sabato 18 febbraio 2012

SANREMO, STASERA LA FINALISSIMA

Pronti per la maratona finale? Il 62.o Festival di Sanremo vive stasera l’ultimo atto. Di solito, arrivati a questo punto, l’attesa è tutta per il vincitore. Della serie: vincerà il solito favorito della vigilia (l’anno scorso era Vecchioni, che però stava una spanna sugli altri), o ci sarà una sorpresa, chissà, magari spunterà dalle retrovie l’outsider pronto al sorpasso sull’ultima curva?
Quest’anno, giusto per non farsi mancare nulla, c’è un altro interrogativo che affianca quello sui nomi da consegnare agli annali del Festival. E ovviamente riguarda Adriano Celentano. Che cosa dirà nell’ulteriore mezz’ora che minaccia per stasera, cosa combinerà, quali “lezioni” pretenderà di dare all’universo mondo, contro chi si scaglierà stavolta? Oppure rientrerà nei ranghi di un’esibizione “normale”, senza particolari picchi polemici, senza insulti né intemerate deliranti?
Magari ricordandosi che la cosa che lui, l’ex Ragazzo della via Gluck sa fare meglio, da oltre mezzo secolo, è solo e soltanto cantare. Senza improvvisarsi sociologo e predicatore davvero da strapazzo. Per stasera sembrava avesse pensato di farsi intervistare sul palco dell’Ariston da Giovanni Floris, ma quanto accaduto martedì ha rimesso tutto in discussione.
Anche perchè, dopo il commissariamento del Festival con l’arrivo in riviera di Antonio Marano, ieri il direttore generale Lorenza Lei ha emesso una nota nella quale auspica che «il buon senso e la correttezza prevalgano» e che non sia necessario «procedere a iniziative conseguenti a violazioni contrattuali». Come dire: stai attento Celentano che non ti diamo tutti i soldi concordati, e poi la beneficenza annunciata ti tocca farla con i tuoi. Argomento al quale il “cretino di talento” (copyright del compianto Giorgio Bocca) è da sempre sensibile, e che giustificherebbe anche un clamoroso “macchina indietro”.
Ieri sera, oltre alla gara fra i giovani, che purtroppo passa sempre in secondo piano (se la sono giocata in quattro: il gruppo Iohosemprevoglia, Alessandro Casillo, Marco Guazzone, Erica Mou), ripasso delle dodici canzoni rimaste in gara, dopo l’eliminazione definitiva di Irene Fornaciari e dei Marlene Kuntz.
Ogni artista con un ospite: Noemi (che meriterebbe di vincere) con Gaetano Curreri, Carone e Dalla con Gianluca Grignani, Dolcenera con Max Gazzè, D’Alessio e Bertè versione dance con Dj Fargetta, Chiara Civello con Francesca Michielin (la sedicenne di Bassano del Grappa che ha vinto “X Factor”). E ancora Samuele Bersani con Paolo Rossi, Eugenio Finardi con Peppe Servillo, Nina Zilli con Giuliano Palma e il jazzista Fabrizio Bosso, Arisa con Mauro Ermanno Giovanardi (quello dei La Crus), e via via anche gli altri che mancano per completare la lista.
Dalla quale lista, a tarda notte, sono stati pescati altri due eliminati, per arrivare ai dieci che stasera si giocano la vittoria. E siamo al quesito citato: chi vince? E chi si piazza dietro? La favorita per la vittoria è ancora Emma, con la sua canzone che parla di crisi ma soprattutto con la sua (bella) grinta. Ma sono buone anche le possibilità di piazzamento per la talentuosa Nina Zilli e per la stessa Noemi.
Un podio tutto femminile, allora? Perchè no. Anche se “tramano nell’ombra” altri pretendenti: l’ex rockettaro convertito alla melodia Francesco Renga, la strana coppia D’Alessio e Bertè (eliminata mercoledì e poi riammessa), l’altro ripescato Pierdavide Carone con il suo illustre mentore Lucio Dalla, persino la garbata Arisa (il cui brano, ascolto dopo ascolto, non è per niente male).
Ammesso ovviamente che questi signori siano passati indenni attraverso le eliminazioni di ieri sera, decise dopo le ospitate di Sabrina Ferilli («il festival va difeso, non attaccato», ha detto, prima del finale con omaggio a Louis Armstrong e la sua “Mi va di cantare”, cantata da Satchmo a Sanremo, stavolta con Papaleo finto trombonista stile New Orleans), del napoletano Alessandro Siani e della “boy band” inglese One Direction.
Da ultimo, l’unica cosa che interessa alla Rai. Buoni gli ascolti della serata dei duetti internazionali: 12 milioni e 770mila (share 45,7) nella prima parte, sei milioni e 533mila (57,1) nella seconda, finita all’una e mezzo. Orari che nemmeno Pippo Baudo...
Ah, stasera è annunciato anche l’arrivo da Roma dei lavoratori dello spettacolo che dal giugno scorso anno occupano il Teatro Valle per protesta contro i tagli alla cultura. Hanno detto che “marceranno sull’Ariston”. Occupy Sanremo? Magari.

SPRINGSTEEN: CANTO LA MIA AMERICA DEVASTATA DALLA CRISI

SPRINGSTEEN: CANTO LA MIA AMERICA DEVASTATA DALLA CRISI
anteprima a parigi del nuovo album




di Carlo Muscatello
INVIATO A PARIGI
«Certo che ricordo Udine, dopo il concerto ci offrirono dell’ottima grappa. Che spero di trovare anche a Trieste...».
Teatro Marigny, su una laterale degli Champs Elysées. Bruce Springsteen, arrivato da poche ore dal suo New Jersey, dove sta provando il tour che l’11 giugno sarà a Trieste, ha appena finito di presentare alla stampa europea il suo nuovo album: “Wrecking ball”, in uscita il 6 marzo. Un lavoro politico e disilluso, che parla - nell’anno delle elezioni - dell’America lacerata dalla crisi economica di questi anni.
Ascolto e intervista collettiva, poi si avvicina anche ai sei giornalisti italiani “ammessi” al blindatissimo evento (con tanto di depistaggio: era stato annunciato in località segreta fuori Parigi...) per stringere mani e scambiare due parole più o meno di circostanza. E basta dirgli che lo aspettiamo a Trieste, chiedergli se ricorda il concerto a Udine del 2009 e magari di quello a Villa Manin del 2006, che il Boss dimostra di avere memoria lunga.
Giacca nera stropicciata, camicia e jeans scuri, orecchino al lobo destro, scarpacce nere giuste per quelli “nati per correre” e aspetto da “working class”, la sessantatreenne rockstar dimostra di essere in forma. Ha voglia di parlare, sorride e scherza su Obama che recentemente ha canticchiato in pubblico “Let’s stay together” con un bel falsetto che imita per l’occasione.
A un primo ascolto il disco è molto buono, almeno quattro brani potrebbero entrare nel repertorio springsteeniano di sempre: dalla “Wrecking ball” del titolo (la “palla da distruzione” che negli Stati Uniti usano per demolire interi edifici, per poi costruirne di nuovi) a una “Shackled and drawn” di seegeriana memoria, dall’acustica - almeno nell’attacco - “You’ve got it” fino a “We are alive”, messaggio di speranza che conclude il lavoro.
Parla di promesse tradite, della distanza sempre più grande tra sogno americano e realtà. Parla di depressione economica, sociale, morale. E la metafora della “palla da distruzione”, con i “tempi duri che arrivano e se ne vanno”, vuole indicare proprio il momento storico attuale, nel quale dopo la crisi, dopo trent’anni di deregulation c’è spazio per qualcosa di nuovo. E l’America è attesa dalla ricostruzione, dalla rinascita.
Il linguaggio è quello abituale del rock, con tentazioni country e folk, ma anche spiritual e blues, persino hip hop. Suoni di frontiera, a tratti grezzi e ruvidi, che pescano fra Irlanda e ghetti neri, cornamuse e marce militari. Ma sentiamo cosa dice il Boss.
IL DISCO. «Ho cominciato a lavorarci nel 2008, in piena crisi finanziaria. Ci ho messo del tempo: scrivere è l’arte di aspettare. Musicalmente, il produttore Ron Aiello mi ha dato molte idee nuove, a livello di suoni. All’inizio abbiamo lavorato in uno studio casalingo, i brani sono nati quasi come ballate folk, poi si sono trasformati. Come “We take care of own”, un’idea del 2009 poi sviluppata».
SOGNO AMERICANO. «Quel brano nasce da una domanda: stiamo dando un’opportunità a tutti? Purtroppo no. Nei miei dischi ho sempre fatto questo lavoro: misurare la distanza tra realtà e sogno americano. Che ultimamente si è allargata. Il ricco resta ricco, il povero povero. E non riusciamo a prenderci cura di noi, dei nostri fratelli».
LA CRISI. «È un momento duro, nel quale gli americani hanno visto crollare le certezze. Un periodo devastante, questo clima si sentiva fra la gente. Ho visto tanti amici perdere il lavoro, la casa. Ma prima di Occupy Wall Street non c’era nessuno che parlasse di uguaglianza economica, non c’era una voce di protesta contro una situazione che colpiva l’idea stessa di America».
POLITICA. «Fino al 2004 non mi sono mai schierato, pur avendo le mie idee. Quando ho visto cosa stava combinando Bush, ho scelto di appoggiare il suo sfidante John Kerry, che purtroppo non ce l’ha fatta. Ma lì ho capito che non potevo più stare con le mani in mano. Comunque ho un pubblico trasversale: tanti fan repubblicani vengono ai miei concerti perchè amano ballare, amano la mia musica».
OBAMA. «L’ho appoggiato e lo appoggio ancora, non è vero che ne sono deluso. Ha fatto cose importanti in una situazione difficile: penso alla riforma sanitaria, al salvataggio della General Motors, all’uccisione di Bin Laden. Magari avrei preferito che facesse qualcosa di più per la “middle class”. Oltre che chiudere Guantanamo. Ma comunque deve continuare il lavoro avviato».
PATRIOTA. «A modo mio sono un patriota, ma di tipo critico, arrabbiato. Le mie canzoni sono spesso intrise di patriottismo, per questo i politici cercano di usarle. Lo faranno anche con “Land of hopes and dreams”, dove i suoni folk e le atmosfere gospel mi servono per contestualizzare una situazione in senso storico, per trasmettere l'idea che si tratta di qualcosa di ciclico, che è già accaduto».
CHIESA. «Ho avuto un’educazione cattolica, sono cose che ti restano tutta la vita. Vicino a casa c’erano un convento e una chiesa. Sono cresciuto vedendo preti, sentendo l’odore dell’incenso. Mi è rimasta dentro una certa spiritualità, e forse anche qualche disagio sessuale (ride, ndr)».
FAMIGLIA. «A casa, mia madre (Adele Zirilli, di origine italiana - ndr) lavorava sempre duramente, è stata un esempio positivo, una figura dominante. Mio padre spesso lottava per un posto di lavoro. Lo vedevo soffrire, ricordo la sua rabbia e le umiliazioni subite. Una situazione che ritrovo ora, molto diffusa: senza lavoro manca anche l’autostima».
CLEMONS. «Perderlo è stato molto duro. Ci conoscevamo sin da ragazzi, abbiamo cominciato e passato quarant’anni assieme, la E Street Band era quasi più lui di me. Pensare di sostituirlo era praticamente impossibile, non basterebbe un villaggio intero. Per questo al suo posto ho chiamato un’intera sezione di fiati, fra cui c’è anche suo nipote Jack, il figlio di suo fratello, che ha 22 anni. Clarence ha fatto comunque in tempo a lasciarci un regalo: il sax di “Land of hopes and dreams” è infatti suo...».
E quando parte sul disco, è un momento molto emozionante.

martedì 14 febbraio 2012

SANREMO prima serata

Eccolo, Sanremo ai tempi della crisi. Le Olimpiadi non ce le possiamo permettere, ma il festivalone - con i deliri strapagati di Celentano - non ce lo tocca nessuno. Magari senza troppi fronzoli, possibilmente rispettando «la politica di contenimento dei costi voluta dall’azienda», comunque vai con il solito rito che niente e nessuno sembra poter e voler interrompere, con la scusa che è da oltre sessant’anni “lo specchio del Paese”.
Una breve “anteprima” dal camerino (anche l’attesa fa spettacolo, Sanremo è come quell’animale di cui non si butta via nulla...). E poi, venti e quarantacinque, tac, pronti e via. Subito dopo il tg, rompendo una consolidata tradizione di brodi allungati nell’attesa.
Si comincia con Luca e Paolo che guardano in lacrime le immagini della loro “Ti sputtanerò” dell’anno scorso, dedicata a Berlusconi e Fini. Ora rileggono “Uomini soli” dei Pooh (vincitrice proprio a Sanremo, nel ’90), dicendo che “ci manca tanto il cavaliere”, che “non si può fare satira davvero senza più la Carfagna al ministero”: insomma, “torni presto quel pelato”.
Venti minuti di puro cazzeggio, culminati con una rilettura di “Va pensiero” e l’imitazione dei lunghi silenzi di Celentano, evocato anche dalla scritta sulla lavagna: “Caro Adriano, avevi torto. La foca ha rovinato il Paese”. E chi vuol intendere, intenda.
Arriva Gianni Morandi, impeccabile nei suoi sessantasette anni tirati a lucido. È al secondo festival, punta al tris. Due parole di circostanza. Un balletto con le musiche di “Odissea nello spazio” giusto per gradire, gli auguri alle ballerine “che andranno alle Olimpiadi di Londra”: il Gianni nazionale dimentica che non si parla di corda in casa dell’impiccato.
Dopo quaranta minuti di tante chiacchiere e tantissimi spot, Dolcenera (che solo secondo Morandi “sta conquistando l’Europa”) è la cantante chiamata a rompere il ghiaccio. La sua “Ci vediamo a casa” prova senza successo a cantare la crisi, brano debolissimo. Meglio Samuele Bersani: “Un pallone” è una metafora vagamente swing di questa nostra Italia scassata e stanca, quasi stremata.
Finalmente il padrone di casa introduce Rocco Papaleo, che forma con Morandi la prima strana coppia (senza uno straccio di valletta...) di questa 62.a edizione. L’attore lucano, che l’anno scorso voleva partecipare come cantante ma non l’hanno voluto, si presenta in loden blu e cartella sotto il braccio: «Voglio lanciare un messaggio di sobrietà, sono un conduttore tecnico in linea col nuovo governo. Fossi venuto l’anno scorso, mi sarei presentato in vestaglia...». Poi propone di correggere il tormentone dell’anno scorso: da «stiamo uniti» a «stiamo tecnici, così si abbassa lo spread...».
Morandi è in vena di esagerare. Presenta la pur brava Noemi, azzardando che «la sua voce è stata paragonata a quella di Janis Joplin e Ella Fitzgerald». Per fortuna che “Sono solo parole” (firmata Fabrizio Moro e prodotta da Corrado Rustici) non è niente male: potrebbe puntare tranquillamente al podio. Sul quale rischia di salire anche Francesco Renga, biancovestito e piacione nel cantare da par suo, la sera di San Valentino, “La tua bellezza”: brano che incarna la classica retorica sanremese, che di solito qui funziona.
Bella e sprecata la voce jazz di Chiara Civello, finora più nota all’estero che in patria: la sua “Al posto del mondo” non le rende giustizia, è davvero pochissima cosa. La figlia di papà Irene Fornaciari continua a brillare di luce riflessa: “Grande mistero” è stata scritta per lei da Davide Van de Sfroos, che certo l’avrebbe cantata meglio.
Ma tutti aspettano Celentano. Alle 22.20, preceduto da immagini di guerra e di morte, facendosi strada fra comparse sdraiate sul palco, l’ex Molleggiato appare e incassa l’ovazione. Attacca il suo predicozzo, mischiando preti e vangelo (beati gli ultimi...), paradiso e “giornali inutili come Avvenire e Famiglia Cristiana” che andrebbero chiusi perchè scrivono di politica e non parlano di dio. Poi sotto con operai e povertà, alta velocità e treni che collegavano nord e sud, popolo sovrano e referendum.
L’apparizione di Elisabetta Canalis (“Come ti chiami?”, “Italia...”) e un paio di canzoni non riescono ad alleggerire la suprema pesantezza del tutto. Lo scambio di battute con Papaleo (“Non vorrei contraddirla, eccellenza...”) offre speranza, quello con Pupo e Morandi dà la botta finale a un’esibizione assolutamente delirante.
I sopravvissuti a Celentano (cachet di ieri sera: 350mila euro di soldi pubblici, e il fatto che li dia in beneficenza non attenua lo scandalo) hanno la possibilità di ascoltare i rimanenti cantanti in gara: Arisa, Eugenio Finardi, Pierdavide Carone, Marlene Kuntz, Nina Zilli, Matia Bazar, Emma, l’altra strana coppia D’Alessio e Bertè. Due dei quattordici sono stati fatti fuori a tarda sera dalle giurie.
Ma è stata una serata nel segno di Celentano. Forse ha ragione Francesco Renga, quando dice: «Cinquanta minuti senza interruzioni? Mi sembra eccessivo uno spettacolo di questa durata all’interno di Sanremo. Noi facciamo la cornice di Celentano. Direi che non contiamo una beata fava».

SANREMO presentazione (mart 14)

«Ho dato la vita e il sangue per il mio paese e mi ritrovo a non tirare a fine mese, ho giurato fede mentre diventavo padre, due guerre senza garanzie di ritornare, solo medaglie per l’onore...». Una canzone quasi di denuncia, questa “Non è l’inferno” scritta da Kekko dei Modà per Emma Marrone, che l’anno scorso avevano diviso il podio dietro Vecchioni e davanti ad Al Bano.
Dicono che la cantante fiorentina di nascita e pugliese d’adozione, uscita dalla fucina di “Amici”, sia la favorita di questa edizione. Ma a un primo, frettoloso ascolto, la canzone sembra più debole di quella dell’anno scorso, pur ricalcandone l’impostazione.
Colpisce maggiormente “Nanì”, che Lucio Dalla ha scritto con un altro “allievo” di Maria De Filippi: Pierdavide Carone, che ha già vinto un Festival come autore (quello di due anni fa, con “Per tutte le volte che” affidata al collega Valerio Scanu) e ora ci prova in prima persona con un supporter d’eccezione. Il brano racconta la storia di un uomo che s’innamora di una giovane prostituta, fra «venti euro di verginità» e «il camionista da accontentare», e la domanda: «dimmi perchè ami sempre gli altri e io amo solo te».
«Pierdavide è un ponte fra la mia generazione di cantautori e il pop odierno», ha detto Dalla, che torna a Sanremo in veste di direttore d’orchestra nonchè “padrino” (in senso buono) del giovane cantautore. Qualcuno si è spinto a trovare un filo rosso fra “4 marzo ’43”, che Dalla cantò al Sanremo del ’71, e questa “Nanì”.
Un brano che sorprenderà è quello proposto dalla stranissima coppia formata da Gigi D’Alessio e Loredana Bertè. La loro “Respirare” è un crescendo di passione e riff di chitarra elettrica, abilmente costruito dal napoletano, sul quale si inserisce con la grinta d’un tempo la cantante calabrese. Che canta: «Bugiardi come la luna noi siamo ancora qua, sono maledetta questo sì lo so, forse per vendetta o forse no, siamo sole e temporale, sarò vento che il tuo fuoco accenderà». Enrico Ruggeri, che quest’anno non partecipa, li dà fra i favoriti e azzarda: «La loro accoppiata trasversale potrebbe essere interessante e di moda, sono come il Pd e il Pdl».
Un altro su cui puntano i bookmaker è Samuele Bersani, lanciato anni fa proprio da Dalla. “Un pallone” vuole essere una metafora e al tempo stesso una riflessione sul nostro Paese, che si arrabatta in un «contesto vigliacco che non si muove più», e dove ci vuole «molto coraggio a rotolare giù a ricercare la felicità in un miraggio che presto svanirà».
Su piano della tradizione festivaliera Francesco Renga (altro favorito della vigilia), che dedica un inno alle bellezza femminile ne “La tua bellezza”, e i redivivi Matia Bazar, che in “Sei tu” ripescano «caldi brividi, fredde lame, oramai sei tu, sei tu, sei tu che mi hai rubato il cuore».
Ma dovrebbero esser meglio Nina Zilli (“Per sempre” la lancerà definitivamente) e Noemi (“Sono solo parole”, scritta da Fabrizio Moro e prodotta da Corrado Rustici), ma anche la voce jazz di Chiara Civello (“Al posto del mondo”), il cantautorato sicuro di Eugenio Finardi (in fase mistica con “E tu lo chiami Dio”), il rock dei Marlene Kuntz (“Canzone per un figlio”).
Completano il cast Arisa, impegnata a scrollarsi di dosso l’immagine retrò con “La notte”; Dolcenera, all’eterna ricerca di un rilancio con “Ci vediamo a casa”; Irene Fornaciari, con un brano (“Grande mistero”) scritto da Davide Van de Sfroos. Non dovremmo aver dimenticato nessuno.

domenica 12 febbraio 2012

WHITNEY HOUSTON +

LOS ANGELES
È morta Whitney Houston. La cantante e attrice aveva 48 anni. Il suo corpo è stato trovato in un hotel di Beverly Hills, a Los Angeles. Ancora da chiarire le cause del decesso.

di Carlo Muscatello
Sanremo dell’87, Whitney Houston canta “All at once”. Canta dal vivo, e la cosa non era - non è - assolutamente scontata, fra gli ospiti internazionali. Interpretazione da antologia, quasi da brividi. Alla fine la sala dell’Ariston è tutta in piedi. Le richieste di bis somigliano a un’onda che investe dolcemente il palcoscenico. E, cosa più unica che rara nella kermesse festivaliera, Pippo Baudo non può far altro che chiedere all’allora ventiquattrenne cantante americana di esaudire le insistenti richieste.
L’Italia probabilmente scoprì Whitney quella sera di venticinque anni fa. Gli Stati Uniti l’avevano consacrata star l’anno precedente, ai Grammy Awards. E il destino vuole che la cantante sia morta in un hotel di Beverly Hills dove si trovava per partecipare, poche ore più tardi, a uno dei party che precedono la serata dei Grammy Awards. A scoprire il decesso la sua guardia del corpo, un “bodyguard” che non ha potuto salvarla come l’aveva salvata Kevin Costner nell’omonimo film.
Secondo un sito americano, sarebbe morta per annegamento, dopo essersi addormentata nella vasca della sua stanza d’albergo. Pare che da tempo assumesse un forte sedativo normalmente usato per combattere l’ansia e la depressione. E la notte prima di morire, secondo diverse testimonianze, avrebbe bevuto moltissimo. Il mix fra alcol e sedativi provoca un forte stato di incoscienza.
Un’altra morte annunciata, è stato detto appena la notizia della morte si è diffusa in tutto il mondo. Certo una morte che non sorprende chi ha seguito le vicende dell’artista, da anni in lotta contro le dipendenze da alcol e droga.
Whitney era nata a Newark, New Jersey, il 9 agosto 1963. La madre Cissy Houston era una grande cantante gospel, il padre dirigeva un coro misto gospel. Era nipote di Dionne Warwick (cui la legava anche una certa somiglianza per bellezza ed eleganza) e parente lontana di Aretha Franklin, che era sua madrina. Comincia a cantare a undici anni, proprio in un coro gospel.
Pochi anni più tardi la scopre Clive Davis, pezzo grosso della discografia black. Primo album nel 1985: s’intitola semplicemente “Whitney Houston”, debutto col botto, vende qualche milionata di copie. Il brano che la fa conoscere al mondo è “I wanna dance with somebody” (stava nel secondo album, “Whitney”, uscito nell’87). Quando nel ’90 arriva il terzo album, “I’m your baby tonight”, la Houston è ormai una star planetaria.
Un altro suo brano molto noto è “I will always love you”, dalla colonna sonora del citato film “The bodyguard”, di cui fu protagonista nel ’92: altri Grammy e altri ventitre milioni di copie vendute. Nel film la cantante interpreta praticamente se stessa.
Figura sofisticata ed elegante, gran voce capace di spaziare fra vari generi musicali: dal gospel al soul, dal blues al funky. Dei suoi sette album ha venduto chi dice 170 chi 190 milioni di copie, numeri che ne hanno fatto la regina del pop soul ma anche l’artista donna di maggior successo di tutti i tempi.
Negli anni Novanta continua a incassare cachet faraonici per i film e royalties miliardarie per i dischi. Ma la fase ascendente è terminata. Nel ’98 arriva “My love is your love”, due anni dopo la cantante viene premiata con un altro Grammy per la miglior interpretazione femminile rhythm’n’blues, con “It’s not right but it’s okay”. Altri dischi, altri tour. Nel 2009 esce il settimo album, “I look to you”, il cui tour mondiale di presentazione fu però un disastro.
Sì, perchè i numeri, i titoli, i premi non dicono tutto. Per buona parte della sua vita Whitney Houston lotta contro il demone delle dipendenze. Il turbolento matrimonio con il cantante rap Bobby Brown, da cui ebbe la figlia Bobby Kristina, nata nel ’93, non aiuta. «Mio marito era la mia droga», disse la cantante nel 2002 davanti alle telecamere, dopo aver reso noto il suo calvario con le droghe e aver confessato di essersi “annullata come persona” durante il matrimonio.
In questi anni i tentativi di risollevarsi si alternano a brusche ricadute, riabilitazioni che sembrano riuscite vanno a sbattere contro pietosi e tutto sommato malinconici tentativi di tornare in scena, dal vivo o in sala d’incisione. I racconti della tossicodipendenza diventano carne da frullare nelle interviste con Ophra Winfrey se va bene o nei reality se va male, le foto di colei che era stata una splendida ragazza, ora ridotta malissimo dal crack, sono gettate in pasto al famelico pubblico delle riviste scandalistiche.
Il nome di Whitney Houston va adesso ad aggiungersi all’elenco troppo lungo dei grandi talenti della musica schiantati sotto il peso del cinico show business, che significa successo, denaro, lusso, ma spesso anche solitudine, infelicità, dipendenze dalle sostanze.
La cerimonia dei Grammy Awards, che si è svolta stanotte a Los Angeles, non avrà mancato di ricordarla come si conviene a una numero uno. Perchè a livello di tecnica vocale, Whitney Houston è stata una caposcuola. È a lei che si sono ispirate le nuove star del pop-soul che da anni dominano le classifiche. A Sanremo, giovedì, nella serata dei duetti, la ricorderà Nina Zilli con Skye dei Morcheeba.

LIBRO CRISTICCHI

C’è la guerra raccontata dai libri di storia. Poi c’è quella vissuta dalla povera gente: lutti, dolori, sofferenze indicibili. Ed è sempre molto più brutta di quella che si lascia raccontare nei manuali.
Simone Cristicchi per due anni ha girato l’Italia in cerca degli ultimi sopravvissuti a quel conflitto folle e brutale in cui il Paese fu trascinato - e poi di fatto abbandonato - dal regime fascista. Ha incontrato anziane donne, anziani uomini che all’epoca erano poco più che ragazzi. Epigoni di una generazione a cui la guerra ha strappato via a volte la vita, di certo la giovinezza. Li ha ascoltati, ha raccolto testimonianze orali che rischiavano di andar perdute.
Ne è uscito questo libro. Leggendo il quale, scrive lo storico Gianni Oliva nella prefazione, «viene istintivo il confronto con le voci raccolte da Nuto Revelli tra i contadini delle vallate cuneesi».
Il cantautore romano aveva già dimostrato la sua sensibilità andando a cantare delicate e struggenti “storie di matti” sul palco di Sanremo (vinse l’edizione 2007 con “Ti regalerò una rosa”), ma anche portando a teatro altre storie di disagio mentale, raccontate nel libro “Centro di igiene mentale”. Un interesse concretizzatosi anche nella sua visita, nell’estate 2007, alle strutture triestine del “dopo manicomio”.
Ora, come un moderno ricercatore di vecchi ricordi di guerra, dipinge e ci consegna un emozionante affresco sull’Italia povera e disperata degli anni Quaranta. Vecchi soldati dell’esercito italiano, donne che hanno perso figli e mariti e fratelli, partigiani scappati sui monti...
E poi l’esodo della gente istriana e dalmata, il tal nonno tornato dalla Russia, i bombardamenti degli alleati, i sabotaggi delle formazioni partigiane, il poverissimo pane nero sulle tavole della poverissima gente che si considerava già fortunata di essere ancora viva.
Tante piccole storie individuali, ognuna con il proprio dramma nascosto nel cassetto dei ricordi più tristi, nessuna delle quali “degna” di finire su un libro di storia. Ma non per questo meno vera, importante, drammatica.

venerdì 10 febbraio 2012

SANREMO, EMMA PRIMA PER BOOKMAKERS

Emma prima, Pierdavide Carone secondo, Samuele Bersani terzo. Mancano ancora tre giorni all’inizio del Festival di Sanremo (da martedì a sabato), ma a sbirciare le quote dei bookmaker il podio della 62.a edizione sarebbe già ben che definito. La cantante fiorentina di nascita e pugliese d’adozione, già seconda lo scorso anno assieme ai Modà, è data a 5 (un euro giocato, cinque vinti) con la sua “Non è l’inferno”. Dietro di lei, dati entrambi a 6, “Nanì” del giovane cantautore lanciato da “Amici” (che su questo progetto sta collaborando con Lucio Dalla, atteso all’Ariston per dirigere l’orchestra ma che forse farà anche una capatina sul palco...) e “Un pallone” di Bersani.
Seguono, sempre per i bookmaker, Nina Zilli (che ieri ha detto: «Se incontrerò Celentano gli bacerò le mani, come si fa con i grandi. Da giovanissima ero innamorata di lui...»), la strana coppia Gigi D’Alessio e Loredana Bertè, Francesco Renga e Noemi. Ancora più giù Eugenio Finardi, Irene Fornaciari e Arisa, mentre le vittorie più improbabili sarebbero quelle di Chiara Civello (data a 23) e dei Marlene Kuntz (a 26).
Intanto proseguono prove e preparativi. Sotto i riflettori sempre Adriano Celentano, cui la Rai ha bloccato uno degli spot promozionali (quello con l’invito provocatorio di anni fa a cambiare canale e sintonizzarsi su Canale 5...). L’altra sera, dopo una lunga sessione di prove, l’ex Molleggiato ha detto: «Se Sanremo è rock o lento? Con Gianni Morandi il Festival sarà hard rock».
Il conduttore, nonchè vecchio amico, lo ripaga così: «Sono cinquant’anni che Celentano fa spettacolo e non ha mai fatto danni, la Rai dovrebbe fidarsi di più». Rivelando che «mi voleva nel suo gruppo quando avevo 17 anni, ma il mio impresario non volle perchè la star sarebbe stata sempre e solo lui. Eppure, fosse stato per me, sarei andato con lui. Ancor oggi mi piacerebbe fare parte di un clan in cui il capo è lui. Lo guardo sempre con occhi di grande rispetto. Lo stimo tantissimo. I miei primi dischi erano molto vicini al suo stile, volevo imitarlo nelle mosse»