclusioni dell'inchiesta parlamentare del secolo scorso lasciano aperti dubbi mai risolti. Poi basta osservare gli avvenimenti. Non c'è anno che sodalizi e conventicole tenterebbero di ricostituire quel potente nocciolo duro di deviazioni istituzionali varie».
Lei risale fino al Regno d'Italia. Che cos'era allora la massoneria, c'era già allora una loggia Propaganda?
«Sarei potuta andare oltre ma non sono una storica, non mi permetterei. Da cronista mi è sembrato comunque giusto andare alle origini dell'Unità nazionale e tentare di raccontare, nel bene e nel male che cosa fosse la massoneria. Durante i moti risorgimentali è stata un forte motore del cambiamento. Poi, come in tutte le cose, ci sono costole che si staccano, si ammalano e fanno ammalare».
Lei identifica anche un rapporto prima con lo sbarco dei Mille e poi con quello degli Alleati in Sicilia nel '43.
«Che molti protagonisti del Risorgimento prima e della Resistenza poi fossero anche massoni non è un segreto. Sarebbe stato del resto difficile il contrario. Il rapporto che mi ha inquietato è invece quello che si è stabilito fra mafia e alcuni settori della classe dirigente particolarmente attaccati al potere».
Spadolini teneva a distinguere massoneria e loggia P2. Perchè?
«Ho tentato di spiegarlo nel libro. E' semplice nella sua complessità storica. La massoneria, come qualsiasi altra forma di aggregazione umana e sociale, dalla religione alla politica, nasce con nobili intenti e per servire o raggiungere un interesse superiore. La P2, o secondo me la loggia Propaganda in tutte le sue numerazioni, altro non è stata che una manifestazione patologica, un comitato d'affari costuituito per servire gli interessi di chi ne faceva o fa parte».
Quando quei “nobili intenti” dei primi massoni sono stati traditi?
«A occhio direi quando l'eroe del Risorgimento Francesco Crispi fa reprimere nel sangue i moti dei fasci siciliani».
Lei parla di “una maledizione” di cui il Paese stenta a liberarsi. Ci spieghi.
«Sono sempre stata convinta che i tempi della storia siano un po' più lunghi della percezione legata al tempo della nostra vita. Per la storia lo sbarco dei Mille è l'altro ieri, l'Unità nazionale italiana ancora emette vagiti, siamo lontani dal celebrare un bicentenario. I patti fatti nel Risorgimento e rinnovati con la seconda guerra mondiale ancora valgono in tutta la loro forza».
Che rapporti ha avuto la loggia con la mafia?
«Di utilità reciproca. Se una intuizione ha avuto la loggia è stata quella di capire che il potere istituzionale, nel Sud, non era quello fragile dei Borboni, ma quello solido delle istituzioni criminali, soprattutto in Sicilia».
Di Berlusconi sappiamo, ma gli altri iscritti eccellenti alle liste Propaganda?
«Due nomi? Fabrizio Cicchitto e Luigi Bisignani. Trovo più interessante il primo che il secondo. Bisignani è sub judice e prima o poi sapremo se detiene, o meglio ha detenuto, un vero potere. Cicchitto il potere ce l'ha e la sua azione politica è l'incarnazione del Piano di rinascita democratica di Gelli, quello che prevedeva, e secondo me prevede ancora, di sovvertire lo Stato con una dittatura morbida. E poi una montagna di giornalisti, purtroppo. A cominciare da Maurizio Costanzo».
JOVANOTTI A TS
Torna Jovanotti, ed è già un evento. Da Fiorello si è presentato con tanto di farfallino. In ossequio alle regole del vecchio varietà televisivo, attualizzato e rilanciato dallo showman siciliano, che si è ispirato proprio a una sua canzone (“Il più grande spettacolo dopo il big bang”) per il titolo del suo programma da record. Ma la comparsata su Raiuno, per Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti è stata solo una piccola pausa della tournèe che domani, alle 21, fa tappa al PalaTrieste (disponibili ancora poche decine di biglietti). Il suo “Ora in Tour, Lorenzo Live 2011” - dopo le date di primavera-estate - è ripartito a fine novembre da Forlì, e ha già toccato Torino, Genova, Firenze, Roma e - ieri e venerdì - Milano.
Da pochi giorni il video di “Ora” è sul web e in tv. Si tratta - udite udite - del primo video in 3d, visibile senza bisogno di occhialini o schermi speciali, con ogni tipo di supporto, dal cellulare al grande schermo. Un video semplice, realizzato con un budget basso, per mettere in scena l’idea che il tempo non è una costante invariabile ma una vibrazione viva, una sostanza nella quale la nostra esistenza è immersa.
L’album “Ora” - pubblicato a inizio 2011 - è appena uscito in una nuova versione deluxe con due bonus track - “Regalito” con Juanes e “The sound of sunshine” con Michael Franti - e il doppio dvd con i concerti del tour e il film documentario “La quarta dimensione”, che mostra le prove, il pubblico e il retropalco del tour. E una sezione in cui Lorenzo duetta con gli amici Ben Harper, Michael Franti, Cesare Cremonini, Luca Carboni, Giuliano Sangiorgi.
Tornando al titolo del brano di Jovanotti “riveduto e corretto” da Fiorello per il suo programma tv, non è la prima volta che il quarantacinquenne artista romano vede le sua canzoni usate in altri contesti. E’ stato il caso, nel 2008, di “Mi fido di te”, colonna sonora della (sfortunata) campagna elettorale del Pd.
«Non era una canzone adatta - dice ora Lorenzo - a diventare bandiera per una campagna elettorale. Quando Veltroni me la chiese, io glielo dissi: guarda che in realtà questa canzone parla di perdita, perchè dice “cosa sei disposto a perdere”. Non è proprio un inno per trionfare».
Quella canzone, che stava nell’album “Buon sangue” del 2005, «parla dell’accettare la perdita come unico modo per progredire, per accettare la vita. A Veltroni però piaceva l’inizio, forse non aveva sentito la fine del ritornello... Ma non credo che si perdano le elezioni per via delle canzoni».
E per quanto riguarda ancora “Il più grande spettacolo dopo il big bang”, le ultime due parole del titolo, quelle che Fiorello ha cambiato, sono servite da ispirazione al sindaco di Firenze Matteo Renzi per il suo recente raduno alla Stazione Leopolda. «Che effetto fa vedere una tua canzone al centro di un’iniziativa politica nazionale? Ormai - ha detto Jovanotti - sono abituato a questa cosa, anche se la guardo sempre con un po’ di sospetto».
Nel concerto di domani sera a Trieste, Jovanotti dovrebbe - come nelle tappe precedenti del tour - far convivere i brani dell’ultimo album e i suoi vecchi successi: “Megamix” e “Falla girare”, “La porta è aperta” e “Amami”, “L’elemento umano” e “La notte dei desideri”. E poi ancora - dopo un medley acustico giocato su “Le tasche piene di sassi”, “Come musica”, “A te” - “Tutto l’amore che ho” e “Ora”, “Io danzo” e “Battiti di ali di farfalla”, “L’ombelico del mondo” e “Mi fido di te”. Fino al medley finale con “Bella”, “Ciao mamma”, “Raggio di sole”, “Punto”, “Serenata rap”, “Piove”, “Una storia d’amore”, “Lungomare”...
giovedì 8 dicembre 2011
DISCHI / DENTE + vecchioni
Giovani cantautori crescono. E dimostrano di avere tante cose da dire, a volte più dei loro stanchi maestri. Prendete Giuseppe Peveri, in arte Dente (soprannome che pare si porti dietro dall’infanzia...), parmigiano di Fidenza ma milanese d’adozione, classe ’76, dunque non più di primissimo pelo. Il suo nuovo album s’intitola “Io tra di noi” (Ghost Records/Venus), comprende dodici canzoni che lo confermano voce originale, interessante e mai banale del moderno cantautorato di casa nostra.
Sono passati cinque anni dall’album di debutto, “Anice in bocca”, cui sono seguiti in rapida successione “Non c'è due senza te” (2007), l’ep “Le cose che contano (2008) e “L'amore non è bello”, premio Pimi come miglior album del 2009. E Dente - il cui nome viene collegato soprattutto al brano “Beato me”, con cui due anni fa ha partecipato al progetto collettivo di Manuel Agnelli e degli Afterhours “Il paese è reale” - dimostra di aver imparato a trarre il meglio dalla propria vena creativa.
Le sue canzoni mischiano con sapienza malinconia e ironia, hanno tratti intimisti e a volte surreali, pescano nelle lezioni di De Andrè, De Gregori e Tenco (gli artisti che ricorrono più spesso, quando si parla di lui), ma sanno innervarle di un approccio assolutamente contemporaneo. Il risultato s’insinua al crocevia fra una canzone d’autore di qualità e un pop romantico e a tratti stralunato.
Il titolo del nuovo album - che lo stesso Dente definisce “molto malinconico e per niente allegro” - è una citazione riveduta e corretta del classico di Charles Aznavour “E io tra di voi”, annata 1970.
Anche i titoli delle canzoni sono spesso dei giochi di parole, sospesi fra la citazione e il divertissement. Esempi? “Giudizio universatile”, con il suo ritmo incalzante e il ritornello che rimane incollato quasi subito alle orecchie. Ma anche “Settimana enigmatica” e “Da Varese a quel paese”, oppure “Puntino sulla i” e “Pensiero associativo” (che in effetti ricorda un po’ qualcosa di Lucio Battisti, anche se da qui a parlare del talentuoso emiliano come del “nuovo Battisti”, beh, ce ne corre...).
“Piccolo destino ridicolo” racconta come troppo spesso nascono tutte quelle relazioni che poi quasi sempre proseguono nella noia e nell’infelicità quotidiane. Per concludere con “Rette parallele”, che brilla anche per un’inaspettata coda caraibica.
Oltre mezzo secolo dopo la nascita dei cantautori italiani, Dente si fa ascoltare e apprezzare proprio in quanto un classico cantautore: testi lievemente autobiografici, attenzione alla melodia, canzoni costruite su accordi di chitarra acustica. In effetti, dopo gli anni delle mille band, da un po’ sembra tornato il momento di questa (vecchia?) formula.
DISCHI / VECCHIONI
“I COLORI DEL BUIO” (Universal) C’è una perla, in questa prima antologia ufficiale del Professore, che arriva a chiudere l’anno del suo trionfo sanremese e del conseguente “sdoganamento” - dopo 40 anni di onorata carriera - dinanzi al grande pubblico. La perla è il duetto con Mina nella classicissima “Luci a San Siro”, uno dei trentatre brani, non tutti famosi, del doppio cd. Scelti, dice il sessantottenne cantautore milanese, «chiudendo gli occhi e trovandomi davanti le cose che sono state fondamentali nella mia vita. Ho scartabellato tutto il mio repertorio e ho scelto le canzoni dal significato trasformante, attinenti a realtà che ho vissuto, all’affetto per i miei cari, alle cose per cui ho combattuto». Ecco allora “Figlia” e “Velasquez”, “Non lasciarmi andare via” e “Ninni”, “Stranamore” e “Canzone per Laura”, “Samarcanda” e “Sogna ragazzo sogna”... Ovviamente “Chiamami ancora amore”. Due inediti: “Un lungo addio” e il brano che dà il titolo al disco.
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