venerdì 14 marzo 2014

VIRGINIANA MILLER domani a Udine

Loro sono di Livorno, ma oltre vent’anni fa, per cercare il nome del gruppo rock che stavano mettendo su, si fermarono nell’orto botanico di Pisa, sotto l’ombra di una gigantesca quercia americana. Il cui nome scientifico era - ed è tuttora, visto che il maestoso albero esiste ancora - Virginiana Miller. Che dev’esser loro sembrato anche un bel nome per la loro avventura che stava cominciando. Oltre vent’anni dopo, i Virginiana Miller - che domani alle 21 suonano al Palamostre di Udine - sono ancora una delle più belle, originali e fantasiose realtà della musica di casa nostra. Il loro primo album “Gelaterie sconsacrate” uscì nel ’97. Il sesto, pubblicato nell’autunno scorso, è invece “Venga il regno”. Che dà il titolo anche a questo tour. «Non auspichiamo l’arrivo di nessun regno in particolere - dice Simone Lenzi, cantante e autore dei testi, ma anche scrittore di un certo successo -, con quelle parole esprimono un certo senso di accettazione del presente, della vita che in questi anni hai costruito». Quasi un discorso da reduce... «No, ma capita che passati i quaranta capisci che le strade davanti a te non sono più tutte aperte. Dunque non è assolutamente una folgorazione sulla via di Damasco, piuttosto una nuova consapevolezza della vita, del presente, da affrontare comunque con determinazione». Nel disco ci sono dei brani molto politici. «Se allude a “Anni di piombo” e “Lettera di San Paolo agli operai”, sì, decisamente. Il disco è rivolto al presente ma parla anche di anni Settanta. Rimango convinto che avvenimenti come il sequestro Moro e l’intera stagione del terrorismo abbiano segnato la storia d’Italia ancor più di quanto si creda. I nostri ritardi partono da lì». Ripensando a quei ragazzi sotto la quercia? «Siamo contenti. È bello suonare ancora assieme, con le stesse persone, anche se gli anni sono passati e la nostra vita è cambiata. Ma il nostro progetto ha resistito, al di là di tutto e di tutti. Ognuno fa anche altre cose, ma abbiamo tenuto in vita questa nostra cosa pensata e realizzata assieme». La scena musicale attorno a voi? «Assistiamo a un paradosso: la scena musicale è cresciuta, ma il mercato si è ristretto. In giro vedo e sento maggior maturità artistica, i gruppi che escono sono più preparati, c’è più qualità in giro. Oggi è più facile produrre ma anche pubblicizzare la musica nuova che esce, l’offerta è abbondante, ma c’è meno attenzione da parte della gente, del pubblico». Avete ristampato il vostro primo album. Perchè? «Ci eravamo accorti che “Gelaterie sconsacrate” non si trovava più in giro. Su eBay c’era persino qualcuno che lo vendeva a sessanta euro a copia. Non ci sembrava giusto. Allora lo abbiamo ristampato così com’era, senza modifiche o rimissaggi di sorta». Ancora attuale o datato? «L’una cosa e l’altra. Suona ancora bene perchè ci avevamo messo dentro tante cose. Tutti, nel primo disco, infilano anni di idee, emozioni, tentativi. Però è chiaro che è un disco figlio di quegli anni: riascoltandolo oggi avverti delle ingenuità, ti accorgi che alcune cose le avresti fatte diversamente». Avete vinto un David di Donatello. «Una grande soddisfazione, arrivata per “Tutti i santi giorni”, canzone inserita nell’omonimo film di Paolo Virzì, fra l’altro tratto dal mio libro “La generazione”. Ottenere un riconoscimento dal mondo del cinema ci ha fatto particolarmente piacere». Sembra quasi che di voi si accorgano più gli altri mondi... «È vero, anche nella narrativa. Sandro Veronesi e altri hanno detto cose molto lusinghiere su di noi. Vuol dire che siamo trasversali». Livorno? «Ha una scena musicale vivacissima, centinaia di gruppi che suonano, ma scontiamo un certo isolamento provinciale, c’è la tendenza a chiudersi. E una crisi economica che anche da noi picchia forte». Il prossimo disco? «Ora facciamo questo tour, che proseguirà d’estate. Poi riordiniamo le idee e cominciamo a pensarci. Non penso che uscirà prima del 2015». E il prossimo libro? «Il libro esce a giugno per Laterza. S’intitola “Mali minori”, parla di quelle piccole delusioni, quei piccoli incidenti che hai da bambino, non sembrano importanti, ma segnano il tuo destino».

giovedì 13 marzo 2014

ROY PACI sabato a Trieste

«Ricordo quando a vent’anni sono andato per la prima volta in Brasile, attirato dai grandi trombettisti sudamericani, con i loro suoni belli e potenti, con la loro tecnica. Volevo imparare, mi ero portato un sacco di carte, diplomi, presentazioni... Ma il capo di un’orchestra al quale mi ero rivolto non volle vedere nulla: mi disse soltanto di suonare. Lo feci. E cominciò la mia avventura». Roy Paci, siciliano di Augusta, classe 1969, torna sabato sera a Trieste, dove lo ricordiamo in un emozionante concerto in piazza Unità, nell’estate 2010. Quella volta suonò vicino al mare, stavolta la sua musica va in scena sull’altipiano, per l’esattezza nel teatro tenda di Borgo Grotta Gigante, nell’ambito della “Guca sul Carso 2014, Winter edition”. Il trombettista sarà ospite nel concerto della Municipale Balcanica, gruppo pugliese con cui sta registrando nei suoi studi vicino Lecce. «Ecco - prosegue Roy Paci -, guardando i ragazzi di oggi, le loro speranze, i loro entusiasmi nonostante la situazione difficilissima, mi torna in mente quel mio primo viaggio in Sudamerica di tanti anni fa. Fu un viaggio all’avventura, per uscire dall’ambiente che conoscevo e che mi stava stretto». I ragazzi di oggi? «Rispetto a qualche anno fa io vedo in giro tante piccole fiaccole di speranza. Fra i nuovi ora comincia finalmente a emergere chi vale veramente. Ci sono cose interessanti in questa generazione di nativi digitali, di ragazzi che girano l’Europa con Erasmus e con i voli low cost. Quando tornano a casa, hanno maggiore apertura mentale rispetto alle generazioni precedenti. Hanno un pensiero “glo-cal”, sono più saggi» Nella musica? «Grande movimento anche lì. Sono reduce da alcuni concerti negli Stati Uniti, a New York, a Los Angeles. Ho trovato una scena molto ricca, in perenne movimento, aperta alle contaminazioni. C’è un movimento in atto dalla East verso la West Coast. Los Angeles, ma anche città come Austin, in Texas, sono diventate vere e proprie capitali della nuova musica. Ho trovato più movimento lì, che nella nostra vecchia Europa». I suoi miti sono sempre Louis Armstrong e Roy Eldridge? «Certo, ma ora ce ne sono anche altri. Penso al sudafricano Mongezi Feza, al franco-libanese Ibrahim Maalouf, all’americano Dave Douglas... Gente che pesca dal jazz, dalla musica etnica, dalla musica popolare, da mille altri generi. Gente da cui possiamo solo imparare». Con la televisione come va? «Mi sono preso una pausa di riflessione. A “Zelig” e con Chiambretti mi ero divertito, a “Star Academy” ho rischiato di finire stritolato. Il punto è che a me la televisione piace, ma non mi interessa fare una carriera televisiva. Dunque finchè potevo portare la mia musica senza condizionamenti, okay. Quando mi sono accorto che stavo soffocando in un meccanismo, arrivederci e grazie». Cosa l’ha colpita dei Gogol Bordello, e del loro leader Eugene Hütz, con cui ha collaborato? «Portano nella loro musica il sapore nudo e crudo della strada. Mischiano il sudore, la rabbia, la ribellione, la polvere, i sorrisi delle genti nomadi...». Prossimo disco? «Esce quest’estate. Ci stiamo lavorando qui, nella mia base creativa e di lavoro vicino Lecce. Quando sono in Italia ormai mi divido fra Roma e la Puglia, con qualche puntata in Sicilia, dove ho ancora la famiglia. L’album non ha ancora un titolo. Sarà l’evoluzione di Aretuska, anzi, una sorta di Aretuska 2.0...».

mercoledì 12 marzo 2014

SAVORETTI domenica a Udine

Inglese di origini genovesi, Jack Savoretti non poteva che cominciare dal capoluogo ligure il suo primo tour italiano. L’ha fatto nei giorni scorsi, ottenendo una splendida accoglienza: la stessa avuta ieri sera al “Blue Note” di Milano. Stasera è a Bologna, venerdì a Torino, sabato a Firenze. E domenica alle 21.30, a Udine, all’Honey Money di viale Palmanova, unica data regionale del tour. Come ha cominciato con la musica? «È stata una cosa naturale, che ho scelto di fare. Verso i sedici/diciassette anni mi piaceva scrivere e poi ho avuto la fortuna di trovare sempre una chitarra in casa. Prima era solo un sottofondo, un motivo di divertimento. Man mano è diventata una cosa importante. E devo dire che ho sempre reputato più facile scrivere canzoni mie, piuttosto che cantare quelle degli altri». Le sue origini italiane? «Per me l’Italia ha sempre avuto una grande importanza. Mio padre, italiano, ascoltava sempre moltissime canzoni italiane, quando ci siamo trasferiti all’estero per lui era sempre un moneto di nostalgia e malinconia riascoltare la musica italiana. Mi è rimasto dentro questo modo cantautorale italiano di raccontare una storia, di descrivere quasi un film. E quando posso cerco sempre di tradurre questo metodo nella mia musica». Com’è stato aprire il concerto di Springsteen? «Eravamo all’Hard Rock Calling di Londra. Suonare prima di uno dei migliori, se non il migliore, performer della storia del rock è stata una lezione educativa. Sono rimasto letteralmente a bocca aperta nell’ammirare per tre ore il suo concerto. Abbiamo passato molto tempo con la sua band ed essere parte di quella giornata è stato un onore. Sono riuscito ad incontrare anche lui personalmente, ma solo per un tempo brevissimo». Le suona in molti festival: meglio dei concerti? «Sono due cose diverse. Il concerto è una cosa intima, dove la gente ti conosce e la maggior parte delle volte ha scelto di venirti ad ascoltare. È come se si instaurasse un rapporto d’amicizia anche senza conoscersi, è un modo per presentare le cose nuove, vecchie e a volte entrambe assieme. Ai festival non sai chi ti conosce e chi invece sì. La maggior parte delle volte, soprattutto inizialmente, non ti conosce nessuno, quindi è una battaglia diversa, però allo stesso tempo è li che capisci cosa funziona del tuo repertorio e cosa meno. Adoro entrambe le dimensioni. Sono semplicemente due sport diversi». L’esperienza nel video di Paul McCartney? «Abbiamo girato “Queenie eye” negli Abbey Road Studios di Londra, con Meryl Streep, Johnny Depp, Kate Moss, Sean Penn, tanti altri. È stata una cosa stupenda, sono stato colpito dalla sua umiltà e dal suo entusiasmo. Quello che è successo in quella stanza è qualcosa di inspiegabile. Ci ha anche cantato “Lady Madonna” al pianoforte. Siamo rimasti in contatto con Paul, con Springsteen purtropo no, ma con Paul ci siamo scritti qualche volta». Com’è nato l’album “Before the storm”? «È il mio terzo album, racconta della fase che va dall’adolescenza all’età adulta. Quel periodo di confusione quando sai che stai andando incontro alla tempesta e devi farti trovare preparato e pronto». A Casa Sanremo com’è andata? «Sono stato invitato dall’organizzazione e apprezzo molto cosa stanno facendo a Casa Sanremo, gli auguro molta fortuna e successo, perché stanno dando un sacco di opportunità agli artisti italiani giovani. Creano l’atmosfera giusta dove si possono esibire, magari davanti a gente che può aiutarli a portare avanti la loro musica». Conosceva il Festival? «Non vivendo in Italia, non l’ho mai seguito molto, ma lo conoscevo bene e ne sentivo parlare molto. Spero che nei prossimi anni ci sia sempre più spazio per la musica giovane italiana». Dopo questo tour italiano? «Saremo in tournèe in Inghilterra, poi andiamo un po’ in giro per il resto d’Europa per i vari festival. Passeremo per Londra dove il 12 luglio aprirò il concerto di Neil Young & Crazy Horse ad Hyde Park. Suonare il più possibile, insomma...».

sabato 8 marzo 2014

NEGRAMARO 15-7 palmanova

Annata musicalmente coi fiocchi per la Bassa friulana. Dopo l’annuncio del concerto di Ligabue il 4 aprile a Latisana, ora arriva anche un appuntamento per l’estate: il 15 luglio, a Palmanova, in Piazza grande, farà infatti tappa il tour dei Negramaro, nell’ambito della rassegna Onde Mediterranee 2014. La band di Giuliano Sangiorgi è da più di un anno nelle classifiche di vendita con “Una storia semplice”, la loro prima raccolta di successi, pubblicato alla fine del 2012 in occasione del proprio decennale. L’album comprende ventidue successi e sei inediti, fra cui i quattro singoli “Ti è mai successo”, “Una storia semplice”, “Sole” e “Sei”. E ha dato inoltre il titolo ai megaconcerti dell’estate scorsa negli stadi di Roma e Milano, con la coda autunnale nei palasport, all’insegna di una lunga serie di “tutto esaurito”. Ora arriva questo “Un amore così grande Tour 2014”, che propone una decina di date in luoghi particolari: il 5 luglio all’Arena della Regina, a Cattolica; il 6 luglio all’Hydrogen Festival, Piazzola del Brenta, Padova; l’luglio all’Arena del Mare, a Genova; il 10 al Pistoia Blues Festival, il 13 all’Arena di Verona. E dopo la tappa in Friuli, il 19 luglio al Giffoni Film Festival, a Salerno; il 22 luglio al Teatro Antico di taormina; il 26 allo stadio di Lecce, nel loro Salento. Il tour prende il nome dall’omonimo brano scritto per Mario Del Monaco e portato al successo da Claudio Villa (ospite fuori gara a Sanremo ’84): una nuova cover dei Negramaro, dopo il “Meraviglioso” di Modugno. Biglietti in vendita a partire dalle 12 di oggi su Ticketone.it e nei punti vendita Azalea Promotion.

Stasera VEN 7 SARAH JANE MORRIS a Cervignano

Sarah Jane Morris e Antonio Forcione arrivano stasera alle 21 al Teatro Pasolini di Cervignano, reduci dal successo ieri sera a Padova e nei giorni scorsi al Blue Note di Milano. La rossa di Southampton e il chitarrista molisano si sono conosciuti un paio di anni fa a Londra, ed è scattato il feeling musicale che ha portato a questo progetto dal vivo in comune e porterà quanto prima anche a un disco assieme. La Morris ha cominciato nell’86 con il gruppo britannico Communards, con cui cantava “Don’t leave me this way”, anche se alcuni la ricordano ancora corista dei primissimi Eurythmics. «Gli anni '80 - dice - sono stati un gran bel periodo per essere creativi. Ero socialista e quindi contro Margaret Thatcher, nonostante fossi lusingata di avere nel mio Paese una donna al potere». All’inizio degli anni Novanta ha collaborato all’opera rock “The fall of the house of usher”, musica di Peter Hammill e testi di Judge Smith. Nel ’91 vince a Sanremo in coppia con Riccardo Cocciante in “Se stiamo insieme”. Al Festival è poi tornata ospite nel 2006 di Simona Bencini e nel 2012 di Noemi. Ma oltre al pop in tutti questi anni ha frequentato anche Brecht e Weill. Con Forcione propone una miscela di pop, jazz e blues, alternando brani originali (alcuni composti con il chitarrista) a cover di Bob Dylan, Leonard Cohen, Captain Beefheart, Stevie Wonder, Sly and the Family Stone e Tracy Chapman. «Se fai la cover di un pezzo hai bisogno di farla tua», afferma la cantante, da sempre ispirata da Billie Holiday.

mercoledì 5 marzo 2014

ELISA, stasera a rimini data zero tour, che parte ven da Conegliano e arriva il 29 a trieste

Il biglietto da visita? Oltre sessantamila copie vendute di “L’anima vola”, l’album uscito a ottobre. Che da diciotto settimane staziona fra i dieci dischi più venduti in Italia. Assolutamente niente male, insomma. «Sì - ammette Elisa, che stasera a Rimini è attesa dalla “data zero” del tour, che parte venerdì da Conegliano e arriva il 29 marzo a Trieste -, l’album sta funzionando molto bene. Avevo paura che il mio pubblico, davanti al primo album tutto in italiano, rimanesse disorientato. C’era anche il timore di deludere quelli che mi seguono dall’inizio. Invece...». Anni fa non l’avrebbe mai fatto. «Il momento non era maturo. Ed è arrivato dopo sedici anni dai miei inizi. E dodici dopo “Luce (Tramonti a Nordest)”. È stato tutto molto sereno, spontaneo, quasi naturale. Fra l’altro è un disco ispirato, scritto velocemente, quasi getto. E comunque ciò non vuol dire che non scriverò più in inglese». Ora la prova dal vivo. «Già. Con il nuovo gruppo abbiamo fatto diverse settimane di prove a Cervignano, seguite a un periodo di lavoro quasi casalingo, nel quale ho sistemato arrangiamenti, singole parti degli strumenti, insomma, l’abito sonoro con il quale le canzoni verranno proposte al pubblico. L’allestimento vero e proprio dello spettacolo è invece avvenuto a Rimini, prima di questa “data zero” che è una sorta di grande prova generale». Lo show? «Tre ore di musica con le canzoni del nuovo album, ma anche quella manciata di classici che il pubblico si aspetta quando viene a un mio concerto. Senza particolari riletture, però. Ogni brano, ogni disco appartiene a un determinato momento, a una fase della mia vita. Inutile e forse sbagliato azzardare rivisitazioni che poi rischiano di portare a stravolgimenti». Nessuna sorpresa, allora. «No, forse una piccola sorpresa c’è. E mi è venuta in testa proprio a Trieste, quando ho visto il concerto di Bruce Springsteen allo Stadio Rocco. Avevo molto apprezzato quella parte dello show nella quale il pubblico chiede i brani al Boss. E ho pensato di creare un momento simile». Insomma, preparate gli striscioni. «Sì, suoneremo le canzoni che il pubblico ci chiederà, o a voce o con i titoli scritti su striscioni e cartelloni. Ovviamente non mi passa nemmeno per la testa di paragonarmi al grande Bruce, ma mi sembrava una cosa carina. Fra l’altro nei suoi concerti-maratona questa parte dura quasi un’ora. Nel mio spettacolo sarà molto più breve». Emma e Sebastian saranno in tour con lei? «Ovvio, non potrei lasciare i miei figli a casa. La bambina ha quattro anni e mezzo. È già alla sua quarta tournèe, l’ho sempre portata con me. Qualche volta vede anche l’inizio del concerto. All’inizio le faceva un po’ effetto vedermi sul palco, cantare, suonare, le luci... Ora è un po’ più grande, comincia a capire, ad accettare questa cosa». Il piccolo? «Sebastian è ancora molto piccolo. Vedremo come organizzarci. La mia famiglia ha avuto un ruolo importante in questo lavoro, la maternità mi ha cambiato molto. Ogni opera è influenzata dalla propria vita personale». In questi anni ha duettato, o ha conosciuto, tanti suoi idoli di quand’era ragazza. «Sì, e certo volte non mi sembrava vero. È successo per esempio al Concerto di Natale, a Roma, con Dolores O’Riordan. Lei, da sola ma anche da solista, è stata davvero fra i miei miti. Posso dire di essermi formata musicalmente e vocalmente ascoltando i suoi dischi». Altri miti? «Beh, quando ho duettato con Tina Turner è stata un’esperienza davvero incredibile. Ma anche conoscere Alanis Morissette, Eddie Vedder... E tutto questo senza nulla togliere ai grandi artisti italiani con cui ho diviso il palco, e che ormai sono degli amici: Ligabue, Negramaro, Zucchero...». Che non si dimenticano mai di lei... «Si tratta di artisti amici, con i quali si è stabilito da tempo un feeling particolare. Penso a Luciano, che aveva da parte questa canzone scritta per sua figlia Linda, “A modo tuo”, ma non la cantava perchè voleva che a farlo fosse una donna. E madre. Il brano descrive bene il difficile ruolo del genitore che vede crescere i propri figli: vorrebbe proteggerli tutta la vita e tenerli lontani dal dolore e dai problemi, ma sa bene che un giorno dovrà lasciarli andare». Giuliano Sangiorgi dei Negramaro? «Ha scritto le parole di “Ecco che”, rileggendo il personaggio principale del film “L’ultima ruota del carro”, di Giovanni Veronesi, che con il suo camion di traslochi rappresenta la classe operaia e il sogno di diventare qualcuno. Poi scopre che la ricchezza della vita è avere qualcuno da amare, una famiglia...». Nel disco c’è anche Tiziano Ferro. «Era da tempo che volevo collaborare con lui. Aspettavo di avere la musica giusta da proporgli. “E scopro cos’è la felicità” ha una melodia calda, soul, mi sembrava giusto per lui. Che ha scritto un testo sul rapporto fra me e mia figlia, di come sia cambiata la mia vita, dopo aver visto delle immagini di noi due e Andrea (Rigonat, compagno dell’artista e suo chitarrista - ndr) assieme in tour». Il suo prossimo sogno? «Lavorare all’estero in maniera più continuativa. Ho suonato un po’ dappertutto: dagli Stati Uniti all’Inghilterra, dalla Spagna alla Norvegia, dalla Germania all’Olanda... Ma si è trattato sempre di brevi tour, presentazioni legate a un’uscita discografica, a un successo radiofonico». Invece? «Invece credo che per farsi un nome fuori dall’Italia sia necessario suonare molto dal vivo, anche in città piccole, senza seguire la logica della promozione discografica. È per questo che, finito questo tour italiano, e ricaricate le batterie, quest’estate ho intenzione di andare in giro per l’Europa, partecipare a qualche festival». Elisa, cosa pensa di questa Italia? «Da ragazza non mi sono mai interessata alla politica, ho sempre pensato alla musica. Ero un po’ naif, con un approccio bohemien alle cose della vita. Ora che ho dei figli mi informo di più. Mi rendo conto che la situazione è molto difficile, non è solo un fatto di crisi. Serve equilibrio, senso di responsabilità, non può valere la legge del più forte. Nel nostro Paese esiste un sistema di tutele, di aiuto alle fasce più deboli che non può e non deve essere smantellato».

domenica 2 marzo 2014

DUE ANNI SENZA LUCIO DALLA, nasce la fondazione

Nasce la Fondazione Lucio Dalla. Sembrava tutto in alto mare. Sembrava che gli eredi dell’artista scomparso esattamente due anni fa non riuscissero a trovare un accordo, considerata anche la mole (si parla di oltre cento milioni di euro) dell’eredità piovuta loro addosso. E invece, quasi a sorpresa, l’annuncio: martedì 4 marzo, settantunesimo “compleanno” dell’autore di decine di classici della canzone italiana, nasce la fondazione di cui si era parlato subito, dopo la scomparsa, per dare continuità e preservare la genialità della sua opera artistica e musicale. Ma anche per diffondere e valorizzare la sua storia artistica, umana e culturale. «La fondazione - spiega Michele Mondella, storico ufficio stampa del cantante, cui gli eredi hanno affidato il lavoro preparatorio - sarà il motore di una narrazione a 360 gradi di Lucio, uno strumento teso a ricordare e valorizzare le sue qualità di compositore, musicista, cantante, il suo amore per l’arte e la bellezza». Si vuol ricordare anche la sua grande capacità di comunicare, la naturale attenzione e curiosità per gli esseri umani, per il passaggio tra presente e futuro. Ancora Mondella: «L’ambizione della fondazione sarà anche di colmare il vuoto culturale che si è creato con la sua immatura scomparsa, dando nuova linfa a tutte quelle attività che hanno rappresentato la sua vera ragione di vita: la ricerca in molteplici campi, oltre naturalmente quello musicale, come il teatro, l’arte, la pittura, la letteratura, la poesia, la fotografia e nella regia cinematografica, con cui si stava misurando personalmente. Riannodare quindi il legame tra la sua genialità e la creatività di nuovi artisti in varie discipline». Tante le idee iniziative in arrivo. L’apertura al pubblico della casa-museo in via D’Azeglio, a Bologna, a due passi da piazza Maggiore; l’istituzione di borse di studio, la realizzazione di pubblicazioni editoriali, la realizzazione di eventi, iniziative e spettacoli in suo nome. La fondazione nasce il 4 marzo, ma molte procedure burocratiche vanno ancora ultimate. Entro giugno partirà la fase operativa e verrà diffuso il calendario delle attività. Nel consiglio direttivo gli eredi, cioè i cugini di Dalla. Non ci sarà Marco Alemanno, il giovane attore pugliese molto vicino all’artista negli ultimi anni della sua vita. Ieri, ospite di un programma tv per presentare l’album “Un abbraccio unico”, Ron ha detto: «Alemanno non era il compagno di Dalla. Era una figura molto importante per lui perché gli risolveva dei problemi enormi. Era il suo segretario ed era il suo produttore. Non so perché alla morte di Lucio abbiano tirato fuori questa cosa». Ancora Ron: «Non si può alla morte di una persona importante per l’Italia andare a toccare una sfera così privata e intoccabile, perché, prima di tutto non era vero e, secondo, perché così hanno tolto a Lucio un pezzo di dignità».