...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
martedì 9 aprile 2013
DJÈ DJÈ domani MERC a casa musica Trieste
«In Costa d’Avorio abbiamo un detto popolare: l’uomo magro è quello che non ha niente in testa, ma proprio perchè non ha niente in testa è un uomo libero, aperto, capace di percepire quanto arriva dall’ambiente esterno. Ho adottato questa formula, dell’uomo magro, appunto, per indicare la mia apertura a tutte le diverse culture che popolano il mondo...».
Parla Jacques Honoré Djé Djé, musicista originario della Costa d’Avorio, che vive da una decina d’anni a Trieste. Dove domani, con inizio alle 20, all’auditorium della Casa della musica (via Capitelli 3), presenta in anteprima nazionale il suo nuovo spettacolo che si intitola, guarda caso, “L’uomo magro”.
«La mia infanzia e la mia giovinezza - spiega l’artista, quarantuno anni, una gran massa di dreadlocks che gli incorniciano il volto - le ho passate fra il mio paese d’origine e la Francia, dove ho cominciato a lavorare nel campo della musica. Ed è proprio in Francia che ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie, triestina, con la quale ho due figli. Con lei sono arrivato in Italia, prima e Milano e subito dopo a Trieste, dove abbiamo scelto di vivere...».
Jaques Honoré Djé Djé definisce il concerto un monologo in musica per piano, chitarra basso e batteria, dove ogni strumento è attore della rappresentazione del momento. La sua voce, dal tono profondo e al tempo stesso vellutato, interpreta canti e poesie di ispirazione sacra, attinti sia dal mondo spirituale africano che da quello occidentale.
Come si diceva, il titolo dello spettacolo si riferisce a un modo di dire della lingua bété del popolo Krou: “O ni bè wli kè”, che nella traduzione letterale significa “colui che non ha niente in testa”. Sottintendendo, quasi metaforicamente, “colui che può percepire perché ha la testa vuota”.
«Lo spettacolo - prosegue il musicista, che si alterna in scena fra chitarra e pianoforte, basso e batteria e molti altri strumenti - mette in evidenza questa metafora, ovvero la bellezza di una mente e di uno spirito incontaminati, come in un bambino, dove possono trovare spazio le più grandi armonie, le più grandi curiosità, le più grandi contraddizioni».
In Francia Jacques ha collaborato con molti artisti, spaziando fra la bossa nova e il blues, fra il jazz e il grande repertorio delle sonorità caraibiche. L’orizzonte della sua ispirazione artistica è vasto e si è formato nel tempo, con gli studi e le ricerche sviluppate nella passione e nella volontà di recuperare e salvare il patrimonio popolare della sua terra d’origine.
«Sono affascinato - dice - delle arti in via di estinzione, dai codici espressivi che caratterizzano le tradizioni trasmesse oralmente nelle varie aree etniche e culturali africane. Tutti linguaggi che affondano le radici in tempi remoti, ma attualmente minacciati dalla dominante evoluzione tecnologica».
In venticinque anni di carriera, Djé Djè ha suonato e insegnato, ha organizzato vari festival musicali in Costa d’Avorio, ha condotto programmi radiofonici, ha partecipato come collaboratore in diversi progetti mirati alla socializzazione, all’integrazione, alla cooperazione, sempre facendo “parlare” le percussioni.
La sua musica “senza frontiere” - si legge in una nota di produzione - fonde tradizione e modernità con marcati accenti jazzistici e sperimentali nell’incontro fra culture diverse e diverse influenze ritmiche ed armoniche.
Con il suo gruppo Nah Jay Jay, ha partecipato nel 2009 anche al festival Trieste Loves Jazz. Alla Casa della musica, dove ha insegnato percussioni, sta lavorando al suo nuovo album. «Quando esce? Non si sa...».
E di Trieste che dice? «Amo molto questa città. La trovo straordinaria e musicalmente molto sensibile e attiva. Anche se l’ambiente non è molto incoraggiante dal punto di vista delle iniziative di proposta al pubblico. Insomma, Trieste dovrebbe darsi una mossa». Ma va...?
sabato 6 aprile 2013
CANCELLATI TRE FESTIVAL ROCK
Tre dei maggiori festival rock italiani cancellati dal calendario dell’estate 2013. Fosse stato solo uno, saremmo in presenza di un mero indizio. Fossero stati due, avremmo avuto più che un sospetto. Ma una triplice botta vuol dire una cosa sola: l’onda lunga della drammatica crisi economica che investe il Paese sommerge anche le rassegne dedicate alla musica più amata dai ragazzi di ieri e di oggi.
Ma andiamo per ordine. L’Heineken Jammin’ Festival, forse la più prestigiosa rassegna italiana, funestata in passato da nubifragi e incidenti, quest’anno non si terrà. «Non c’è cancellazione, semplicemente quest’anno il festival non si terrà per la mancanza di “headliner” (nomi di punta - ndr), in quanto molti hanno scelto di lavorare negli stadi e altri, per varie ragioni, hanno posticipato le loro tournèe», sottolinea Roberto De Luca, manager di LiveNation che negli anni passati ha firmato l’evento, che dal ’98 al 2012 (saltando il 2009) ha portato in Italia alcuni dei più grandi nomi della storia del rock.
Probabilmente non va lontano dal vero chi, fra gli addetti ai lavori, parla anche di motivi di natura economica che avrebbero impedito di presentare un cast all’altezza. E problemi di natura logistica, visto che l’Arena Concerti della Fiera di Rho a Milano, scelta per l’edizione dello scorso anno, non aveva soddisfatto né pubblico né gli stessi organizzatori. Che più volte avevano parlato dell’esigenza di una “location più bucolica”, rispetto alla Fiera di Rho.
A proposito della quale va segnalata la cancellazione - e siamo al secondo stop - anche del festival Rock in IdRho. A sentire la Hub Music Factory che organizza l’evento, la location sarebbe «inadatta e problematica da gestire e allestire: prevedere diversi palchi senza incidere sulla buona riuscita qualitativa e senza incidere sugli ospiti musicali, a quanto pare, risulterebbe un problema insormontabile». Difficile prevedere, dicono gli organizzatori, più palchi in contemporanea senza che gli artisti in concerto perdessero di valore.
Ma c’è anche un altro motivo. «Abbiamo deciso di saltare un anno - dice Alex Fabbro, della Hub Music Factory - principalmente per mancanza di un “headliner” in linea con il festival disponibile durante il nostro periodo. E poi perché stiamo cercando di dare un nuovo format al festival introducendo varie novità e abbiamo bisogno di maggiore tempo per organizzare il tutto».
E siamo alla terza cancellazione, quella del festival Gods of metal, annunciata peraltro già qualche mese fa. «Quest’anno abbiamo fatto la scelta - spiega Andrea Pieroni di LiveNation, che firmava anche questa rassegna - di fermarci un’estate per privilegiare il grande evento che organizziamo l’8 giugno a Milano, il Sonisphere Festival 2013 con gli Iron Maiden, per il quale abbiamo già venduto 40mila biglietti».
Prosegue Pieroni: «È una scelta legata non direttamente alla crisi quanto al sovraffollamento di appuntamenti, fra i quali comunque il pubblico poi deve scegliere. È vero però che il pubblico italiano, a differenza di quello europeo, non sembra pronto culturalmente alla proposta dei festival. Preferisce il singolo concerto del singolo artista, rispetto alla proposta dei “tre giorni” nei quali puoi vedere, a un prezzo fra l’altro vantaggioso, più concerti uno dietro l’altro».
Insomma crisi, strutture, sovraffollamento di date. Riflette Luigi Vignando, per tanti anni all’Azalea Promotion: «Più che di cancellazione penso si possa parlare di sospensione di questi festival che magari torneranno già il prossimo anno. Considerando i numerosi grandi concerti in programma durante l’estate (dai Muse ai Depeche Mode, da Bruce Springsteen a Robbie Williams, da Vasco Rossi a Jovanotti, da Roger Waters a Bon Jovi...), ritengo che la pausa sia dovuta principalmente alla difficoltà nell’assemblare un cast di primordine, che in Italia più che in altri paesi europei è una componente veramente imprescindibile, perché non siamo ancora riusciti a posizionare il prodotto festival dandogli il valore anche culturale che ha nel resto d’Europa».
venerdì 5 aprile 2013
BORIS PAHOR: esco dal pen club sloveno perchè...
«Esco dal Pen Club sloveno per protesta contro la loro decisione di estromettere l’ex premier Janez Janša. Si tratta del riflesso culturale dell’attacco al suo governo. Ma il club, che fa parte del Pen international, è nato per difendere la libertà di espressione, scritta e parlata. La politica non c’entra e non deve c’entrare...».
Lo scrittore triestino di lingua slovena Boris Pahor spiega così, dalla sua casa sopra Barcola, la decisione di dimettersi dal Pen Club della vicina repubblica. Un gesto non isolato, visto che è stato adottato, con le stesse motivazioni, anche dallo scrittore Drago Jancar, dal console generale a Trieste Dimitrij Rupel e da Andrej Capuder, ex ambasciatore a Roma nonchè traduttore in sloveno della “Divina commedia”.
«Janša - prosegue Pahor, che ad agosto compirà cent’anni - ha la sola colpa di essersi opposto alle manifestazioni create ad arte per buttar giù il suo governo. Lui ha risposto in maniera civile ed educata alla violenza, non solo verbale, di una sinistra che si dimostra fascistoide, con questi modi di fare».
Ancora lo scrittore: «Tutta l’operazione di eliminazione del suo governo è stata ben costruita. E una parte della cultura slovena, quella contro Janša, è scesa nella lotta. Quei signori sono tutti membri del Pen, e ora gliel’hanno fatta pagare».
«Ho letto - conclude Boris Pahor - che adesso stanno tentando una mezza marcia indietro, ma è troppo tardi. Mi dispiace, perchè ero iscritto da oltre trent’anni. Da quando sono nato, o almeno da quando a sette anni ho assistito all’incendio fascista del Balkan, ho a che fare con la lotta per la libertà. Non finirò certo adesso...». Jansa divenne membro del Pen Club 25 anni fa perchè noto pubblicista perseguitato dal regime jugoslavo. La direzione del sodalizio l’ha espulso alcuni giorni fa a causa di sue dichiarazioni che sarebbero contrarie alla Carta del Pen.
mercoledì 3 aprile 2013
Esce 16-4 nuova raccolta SPRINGSTEEN
Esce il 16 aprile la nuova raccolta di Bruce Springsteen, che tornerà in Italia a maggio per quattro date: il 23 maggio a Napoli, il 31 a Padova, il 3 giugno a Milano e l’11 luglio a Roma. “Collection: 1973-2012” contiene le versioni rimasterizzate nel 2010 di “Badlands” e “The promised land” e canzoni del calibro di “Atlantic City”, pubblicata nel 1982, “Brilliant disguise”, tratta dal’album del 1987 “Tunnel of love”, “Human touch” e “Streets Of Philadelphia”, che nel 1994 vinse l’Oscar come miglior canzone. E ancora: “The ghost of Tom Joad”, tratta dall’omonimo album del 1995; “Working on a dream”, eseguita da Bruce per la prima volta a Cleveland per la campagna presidenziale di Obama. “We take care of our own” e “Wrecking ball” chiudono il cd, due canzoni tratte dall’ultimo album “Wrecking ball”, l’album pubblicato nel febbraio dell’anno scorso, protagonista del tour dell’estate 2012, che ha fatto tappa anche allo Stadio Rocco di Trieste.
DISCHI: LESLIE CLIO
Per il New York Times ricorda le compiante Amy Winehouse e Nina Simone. Nel vecchio continente c’è già invece chi la paragona ad Adele, l’inglese da record di vendite, capace di piazzare il suo “21” al vertice delle classifiche per due anni di fila.
Se avrà altrettanta gloria ce lo diranno gli anni a venire. Quel che è certo già oggi, nell’aprile del 2013, è che Leslie Clio, tedesca ventiseienne proveniente da Amburgo, con un solo album ha già attirato su di sè l’attenzione di critica e pubblico. Entrambi sempre alla ricerca di novità degne di nota, in questi anni così ricchi di quantità ma non altrettanto di qualità.
L’album in questione, che segna questo importante debutto, s’intitola “Gladys” (Universal). Un sapiente mix di pop e soul, di swing e suoni vintage, che in certi tratti rimanda dritto dritto alle atmosfere dei dischi Motown di quaranta o anche cinquant’anni fa.
Come nel brano “Told you so”, molto trasmesso dalle radio di mezza Europa, al pari dell’altro singolo apripista: “I could’nt care less”, che in terra teutonica sta viaggiando alla grande anche grazie al fatto che è inserito nella colonna sonora del film tedesco “Schlussmacher”.
Ma l’intero album - prodotto dal bassista dei Tomte, nota band indie rock tedesca - ha un livello medio più che dignitoso. Ascoltare per credere due brani come “Let go” e “Sister sun brother moon”.
Di suo, Leslie Clio ci mette una voce che è un piacere ascoltare, e che rimanda alle superstar citate all’inizio. Magari si tratta di paragoni ingombranti oltre che importanti, ma è un dato di fatto che, dopo averla ascoltata nei brani dell’album, non si può rimanere indifferenti.
All’inizio il disco ha cominciato, comprensibilmente, a scalare le classifiche tedesche (va segnalato fra l’altro che la scena musicale nel paese governato dalla Merkel da un po’ di tempo offre proposte di un certo rilievo...) e austriache. Poi si è allargato all’Inghilterra e agli altri paesi europei. Quasi subito la fama della ragazza ha passato l’oceano e ora l’album è stato pubblicato anche nel nostro paese.
A chi l’ha chiamata la “Adele tedesca”, Leslie con eleganza ha ribattuto che «l’essere umano tende a semplificare, riducendo tutto in categorie, perché così è più semplice e non ci si deve impegnare troppo mentalmente». Touchè.
Fra l’altro la talentuosa interprete amburghese (che da alcuni mesi si è trasferita a Berlino, vera capitale anche musicale europea) è all’esordio come solista, ma ha già alle spalle già attività che l’avevano fatta conoscere perlomeno dagli addetti ai lavori. Ha accompagnato dal vivo, come corista, Marlon Roudette (ex Mattafix) e i Keane. E a suggello di questa sua ascesa, ora è in tour con Joss Stone, di cui apre i concerti con un successo di pubblico crescente.
martedì 2 aprile 2013
TIZIAN: la ndrangheta ha ucciso mio padre, non la speranza...
Quando aveva sette anni, nell’89, a Bovalino, in Calabria, la ’ndrangheta gli ha ammazzato il padre. Da giornalista ha scritto di mafie e malavita organizzata anche al Nord, dove la sua famiglia si era trasferita, a Modena, «nel tentativo di rimuovere, di dimenticare il passato, di trovare una normalità». Dopo gli articoli ha ricevuto minacce tali («gli spareremo in bocca...») da dover vivere da un anno e mezzo sotto scorta.
Giovanni Tizian, giornalista trentaduenne dell’Espresso dopo anni di precariato in Emilia Romagna, racconta la sua storia nel libro “La nostra guerra non è mai finita”, edito da Mondadori. È la storia del nostro Paese che non riesce ad affrancarsi dal dominio della criminalità. Non soltanto al Sud.
Tizian, a chi si rivolge il libro?
«Si rivolge al Paese, agli italiani, alle vecchie e alle nuove generazioni. Non a caso la dedica è a mia sorella, adolescente, che davanti a sé ha un futuro incerto, che spetta proprio alle nuove generazioni rendere migliore. Magari senza mafie e corruzione. E a mia nonna, che ha tramandato i suoi ricordi, dolorosi e felici, al nipote perché li potesse un giorno raccontare. Tramandare di generazione in generazione è un valore umano che oggi si è un po’ perso, ma che rimane fondamentale. Da tramandare appunto».
Quando ha capito di essere “in guerra”?
«Come cittadino da quando ho preso coscienza del male procuratomi dalla ‘ndrangheta, da quando ho capito che il dolore provocato dall’uccisione di mio padre non era solo una questione individuale, ma un tassello di una storia più ampia: quella dei dimenticati, delle vittime della ‘ndrangheta, delle mafie. Come cittadino ho sentito la responsabilità di ricordare le loro storie, le nostre storie».
E come giornalista?
«Come giornalista non sono mai stato in guerra, la professione richiede il rispetto di regole precise e non possiamo permetterci di farci trascinare dalle emozioni. Ci tengo a precisarlo, perché sono due percorsi che porto avanti in parallelo. Certo, a volte si incrociano, quando per esempio mi capita di raccontare le storie delle vittime o degli imprenditori che resistono. Ma per il resto cerco sempre di tenere ben distinte il mestiere che faccio e l’impegno civile».
Ci ricorda perchè la sua famiglia ha dovuto lasciare la Calabria?
«Dopo l’incendio che distrusse la fabbrica di mio nonno, il mobilificio di famiglia che dava lavoro a venti persone, in un paese sulla costa jonica, Bovalino, di ottomila abitanti. E soprattutto dopo l’omicidio di mio padre, un caso rimasto irrisolto. Anzi, un omicidio “senza colpevoli”, nelle campagne della Locride, il 23 ottobre 1989. Due fatti che ci hanno allontanato dalla Calabria».
Suo padre che persona era?
«Ho pochi ricordi, quando lo hanno ucciso avevo solo sette anni. Gli investigatori lo definiscono persona integerrima, io lo ricordo pieno di vita, curioso, sempre pronto a farmi provare il brivido della novità. Dalla piccola barca a vela, dove ci stavamo io e lui e nessun’altro, ai giri dell’isolato con la sua moto Guzzi. Era la spalla di mio nonno e il suo avversario di scacchi. Quei pochi ricordi che ho sono di un papà. Niente più. Un papà normale che mi hanno negato per sempre».
Al Nord quando ha incontrato per la prima volta la malavita organizzata?
«Negli anni Duemila, durante l’università, leggevo molto. Poi me ne sono occupato da giornalista i primi anni in cui scrivevo per la Gazzetta di Modena. La mia prima inchiesta fu sugli incendi dolosi in provincia. Raccogliemmo un numero impressionante di fatti. Ma l’aria era cambiata da tempo, molto tempo prima che arrivassimo noi a Modena. Dove la malavita organizzata era presente sin dagli anni Settanta. Oggi è cambiata, è più ordinata e discreta, ma tiene comunque in mano pezzi di economia».
Al giornale dove collaborava ha mai avuto problemi nel pubblicare i suoi articoli?
«No, mai. Anzi, massima disponibilità e continui stimoli a proseguire».
Le prime minacce?
«Nel 2011, telefonate e telefonate in cui progettavano di bloccarmi. Fortunatamente gli investigatori stavano ascoltando».
Da quanto tempo vive sotto scorta? Cosa le pesa di più di questa situazione?
«Da un anno e mezzo. Più passa il tempo e più vorrei tornare libero di uscire solo e indipendente. Non è vero che ci si abitua, almeno per me non è così».
In che cosa è diversa, se è diversa, la malavita al Nord e al Sud?
«È diversa nell’approccio al territorio. Un esempio: al Nord evitano il più possibile di imporsi con la violenza, tentano in tutti i modi di comprare, di corrompere».
Che ricordi ha di Bovalino?
«Bovalino è il mio paese, lì ci sono le mie radici. Un luogo dove ho sofferto ma dove ho imparato a resistere. E come tutti gli amori lacera, le sue contraddizioni non riesco a condannarle, dobbiamo imparare a capirle, a spiegarle, per cambiarle. Ma vale per la Calabria, e vale per l’intero Paese».
Qual è la sua speranza?
«Che la politica e il prossimo governo metta al primo posto la lotta economica e culturale alle mafie e alla corruzione, due facce della stessa medaglia. Che ai giovani venga data l’opportunità di uscire dal ricatto della precarietà, che diventa strumento delle cosche e della mala politica per assoggettarli alle loro promesse».
“La nostra guerra non è mai finita”, pubblicato da Mondadori nella collana “Strade blu”, la stessa di “Gomorra” di Roberto Saviano, è il secondo libro di Giovanni Tizian. Il primo, pubblicato nel 2011 da un piccolo editore, s’intitolava “Gotica. 'Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea”.
«Se ho mai pensato di smettere di scrivere di 'ndrangheta? No - conclude il giornalista -, mi hanno già tolto la vita una volta, non permetterò a nessuno di togliermela un’altra volta...».
Vive a trieste la figlia di FRANCO CALIFANO, oggi i funerali
Vive da tanti anni a Trieste l’unica figlia di Franco Califano, il cantante romano morto la vigilia di Pasqua. Silvia Califano, madre di una ragazza che oggi ha quattordici anni, è una ballerina classica che, dopo le stagioni dell’operetta al Teatro Verdi, ora è fra i titolari di una scuola di danza triestina.
«Non è stato un padre molto presente - dice la donna, classe 1959 -, non ne era capace. Mi dispiace non aver vissuto delle cose. Io ora sono mamma e penso che ha perso un po’ più lui. Però è andata così, gli volevo molto bene».
Ancora Silvia: «Non mi sono resa conto di quanta gente amasse mio papà, forse più di me, ci siamo voluti bene però ci siamo persi un pezzo di vita insieme. Io sono figlia, ma anche madre di Francesca e penso che mio padre non era tagliato per fare il padre».
La donna racconta «di non aver mai vissuto» con il padre Franco. «Ci siamo frequentati per un periodo - aggiunge - ma il fatto di non vivere a Roma bensì a Trieste non ci ha aiutato. Ho perso un po’ di lui, papà era quello che era, era un artista, un grande poeta, ma non era proprio capace di fare il padre. Non ha mai conosciuto mia figlia, ho tentato di portarla a conoscere il nonno un periodo, ma lei si vergognava. Di sicuro ha perso più lui di me».
Silvia Califano si è raccontata a Tgcom24 dopo la morte del padre: «Ero molto scettica a parlare, sono molto riservata, forse qualcuno pensava perfino che mio padre non avesse figli. Era una persona molto generosa e disponibile, un burberone, ma era un grande artista e una bella persona. Confermo che sulla sua lapide si scriverà “Non si esclude il ritorno”. Voglio invitare tutti a fare attenzione a quel che si dice in giro sul suo conto, perchè non sempre quello che si dice è vero. Voglio che mio padre venga ricordato». E affida a Facebook il suo ultimo «Ciao papà...».
La figlia del cantante romano, anche lei nata nella capitale, dove fu cresciuta dalla madre, arrivò a Trieste a metà degli anni Ottanta. Giovane ballerina, voleva partecipare alle selezioni di Gino Landi per la compagnia delle operette. Venne ingaggiata, poi decise di rimanere qui.
«Era il momento d’oro del festival dell’operetta - ricorda un vecchio amico della donna -, ai tempi di Sandro Massimini e altre star. Silvia ha vissuto tutto quel periodo, selezione dopo selezione, graduatoria dopo graduatoria. D’estate le operette, d’inverno la stagione dei balletti». Nel ’90, assieme ad alcuni colleghi, fonda la scuola di danza Arteffetto, dove tuttora lavora.
Silvia Califano oggi è a Roma, dove alla Chiesa degli Artisti si svolgeranno i funerali del padre. Ieri, alla camera ardente in Campidoglio, lunga fila di amici, colleghi, gente comune. Tra i primi ad arrivare Fiorello, che con una sua azzeccata imitazione, qualche anno fa, aveva regalato al Califfo una nuova stagione di popolarità e successo. «Insieme - ricorda commosso lo showman - abbiamo ritrovato la grinta. Quando io ho iniziato ad imitarlo eravamo entrambi in crisi e poi abbiamo superato questo momento».
La sepoltura avverrà ad Ardea, vicino Roma. Sulla lapide, seguendo le volontà del cantante, ci sarà scritto “Non escludo il ritorno”, titolo della canzone scritta con Federico Zampaglione, che cantò a Sanremo nel 2005.
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