domenica 4 marzo 2012

JOVANOTTI "REGALA" IL CONCERTO A FRANCESCO

Alle parole sono seguiti i fatti. Jovanotti ha devoluto il proprio compenso per il concerto al PalaTrieste (oltre cinquemila presenze) all’associazione Calicanto, per la quale faceva volontariato Francesco Pinna, il giovane triestino morto il 12 dicembre nel crollo del palco.
Il quarantacinquenne artista romano ha anche nuovamente incontrato la famiglia - papà Claudio, mamma Valentina e la sorella Caterina, che era già andata ad assistere alla tappa padovana del tour -, prima e dopo il concerto, al quale i familiari del giovane scomparso hanno assistito commossi, mescolati fra tanti coetanei del figlio.
Su Twitter, poche ore prima dello show, Jovanotti aveva scritto: «Siamo a Trieste. Stasera si suona. Oggi incontri importanti. Emozioni, pensieri, progetti, futuro, energia, vita. Ci vediamo dopo».
E infatti “Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti” (come si è presentato in chiusura di serata) ha incontrato anche alcuni volontari ragazzi della Calicanto - associazione che si occupa di attività sportive per le persone “diversamente abili” - e della cooperativa sociale On Stage, quella che curava i servizi locali del concerto: trasporti, facchinaggio, supporti tecnici e logistici vari.
C’è un progetto della famiglia - con Calicanto, On Stage e gli altri soggetti coinvolti nella tragedia - di costituire un’associazione nel ricordo di Francesco. Nulla ancora di definito, tutto in fase di progettazione, ma di certo Jovanotti parteciperà all’iniziativa. Assicurando altro aiuti, ma in forma assolutamente privata, per evitare speculazioni.
Alla Calicanto il musicista aveva già inviato un videomessaggio un mese fa, in occasione del decennale celebrato con un convegno al Teatro Basaglia. «Il nostro destino si è incrociato proprio grazie a Francesco - aveva detto in quell’occasione - e per quanto possibile sarò sempre vicino a questa associazione che lui tanto amava, con la mia voce, con l’impegno dei collaboratori, ma anche con la mia famiglia. Spero ci vedremo presto».
E nel concerto dell’altra sera, quando alle ventidue e dieci l’artista ha ricordato Francesco con sincere parole di affetto, chiedendo e ottenendo dal pubblico un minuto di silenzio, un doveroso pensiero è andato anche agli altri lavoratori rimasti feriti nel crollo: «I ragazzi coinvolti nell’incidente si stanno rimettendo, grazie a dio».
L’artista ha poi dormito a Trieste, al Savoia. Non prima di aver “postato” su Twitter il proprio saluto: «Appena finito il concerto Trieste grazie amici miei. Grazie a tutti. Alzo la mia stella al cielo». Riferimento alle stelle gialle distribuite dagli organizzatoti all’ingresso del PalaTrieste, con il suggerimento di alzarle in cielo quando Jovanotti avrebbe cantato “Ora”, dedicandola a Francesco.
Che non si sarebbe trattato di un concerto come tutti gli altri, lo si sapeva. Il commosso ricordo di Francesco, ma anche quello di Lucio Dalla (per cui ha cantato “L’anno che verrà”, nel secondo set acustico), hanno modificato la scaletta, con l’esclusione di alcuni brani proposti nelle altre tappe del tour. Un piccolo fuoriprogramma è stato costituito anche dalla presentazione del tastierista monfalconese della sua band, Christian Rigano, alla cui bambina l’artista ha dedicato “Ciao mamma”.
Jovanotti voleva dare il massimo, lo ha detto subito («Stasera voglio fare il concerto più bello...»), e di certo non si è risparmiato. Al momento del commiato, dopo due ore e mezzo di grande musica, era commosso, ha indugiato, sembrava quasi non voler andar più via.
Concerto dunque diverso rispetto a quello che ha girato l’Italia, fra un’interruzione e l’altra, per quasi un anno, dal debutto del 16 aprile 2011 a Rimini, fino all’ultima data di ieri sera a Bologna. Dove, prima del concerto al palasport di Casalecchio di Reno, ha partecipato ai funerali di Lucio Dalla, confuso fra i cinquantamila di Piazza Maggiore. «Abbiamo perso un genio, uno dei più grandi musicisti del Novecento», ha detto entrando nella basilica di San Petronio.

sabato 3 marzo 2012

JOVANOTTI AL PALATRIESTE, NEL RICORDO DI FRANCESCO PINNA E LUCIO DALLA

di Carlo Muscatello TRIESTE Ventidue e dieci di ieri sera. La prima parte del concerto è volata via a mille, a ritmo sostenutissimo, mitigato appena dal set acustico con tre classici ("Le tasche piene di sassi", "Come musica", "A te") cantati in coro col pubblico. E' ora che Jovanotti, cravatta rossa e scarpe luccicanti, decide di fermare la sua danza, fa accendere le luci, saluta il pubblico e ricorda Francesco Pinna. Difficile guardare quel palco, e non pensare che lì sotto, meno di tre  mesi fa, ha perso la vita il giovane triestino. E amaro destino, in fondo, dover fare comunque uno spettacolo - per forza di cose allegro, gioioso, solare - proprio laddove c’è stato un lutto. Ma Jovanotti è persona sensibile, sa trovare le parole. Ricorda i fatti di quel tragico 12 dicembre, quando Francesco rimase sotto il palco. Chiede un minuto di silenzio, non vola una mosca. «La sua famiglia è qui - dice il ragazzone quarantacinquenne - aiutiamo l'associazione per cui Francesco lavorava, abbiamo ripreso perchè suonare è la mia vita, perchè suonare è il mio modo per celebrare la vita, che è la cosa più importante ma anche piu fragile  che c’è". Parte "Ora". Commozione autentica, sul palco e fra il pubblico. Ma la vita va avanti e deve andare avanti, sembra suggerire il musicista alla sua gente. Che è venuta per onorare la memoria di Francesco ma anche per sentire le sue canzoni. Quelle dell’album che dà il titolo a questo tour, durato fra una cosa e l’altra un anno, e che si conclude  domani a Bologna. Guarda a volte il destino, nella città e nella  giornata dei funerali - oltre che del sessantanovesimo, mancato, compleanno - di Lucio Dalla, ricordato ieri sera con "L'anno che verrà" in versione acustica. Spettacolo dunque più che rodato, già visto in mezza Italia. Apertura con le stelle, il filmato di Piero Angela che invita tutti a un “viaggio stellare”, un presente giocato sul crinale tra tribalità ed  elettronica, tra realtà e immaginazione, tra vero e falso. Fra questi estremi, l’allampanato ex dj (vi ricordate “E’ qui la festa”, “1, 2, 3... casino”, “Mamma guarda come mi diverto”?) si muove come un esperto e spericolato acrobata, intento a unire mondi apparentemente diversi. Palco diviso in due: da una parte i musicisti, che a volte danno  l’impressione di essere al lavoro in studio, più che nel pieno di un concerto; dall’altra lo schermo che rimanda immagini, volti, situazioni da comporre e scomporre e ancora ricomporre, fra giochi di  prestigio e geometrie di luce, simmetrie e asimmetrie, zoomate che vanno a cercare i particolari più segreti delle cose e delle persone, dal pianeta Terra fino alle mani dell’artista. Quasi un film in 3d,  ricco di meraviglie tecnologiche. Per costruire il nuovo progetto - aveva spiegato Lorenzo - «mi ero immaginato come un crooner elettronico, un Dean Martin che canta sulla  luna». Prima parte molto elettronica, c’è molto ritmo nell’universo sonoro di quella banda che suona sul palco. Dove ogni tot minuti, come in una festa tecno, sembra cambiare tutto ma in realtà non cambia nulla: siamo sempre e comunque nella macchina musicale immaginata da Jovanotti per sé e per il suo pubblico. Con quel palco, quel maledetto palco, che rappresenta l’impalcatura non soltanto materiale dello show. Le canzoni dell’ultimo album s’intrecciano con i classici di un repertorio ormai ventennale (gli esordi sciocchini nemmeno fanno testo...), senza aver sentito i quali la gente non andrebbe mai a casa. Tanto ritmo, come si diceva, e tanta elettronica, ma anche dei set acustici che per noi rimangono le cose migliori dello show. Dentro lo scrigno, perle travestite da ballate come “Piove", “Raggio di sole”, “Serenata rap". Non possono mancare “Mi fido di te", “Penso positivo”, “Ragazzo fortunato”, “Baciami ancora”... Trionfo atteso e annunciato.

venerdì 2 marzo 2012

SPRINGSTEEN, MARTEDI' ESCE "WRECKING BALL"

Per i fan del Boss, il conto alla rovescia è quasi ultimato. “Wrecking ball”, il nuovo album di Bruce Springsteen, presentato in anteprima il 16 febbraio a Parigi, esce martedì. Sarà disponibile in versione standard (undici brani) e in una “special edition”, con due “bonus track” in più: “Swallowed up - In the belly of the whale” e “American land”, oltre a un libretto di 24 pagine.
In attesa di vederlo dal vivo in Italia (7 giugno a Milano, 10 a Firenze, 11 allo Stadio Rocco di Trieste), arriva dunque l’attesissimo nuovo lavoro, per il quale il rocker del New Jersey si è avvalso della collaborazione di Patti Scialfa, di alcuni membri della E Street Band, della Seeger Sessions Band, dei batteristi Matt Chamberlain e Steve Jordan e del chitarrista Tom Morello (già Rage Against The Machine e Audioslave). L’album è prodotto da Ron Aniello insieme a Springsteen e al produttore esecutivo Jon Landau, suo manager storico, famoso per aver mollato negli anni Settanta il lavoro di critico musicale, dopo aver scritto la frase: «Ho visto il futuro del rock’n’roll. Il suo nome è Bruce Springsteen».
A Parigi Landau ha detto: «In questo disco Bruce ha voluto assicurarsi che la gente capisse chiaramente il suo punto di vista sulla situazione americana attuale. È molto specifico ed è molto focalizzato sul contesto che conosce bene, non si sarebbe mai espresso in certi termini se avesse conosciuto altre situazioni in modo vago. Le prove dal vivo sono assolutamente fantastiche, la band suona benissimo. Bruce ha scavato il più possibile per arrivare a questa visione della vita moderna. I testi raccontano una storia che non si sente da nessun’altra parte e la musica è la più innovativa che abbia realizzato negli ultimi anni. Le composizioni sono tra le migliori della sua carriera...».

DALLA, l'ultima intervista al "Piccolo"

«La storia è fatta di fluttuazioni. Dopo anni bui, possono e debbono arrivare tempi migliori. Anche se non sai mai quando hai toccato il fondo. Ecco, mi sforzo di pensare, di sperare che l’Italia sia alla vigilia di un nuovo rinascimento, di una vita migliore, nella quale ci si occupi di cose più importanti. Oggi il mondo sembra grigio, ma qualcuno può sempre accendere la luce, prendere coscienza, provocare una reazione. E’ proprio quando ti viene negata la libertà che la cerchi con più forza, con più ostinazione...».
Parole di Lucio Dalla, un anno fa, presentando la tappa triestina del tour “Work in progress”, in coppia con De Gregori, trentadue anni dopo “Banana Republic”. In trentacinque anni di interviste, in lui abbiamo trovato sempre una persona cortese, disponibile, attenta alle cose della vita, alle vicende delle città che ospitavano i suoi concerti.
Persino quella volta, nell’aprile 2004, quando arrivò a Trieste per presentare la sua opera “Tosca: amore disperato”, e si trovò coinvolto nell’incidente che l’aereo proveniente da Roma subì nell’atterraggio a Ronchi dei Legionari: «Stavo sonnecchiando, ho sentito un gran botto, pensavo fosse scoppiata una ruota, poi mi sono reso conto che l'ala destra dell'aereo si era spezzata di netto, finendo contro un camion che si trovava incredibilmente sulla pista...».
Ma torniamo all’ultima intervista, quella di un anno fa. L’Italia del ’79, quella di “Banana Republic”? «Più stimolante - disse Dalla -, più piacevole, più curiosa, forse anche più autentica. Sentivamo il vento delle idee nuove, di una socialità diversa. C’era la voglia di tirar fuori la parte migliore di ognuno di noi. Oggi c’è più tecnologia, ma tutto sembra molto più finto, essendo virtuale. La realtà risulta più annacquata. Anima e cervello vengono alterati, spesso sono peggiori».
Lirica. «E’ sempre stato un mio grande amore. Ormai ho fatto diverse regie. Ora devo tornare in Irlanda per uno Stravinkij e un ”Arlecchino” di Busoni. È che non ho abbastanza tempo... Ma mi aiuta il fatto di avere tre studi di registrazione: a Bologna, alle Tremiti e sulla barca. Sto scrivendo anche tre colonne sonore: per il nuovo film di Pupi Avati, per un ”Pinocchio” di Enzo D’Alò, per un altro film la cui sceneggiatura è stata scritta dal nipote di Bob Kennedy».
Berlusconi. «Lo frequentavo ai tempi di Craxi. Tipo simpatico, generoso, divertente. Lo considero un amico anche se non condivido nulla di lui. Già allora si intuiva che avesse un destino diverso dall’edilizia e dalle televisioni».
Siamo a fine impero? «Boh. Di certo in altri paesi, se uno avesse fatto un quarto di quel che ha fatto lui, sarebbe a casa già da un pezzo. Comunque non mi ha mai sconvolto lui, mi turbano quelli che lo votano. E forse - concluse Dalla - continueranno a votarlo».

LUCIO DALLA, UOMO INNAMORATO DEL FUTURO

di CARLO MUSCATELLO
Lucio Dalla era un uomo innamorato del futuro. Della vita, della musica ma soprattutto del futuro. Lo si capiva parlando con lui, assistendo ai suoi concerti, ascoltando le sue canzoni. Quel verso: «E se è una femmina si chiamerà Futura...». Quei titoli: “L’anno che verrà”, “Il motore del Duemila” (del ’76, nell’album “Automobili” e nello spettacolo “Il futuro delle automobili e altre storie”), per non parlare del primo album “1999” uscito nel ’66. Non si fermava mai, certo non si sedeva sui tantissimi allori, sembrava una freccia pronta per essere scoccata verso territori sempre nuovi.
E non è un caso che l’ultimo ricordo sia di due settimane fa, sul palco del Festival di Sanremo, a far da (umile) spalla al giovane Pierdavide Carone. Con il quale aveva scritto e prodotto “Nanì”, accompagnandolo all’Ariston come direttore d’orchestra e seconda voce.
Dopodomani l’artista avrebbe compiuto sessantanove anni. Già: Bologna, 4 marzo 1943. Una data, un titolo di una delle sue canzoni più famose. Un altro Sanremo, stavolta del ’71, basco in testa e barba nera, ad affrontare le censure dell’epoca. Il verso “per i ladri e le puttane” divenne “per la gente del porto”, il titolo originario “Gesù bambino” fu considerato irrispettoso, cambiare cambiare, altrimenti la Rai non l’avrebbe mandato in onda... Ma la gente era già allora più avanti dei suoi governanti: la canzone, testo della poetessa Paola Pallottino, arrivò terza.
Che vita, che carriera quella del piccolo grande Lucio. Esordi come clarinettista e sassofonista jazz, nella Bologna povera ma pulita del dopoguerra. Incrocia Chet Baker, suona con la Rheno Dixieland Band, di cui fa parte anche il futuro regista Pupi Avati. Approda a Roma, fa parte dei complessi (allora si chiamavano così) Flippers e Idoli, nel ’64 esce il primo 45 giri: “Lei (non è per me)” - scritta da Gino Paoli e portata senza successo al Cantagiro - e “Ma questa sera” (cover di “Hey little girl” di Curtis Mayfield).
L’ambiente della Rca è una fucina di talenti, affidati alla cura di discografici attenti e illuminati. C’è anche un’etichetta per giovani virgulti, per la musica e i personaggi nuovi che cominciano ad affermarsi: è la Arc, per la quale nel ’66 esce anche il suo citato primo album.
Nello stesso anno lo mandano a Sanremo. Canta “Paff bum”, in coppia nientemeno che con gli Yardbirds (Eric Clapton, Jeff Beck, Jimmy Page: roba da non credere...), presentati da Mike Bongiorno come “I gallinacci”, traduzione più o meno letterale del nome. Torna al Festival nel ’67, l’anno del suicidio di Luigi Tenco: lui canta con i Rokes “Bisogna saper perdere”, sembra fatto apposta, ma è solo uno scherzo di un destino tragico.
Ma a Lucio le canzonette vanno decisamente strette. E’ un tipo che non sta mai fermo. Al cinema lo vediamo nei cosiddetti “musicarelli” ma anche in un film dei fratelli Taviani, “I sovversivi”, dove guadagna una candidatura come miglior attore alla Mostra di Venezia. Il secondo album s’intitola “Terra di Gaibola” (un sobborgo di Bologna), il terzo Sanremo è quello di “4 marzo ’43”, il cui successo arriva persino da oltreoceano, in Sudamerica, con la versione di Chico Buarque de Hollanda.
Dalla vuole altro. E di più. Comincia a collaborare con il poeta bolognese Roberto Roversi. Con lui scrive, fra il ’73 e il ’76, tre album: “Il giorno aveva cinque teste”, “Anidride solforosa” e “Automobili” (con il brano “Nuvolari”), da cui poi viene tratto lo spettacolo “Il futuro delle automobili e altre storie”.
Fino a quel momento era stato musicista e interprete. Dopo la collaborazione con Roversi, diventa un cantautore. E riconosce: «Da lui ho imparato tanto, rimane un mio forte punto di riferimento culturale. Mi ha insegnato la disciplina della scrittura. Dopo quella collaborazione mi sentii davvero pronto. Lui mi fece scoprire un mondo diverso da quello che conoscevo».
Gli album “Com’è profondo il mare” (’77) e “Lucio Dalla” (’78) consegnano alla canzone italiana un nuovo, grande protagonista. Collabora con Ron e con gli Stadio. L’accoppiata con Francesco De Gregori (altro artista che lo influenzò nella sua trasformazione), nel tour del ’79 dal titolo “Banana Republic”, fa il resto.
I trent’anni successivi hanno lasciato a referto dischi e tour di successo (uno con l’amico Gianni Morandi), punteggiati da autentici capolavori: “Anna e Marco”, “Balla balla ballerino”, “Cara”, “La sera dei miracoli”, “Washington”, “Ayrton”, mille altri, fino all’inarrivabile “Caruso”.
Ma lui non si accontenta ancora. Fonda una sua etichetta (“Pressing”), fa il talent scout, compone musiche da film, realizza programmi tv, dipinge, fa il gallerista, si cimenta con la lirica e la classica. Fino all’ultima, defilata apparizione a Sanremo.
Cattolico e “comunista” (quando esisteva il Pci), Lucio Dalla non ha mai nascosto la sua omosessualità. La calvizie invece l’ha camuffata sempre e comunque, con berretti, baschi, cappelli e copricapi di tutte le fogge. Negli ultimi anni persino con un autoironico parrucchino dal colore decisamente improbabile per un uomo della sua età.
Amava il mare (casa e barca alle Tremiti) e non aveva paura della morte. Di cui diceva: «La morte non è un problema, è solo l’inizio del secondo tempo». Buona ripresa, allora, piccolo grande Lucio.

giovedì 1 marzo 2012

TEATRO DEGLI ORRORI, PARTE TOUR, TRIESTINO FRANCESCO VALENTE

C’è un triestino che suona in uno dei migliori gruppi rock italiani usciti di recente. Lui si chiama Francesco Valente, ha trent’anni, suona la batteria. Il gruppo è Il Teatro degli Orrori, il cui tour “Il mondo nuovo” (stesso titolo del loro terzo album, uscito un mese fa) debutta stasera alle 21.30 al Deposito Giordani di Pordenone.
Di Valente abbiamo scritto su queste colonne oltre vent’anni fa. Era solo un bambino, ma anche il più giovane allievo di batteria alla Scuola di Musica 55, affidato alle cure di Gabriele Centis, allora batterista e insegnante, oggi anche direttore della Scuola di Musica di via dei Capitelli.
«Avevo cominciato con la batteria a cinque anni - ricorda Francesco -, seguendo le lezioni di Gabriele. Poi, diciamo fra i dieci e i tredici anni, mi sono innamorato degli strumenti a corda, soprattutto violino e chitarra. Ma fu un’infatuazione breve. Dopo i quattordici anni ho cominciato a studiare percussioni al Conservatorio, purtroppo non ultimando il corso di studi. E nel contempo sono arrivati i primi gruppi, i primi concertini nelle scuole, le prime collaborazioni...».
Insomma, il percorso di tanti ragazzi innamorati della musica. L’unica particolrà, nel caso di Valente, è che questo percorso è cominciato decisamente presto. Dopo anni di apprendistato, il destino di enfant prodige comincia a diventare realtà quasi necessariamente fuori da Trieste, nel vicino Veneto.
«Ho conosciuto Pierpaolo Capovilla nel giro dei musicisti veneziani - prosegue Valente -. Assieme abbiamo dato vita prima al gruppo One Dimensional Man. Con noi c’era già il chitarrista Gionata Mirai, già leader dei Super Elastic Bubble Plastic. Suonavamo in una sala prove abbastanza precaria a Marghera. Ma in trio sentivamo che mancava qualcosa. Con l’arrivo del quarto elemento, il bassista Giulio Ragno Favero, che era già con noi nei primi Odm, possiamo dire che è nato Il Teatro degli Orrori».
Nel 2007 esce il primo album, “Dell’impero delle tenebre”, pubblicato dall’etichetta pordenonese La Tempesta Dischi (quella dei Tre Allegri Ragazzi Morti, per cui incide anche Vasco Brondi con le sue Luci della centrale elettrica). Riscontro di pubblico e di critica subito buono, lungo tour di successo, la band diventa una punta di diamante del nuovo rock alternativo di casa nostra. Nel 2009 esce il secondo album, “A sangue freddo”. Un mese fa, il citato terzo capitolo.
«Il nostro - spiega Valente - è uno spettacolo molto teatrale, già nel tributo presente nel nome che ci siamo dati, citazione del “Teatro delle crudeltà” di Artaud. Musica e parole sono sullo stesso piano, e in questo la scelta di scrivere e cantare in italiano (con One Dimensional Man cantavamo in inglese) è stata molto importante».
Per realizzare “Il mondo nuovo” la band ha passato un periodo a Lari, un borgo medievale nelle colline pisane, lontano dal caos metropolitano. L’autore dei brani è Capovilla, sul suo lavoro si innestano poi i contributi degli altri membri della band. Il mastering finale è stato affidato a Matt Colton, nell’Air Studio di Londra.
«E’ una specie di concept album - prosegue “Franz” -, formato da sedici piccole biografie: storie di emigrazione, mischiate alle storie di chi rimane e combatte comunque la sua battaglia per la vita».
Da batterista di un gruppo rock di successo, Francesco Valente fa ormai da anni vita da pendolare: fra Trieste, il Veneto e tutti i luoghi dove lo porta la sua musica. Oltre vent’anni fa, in quel primo articolo dedicato al “batterista bambino” su queste colonne, riportavamo una sua confidenza fatta alla madre, di ritorno da una lezione ovviamente di batteria: «Non so se voglio fare il musicista, da grande. Ogni sera in una città diversa, sempre in tournèe, mai un po’ di tranquillità. Che vita dura mi aspetta, mai una notte con mia moglie...».

JOVANOTTI DOMANI A TRIESTE

«Abbiamo ripreso a suonare perchè suonare è la mia vita, perchè suonare è il mio modo per celebrare la vita». Lo ha detto Jovanotti pochi giorni fa a Padova, in una delle tappe del suo tour che è ripreso dopo l’interruzione seguita alla tragedia del 12 dicembre a Trieste, quando il giovane Francesco Pinna ha perso la vita nel crollo del palco che stava contribuendo a erigere al PalaTrieste, il palco dove l’artista doveva esibirsi quella sera.
Lorenzo Cherubini voleva far ripartire il tour proprio da Trieste, ma non è stato possibile. Arriva domani, quasi in chiusura. Domenica ultimo concerto a Bologna, poi lunedì parte per gli Stati Uniti.
Quello di domani, è ovvio, non sarà un concerto come gli altri. Troppo vicino il ricordo della tragedia, troppa l’emozione anche sul palco. Sicuramente Jovanotti parlerà dell’accaduto, forse farà qualcosa di speciale, di certo troverà le parole adatte.
Come ha fatto in questi concerti di inizio 2012, nei quali ha sempre ricordato la tragedia di Francesco. Si diceva di Padova. Prima di eseguire “Ora”, il brano che dà il titolo all’ultimo album e allo stesso tour, ha detto così: «Il 12 dicembre questo spettacolo si è fermato, si è fermato questo nostro circo. Ci siamo fermati tutti perchè non distante da qui, a Trieste, un incidente, una tragedia ha travolto una parte dei nostri ragazzi. Alcuni sono rimasti feriti, uno di loro che quel giorno stava lavorando per noi non si è più rialzato. Questo ragazzo si chiamava Francesco Pinna e aveva diciannove anni, e quando qualcuno se ne va a questa età non ci sono parole, non ci sono spiegazioni. Io nemmeno sapevo che cosa avrei fatto della mia vita, a diciannove anni. E’ un’età in cui hai tutta la vita davanti...».
Ancora Lorenzo, più volte interrotto dagli applausi del pubblico: «Abbiamo ripreso a suonare perchè suonare è la mia vita, perchè suonare è il mio modo per celebrare la vita, che è la cosa piu importante ma anche piu fragile che c’è. Anche se tanti passi avanti sono stati fatti sui livelli di sicurezza del nostro lavoro, io credo che bisogna lottare ancora perchè non ci siano più incidenti sul lavoro, bisogna lavorare meglio che si può per raggiungere questo obbiettivo».
Un momento di pausa, poi ha ripreso così: «Stasera tra di voi, nascosta, c’è Caterina, la sorella di Francesco, che è venuta da Trieste per vedere il concerto. A lei dedico la prossima canzone, dicendole che quando se ne va qualcuno prima del tempo noi non riusciamo a darci una spiegazione, ma possiamo fare qualcosa: onorare le persone che se ne vanno vivendo ancora di più, credendoci ancora di più. E vivendo non nel passato e neanche proiettandoci nel futuro, ma cercando di vivere ora per ora, giorno per giorno. Grazie Caterina di essere venuta qui, so che non è stato facile per te, ma ti saluto e ti ringrazio a nome di tutta la mia squadra e a nome del pubblico di Padova...».
E parte “Ora”, quella che comincia così: «Dicono che è vero che quando si muore poi non ci si vede più, dicono che è vero che ogni grande amore naufraga la sera davanti alla tv, dicono che è vero che ad ogni speranza corrisponde stessa quantità di delusione, dicono che è vero sì ma anche fosse vero non sarebbe giustificazione, per non farlo più, per non farlo più, ora...».
Con la tappa triestina e quella di domenica a Bologna si conclude “Ora in Tour, Lorenzo Live 2011”, partito nella primavera 2011 e arrivato, attraverso vari stop e varie riprese, fino a questo inizio 2012. L’album “Ora” era stato pubblicato a inizio 2011 ed è tuttora presente - grazie anche alla ripresa del tour - nella classifica dei dischi più venduti. E’ stato anche ripubblicato in una nuova versione “deluxe” con due “bonus track” - “Regalito” con Juanes e “The sound of sunshine” con Michael Franti - e il doppio dvd con i concerti del tour e il film documentario “La quarta dimensione”, che mostra le prove, il pubblico e il retropalco del tour.
Nel concerto di domani sera a Trieste, Jovanotti dovrebbe far convivere i brani dell’ultimo album e i vecchi successi: “Megamix” e “Falla girare”, “La porta è aperta” e “Amami”, “L’elemento umano” e “La notte dei desideri”. E poi ancora - dopo un medley acustico giocato su “Le tasche piene di sassi”, “Come musica”, “A te” - “Tutto l’amore che ho” e “Ora”, “Io danzo” e “Battiti di ali di farfalla”, “L’ombelico del mondo” e “Mi fido di te”. Fino al medley finale con “Bella”, “Ciao mamma”, “Raggio di sole”, “Punto”, “Serenata rap”, “Piove”, “Una storia d’amore”, “Lungomare”...
Per concludere, una curiosità. Jovanotti è un assiduo frequentatore di Twitter, sul quale il suo account “Lorenzojova” è seguito da oltre 700mila “follower” (cioè utenti del popolare social network, che hanno scelto di ricevere i suoi “tweet”, i “cinguettii” di 140 battute...).
E proprio su Twitter l’artista ha lanciato pochi giorni fa la cosiddetta “twit-dance”. Al termine del suo concerto torinese di poche sere fa, Jovanotti si è infatti esibito nel suo camerino assieme ad alcuni musicisti in un ballo, che ha chiamato “twit-dance”. Il cantante ha successivamente “postato” il video su Twitter e questo è diventato subito oggetto di culto e di successivi “re-twittaggi” (cioè re-invii del messaggio ai propri “follower”) da parte di fan e curiosi.