...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
martedì 21 gennaio 2014
Sabato PREMIO NONINO a psichiatra PEPPE DELL'ACQUA
Ci saranno idealmente anche Franco Basaglia e i matti di San Giovanni, sabato a Percoto, a ricevere con lo psichiatra Peppe Dell’Acqua il Premio Nonino. Con lui, con loro, sul palco delle distillerie, fra gli alambicchi fumanti nella fredda campagna friulana, pure tanti medici, infermieri, volontari, amici che in oltre quarant’anni sono stati protagonisti della più grande rivoluzione civile - l’unica? - che sia stata portata a compimento nella città di Trieste. La battaglia per la dignità delle persone, per il rispetto di tutte le persone, anche quelle colpite dalla malattia mentale.
«Qualcuno - dice Dell’Acqua, classe ’47, salernitano nato a Solofra, provincia di Avellino, nella casa della nonna materna, dal ’71 triestino d’adozione - sostiene che quel che abbiamo fatto, quel che è avvenuto qui, forse non sarebbe stato possibile in un’altra città. Si pensa sempre a Trieste come a una città tollerante. Devo dire che nei nostri confronti non lo fu, fu intollerante ma con intelligenza. E questo rappresentò per noi uno stimolo».
Ricorda la prima volta che vide Basaglia?
«Come potrei scordare. Fu nell’aprile del ’71, a Parma, nel manicomio di Colorno. Ero uno studente di medicina che stava per laurearsi. Giocavo a rugby nel Cus Napoli. Approfittai di una trasferta per andare a trovarlo, a conoscere questo strano medico di cui avevo sentito parlare».
Cosa sapeva di lui?
«In facoltà, negli ambienti del Movimento studentesco napoletano si alzavano molte critiche alla medicina ufficiale. Io frequentavo l’Istituto di malattie nervose e mentale, di manicomi e psichiatria sapevo poco o nulla. Ma di Basaglia si sentiva parlare. Tanto che il direttore dell’istituto amava ripetere: nella mia clinica non si deve basagliare...».
I divieti creano curiosità.
«Già. Un compagno di studi napoletano un giorno disse che conosceva uno che lavorava con Basaglia. Fu sufficiente per organizzare quella visita, in occasione di una partita di rugby con il Cus Parma. Una visita che mi ha cambiato la vita».
Che accadde?
«Entrai a Colorno, era la mia prima volta in un manicomio. Ricordo l’odore di piscio, sudore, roba fermentata. Ero impaurito. Mi fecero entrare nella stanza di Basaglia durante una riunione. Ricordo che si alzò, mi venne incontro e volle che anch’io gli dessi del tu, cosa inimmaginabile all’epoca. Gli dissi che mi sarei laureato a giugno. E lui, per tutta risposta: beh, allora vieni con noi, andiamo a Trieste...».
Città che lei conosceva?
«Ci avevo passato qualche giorno nell’estate ’65, quella della maturità. Il classico viaggio dopo gli esami. Tre amici in autostop, da Salerno sù, verso Nord, lungo il versante adriatico. Venezia, Trieste, Vienna, la Germania. Devo dire che quella sera, entrando dalla strada costiera e fermandomi a dormire all’ostello di Miramare, avevo avuto una strana sensazione: quasi come un sentirsi a casa, forse perchè tutte le città di mare un po’ si somigliano, forse perchè il sole tramontava sul mare, come a Salerno».
Torniamo a Basaglia.
«Nel ’68 aveva pubblicato “L’istituzione negata”, sull’esperienza al manicomio di Gorizia. Al di là del Premio Viareggio e delle traduzioni in varie lingue, il libro aveva avuto un impatto molto forte. Dopo un anno sabbatico negli Stati Uniti, dove si cominciava a parlare di deistituzionalizzazione, e i due anni a Colorno, nell’agosto ’71 arriva a Trieste. Con lui un primo nucleo di giovani medici, fra cui Franco Rotelli».
Lei quando arriva?
«Nella notte fra il 3 e il 4 novembre di quello stesso ’71, a bordo di una vecchia 500. Primi mesi in una pensioncina a Barcola, che fra l’altro anni dopo divenne in qualche modo famosa per un caso di eutanasia. Ma vivevo praticamente a San Giovanni, che era ancora un manicomio, con 1182 ricoverati, con tutti i suoi orrori e le sue brutture».
Come cominciò il vostro lavoro?
«Basaglia istituì subito laboratori di pittura e di teatro dentro il manicomio. Nacquero le case per i matti. E una cooperativa di lavoro per loro, che così cominciarono a svolgere lavori riconosciuti e retribuiti. Fu la prima cooperativa sociale, con vent’anni di anticipo su tutte le altre, e nacque con uno sciopero. Ci fermammo tutti: medici, infermieri, volontari, matti... Ospedale bloccato perchè venisse riconosciuto il diritto al lavoro a tutti, anche ai matti».
Formidabili quegli anni?
«Quei primi anni, diciamo i primi dieci anni, hanno letteralmente sconvolto la mia vita. Anni di fermenti, di contraddizioni, di incertezze, ma anche di rotture e conflitti. Accadevano cose che nella quotidianità a noi sembravano normali, ma erano delle piccole grandi rivoluzioni assolute».
Avevate dubbi?
«Basaglia diceva che dovevamo seminare, scommetteva che quei semi sarebbero germogliati. A volte doveva “combattere” anche con noi. Non sempre eravamo d’accordo sul che fare. Quando nel ’78 decidemmo di occupare la Casa del marinaio lui si dissociò pubblicamente. Diceva che bisognava lavorare nella legalità, nelle istituzioni».
Trieste, intanto?
«Per la città fu un trauma forte. Prima il rione di San Giovanni e poi la città si trovarono ad affrontare qualcosa che non poteva essere accettato. Il manicomio era baluardo di certezze, si stavano abbattendo le sue mura, ciò era innaturale. La città era sgomenta, era la prima a essere esposta a un fatto di questo genere».
Diceva che fu intollerante.
«Ma non poteva che essere così. E fu davvero un’intolleranza intelligente, che per noi costituì uno stimolo. E iniziative come la festa delle castagne, Marco Cavallo, i concerti di Ornette Coleman, Area e poi tutti gli altri, che attirarono migliaia di giovani, erano tutti fatti, azioni che cercavano il dialogo. Offrivamo parole per cercare di dare ragione a ciò che stava accadendo».
La politica?
«Si spaccò in maniera trasversale. In ogni partito c’era chi guardava a noi con interesse e chi ci attaccava. La Dc con Zanetti ci sosteneva, seppur con fatica. Basta rileggere i verbali dei consigli provinciali. Ma c’era anche un’altra Dc, penso a Vita nuova, che ci sparava autentiche cannonate. Anche il Pci era diviso, e persino a destra trovavi chi ci riservava attenzione e chi ci aggrediva, non soltanto a parole».
Il 29 agosto dell’80 muore Basaglia. E voi restate orfani.
«Io per la verità ero rimasto orfano per davvero, proprio il mese prima. Avevo perso mio padre, l’uomo che senza dirmi nulla mi aveva insegnato l’importanza e la mistica del lavoro. Faceva il ferroviere, con mia madre casalinga ha cresciuto cinque figli, io sono il quinto, tutti laureati. Una cosa che nell’Italia di oggi non sarebbe più possibile. Ricordo la sua delicatezza, la comprensibile preoccupazione quando gli dissi che volevo iscrivermi a medicina. Ma anche il suo appoggio, sempre».
Basaglia?
«Dopo la promulgazione nel ’78 della legge 180, nel ’79 era stato chiamato a Roma, a coordinare i servizi psichiatrici della Regione Lazio. All’inizio dell’80, a Berlino, sviene dopo una conferenza. Da qual momento la malattia avanza con velocità. Fino all’epilogo».
Poi?
«Già prima di partire per Roma, Basaglia aveva identificato in Franco Rotelli la persona che avrebbe portato avanti il suo lavoro. Avevano discusso molto assieme, si erano anche scontrati, perchè - come diceva sempre lui - non c’è cambiamento senza conflitto. Rotelli seppe prendersi sulle spalle questa grande responsabilità: gestire la spinta innovativa degli anni Settanta, coniugarla con un quadro normativo mutato, rapportarla al mondo delle istituzioni, tradurre in concretezza i sogni visionari. Quando nel ’96 ho preso il suo posto a capo del Dipartimento di salute mentale ho trovato un grande lavoro che era stato svolto».
Oggi?
«Dobbiamo continuare questo percorso. E Trieste, lo dirò sabato a Percoto, deve ritrovare l’orgoglio di questa storia. C’è un patrimonio di conoscenza che non deve essere disperso. In quarant’anni sono venute decine di migliaia di persone, da tutto il mondo, a studiare qui l’esperienza triestina e italiana. La città, le sue istituzioni e suoi cittadini, devono salvaguardare questa storia. Qui abbiamo scoperto e affermato che gli uomini restano tali anche quando sono malati. Non mi sembra una cosa da poco. Mi viene da azzardare - conclude Dell’Acqua - che forse è una scoperta più importante del bosone...».
sabato 18 gennaio 2014
STEF BURNS il 6-2 a Trieste
Parte da Trieste il nuovo tour di Stef Burns, chitarrista di Vasco Rossi ormai lanciato in una carriera solista. Giovedì 6 febbraio alle 21, ai Macaki (viale XX Settembre), l’artista proporrà dal vivo i brani del nuovo album “Roots & wings”, che esce martedì e fra l’altro è stato registrato in parte proprio negli studi della Casa della Musica di Trieste. Con lui, sul palco, la Stef Burns League, e cioè il tastierista triestino Fabio Valdemarin, il batterista Juan van Emmerloot e il bassista Roberto Tiranti.
Californiano di Oakland, classe 1959, Burns ha lavorato nel corso degli anni - olche che con Vasco - con Prince, Alice Cooper, Sheila E, Narada Michael Walden, Huey Lewis & the News e tanti altri artisti. Prima del recente nuovo disco, ha pubblicato due album da solista: “Swamp tea, Bayshore road” e “World universe infinity”. Il nuovo album è stato anticipato dal singolo “What doesn’t kill Us”, cui ha partecipato anche la moglie del chitarrista, l’ex “velina” Maddalena Corvaglia. Il triestino Valdemarin è con lui dal ’99, e negli anni ha collaborato anche con Neffa, Ornella Vanoni, Fiorella Mannoia e Angelo Branduardi.
Il concerto del 6 febbraio è organizzato da Trieste is rock (prevendite da lunedì, info www.triesteisrock.it), che propone anche gli americani Tim Reynolds (7 marzo, Teatro Miela) e House Of Lords (5 aprile, Macaki).
Insomma, quest’inizio d’anno è ricco di appuntamenti, a Trieste. Perchè ci sono anche lunedì 20 gennaio la Glenn Miller Orchestra (al Rossetti), il 3 febbraio i Perpetuum Jazzile (ancora al Rossetti), l’11 febbraio Antonello Venditti (sempre al Rossetti), il 12 febbraio Max Pezzali al PalaTrieste e Bombino al Teatro Miela, il 29 marzo Elisa al PalaTrieste, Tommy Emmanuel il 2 maggio al Rossetti.
venerdì 17 gennaio 2014
ARCTIC MONKEYS e/o KASABIAN a luglio a trieste
Arctic Monkeys e Kasabian. Potrebbe giocarsi fra questi due nomi il concerto di “rock giovane” preannunciato per luglio, a Trieste, in piazza Unità. Di conferme nemmeno a parlarne, per ora, anche perchè le trattative sono in corso. Ma i nomi continuano a girare. E dunque aumentano le possibilità che uno o entrambi i gruppi possano andare ad arricchire un programma estivo che ha già la punta di diamante nel concerto dei Pearl Jam il 22 giugno allo Stadio Rocco.
Proprio in occasione della presentazione di quel concerto, un mese fa, nel Salotto azzurro del Municipio triestino, il patron di Azalea Loris Tramontin aveva detto: «Ma non ci fermiamo qui. Abbiamo creato il marchio “Live in Trieste”. Stiamo trattando altri nomi. Almeno uno di “rock giovane”, in piazza Unità. Lo annunciamo la prossima settimana...».
Nelle settimane trascorse niente annunci. Ma è girato prima il nome degli Arctic, ora quello dei Kasabian. In un mercato della musica dal vivo in crisi quanto il mondo che gli gira attorno, evidentemente gli organizzatori (Comune, Regione e il braccio operativo Azalea) non hanno ancora concluso le trattative in corso.
«Confermo solo che ci sono delle trattative in corso per artisti stranieri - afferma Tramontin -, per il resto non posso dire nulla. Degli Arctic si era parlato, ma poi la trattativa si è raffreddata. So che dovrebbero suonare a Pistoia Blues e a Villafranca, vicino Verona. Dei Kasabian non so nemmeno se saranno in tour quest’estate. Abbiamo vari nomi in ballo, ma non sono quei due...».
Va però ricordato che la sera prima della presentazione del concerto dei Pearl Jam, a contratto già firmato e cartelline stampa già pronte, a nostra precisa domanda lo stesso Tramontin aveva negato che il tour 2014 della band statunitense avrebbe fatto tappa a Trieste. Dunque chissà...
Vediamo allora chi sono, i gruppi di cui si parla. Originari di Sheffield, gli Arctic Monkeys nascono nel 2002 come cover band degli Strokes. La leggenda vuole che siano esplosi con un brano distribuito su internet. “Whatever people say I am, that’s what I’m not”, pubblicato nel 2006, è passato alla storia come l’album di esordio più venduto della musica inglese: 600mila copie in appena cinque giorni. I successivi album sono “Favourite worst nightmare” (2007), “At the Apollo” (“live” del 2008), “Humbug” (2009), “Suck it and see” (2011) e l’anno scorso “Am”. Il gruppo, che vanta cinque Brit Awards e due nomination per i Grammy, è formato da Alex Turner (voce e chitarre), Jamie Cook (chitarre), Nick O’Malley (basso) e Matt Helders (batteria).
E siamo ai Kasabian. Anche loro inglesi, ma di Leicester, nascono nel ’97. Debuttano discograficamente nel 2004, con un album omonimo che regala loro un buon successo di pubblico e critica. Propongono un genere che mischia elettronica e rock anni Sessanta/Settanta, con espliciti debiti di riconoscenza a band-mito come i Led Zeppelin. “Empire” è il loro disco uscito nel 2006, cui seguono “West ryder pauper lunatic asylum” nel 2009 e “Velociraptor!” nel 2011. Lo scorso anno è uscita la raccolta “Kasabian/Empire”. Ma oltre che per i dischi la band è famosa per le sue “molto energiche” esibizioni dal vivo.
Arctic e/o Kasabian arriveranno a luglio a Trieste? Lo sapremo presto.
sabato 11 gennaio 2014
L'OMBRA DEL SICOMORO, nuovo libro di JOHN GRISHAM
Prima di suicidarsi, un ricchissimo uomo d’affari bianco, malato terminale di cancro, invia per posta a un avvocato che non conosce personalmente un testamento olografo (scritto a mano, da solo) nel quale disereda figli e nipoti e lascia quasi tutto l’ingente patrimonio alla badante di colore che lo ha assistito negli ultimi anni di vita. Comincia da qui “L’ombra del sicomoro” (pagg. 535, euro 20), il nuovo libro di John Grisham, inventore un quarto di secolo fa e da allora maestro del legal thriller.
In questa storia, ambientata nel 1988, tornano i temi del razzismo e delle discriminazioni razziali che avevano innervato diversi capitoli della sua ormai ricca bibliografia.
Torna anche il protagonista de “Il momento di uccidere”, il suo primissimo romanzo apparso nel 1989 negli Stati Uniti e all’alba degli anni Novanta in Italia, con le sue ambientazioni e le sue atmosfere. Torna nella persona di Jack Brigance, l’avvocato bianco che combatteva contro la discriminazione che altri bianchi portavano verso il suo cliente di colore e che vinceva un processo clamoroso.
Lo ritroviamo tre anni dopo che se la passa professionalmente abbastanza male: quel processo gli ha portato fama e considerazione - soprattutto fra la gente di colore di Clanton, Ford County, Mississippi rurale e un po’ arretrato - ma pochissimo denaro. E non è stato nemmeno rimborsato dall’assicurazione per quella sua bella casa, nella quale viveva con moglie e figlioletta, bruciata dai razzisti amici dell’imputato di quel vecchio processo.
Il nuovo processo, innescato dall’impugnazione da parte dei parenti del discusso e misterioso testamento olografo, riporta Jack al centro della scena e promette di riassestare le sue finanze. Un processo difficile, che ruota attorno a una domanda: perchè quell’uomo ha lasciato quasi tutto alla badante? E dunque cosa c’era stato fra i due per giustificare quella decisione prima di farla finita? E l’uomo era capace di intendere e di volere quando ha scritto il nuovo testamento? O forse era stato circuito, se non plagiato dalla donna? E in definitiva: quali antichi segreti si celano dietro questa storia?
Grisham affronta il tema affatto appassionante del diritto successorio. Testamenti, eredi, proprietà, quella roba lì. Ma con la maestria che gli è universalmente riconosciuta fornisce alla trama struttura, solidità di narrazione, colpi di scena, persino suspense. Fra parenti avidi che sbucano dal nulla, traffici di basso livello fra avvocati, giurie da scegliere, accordi che si trovano a dover rispettare le ultime volontà del defunto. E in un ambiente provinciale e razzista, culturalmente arretrato, dove basta un nulla per infiammare la miccia delle contrapposizioni razziali e delle invidie sociali.
Bella storia, scritta magistralmente. Per la quale è gioco facile prevedere una trasposizione cinematografica, com’è già successo per molti romanzi di successo dello scrittore americano.
martedì 7 gennaio 2014
TIM REYNOLDS 7-3 A TRIESTE
Il 2014 potrebbe essere l’anno di un nuovo tour europeo della Dave Matthews Band. Ma in attesa di conferme e notizie precise, gli appassionati di rock americano possono già contare su un annuncio certo. A marzo arriva infatti in tournèe in Italia - con tappa a Trieste - il chitarrista della band Tim Reynolds, considerato dagli esperti una delle colonne portanti della formazione capitanata da Matthews.
Sarà il primo tour europeo da solista per Tim Reynolds, che suonerà il primo marzo al Rock Planet Club di Cervia (Ravenna), il 3 a Lucca (Teatro del Giglio), il 4 a Milano (La Salumeria della Musica Club), il 5 a Padova (Geoxino), il 7 appunto a Trieste, al Teatro Miela, e l’8 a Roma, all’Orion club.
Con lui Mick Vaughn al basso e Dan Martier alla batteria, ovvero il suo antico progetto TR3, in grado di elettrizzare finora le platee statunitensi. Nati nel 1984 a Charlottesville, ben prima dunque che Tim incontrasse Dave Matthews, e rinati poi nel 2007 con un cambio di formazione, i TR3 sono un energico trio elettrico che spazia dal rock al blues, mischiando anche jazz e funk.
Ogni volta che può, Tim chiama i suoi amici Mick e Dan per suonare assieme. Nel 2013 hanno tenuto una cinquantina di concerti, soprattutto fra Stati Uniti e Brasile. Da tempo i tre volevano suonare nel vecchio continente. Fra l’altro, l’Europa rappresenta per loro un richiamo particolare, essendo Reynolds nato a Wiesbaden, in Germania, e avendo Martier origini italiane.
In questo inizio di 2014, i TR3 suonano dalle parti di casa, negli Stati Uniti: 15 gennaio a New Orleans, 10 febbraio a Buffalo, 13 a Cleveland, 22 a Washington... Poi, a marzo, l’arrivo in Italia, primo Paese toccato dal tour europeo.
Ma come si diceva, Reynolds e soci potrebbero fare da apripista, visto che l’anno nuovo potrebbe essere anche quello buono per vedere tutta la Dave Matthews Band in Italia. La “jam band” americana, formata nel 1991 a Charlottesville attorno al cantante e chitarrista che le ha dato il nome, non ha mai avuto da questa parte dell’oceano lo stesso successo ottenuto in patria. Da ricordare i loro tour europei del 2009 e 2010, con tappe anche in Italia. Dove a Lucca, nell’estate 2009, la band tenne una performance di tre ore e mezzo.
Per quanto riguarda il concerto al Teatro Miela, organizzazione a cura della benemerita associazione Trieste is rock. Prevendite dei biglietti sul circuito TicketOne.
BOMBINO 12-2 A TRIESTE
Lo hanno già soprannominato il “Jimi Hendrix del deserto”, ma il suo vero nome è Omara Moctar, in arte Bombino. Berbero originario del Niger, persino Keith Richards è rimasto impressionato dalle sue doti chitarristiche, già apprezzate dal pubblico italiano lo scorso anno, nei concerti al “MiTo” di Milano e al Romaeuropa Festival di Roma, nell’ambito del suo trionfale tour europeo.
Bombino sarà a Trieste, al Teatro Miela, il 12 febbraio, nell’ambito del suo primo tour italiano, che partirà il 16 gennaio da Milano, per proseguire a Lecce il 17, a Firenze il 18 e - dopo la tappa nel capoluogo giuliano - il 13 febbraio a Bologna, il 14 a Siena, il 15 a Torino.
Ma vediamo di sapere qualcosa di più, di questo astro nascente del “Tuareg blues”, o “Desert blues” che dir si voglia. Nato e cresciuto ad Agadez, Niger, nord dell’Africa, è un discendente della tribù dei Tuareg Ifoghas, che lotta da secoli contro il colonialismo e l’imposizione dell’Islam più severo.
A dieci anni la sua famiglia scappa in Algeria. Si narra che il ragazzo trovi in casa una chitarra dimenticata da parenti, che diventa il suo “giocattolo” preferito, da cui non si stacca mai e con la quale diventa in breve abilissimo.
Allievo di Haia Bebe, celebre chitarrista Tuareg, ben presto entra a far parte della sua band, nella quale il suo talento non passa inosservato. È lì che gli danno il soprannome di Bombino, semplice storpiatura dell’italiano “bambino”. Ed è in quegli anni che comincia ad appassionarsi a Jimi Hendrix e Mark Knofler, esercitandosi sull’ascolto dei loro dischi.
Costretto a fuggire in Burkina Faso in seguito all’assassinio di due membri della band, uccisi in una rivolta, nel 2009 un incontro con il regista Ron Wyman gli cambia la vita. Impegnato a girare un documentario sulle tribù Tuareg, il regista rimane affascinato dalla storia e dalle doti del chitarrista e gli dedica gran parte del filmato. Poi gli produce “Agadez”, suo vero esordio discografico da solista, dopo “Group Bombino - Guitars from Agadez, volume 2” (che era un disco con il gruppo).
La sua fama cresce, viene invitato in vari festival musicali, Keith Richards lo chiama per una collaborazione. E Dan Auerbach dei Black Keys gli produce e gli fa incidere nei suoi studi di Nashville “Nomad”, il suo terzo album, uscito nella primavera dell’anno scorso su etichetta Nonesuch/Warner.
Il disco viene celebrato dalla critica più attenta come l’incontro del “desert rock” con il blues, impreziosito dalla voce intensa e dalla tecnica chitarristica del nostro. Le sonorità ricordano quelle dei Tinariwen, musicisti maliani del deserto, ma nelle melodie dettate dalla chitarra si ritrova lo spirito della resistenza e della ribellione delle sue genti.
“Nomad” è stato per varie settimane al primo posto della classifica degli album world di iTunes. Rolling Stone America e Npr Radio lo hanno inserito nella classifica dei cinquanta migliori album del 2013.
Un appuntamento insomma importante che - in attesa dei nomi che completeranno l’estate musicale triestina, dopo il colpaccio dei Pearl Jam il 22 giugno allo Stadio Rocco - arricchisce una stagione che promette faville. Come si ricorderà, si comincia il 20 gennaio con la Glenn Miller Orchestra e il 3 febbraio con i Perpetuum Jazzile, entrambi al Rossetti.
Si prosegue l’11 febbraio con Antonello Venditti sempre al Rossetti e il 12 con Max Pezzali al PalaTrieste (purtroppo in coincidenza proprio con Bombino, anche se si tratta di artisti con pubblici diversi). E ancora Elisa il 29 marzo al PalaTrieste e la chitarra dell’australiano Tommy Emmanuel il 2 maggio al Rossetti.
lunedì 6 gennaio 2014
OMAGGIO A GUCCINI OGGI SU RAI EDUCATIONAL
Quell’«eskimo innocente dettato solo dalla povertà» (“Eskimo”, dall’album “Amerigo”, 1978), comprato a Trieste sulle bancarelle di Ponterosso, Francesco Guccini non l’ha mai dimenticato. Era l’ottobre del ’63, la ventitreenne recluta modenese stava ultimando la sua naja triestina («Speravo di essere assegnato a una delle caserme in città - ci confidò una volta -, bestemmiai a lungo quando seppi che la mia destinazione era sul Carso, a Banne. Invece mi andò di lusso...») e prima di tornare a casa impiegò qualche migliaio di lire della paga da militare per acquistare quell’indumento che poi sarebbe diventato un simbolo del Sessantotto e degli anni Settanta italiani.
Guccini da un po’ non fa più dischi, non tiene più concerti. Nel novembre 2012, all’uscita dell’album “L’ultima Thule”, ha detto di non volere più incidere nuovi album né fare concerti, ritirandosi dalla carriera musicale e proseguendo solo quella di scrittore. Problemi di età (a giugno compie settantaquattro anni), qualche fastidio alla vista, forse la voglia di passare più tempo nel “buen retiro” di Pavana.
Ci pensano gli altri, a tenere accesi i riflettori su una delle figure più importanti della canzone italiana dell’ultimo mezzo secolo. A fine dicembre Raidue gli ha dedicato una puntata della serie “Unici”, con una testimonianza di Umberto Eco e un’ottava su di lui improvvisata da Roberto Benigni. In questi giorni quindici suoi vecchi album vengono ripubblicati in vinile e a tiratura limitata, dopo un’accurata opera di rimasterizzazione digitale.
E oggi ci pensa Rai Educational a celebrare degnamente il nostro. Alle 19.30 (e poi in replica ogni quattro ore, su Rai Scuola ch.146 del digitale terrestre e ch.33 TivùSat) va infatti in onda una puntata di “Nautilus Connessioni. Visioni. Condivisioni” a lui dedicata.
Uno speciale sulla musica e la vita di Guccini, intervistato nella sua casa di Pavana, appennino tosco-emiliano, che comincia dal passato, dalle origini. Del resto, pensandoci bene, lui ha sempre cantato il passato. Quello della locomotiva anarchica e libertaria, quello delle osterie di fuori porta («ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta...»), quello del suo personale Sessantotto, quello dei suoi giovani e meno giovani amori. Quello di Auschwitz e di Bisanzio, di Venezia e di Amerigo, della primavera di Praga e della signora Bovary.
Anche da scrittore, in questi anni, non è stato da meno. Non solo con quell’autentica celebrazione del passato che un paio d’anni fa è stato il suo “Dizionario delle cose perdute”, pubblicato da Mondadori. Pagine intrise di pacata nostalgia per le cose, le situazioni, gli usi e i costumi che c’erano quando lui era ragazzo e che da tempo non ci sono più.
Nel programma Guccini si racconta con ironia, guardando indietro alla sua infanzia («sono nato in un periodo particolare, quattro giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia»), agli anni trascorsi in quella “piccola città, bastardo posto” che è Modena. E citando Jorge Luis Borges sottolinea che «uno scrittore parte sempre da se stesso, come dice l’autore argentino, e io credo che si parta sempre da fatti accaduti, da personaggi conosciuti o meno. E quindi si parte sempre dalla propria esperienza personale».
Ancora il cantautore: «Gli amici dicono che ho una grande memoria, il che non è vero. Però mi piace ricordare, andare nel passato; anche perché il futuro è inconoscibile, il presente è labile, fugace, dura un momento. Noi viviamo soprattutto nel passato e io l’ho scavato, da un certo periodo della mia vita, diciamo dai trent’anni in poi. Il mio primo disco che ha avuto un certo successo, “Radici” aveva in copertina la foto dei miei bisnonni e dei miei nonni, ed è lì che ho cominciato una ricerca per sapere quali erano le mie radici, per sapere chi erano i miei antenati, per ricercare il dialetto locale che ormai è scomparso, per la storia locale. I miei primi tre romanzi sono falsamente autobiografici, però ho usato tanti ricordi di quel periodo e di quegli anni, c’è la parte pavanese, la parte modenese e l’ultima parte, la parte bolognese. Ho frugato nella memoria».
Raccontando del suo ultimo libro “Culodritto e altre canzoni”, spiega che si tratta di un’espressione modenese: «Esattamente è “ander via col cul dritt”, si riferisce di solito ai bambini piccoli che rimproverati vanno via impettiti. La versione dialettale però è più pittorica ed efficace e diventa “culodritt”. La canzone, nella fattispecie, era dedicata a mia figlia Teresa».
Ma si diceva di quell’inverno del ’63, sul Carso triestino. «Faceva freddo - ci ha detto una volta Francesco Guccini -, questo sì. Ecco perchè acquistai quell’eskimo, che non aveva ancora il significato simbolico che avrebbe assunto in seguito. Da Banne i collegamenti con il centro città era buoni. E il nostro comandante di battaglione, il maggiore Giacchini di Pesaro, non amava che i suoi soldati girassero per la città con la divisa, così quasi ci costringeva a uscire in borghese. Prendevo novantamila lire al mese, più cinquemila di frontiera orientale, considerata zona disagiata. Che poi disagiata non era per nulla. A Banne ero coccolato da tutti perchè sapevo suonare la chitarra. Nelle festicciole che si facevano in caserma, il maggiore Giacchini mi diceva: Guccini, una bottiglia di cognac per il tuo tavolo se ti ricordi questa canzone. Gli accordi magari me li inventavo, ma la bottiglia arrivava sempre...».
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