«Abbiamo ripreso a suonare perchè suonare è la mia vita, perchè suonare è il mio modo per celebrare la vita». Lo ha detto Jovanotti pochi giorni fa a Padova, in una delle tappe del suo tour che è ripreso dopo l’interruzione seguita alla tragedia del 12 dicembre a Trieste, quando il giovane Francesco Pinna ha perso la vita nel crollo del palco che stava contribuendo a erigere al PalaTrieste, il palco dove l’artista doveva esibirsi quella sera.
Lorenzo Cherubini voleva far ripartire il tour proprio da Trieste, ma non è stato possibile. Arriva domani, quasi in chiusura. Domenica ultimo concerto a Bologna, poi lunedì parte per gli Stati Uniti.
Quello di domani, è ovvio, non sarà un concerto come gli altri. Troppo vicino il ricordo della tragedia, troppa l’emozione anche sul palco. Sicuramente Jovanotti parlerà dell’accaduto, forse farà qualcosa di speciale, di certo troverà le parole adatte.
Come ha fatto in questi concerti di inizio 2012, nei quali ha sempre ricordato la tragedia di Francesco. Si diceva di Padova. Prima di eseguire “Ora”, il brano che dà il titolo all’ultimo album e allo stesso tour, ha detto così: «Il 12 dicembre questo spettacolo si è fermato, si è fermato questo nostro circo. Ci siamo fermati tutti perchè non distante da qui, a Trieste, un incidente, una tragedia ha travolto una parte dei nostri ragazzi. Alcuni sono rimasti feriti, uno di loro che quel giorno stava lavorando per noi non si è più rialzato. Questo ragazzo si chiamava Francesco Pinna e aveva diciannove anni, e quando qualcuno se ne va a questa età non ci sono parole, non ci sono spiegazioni. Io nemmeno sapevo che cosa avrei fatto della mia vita, a diciannove anni. E’ un’età in cui hai tutta la vita davanti...».
Ancora Lorenzo, più volte interrotto dagli applausi del pubblico: «Abbiamo ripreso a suonare perchè suonare è la mia vita, perchè suonare è il mio modo per celebrare la vita, che è la cosa piu importante ma anche piu fragile che c’è. Anche se tanti passi avanti sono stati fatti sui livelli di sicurezza del nostro lavoro, io credo che bisogna lottare ancora perchè non ci siano più incidenti sul lavoro, bisogna lavorare meglio che si può per raggiungere questo obbiettivo».
Un momento di pausa, poi ha ripreso così: «Stasera tra di voi, nascosta, c’è Caterina, la sorella di Francesco, che è venuta da Trieste per vedere il concerto. A lei dedico la prossima canzone, dicendole che quando se ne va qualcuno prima del tempo noi non riusciamo a darci una spiegazione, ma possiamo fare qualcosa: onorare le persone che se ne vanno vivendo ancora di più, credendoci ancora di più. E vivendo non nel passato e neanche proiettandoci nel futuro, ma cercando di vivere ora per ora, giorno per giorno. Grazie Caterina di essere venuta qui, so che non è stato facile per te, ma ti saluto e ti ringrazio a nome di tutta la mia squadra e a nome del pubblico di Padova...».
E parte “Ora”, quella che comincia così: «Dicono che è vero che quando si muore poi non ci si vede più, dicono che è vero che ogni grande amore naufraga la sera davanti alla tv, dicono che è vero che ad ogni speranza corrisponde stessa quantità di delusione, dicono che è vero sì ma anche fosse vero non sarebbe giustificazione, per non farlo più, per non farlo più, ora...».
Con la tappa triestina e quella di domenica a Bologna si conclude “Ora in Tour, Lorenzo Live 2011”, partito nella primavera 2011 e arrivato, attraverso vari stop e varie riprese, fino a questo inizio 2012. L’album “Ora” era stato pubblicato a inizio 2011 ed è tuttora presente - grazie anche alla ripresa del tour - nella classifica dei dischi più venduti. E’ stato anche ripubblicato in una nuova versione “deluxe” con due “bonus track” - “Regalito” con Juanes e “The sound of sunshine” con Michael Franti - e il doppio dvd con i concerti del tour e il film documentario “La quarta dimensione”, che mostra le prove, il pubblico e il retropalco del tour.
Nel concerto di domani sera a Trieste, Jovanotti dovrebbe far convivere i brani dell’ultimo album e i vecchi successi: “Megamix” e “Falla girare”, “La porta è aperta” e “Amami”, “L’elemento umano” e “La notte dei desideri”. E poi ancora - dopo un medley acustico giocato su “Le tasche piene di sassi”, “Come musica”, “A te” - “Tutto l’amore che ho” e “Ora”, “Io danzo” e “Battiti di ali di farfalla”, “L’ombelico del mondo” e “Mi fido di te”. Fino al medley finale con “Bella”, “Ciao mamma”, “Raggio di sole”, “Punto”, “Serenata rap”, “Piove”, “Una storia d’amore”, “Lungomare”...
Per concludere, una curiosità. Jovanotti è un assiduo frequentatore di Twitter, sul quale il suo account “Lorenzojova” è seguito da oltre 700mila “follower” (cioè utenti del popolare social network, che hanno scelto di ricevere i suoi “tweet”, i “cinguettii” di 140 battute...).
E proprio su Twitter l’artista ha lanciato pochi giorni fa la cosiddetta “twit-dance”. Al termine del suo concerto torinese di poche sere fa, Jovanotti si è infatti esibito nel suo camerino assieme ad alcuni musicisti in un ballo, che ha chiamato “twit-dance”. Il cantante ha successivamente “postato” il video su Twitter e questo è diventato subito oggetto di culto e di successivi “re-twittaggi” (cioè re-invii del messaggio ai propri “follower”) da parte di fan e curiosi.
...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
giovedì 1 marzo 2012
martedì 28 febbraio 2012
NUOVO ROCK INGLESE AL TEATRO MIELA, TRIESTE
Avete presente il brano “Waitin’ so long”? Forse il titolo non vi dirà nulla, a meno che non siate dei fan di Nick Pride e dei suoi Pimptones. Ma se lo ascoltate, beh, riconoscerete senz’altro questo mezzo tormentone che stava nella colonna sonora di “Lezioni di cioccolato 2” ed è poi stato letteralmente adottato dalla trasmissione “Popcorner”, di RadioDue.
Ne parliamo perchè l’artista e il gruppo in questione saranno fra i protagonisti della mini-rassegna che il Teatro Miela ha allestito per il mese di marzo, dedicandola alle ultime novità inglesi in fatto di nuovi suoni soul, ma anche groove e “dancefloor jazz” (termine che sta a indicare un contenitore nel quale convivono, senza barriere, vari generi popolari nati dalla musica afroamericana: dal blues al jazz, dal soul al funky, fino alla disco e alla house).
Vediamo allora i nomi. Si comincia domani con Lewis Floyd Henry, si prosegue venerdì 16 marzo con Nick Pride e i suoi Pimptones, conclusione venerdì 23 marzo con Ghostpoet.
Nell’ordine. Lewis Floyd Henry risponde ai canoni del classico “onemanband” inglese. Ha cominciato a far conoscere la sua musica per strada, come tanti, nelle stazioni della metropolitana e nelle vie londinesi. Sul suo carrettino c’era posto per un piccolo amplificatore, la sua chitarra e una spartana batteria. La gente che si fermava ad ascoltarlo lo ha poi ritrovato “on line”, visto che viviamo gli anni di internet e dei social network. “One Man & His 30 Pram” è il suo primo disco, prodotto da Ferg Peterkin (già con Depeche Mode e The Horrors), salutato così dalla critica musicale: un album che lascia il segno, uno dei dischi più veri dell’annata, un musicista di strada azzanna il futuro e incide un (bel) disco, un incrocio fra Hendrix, Robert Johnson e Wu-Tang-Clan...
Secondo nome, già introdotto all’inizio: Nick Pride e i Pimptones arrivano da Newcastle. Si sono fatti conoscere suonando nei migliori club, oltre che della loro città, di Londra, Leeds e Birmingham. In Italia il loro citato singolo “Waitin’ so long” è uscito nel 2010 sull’etichetta milanese “Record Kicks” e, come si diceva, li ha imposti all’attenzione anche del pubblico di casa nostra. Dal vivo propongono dei set assolutamente da non perdere, con sei musicisti sul palco.
Ultimo, ma non ultimo, Ghostpoet. Forse il meno noto fra i protagonisti di questa mini-rassegna. “Peanut Butter Blues & Melancholy Jam” è il titolo del suo album uscito l’anno scorso, che ci ha fatto conoscere questo strano poeta stralunato, dalla voce a tratti ubriaca, che trascina l’ascoltatore in atmosfere notturne e maledette, fra l’elettronica e l’hip hop.
«Siamo sempre attenti a spaziare nei territori musicali e in quelli geografici - dice Fabrizio Comel, curatore della rassegna -. In questo caso sono capitate delle offerte dal panorama inglese e abbiamo scelto delle novità che si sono fatte conoscere grazie ai loro “live-acts” e grazie alle loro primissime uscite discografiche. Cose fresche fresche e grossa curiosità, come tutte le volte che portiamo per la prima volta delle musiche che pensiamo possano avere un “futuro”, piuttosto che un passato, glorioso... Delle volte ci indoviniamo ed è una soddisfazione».
Ne parliamo perchè l’artista e il gruppo in questione saranno fra i protagonisti della mini-rassegna che il Teatro Miela ha allestito per il mese di marzo, dedicandola alle ultime novità inglesi in fatto di nuovi suoni soul, ma anche groove e “dancefloor jazz” (termine che sta a indicare un contenitore nel quale convivono, senza barriere, vari generi popolari nati dalla musica afroamericana: dal blues al jazz, dal soul al funky, fino alla disco e alla house).
Vediamo allora i nomi. Si comincia domani con Lewis Floyd Henry, si prosegue venerdì 16 marzo con Nick Pride e i suoi Pimptones, conclusione venerdì 23 marzo con Ghostpoet.
Nell’ordine. Lewis Floyd Henry risponde ai canoni del classico “onemanband” inglese. Ha cominciato a far conoscere la sua musica per strada, come tanti, nelle stazioni della metropolitana e nelle vie londinesi. Sul suo carrettino c’era posto per un piccolo amplificatore, la sua chitarra e una spartana batteria. La gente che si fermava ad ascoltarlo lo ha poi ritrovato “on line”, visto che viviamo gli anni di internet e dei social network. “One Man & His 30 Pram” è il suo primo disco, prodotto da Ferg Peterkin (già con Depeche Mode e The Horrors), salutato così dalla critica musicale: un album che lascia il segno, uno dei dischi più veri dell’annata, un musicista di strada azzanna il futuro e incide un (bel) disco, un incrocio fra Hendrix, Robert Johnson e Wu-Tang-Clan...
Secondo nome, già introdotto all’inizio: Nick Pride e i Pimptones arrivano da Newcastle. Si sono fatti conoscere suonando nei migliori club, oltre che della loro città, di Londra, Leeds e Birmingham. In Italia il loro citato singolo “Waitin’ so long” è uscito nel 2010 sull’etichetta milanese “Record Kicks” e, come si diceva, li ha imposti all’attenzione anche del pubblico di casa nostra. Dal vivo propongono dei set assolutamente da non perdere, con sei musicisti sul palco.
Ultimo, ma non ultimo, Ghostpoet. Forse il meno noto fra i protagonisti di questa mini-rassegna. “Peanut Butter Blues & Melancholy Jam” è il titolo del suo album uscito l’anno scorso, che ci ha fatto conoscere questo strano poeta stralunato, dalla voce a tratti ubriaca, che trascina l’ascoltatore in atmosfere notturne e maledette, fra l’elettronica e l’hip hop.
«Siamo sempre attenti a spaziare nei territori musicali e in quelli geografici - dice Fabrizio Comel, curatore della rassegna -. In questo caso sono capitate delle offerte dal panorama inglese e abbiamo scelto delle novità che si sono fatte conoscere grazie ai loro “live-acts” e grazie alle loro primissime uscite discografiche. Cose fresche fresche e grossa curiosità, come tutte le volte che portiamo per la prima volta delle musiche che pensiamo possano avere un “futuro”, piuttosto che un passato, glorioso... Delle volte ci indoviniamo ed è una soddisfazione».
mercoledì 22 febbraio 2012
QUANDO IL DISAGIO TI SFIORA, STORIE DALLE MICROAREE DI TS
Storie di povera gente. Storie di malattia e disagio non necessariamente mentale, ma anche “semplicemente” umano, sociale, economico. Storie disperate che a volte trovano piccoli, angusti spazi fra le pieghe della cronaca nera di questo come di mille altri giornali, ma che ora acquistano dignità di racconto e di testimonianza grazie al “Laboratorio di comunicazione” curato dalla psicologa Giovanna Gallio.
Ne sono venuti fuori dieci fascicoli, messi assieme sarebbero un libro, pubblicati a Trieste nell’ambito del “Progetto fare salute” dell'Enaip Fvg e dall'Azienda sanitaria. Un progetto che si propone di raccontare, attraverso la voce e le testimonianze dirette dei protagonisti, «la pratica medica dei Distretti e delle Microaree, nella sfida che da anni, a Trieste, impegna gli operatori a sviluppare una medicina radicata nei luoghi, nelle case, negli habitat sociali».
Che sarebbe poi come dire: intervenire nel più profondo del tessuto sociale di una comunità, integrando l’azione di chi - servizi sociali e sanitari, ma anche scuole, parrocchie, volontariato, società sportive, semplici cittadini - è presente sul territorio. E magari non è abituato a voltarsi dall’altra parte quando vede una persona che soffre, che ha dei problemi. Tante volte affrontabili, gestibili e spesso risolvibili senza il ricovero ospedaliero.
L’idea da cui l’esperienza è partita è dunque quella di aprire un laboratorio «per sperimentare nuovi metodi di racconto della malattia, al fine di informare, descrivere, rappresentare i contenuti e le metodologie dell’intervento territoriale. Ricostruendo la storia di singoli casi, stabilendo confronti tra il linguaggio delle procedure sanitarie e la complessità delle pratiche, vengono evidenziati aspetti specifici che differenziano la “medicina di comunità” da quella ospedaliera».
Ecco allora emergere le tante vicende raccolte da quell’osservatorio assolutamente particolare che è la sala operativa del 118 (“Storie dall’emergenza”). La storia del camerunense gravemente malato di Hiv (“Il paziente Amadou”), arrivato a Trieste in condizioni fisiche assai preoccupanti, e che aveva bisogno di un aiuto non solo sanitario. Il caso di un paziente al quale era stato diagnosticato il diabete in uno stadio particolarmente avanzato, ma che al momento delle dimissioni dall’ospedale non era in grado di badare a se stesso, e alla sua malattia, per problemi di solitudine, depressione, dipendenza da alcol, anoressia (“La malattia del signor Walt”).
«La raccolta di materiali orali, così come l’elaborazione dei testi, serve - scrive la curatrice - a documentare il grado di coinvolgimento dei diversi attori: da un lato la dimensione affettiva del lavoro di cura (l’intensità e la frequenza dei contatti, le relazioni ravvicinate fra operatore e utente); dall’altro i dubbi e le scoperte, le incertezze e i conflitti come punti di forza di un intervento basato sul continuo confronto e sulla negoziazione; dall’altro ancora gli aspetti co-evolutivi di un sistema d’intervento protratto nel tempo, e l’importanza che assume la capacità e il potere degli operatori di esplorare i differenti contesti, tenendo conto di numerose variabili, determinanti di salute».
Ancora Giovanna Gallio: «Soprattutto il racconto mostra gli interni delle case, le strade e i quartieri, gli spaccati di vita delle persone che, ammalandosi di una malattia grave, possono assumere un ruolo attivo o passivo, interpretando in modi diversi il cambiamento loro richiesto, di stili di vita e traiettorie della cura».
Altro fascicolo, altra storia, altro dramma. La vicenda umana assai emblematica di una donna, cui il destino sembra aver voluto riservare, sempre e comunque, la parte peggiore della vita. Ne “I silenzi di Edda” (fascicolo “Storie di donne”), sbattiamo infatti contro la storia di una donna cui in passato erano stati diagnosticati dei disturbi psichiatrici e che era stata seguita per diverso tempo dai Centri di salute mentale triestini. Ma il suo male, forse, era cominciato molti anni prima innanzitutto con le botte subite dal marito, per concludersi molti anni dopo con il tumore all’utero che l’ha portata pian piano a spegnersi.
Fra le violenze casalinghe, subite anche quando la coppia aveva avuto un figlio, e l’insorgere della malattia, la donna aveva trovato però il coraggio «di ribellarsi e andarsene di casa, lasciando anche il figlio, un bambino di otto o nove anni. Non avendo denaro né un luogo dove recarsi, era vissuta a lungo nei pressi della stazione ferroviaria, trovando rifugio di notte sui treni, mentre di giorno per guadagnare un po’ di soldi faceva la donna delle pulizie».
Seguono l’intervento dei servizi assistenziali del Comune e di quelli dell’Azienda sanitaria, un piccolo alloggio (che Edda teneva sempre tirato a lucido, anche quando il male avanzava...) ottenuto dall’Ater nel rione di Ponziana grazie all’intervento della Microarea competente per territorio, il rifiuto del ricovero in ospedale quando il male affronta la curva terminale, l’incontro con il figlio ormai adulto (il padre violento nel frattempo è morto) che ritrova dopo tanti anni la madre e sceglie di assisterla fino all’ultimo...
Una storia commovente, come tante altre raccontate nell’opera, tutte avvenute a Trieste, in questi ultimi anni, mentre ognuno di noi era sicuramente e legittimamente impegnato a fare qualcos’altro. Storie di cui la città - operatori sociali e sanitari ovviamente a parte - non si è praticamente accorta, ma che forse hanno pari o addirittura maggiore dignità di altre assurte agli onori della cronaca.
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I fascicoli curati da Giovanna Gallio nascono dalle attività del progetto “Microaree, salute e sviluppo della comunità”, avviato dal 2005 dal Comune di Trieste, dall’Azienda sanitaria locale e dall’Ater per l’integrazione dei rispettivi interventi e servizi. In quest’ambito tre enti pubblici si propongono di intervenire, come indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità, con azioni coerenti e organiche in cinque settori: sanità, educazione, habitat, lavoro e democrazia locale. «Il fine è la promozione di benessere e coesione sociale - spiega Maria Grazia Cogliati, coordinatrice sociosanitaria di Ass1 -. Le aree triestine interessate dal programma sono Valmaura, Giarizzole, via Grego, San Giovanni, Melara, Gretta/Roiano, Ponziana, San Giacomo/Vaticano e Città Vecchia: interessano circa 15.000 persone».
GIAN ANTONIO STELLA
«Anni fa D’Alema disse che i costi della politica sono un’invenzione di giornalisti sfaccendati. A parte che Sergio Rizzo ed io lavoriamo dieci ore al giorno, comunque la nostra è una battaglia civile. Bisogna riportare la sobrietà nella politica. Il governo Monti ci sta provando».
Parole di Gian Antonio Stella, che ieri in un affollatissimo Circolo della Stampa ha parlato di “Questa politica che non sa (non vuole) tagliare i suoi costi”, nell’ambito del ciclo “Informazione da scoprire - Incontri con i protagonisti della professione”, organizzato da Assostampa Fvg e Circolo della Stampa.
Il giornalista e scrittore, quattro anni dopo “La casta”, è partito dalle decine di imitazioni che sono state fatte di quel libro, poi diventato un marchio di successo: «Con quel titolo hanno fatto persino un pornofilm...».
Ma in questi anni i tagli sono stati fatti “per finta” e non è cambiata nemmeno quell’infame leggina che permette di detrarre molto più per una donazione a un partito che per una donazione a una onlus che, per esempio, cura la leucemia dei bambini.
I veri tagli sono stati fatti al Fondo per le politiche sociali, a quello per gli affitti delle famiglie povere, a quelli per il rischio idrogeologico (meno 84%, e abbiamo visto i risultati), ovviamente all’istruzione (meno 38% nel solo 2011) e alla cultura: meno 50% secco in dieci anni. Nel frattempo i rimborsi elettorali sono aumentati del 1.110%, le spese della Camera del 360%, quelle del Senato 370%.
E poi vai con in canoni d’affitto che la Camera spende per vari palazzi nel centro di Roma: nell’83 l’equivalente di 868mila euro attuali, oggi 35 milioni e mezzo di euro, qualcosa come quarantuno volte in più. Vai con l’impietoso confronto fra spese pubbliche in Italia e all’estero, fra stipendi e vitalizi fra politici italiani e stranieri.
Qualche esempio? Il governatore del Molise guadagna più di quello dello Stato di New York, il consigliere regionale Renzo “Trota” Bossi guadagna quanto tre governatori di stati americani, la Merkel incassa meno dell’assessore alla sanità di Bolzano.
Il magna-magna funziona a destra come a sinistra, a Nord come a Sud, in Sicilia come in Trentino Alto Adige. «Qui in Friuli Venezia Giulia - ha detto Stella - state un po’ meglio, anche se l’indecoroso caso Ballaman ha mostrato anche a voi cos’è diventata la Lega, altro che predicozzi...».
Gran parte dei casi citati sono tratti dal suo nuovo libro “Licenziare i padreterni”, scritto ancora con Sergio Rizzo. «La frase del titolo - ha ricordato - l’abbiamo presa da un articolo che Luigi Einaudi pubblicò nel 1919 sul Corriere della Sera, contro una parte dei governanti di allora. Perchè è chiaro: allora come oggi non sono tutti uguali. Ma la verità è che gli elettori devono essere più esigenti con i loro eletti...».
Spontanea, alla fine, una domanda: ma un cambiamento è possibile? Per rispondere Gian Antonio Stella coniuga speranza e ironia, facendo partire un “file” dal suo computer. Sullo schermo appare la faccia spiritata di Gene Wilder nel film “Frankenstein Junior”. E dall’audio parte l’urlo: «Si-può-fare...!».
Parole di Gian Antonio Stella, che ieri in un affollatissimo Circolo della Stampa ha parlato di “Questa politica che non sa (non vuole) tagliare i suoi costi”, nell’ambito del ciclo “Informazione da scoprire - Incontri con i protagonisti della professione”, organizzato da Assostampa Fvg e Circolo della Stampa.
Il giornalista e scrittore, quattro anni dopo “La casta”, è partito dalle decine di imitazioni che sono state fatte di quel libro, poi diventato un marchio di successo: «Con quel titolo hanno fatto persino un pornofilm...».
Ma in questi anni i tagli sono stati fatti “per finta” e non è cambiata nemmeno quell’infame leggina che permette di detrarre molto più per una donazione a un partito che per una donazione a una onlus che, per esempio, cura la leucemia dei bambini.
I veri tagli sono stati fatti al Fondo per le politiche sociali, a quello per gli affitti delle famiglie povere, a quelli per il rischio idrogeologico (meno 84%, e abbiamo visto i risultati), ovviamente all’istruzione (meno 38% nel solo 2011) e alla cultura: meno 50% secco in dieci anni. Nel frattempo i rimborsi elettorali sono aumentati del 1.110%, le spese della Camera del 360%, quelle del Senato 370%.
E poi vai con in canoni d’affitto che la Camera spende per vari palazzi nel centro di Roma: nell’83 l’equivalente di 868mila euro attuali, oggi 35 milioni e mezzo di euro, qualcosa come quarantuno volte in più. Vai con l’impietoso confronto fra spese pubbliche in Italia e all’estero, fra stipendi e vitalizi fra politici italiani e stranieri.
Qualche esempio? Il governatore del Molise guadagna più di quello dello Stato di New York, il consigliere regionale Renzo “Trota” Bossi guadagna quanto tre governatori di stati americani, la Merkel incassa meno dell’assessore alla sanità di Bolzano.
Il magna-magna funziona a destra come a sinistra, a Nord come a Sud, in Sicilia come in Trentino Alto Adige. «Qui in Friuli Venezia Giulia - ha detto Stella - state un po’ meglio, anche se l’indecoroso caso Ballaman ha mostrato anche a voi cos’è diventata la Lega, altro che predicozzi...».
Gran parte dei casi citati sono tratti dal suo nuovo libro “Licenziare i padreterni”, scritto ancora con Sergio Rizzo. «La frase del titolo - ha ricordato - l’abbiamo presa da un articolo che Luigi Einaudi pubblicò nel 1919 sul Corriere della Sera, contro una parte dei governanti di allora. Perchè è chiaro: allora come oggi non sono tutti uguali. Ma la verità è che gli elettori devono essere più esigenti con i loro eletti...».
Spontanea, alla fine, una domanda: ma un cambiamento è possibile? Per rispondere Gian Antonio Stella coniuga speranza e ironia, facendo partire un “file” dal suo computer. Sullo schermo appare la faccia spiritata di Gene Wilder nel film “Frankenstein Junior”. E dall’audio parte l’urlo: «Si-può-fare...!».
domenica 19 febbraio 2012
SANREMO il giorno dopo
Nell’anno di Celentano, abbiamo dovuto aspettare Geppi Cucciari e l’una di notte dell’ultima serata, al 62.o Festival di Sanremo finalmente andato in archivio, per sentire parole in sintonia con la realtà. Le ha dette la trentottenne comica e conduttrice sarda, che nei suoi pochi e brucianti interventi ha rivitalizzato la finale di uno dei Festival più mosci degli ultimi tempi.
Prima uscita: «Ho capito che su questo palco bisogna stare senza qualcosa, quindi io mi sono tolta le scarpe. Volevo tatuarmi anch’io una farfallina, ma bisogna stare attenti che poi con gli anni non diventi uno pterodattilo». Sistemata Belen, simbolo di un certo modo di intedere la donna in tivù.
Seconda staffilata: «Io non ho niente contro Gianni Morandi, io ho tanti amici Gianni Morandi». Sistemato anche il sessantasettenne ex ragazzo di Monghidoro, scivolato sulla sciocca gag dei “Soliti idioti” (di nome e di fatto). Perchè certe volte è meglio tacere, e invece Morandi ha peggiorato una situazione già penosa e imbarazzante.
Ma il top è arrivato, come si diceva, poco prima di chiudere. Cucciari ha ricordato agli italiani che da quattro mesi c’è una nostra cooperante, Rossella Urru, ostaggio di Al Qaeda, di cui i media italiani non parlano. E sono queste, ha aggiunto, le donne di cui vorremmo sentir parlare di più.
Con garbo e ironia, la signora ci ha ricordato che anche a Sanremo è possibile parlare di cose serie, senza per questo dover salire sul pulpito, fare predicozzi e lanciare insulti.
Parliamo di musica, che in fondo questo dovrebbe essere pur sempre il Festival della canzone italiana. Emma ha vinto con un brano di moderno pop italiano, “Non è l’inferno”, per la verità più debole di quello dell’anno scorso, arrivato secondo perchè sulla sua strada c’era un certo Roberto Vecchioni. Parlare di realtà, di crisi, di gente che non arriva alla fine del mese, sposare l’impegno alla canzonetta non è di per sé garanzia di qualità. Ne è venuto fuori un polpettone retorico, premiato dalle giurie e dal voto popolare soprattutto per la grinta e la potenza interpretativa della cantante pugliese. Cui una bella spinta è stata data, nella sera dei duetti italiani, da un’altra vincitrice di “Amici”: Alessandra Amoroso.
Meglio la canzone e l’interpretazione di Arisa, che si è finalmente scrollata di dosso l’immagine quasi fumettesca del suo esordio, tre anni fa, sul palco dell’Ariston. Quella volta, ad accompagnare il suo trionfo fra i giovani con “Sincerità”, c’era al pianoforte il compianto Lelio Luttazzi. Stavolta, in cabina di regia, c’era Mauro Pagani. E ne “La notte” il tocco dell’ex Pfm si è sentito, in un esempio di canzone d’autore raffinata, ben orchestrata e meglio cantata.
Buono il terzo posto di Noemi con “Sono solo parole”, confermato nel voto finale dopo che la “golden share” della sala stampa le aveva permesso di scalzare dal provvisorio podio la strada coppia D’Alessio e Bertè (a proposito: memorabile la versione dance della loro “Respirare”, venerdì sera, con il cantante napoletano in versione Village People e la sorella di Mia Martini costretta dalle precarie condizioni vocali a un playback che le ha fatto rischiare l’eliminazione...). La cantante romana ha sbagliato solo una cosa: la tinta rosso fuoco dei capelli. Per il resto, perfetta. Brano pop rock, voce roca, interpretazione “bluesy”. Meritava la vittoria, ma si rifarà nelle classifiche e nel gradimento della “ggente”.
Qualche rammarico per il mancato piazzamento di Nina Zilli, interprete e personaggio dalle potenzialità notevoli: la sua “Per sempre” ha il respiro di certe belle canzoni di Mina, ma evidentemente non ha avuto la forza di arrivare al pubblico come avrebbe meritato. E qualcosa non ha funzionato anche nella “Nanì” di Pierdavide Carone, supportato da Lucio Dalla: ballata all’antica, d’accordo, ma comunque di spessore e qualità.
Il resto è notte. E anche i Marlene Kuntz, colonna del rock italiano, sarebbero passati inosservati se non avessero avuto l’enorme merito di portare al Festival, della serata dei duetti internazionali, quella leggenda vivente che risponde al nome di Patti Smith.
Concluso Sanremo, mai come quest’anno le prospettive per il futuro sono assolutamente incerte. Il Festival - proprio come la Rai, servizio pubblico allo sbando - andrebbe rifondato. O se preferite chiuso, per “ricordarlo com’era”.
Invece, con ogni probabilità, dopo l’addio di Gianni Morandi e del direttore artistico Gianmarco Mazzi (e magari del direttore di Raiuno Mauro Mazza), verrà affidato alle cure di Maria De Filippi, nota per trasformare in oro tutto quel che tocca (tranne ovviamente il marito, Maurizio Costanzo, ricco già di suo).
Tre delle ultime quattro edizioni del Festival sono state vinte da ragazzi usciti dal suo talent show “Amici”: Marco Carta nel 2009, Valerio Scanu nel 2010 (fra l’altro con una canzone proprio di Pierdavide Carone, meno fortunato quest’anno), ora Emma Marrone. Con un pedigree del genere, vedrete che i prossimi capi della Rai le chiederanno “di sacrificarsi”.
Da ultimo, la parola alla fresca vincitrice: «Se si viene fuori da “Amici” o da una cantina, se hai un fuoco dentro, se devi sfondare sfondi. I “talent” sono uno scudo per non accettare l’evidenza che, al di fuori delle telecamere, ci sono artisti come tanti altri. Se uno è forte è forte e arriva alla gente. A decidere è la gente, quella che viene ai concerti e che compra la musica. Non nascondiamoci più dietro a questi schemi: ci siamo e non possiamo scomparire».
È una promessa o una minaccia?
Prima uscita: «Ho capito che su questo palco bisogna stare senza qualcosa, quindi io mi sono tolta le scarpe. Volevo tatuarmi anch’io una farfallina, ma bisogna stare attenti che poi con gli anni non diventi uno pterodattilo». Sistemata Belen, simbolo di un certo modo di intedere la donna in tivù.
Seconda staffilata: «Io non ho niente contro Gianni Morandi, io ho tanti amici Gianni Morandi». Sistemato anche il sessantasettenne ex ragazzo di Monghidoro, scivolato sulla sciocca gag dei “Soliti idioti” (di nome e di fatto). Perchè certe volte è meglio tacere, e invece Morandi ha peggiorato una situazione già penosa e imbarazzante.
Ma il top è arrivato, come si diceva, poco prima di chiudere. Cucciari ha ricordato agli italiani che da quattro mesi c’è una nostra cooperante, Rossella Urru, ostaggio di Al Qaeda, di cui i media italiani non parlano. E sono queste, ha aggiunto, le donne di cui vorremmo sentir parlare di più.
Con garbo e ironia, la signora ci ha ricordato che anche a Sanremo è possibile parlare di cose serie, senza per questo dover salire sul pulpito, fare predicozzi e lanciare insulti.
Parliamo di musica, che in fondo questo dovrebbe essere pur sempre il Festival della canzone italiana. Emma ha vinto con un brano di moderno pop italiano, “Non è l’inferno”, per la verità più debole di quello dell’anno scorso, arrivato secondo perchè sulla sua strada c’era un certo Roberto Vecchioni. Parlare di realtà, di crisi, di gente che non arriva alla fine del mese, sposare l’impegno alla canzonetta non è di per sé garanzia di qualità. Ne è venuto fuori un polpettone retorico, premiato dalle giurie e dal voto popolare soprattutto per la grinta e la potenza interpretativa della cantante pugliese. Cui una bella spinta è stata data, nella sera dei duetti italiani, da un’altra vincitrice di “Amici”: Alessandra Amoroso.
Meglio la canzone e l’interpretazione di Arisa, che si è finalmente scrollata di dosso l’immagine quasi fumettesca del suo esordio, tre anni fa, sul palco dell’Ariston. Quella volta, ad accompagnare il suo trionfo fra i giovani con “Sincerità”, c’era al pianoforte il compianto Lelio Luttazzi. Stavolta, in cabina di regia, c’era Mauro Pagani. E ne “La notte” il tocco dell’ex Pfm si è sentito, in un esempio di canzone d’autore raffinata, ben orchestrata e meglio cantata.
Buono il terzo posto di Noemi con “Sono solo parole”, confermato nel voto finale dopo che la “golden share” della sala stampa le aveva permesso di scalzare dal provvisorio podio la strada coppia D’Alessio e Bertè (a proposito: memorabile la versione dance della loro “Respirare”, venerdì sera, con il cantante napoletano in versione Village People e la sorella di Mia Martini costretta dalle precarie condizioni vocali a un playback che le ha fatto rischiare l’eliminazione...). La cantante romana ha sbagliato solo una cosa: la tinta rosso fuoco dei capelli. Per il resto, perfetta. Brano pop rock, voce roca, interpretazione “bluesy”. Meritava la vittoria, ma si rifarà nelle classifiche e nel gradimento della “ggente”.
Qualche rammarico per il mancato piazzamento di Nina Zilli, interprete e personaggio dalle potenzialità notevoli: la sua “Per sempre” ha il respiro di certe belle canzoni di Mina, ma evidentemente non ha avuto la forza di arrivare al pubblico come avrebbe meritato. E qualcosa non ha funzionato anche nella “Nanì” di Pierdavide Carone, supportato da Lucio Dalla: ballata all’antica, d’accordo, ma comunque di spessore e qualità.
Il resto è notte. E anche i Marlene Kuntz, colonna del rock italiano, sarebbero passati inosservati se non avessero avuto l’enorme merito di portare al Festival, della serata dei duetti internazionali, quella leggenda vivente che risponde al nome di Patti Smith.
Concluso Sanremo, mai come quest’anno le prospettive per il futuro sono assolutamente incerte. Il Festival - proprio come la Rai, servizio pubblico allo sbando - andrebbe rifondato. O se preferite chiuso, per “ricordarlo com’era”.
Invece, con ogni probabilità, dopo l’addio di Gianni Morandi e del direttore artistico Gianmarco Mazzi (e magari del direttore di Raiuno Mauro Mazza), verrà affidato alle cure di Maria De Filippi, nota per trasformare in oro tutto quel che tocca (tranne ovviamente il marito, Maurizio Costanzo, ricco già di suo).
Tre delle ultime quattro edizioni del Festival sono state vinte da ragazzi usciti dal suo talent show “Amici”: Marco Carta nel 2009, Valerio Scanu nel 2010 (fra l’altro con una canzone proprio di Pierdavide Carone, meno fortunato quest’anno), ora Emma Marrone. Con un pedigree del genere, vedrete che i prossimi capi della Rai le chiederanno “di sacrificarsi”.
Da ultimo, la parola alla fresca vincitrice: «Se si viene fuori da “Amici” o da una cantina, se hai un fuoco dentro, se devi sfondare sfondi. I “talent” sono uno scudo per non accettare l’evidenza che, al di fuori delle telecamere, ci sono artisti come tanti altri. Se uno è forte è forte e arriva alla gente. A decidere è la gente, quella che viene ai concerti e che compra la musica. Non nascondiamoci più dietro a questi schemi: ci siamo e non possiamo scomparire».
È una promessa o una minaccia?
SANREMO Celentano
Dopo il casino combinato la prima sera, Celentano pensa bene di correggere il tiro. E puntare soprattutto sulla musica, la cosa che sa fare meglio. Appare sul palco dell’Ariston alle 22.40, con mezz’ora di ritardo sull’orario previsto, accettando la richiesta della Rai per consentire ai cantanti in gara di esibirsi nella stessa fascia oraria. Forse un gesto distensivo, dopo “l’avvertimento” del direttore generale Lei.
Attacca con “Thirteen women”, un rock’n’roll nel suo tradizionale inglese mezzo vero e mezzo inventato. Poi, fra gli applausi del pubblico, riparte col sermone, ma meno aggressivo: «La coalizione dei media si è coalizzata in massa contro di me, neanche avessi fatto un colpo di stato. Fra i 4/5 che mi hanno difeso, mi ha colpito la voce di un prete, don Mario. Grazie, tu hai capito ciò che i vescovi hanno fatto finta di non capire. Persino Travaglio, che sembrava aver capito, ha deciso di affondare il coltello nella piaga, non la mia, la vostra, perchè vi impediscono di capire».
Ancora Celentano: «Per non farvi capire, dal contesto del mio discorso estrapolano una frase, ma io sono venuto qui per parlare del significato della vita, della morte, e soprattutto di quel che viene dopo. E dunque della grande fortuna che noi tutti abbiamo avuto nell’essere nati e dunque divertirci a fantasticare su dove e come sarà il paradiso».
Poi avanti, tentando fra l’altro di chiarire quanto detto martedì sull’Avvenire e Famiglia Cristiana. Dal pubblico, in mezzo agli applausi, anche qualche contestazione. C’è chi grida “basta!”, lui ribatte: «Almeno aspettate di sentire quel che dico, magari ci può essere qualcosa di interessante». E avanti a dirci quel che dovrebbero fare i giornali cattolici, cioè «spiegare e far rivivere la figura di Gesù. E adesso potete fischiare». Partono invece gli applausi, ma anche un urlo: “Predicatore...”.
Riecco la musica. Con l’annunciata “Cumbia di chi cambia”, quella che dice: «I funzionari dello stato italiano si fanno prendere spesso la mano, inizian bene e finiscono male, capita spesso che li trovi a rubare».
E ancora: «Non sono mai stato un qualunquista, quelli che dicono che sono tutti uguali, quella non è la mia maniera di pensare, però lo ammetto certe volte l’ho pensato, i funzionari dello stato sembrano spesso personaggi da vetrina, sotto alla luce sono belli ed invitanti, quando li scarti ti accorgi che eran finti».
Due parole con Morandi, che lo ringrazia. Poi i due vecchi amici (si conoscono dal ’62) cantano assieme “Ti penso e cambia il mondo”. Gianni si commuove. Pubblicità. E pericolo scampato.
Attacca con “Thirteen women”, un rock’n’roll nel suo tradizionale inglese mezzo vero e mezzo inventato. Poi, fra gli applausi del pubblico, riparte col sermone, ma meno aggressivo: «La coalizione dei media si è coalizzata in massa contro di me, neanche avessi fatto un colpo di stato. Fra i 4/5 che mi hanno difeso, mi ha colpito la voce di un prete, don Mario. Grazie, tu hai capito ciò che i vescovi hanno fatto finta di non capire. Persino Travaglio, che sembrava aver capito, ha deciso di affondare il coltello nella piaga, non la mia, la vostra, perchè vi impediscono di capire».
Ancora Celentano: «Per non farvi capire, dal contesto del mio discorso estrapolano una frase, ma io sono venuto qui per parlare del significato della vita, della morte, e soprattutto di quel che viene dopo. E dunque della grande fortuna che noi tutti abbiamo avuto nell’essere nati e dunque divertirci a fantasticare su dove e come sarà il paradiso».
Poi avanti, tentando fra l’altro di chiarire quanto detto martedì sull’Avvenire e Famiglia Cristiana. Dal pubblico, in mezzo agli applausi, anche qualche contestazione. C’è chi grida “basta!”, lui ribatte: «Almeno aspettate di sentire quel che dico, magari ci può essere qualcosa di interessante». E avanti a dirci quel che dovrebbero fare i giornali cattolici, cioè «spiegare e far rivivere la figura di Gesù. E adesso potete fischiare». Partono invece gli applausi, ma anche un urlo: “Predicatore...”.
Riecco la musica. Con l’annunciata “Cumbia di chi cambia”, quella che dice: «I funzionari dello stato italiano si fanno prendere spesso la mano, inizian bene e finiscono male, capita spesso che li trovi a rubare».
E ancora: «Non sono mai stato un qualunquista, quelli che dicono che sono tutti uguali, quella non è la mia maniera di pensare, però lo ammetto certe volte l’ho pensato, i funzionari dello stato sembrano spesso personaggi da vetrina, sotto alla luce sono belli ed invitanti, quando li scarti ti accorgi che eran finti».
Due parole con Morandi, che lo ringrazia. Poi i due vecchi amici (si conoscono dal ’62) cantano assieme “Ti penso e cambia il mondo”. Gianni si commuove. Pubblicità. E pericolo scampato.
SANREMO, ha vinto EMMA
Emma con “Non è l’inferno” ha vinto il 62.o Festival di Sanremo. Seconda Arisa con “La notte”, terza Noemi con “Sono solo parole”. Podio dunque tutto al femminile, dopo che la “golden share” della sala stampa ha fatto salire Noemi e scendere al quarto posto la coppia Gigi D’Alessio e Loredana Bertè.
Ma è stato il peggior Festival degli ultimi anni. Non solo per colpa di Celentano. Per tutta una serie di motivi: dalla costruzione dello spettacolo televisivo alla qualità delle canzoni in gara, da una conduzione debole alle numerose cadute di gusto, e senza dimenticare l’handicap rappresentato dalla scelta di ingaggiare un anziano e ottimo cantante (che infatti ieri sera ha puntato sulla musica) e dargli carta bianca.
Sanremo è sempre stato accettato perchè, nella sua lunga storia, ha rispecchiato nel bene e nel male il Paese. Pur mettendo in scena il più delle volte il nulla. Stavolta l’incantesimo sembra essersi rotto. All’Ariston è andata in scena la rappresentazione di una realtà che non esiste più. L’Italia sta cambiando, tenta di voltare pagina, di risollevarsi dopo anni bui, ma di tutte queste cose al Festival (e alla Rai) non se ne sono accorti, sono rimasti un passo indietro.
Hanno allestito il solito vecchio show, che mostrava da anni i suoi limiti ma ora, in una realtà mutante, non regge più. Non sono riusciti ad allestire un cast all’altezza né a mettere insieme canzoni davvero di qualità: lo scorso anno c’era Vecchioni che stava una spanna sopra tutti gli altri, quest’anno Dalla è venuto a fare il comprimario. Fra gli altri sono davvero pochi (le tre donne del podio, ma anche Nina Zilli e Pierdavide Carone con il citato Lucio...) quelli che meritano la sufficienza. Che poi, fuori dal contesto sanremese probabilmente anche le loro canzoni passerebbero inosservate, mentre qui vengono salvate solo nel confronto con le altre.
Anche Morandi stavolta ha toppato. Reduce dalla buona prova dell’anno scorso, quando aveva fatto qualche figura imbarazzante ma alla fine se l’era cavata, forse pensava già di fare il tris. Ma è scivolato su se stesso, sull’essere anche lui, come Celentano, in scena da oltre mezzo secolo, prim’ancora delle pesanti cadute di gusto nelle quali è stato trascinato dalle cosiddette gag dei cosiddetti “Soliti idioti” (ma a chi è venuto in mente di invitarli...?).
Polemiche sono sorte, oltre che per l’imbarazzante scenetta sui gay, anche per il modo in cui la figura femminile continua, nel 2012, a esser messa in scena a Sanremo. Proprio mentre sono soprattutto le ragazze, quelle che si salvano nel cast canoro, sul palco sembra di stare indietro di tanti anni: dalla stangona Ivana Mrazova (ieri sera in nude look, con telecamere puntate sulle tette...) alle ripescate Belen (con farfallina tatuata sull’inguine scoperto) e Canalis (ricordate le sue “traduzioni” dell’anno scorso con De Niro?), alle tristi battutacce da caserma, c’è davvero di che restare allibiti. E non basta chiamare Geppy Cucciari all’ultima sera, quando la frittata è fatta. Come non basta la presenza di Patti Smith e pochi altre star, nella serata dei duetti internazionali, per giustificare tutto questo caravanserraglio.
Meglio del Gianni nazionale esce Rocco Papaleo, attore e regista al debutto davanti a una platea nazionalpopolare. Spesso ha bonariamente sfottuto Morandi, ed è riuscito a sostituire il tormentone dell’anno scorso (“stiamo uniti, siamo una squadra”) con il più attuale “stiamo tecnici”. Con la sua ironia e autoironia, nonostante l’aria da meridionale perennemente arrapato (della serie: dove sono le donne...?), il lucano ha segnato le poche oasi di leggerezza dell’intera maratona.
Già, maratona. Perchè nel mondo che va sempre più veloce di twitter, dei blog, di youtube, della “tv on demand”, insomma delle nuove tecnologie e dei nuovi media applicati allo spettacolo e al tempo libero, risulta demenziale solo pensare di allestire cinque-serate-cinque che cominciano all’ora di cena e vanno avanti, inframmezzate da miliardate di spot, fino all’una di notte passata. Quarto d’ora più, quarto d’ora meno.
Dietro questo disastro, il disastro Rai. Reso nell’occasione più evidente da come è stato gestito tutto l’affare Celentano. La verità è che, mentre il Paese aspetta che la “cura Monti” tenti di curare - e possibilmente salvare - anche un servizio pubblico ormai e purtroppo allo sbando, Sanremo è considerato in Viale Mazzini solo una gallina dalle uova d’oro per audience e incassi pubblicitari. Obbiettivi per raggiungere i quali si è disposti a passare sopra tutto: qualità, educazione, buon gusto, ragionevolezza.
Dalla nuova Rai che potrebbe uscire dall’indicazione dei nuovi vertici sarebbe bello aspettarsi l’anno prossimo un “vero” festival della canzone italiana. Altrimenti, c’è già la soluzione. Se ne parla da anni, si aspetta solo il momento giusto. Si chiama Maria De Filippi. Forte delle vittorie dei suoi pupilli al Festival (Marco Carta 2009, Valerio Scanu 2010, ora Emma), potrebbe trasformare Sanremo nell’ennesimo talent show sul modello del suo “Amici”. Chissà, a questo punto non sarebbe nemmeno la scelta peggiore. Forse.
Ma è stato il peggior Festival degli ultimi anni. Non solo per colpa di Celentano. Per tutta una serie di motivi: dalla costruzione dello spettacolo televisivo alla qualità delle canzoni in gara, da una conduzione debole alle numerose cadute di gusto, e senza dimenticare l’handicap rappresentato dalla scelta di ingaggiare un anziano e ottimo cantante (che infatti ieri sera ha puntato sulla musica) e dargli carta bianca.
Sanremo è sempre stato accettato perchè, nella sua lunga storia, ha rispecchiato nel bene e nel male il Paese. Pur mettendo in scena il più delle volte il nulla. Stavolta l’incantesimo sembra essersi rotto. All’Ariston è andata in scena la rappresentazione di una realtà che non esiste più. L’Italia sta cambiando, tenta di voltare pagina, di risollevarsi dopo anni bui, ma di tutte queste cose al Festival (e alla Rai) non se ne sono accorti, sono rimasti un passo indietro.
Hanno allestito il solito vecchio show, che mostrava da anni i suoi limiti ma ora, in una realtà mutante, non regge più. Non sono riusciti ad allestire un cast all’altezza né a mettere insieme canzoni davvero di qualità: lo scorso anno c’era Vecchioni che stava una spanna sopra tutti gli altri, quest’anno Dalla è venuto a fare il comprimario. Fra gli altri sono davvero pochi (le tre donne del podio, ma anche Nina Zilli e Pierdavide Carone con il citato Lucio...) quelli che meritano la sufficienza. Che poi, fuori dal contesto sanremese probabilmente anche le loro canzoni passerebbero inosservate, mentre qui vengono salvate solo nel confronto con le altre.
Anche Morandi stavolta ha toppato. Reduce dalla buona prova dell’anno scorso, quando aveva fatto qualche figura imbarazzante ma alla fine se l’era cavata, forse pensava già di fare il tris. Ma è scivolato su se stesso, sull’essere anche lui, come Celentano, in scena da oltre mezzo secolo, prim’ancora delle pesanti cadute di gusto nelle quali è stato trascinato dalle cosiddette gag dei cosiddetti “Soliti idioti” (ma a chi è venuto in mente di invitarli...?).
Polemiche sono sorte, oltre che per l’imbarazzante scenetta sui gay, anche per il modo in cui la figura femminile continua, nel 2012, a esser messa in scena a Sanremo. Proprio mentre sono soprattutto le ragazze, quelle che si salvano nel cast canoro, sul palco sembra di stare indietro di tanti anni: dalla stangona Ivana Mrazova (ieri sera in nude look, con telecamere puntate sulle tette...) alle ripescate Belen (con farfallina tatuata sull’inguine scoperto) e Canalis (ricordate le sue “traduzioni” dell’anno scorso con De Niro?), alle tristi battutacce da caserma, c’è davvero di che restare allibiti. E non basta chiamare Geppy Cucciari all’ultima sera, quando la frittata è fatta. Come non basta la presenza di Patti Smith e pochi altre star, nella serata dei duetti internazionali, per giustificare tutto questo caravanserraglio.
Meglio del Gianni nazionale esce Rocco Papaleo, attore e regista al debutto davanti a una platea nazionalpopolare. Spesso ha bonariamente sfottuto Morandi, ed è riuscito a sostituire il tormentone dell’anno scorso (“stiamo uniti, siamo una squadra”) con il più attuale “stiamo tecnici”. Con la sua ironia e autoironia, nonostante l’aria da meridionale perennemente arrapato (della serie: dove sono le donne...?), il lucano ha segnato le poche oasi di leggerezza dell’intera maratona.
Già, maratona. Perchè nel mondo che va sempre più veloce di twitter, dei blog, di youtube, della “tv on demand”, insomma delle nuove tecnologie e dei nuovi media applicati allo spettacolo e al tempo libero, risulta demenziale solo pensare di allestire cinque-serate-cinque che cominciano all’ora di cena e vanno avanti, inframmezzate da miliardate di spot, fino all’una di notte passata. Quarto d’ora più, quarto d’ora meno.
Dietro questo disastro, il disastro Rai. Reso nell’occasione più evidente da come è stato gestito tutto l’affare Celentano. La verità è che, mentre il Paese aspetta che la “cura Monti” tenti di curare - e possibilmente salvare - anche un servizio pubblico ormai e purtroppo allo sbando, Sanremo è considerato in Viale Mazzini solo una gallina dalle uova d’oro per audience e incassi pubblicitari. Obbiettivi per raggiungere i quali si è disposti a passare sopra tutto: qualità, educazione, buon gusto, ragionevolezza.
Dalla nuova Rai che potrebbe uscire dall’indicazione dei nuovi vertici sarebbe bello aspettarsi l’anno prossimo un “vero” festival della canzone italiana. Altrimenti, c’è già la soluzione. Se ne parla da anni, si aspetta solo il momento giusto. Si chiama Maria De Filippi. Forte delle vittorie dei suoi pupilli al Festival (Marco Carta 2009, Valerio Scanu 2010, ora Emma), potrebbe trasformare Sanremo nell’ennesimo talent show sul modello del suo “Amici”. Chissà, a questo punto non sarebbe nemmeno la scelta peggiore. Forse.
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