...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
domenica 9 novembre 2014
domani (sab 8) PATRIZIO ROVERSI AL TEATRO MIELA
«Io faccio solo da trait d’union fra la platea e i due divulgatori scientifici...», tenta di minimizzare Patrizio Roversi, che domani sarà protagonista, al Teatro Miela, nell’ambito del microfestival sulla scienza “Mi&Lab”, dello spettacolo interattivo “Il dna incontra Facebook”. Al mattino per gli studenti, la sera per il pubblico adulto.
«Tutto nasce - spiega il sessantenne conduttore televisivo - dal libro omonimo del genetista Sergio Pistoi, che ha voluto sperimentare in prima persona l’affidabilità dei test genetici mandando un campione della propria saliva negli Stati Uniti. Più che uno spettacolo è una “conferenza spettacolarizzata”, che nasce dalla voglia di capire, dalla nostra umana curiosità. Offriamo alla gente pillole di complessità, tentiamo - Pistoi, Andrea Vico e io - di porre la rete in un contesto psicosociale. La gente mette il suo profilo su Facebook, cerca parenti e amici, scopre affinità...»
E la sua curiosità?
«Quella che mi ha portato qualche anno fa a rifare il viaggio di Darwin nell’America del Sud: ne sono venute fuori sette puntate, “Evoluti per caso, sulle tracce di Darwin”, viste su Raitre e poi su SkyUno. Oppure quella che mi ha indotto, più recentemente, a fare un giro d’Italia sui temi dell’energia».
“Linea Verde”?
«È uno dei programmi più longevi della televisione italiana. Abbiamo un pubblico molto ampio, a volte anche quattro milioni di persone. Parliamo di territorio, cibo, ecologia. E agricoltura, che mai come adesso può e deve essere messa al centro di un approfondimento».
“Turisti per caso” e “Velisti per caso”?
«Con Syusy Blady è stata una grande avventura, che non è terminata. Abbiamo messo le puntate sul sito europeo “Italia Slow Tour”, con dentro tutti i viaggi fatti in Italia negli ultimi anni e già andati in onda in televisione. Il nostro fine è quello di pubblicizzare l’Italia all’estero, sempre in collaborazione con gli enti locali».
Ma il “Lupo solitario” le manca?
«Certo che sì, era il 1987, si andava in onda su Italia 1. Mi dicono che quando Berlusconi ci vide, disse che “quella roba” non la voleva sulle sue reti. Ma avevamo già registrato trenta puntate, e almeno quelle andarono in onda...».
Eravate in anticipo sui tempi?
«Non per darci delle arie, ma in effetti sì. Venivamo dal teatro di strada a Bologna, eravamo una banda di trenta o quaranta fuori di testa. Facevamo un piccolo circo con cose un po’ dementi. Ma avevamo un pubblico affezionato. Alcuni ancor oggi mi dicono “ciao Lupo”...».
“Mi&lab” prosegue fino a domenica. Info: www.miela.it
stasera (ven 7) BAGLIONI A TRIESTE
Apertura con “In cammino”, il brano del progetto “Con voi” usato a mo’ di sigla, iniziale ma anche finale, di questa tornata di concerti. Poi è subito tempo di classici: da “Notte di note” a “E tu come stai”, da “Dagli il via” a “Con tutto l’amore che posso”, da “Quante volte” a “Sono io”. E ancora “Poster, “Amore bello”, “Io me ne andrei”, “Gagarin”, “E tu”, “Porta Portese”, “Avrai”, “E adesso la pubblicità”, “Mille giorni di te e di me”, “Strada facendo”, “Sabato pomeriggio”, ovviamente “Questo piccolo grande amore”...
Insomma, quello che Claudio Baglioni terrà stasera alle 21 al Palasport di Trieste non è un concerto, somiglia piuttosto - sulla base di una scaletta che ogni sera contempla pochissime variazioni - a una raccolta di grandi successi. Quasi mezzo secolo di storia della canzone italiana, ripercorsi in tre ore attraverso la poetica quotidiana e la sensibilità popolare di uno dei maggiori interpreti della nostra musica.
Questa ripresa autunnale del “Con voi ReTour”, partita a metà ottobre da Bruxelles e passata da Padova pochi giorni fa, dopo la tappa triestina toccherà sabato Conegliano, e poi Brescia, Torino, Bologna, Taranto, Napoli (24 e 25 novembre) e Roma (28 novembre).
«In questo tour - ha detto il sessantatreenne cantautore romano nell’intervista pubblicata la settimana scorsa su queste colonne - ho cercato di raccogliere alcuni passaggi rappresentativi del mio universo musicale e “riportarli a legno”, per ritrovare il senso autentico di quelle canzoni e cercare di ripercorrere, con chi ascolta, le tappe fondamentali di questa lunga strada fatta insieme».
Sul palco c’è una sorta di cantiere. «Un messaggio semplice - spiega -: ricostruire si può, ma bisogna farlo insieme, “ConVoi”, appunto. Il cantiere è il simbolo di un luogo nel quale si lavora per costruire assieme qualcosa di grande, bello e importante per tutti. Per costruire noi stessi, innanzitutto. La prima rivoluzione è quella interiore. Se diventiamo persone migliori, la realtà migliorerà insieme a noi. E se riusciremo a “scambiarci il meglio” - dare il meglio di noi stessi agli altri e prendere il meglio che gli altri ci possono dare -, allora tutto sarà migliore. Il mondo è quel che costruiamo assieme, il futuro è una strada che si lastrica sotto i nostri piedi: se seminiamo bellezza, raccoglieremo bellezza. Il mio cantiere è qui per suggerirlo, senza retorica e senza la pretesa di dispensare verità. Diciamo: venite, rimbocchiamoci le maniche e diamoci da fare. Insieme ce la possiamo fare».
E su questo palco-cantiere, Baglioni indossa a tratti una sorta di caschetto. «Serve a proteggerci - dice ancora l’artista - dai rischi che ci sono in ogni cantiere. Costruire è un’attività che prevede sempre qualche rischio, ma questo non ci deve spaventare, né ci deve impedire di metterci a lavorare per realizzare ciò che sentiamo di dover realizzare. Il caschetto è l’assicurazione sul futuro: ci protegge e ci fa arrivare sani e salvi alla fine. Quel che conta è ciò che troveremo. Che sarà ciò che avremo costruito insieme».
martedì 4 novembre 2014
LIGABUE ARTISTA DELL'ANNO, SUL DIZIONARIO POP ROCK 2015
È Ligabue il miglior artista dell’anno, secondo il Dizionario Pop Rock 2015 che gli dedica la copertina. La nuova edizione del volume di Enzo Gentile e Alberto Tonti arriva a sessant’anni da “Rock around the clock”, il brano di Bill Haley che tenne a battesimo il genere che ha cambiato la musica e il costume del Novecento. Fra le novità di quest’anno: gli italiani Fedez, Clementino, Club Dogo, Alessandra Amoroso, Emma Marrone e Giusy Ferreri; il cantautore belga Stromae, il chitarrista statunitense Joe Bonamassa e il leggendario Bing Crosby, “dimenticato” nelle edizioni precedenti. Ma sono in tutto centoventi le nuove entrate.
Per completezza e precisione, si tratta di un’opera enciclopedica: edizione che dall’anno scorso viene ogni dodici mesi rivista e ampliata rispetto a quella del ’99 pubblicata da Baldini&Castoldi. Alcuni numeri di quest’anno: 35mila gli album commentati, 2300 gli artisti citati. Un libro (edizioni Zanichelli, prefazione di Gene Gnocchi, presentazione il 16 novembre a Milano, a Bookcity) forse non da leggere tutto in una volta ma piuttosto da consultare. Voce per voce, artista per artista, “dal vinile all’mp3”, quando se ne presenta l’occasione o la voglia. Magari cedendo al giochino del “chi c’è e chi non c’è”, o andando a confrontare i propri gusti personali con quelli dei curatori.
Per quanto riguarda il “Liga”, che ha appena coronato il sogno di suonare negli States, gli autori premiano con cinque stelle il suo album “Mondovisione”. E scrivono: «Crediamo che nessuno meglio di lui possa rappresentare più efficacemente la scena “made in Italy” e funzionare da cerniera tra popolarità e qualità, esemplare testimone di una idea di canzone e di un suono che, ogni giorno di più, veicolano e raccontano la colonna sonora in latitudini e tra generazioni diverse».
Voti alti anche a “Caustic love”, terzo album dell’italo-scozzese Paolo Nutini, e all’indimenticato e indimenticabile Fabrizio De Andrè con “Creuza de ma”, nel trentennale della pubblicazione. A ruota i nuovi album di Caparezza, Dente, Alessandro Mannarino e Eugenio Finardi. Fra gli stranieri: David Crosby, Damon Albarn, Sixto Rodriguez e Beck.
ADDIO AD AUGUSTO MARTELLI
Compositore e paroliere, produttore discografico e direttore d’orchestra, autore di sigle televisive e cinematografiche. Ma tanti anni fa anche compagno di Mina, per cui ha scritto diverse canzoni negli anni Settanta.
Ecco, con Augusto Martelli - scomparso ieri a Milano, a settantaquattro anni, dopo una lunga malattia - se ne va un pezzo dell’Italia dei sabato sera televisivi in bianco e nero, di un tempo in cui i dischi si vendevano ancora a carrettate.
Nato a Genova nel 1940 e milanese d’adozione, figlio d’arte (padre compositore, sorella soprano), viveva da tanto tempo a Carimate, in provincia di Como. Comincia a lavorare nel mondo della musica, alla casa discografica Ri-Fi, e della televisione negli anni Sessanta. Compone le musiche del film “Il dio serpente” (1970), con Nadia Cassini, tra cui il brano “Djamballà” che riscuote un grande successo internazionale.
Poi le canzoni per Mina, conosciuta alla Ri-Fi: da “Ero io, eri tu, era ieri” a “Una mezza dozzina di rose”, da “So che non è così” a “Tu farai”. Mina è reduce dalla relazione con Corrado Pani, padre di suo figlio Massimiliano. In quegli anni i due diventano inseparabili, nel lavoro e nella vita privata. Per lei Martelli arrangia e dirige l’orchestra per album come “Un anno d’amore / E se domani”, “Dedicato a mio padre”...
E ancora le sigle tv: Nel ’74 fonda la sua etichetta discografica, “Aguamanda”, e comincia il lavoro da produttore. Negli anni Ottanta la televisione. Portano la sua firma sigle di programmi come “Casa Vianello”, ”Il pranzo è servito”, “Telemike”, “Grand Prix”, “Ok il prezzo è giusto”, telefilm come “Dallas”, ma anche “Bim Bum Bam”, “La canzone dei puffi”, vari film d’animazione. Collabora pure con lo “Zecchino d’oro”.
Ma il nostro non scrive solo per la Tigre di Cremona. Collabora infatti anche con Iva Zanicchi, Ornella Vanoni, Giorgio Gaber, Johnny Dorelli, Cristina D'Avena, Heather Parisi, Giuni Russo, persino il primo Jovanotti.
Da tempo Martelli era scomparso dalle scene, un po’ per la malattia, un po’ perchè non si era mai ripreso da una vicenda giudiziaria in cui era rimasto coinvolto: un’indagine cominciata nel 2001 e conclusasi nel 2007, con la condanna da parte del tribunale di Como a 18 mesi di reclusione, pena sospesa, per detenzione di materiale pedopornografico. Lascia moglie e cinque figli. Funerali domani nella Basilica di Sant’Ambrogio, a Milano.
domenica 2 novembre 2014
GREGORY PORTER domani LUN a pordenone
Dicono che è il nuovo re del canto jazz, il poeta del soul, il futuro della musica nera. In attesa di verificarne le effettive potenzialità, Gregory Porter apre domani alle 20.45, al Teatro Verdi di Pordenone, la rassegna “Il volo del jazz”, organizzata dal Circolo Controtempo e giunta quest’anno alla decima edizione.
«Mia madre Ruth - dice il musicista, classe 1971, nato a Los Angeles e cresciuto a Bakersfield, infanzia difficile - era un ministro della Chiesa Battista. Da lei ho capito l’importanza della musica nella mia vita. Le mie prime conoscenze e i primi contatti con la musica per me arrivano dalla chiesa. È stato un processo naturale, nessuno mi ha spiegato cosa fosse e cosa dovessi fare, era tutto così emozionante e profondamente legato alla nostra cultura. La musica è sempre stata una parte fondamentale della cultura afroamericana. Tutti usavano la musica per pregare e chiedere la benedizione della tavola, tutta la famiglia rispondeva cantando. Per me la musica è portatrice di cose belle, è la più grande forza positiva nella vita quotidiana dell’essere umano».
Cappellaccio in stile giovane Holden e vaga somiglianza con Thelonious Monk, Gregory - già premiato ai Grammy Awards - ha una voce nera, potente, a tratti rabbiosa, ma che sa essere melodica e intimista, spaziare dal funky al soul, dal gospel al rhytm’n’blues.
Ricorda: «Da ragazzo amavo molto Nat King Cole. Mi ha influenzato molto, nel suo approccio, nel suo modo di cantare con grande emozione, vicino al cuore delle cose, del testo. Lui prendeva il suo tempo e dedicava energia e passione per rendere con la voce il significato dei testi, per trasmetterne le emozioni. La sua dizione era incredibile, il suo fraseggio sorprendente».
«Ma devo molto anche a Marvin Gaye, con il suo approccio alla musica unico e al tempo stesso molto jazz. Era anche un ottimo pianista. Lo ascoltavo molto quando ero al college: il suo approccio al jazz era quello che volevo avere anch’io, con gli elementi soul e la sua esperienza nel canto gospel».
“Liquid spirit” è il suo terzo album. Di cui Gregory Porter dice: «L’energia è la fonte, l’origine della canzone. Per l’album e i titoli dei brani, come “Water” e “Be good”, ho avuto lo stesso approccio: ho aperto le mie braccia, il mio cervello e il mio cuore e ascoltato le mie esperienze. Basta essere aperti e cercare di scrivere le cose che vedo e sento».
GILBERTO GIL, RIVOLUZIONARIO TROPICALISTA, successo a trieste
A volte bastano una voce e una chitarra, se la voce e la chitarra sono di un signore di nome Gilberto Gil. Sale sul palco del Rossetti pochi minuti dopo le ventuno. Camicia azzurra e pantaloni blu, sorride e ringrazia il pubblico per il primo di una lunga serie di applausi. E attacca con "Palco".
A guardarlo ora, capelli corti e grigi al posto dei dreadlock che aveva anni fa, è difficile pensare a lui come a un rivoluzionario. Eppure quel signore di settantadue anni, elegante e dall’espressione divertita, il cui “Solo Tour 2014” dopo la tappa di ieri a Trieste si conclude giovedì a Padova, un vero rivoluzionario è stato, in tutto e per tutto simile a quelli che in ogni tempo e luogo scendono in piazza a lottare per i diritti e la libertà.
A cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, con il collega e amico fraterno Caetano Veloso, dopo essersi opposto alla dittatura che strozzava il suo Brasile con la forza delle parole, della musica e della cultura (il loro movimento si chiamava Tropicalismo, il Sessantotto carioca), fu addirittura costretto all’esilio. I due vennero in Europa, a Londra, dove la loro musica divenne più internazionale, e al ritorno in patria furono accolti come degli eroi popolari, oltre che simboli della nuova musica brasiliana. Tanti anni dopo, nel 2003, Gil fu chiamato dal presidente Lula, figlio di operai ed ex sindacalista, a fare il ministro della Cultura in un paese tornato alla democrazia.
Ecco, bisogna aver ben chiare queste cose, per comprendere e godere appieno dello spettacolo. Che è un viaggio acustico, in compagnia soltanto delle sue chitarre, nella sua vicenda musicale cominciata oltre mezzo secolo fa a Salvador de Bahia e al tempo stesso nella storia meticciata della musica popolare brasiliana (che è «la musica del Brasile ma anche di tutto il mondo...», aveva detto l’artista venerdì sera, nell’incontro svolto nel piccolo e stipatissimo auditorium della Casa della musica), partendo dalle radici folk di Rio e Bahia, approdando ai primi vagiti della bossa nova, quel mix di samba e jazz che ha caratterizzato il periodo d'oro della musica brasiliana, senza ovviamente dimenticare le suggestioni “tropicaliste”.
Approccio intimista e minimalista, per certi versi struggente, proprio come fra i solchi (ops, i solchi non ci sono più, nella musica liquida dei tempi digitali contemporanei...) del suo recente album “Gilbertos sambas”, omaggio al suo maestro e anche lui gran rivoluzionario João Gilberto (l’ambivalente titolo è il nome dell’uno ma anche il cognome dell’altro...). Che ripropone dal vivo, assieme ai classici di una carriera da incornicare, in questo tour nato come un viaggio con la moglie Flora (presente in sala, cui dedica la canzone omonima) nella bellezza e nella cultura di alcune città europee.
Grande e carismatica presenza scenica, padronanza assoluta delle proprie meravigliose corde vocali, tecnica chitarristica consolidata. «Ascoltare Gil che suona João – non a caso scrive nelle note di copertina del disco Caetano Veloso – significa entrare in contatto con l’avventura stessa della nostra musica e della nostra vita». Autorevole notazione confermata anche dal vivo.
A Trieste canta “Aos pés da cruz” e “Aquele abraco", la messicana "Tres palavras" e "Desafinado", "Io che non vivo" di Pino Donaggio e "No woman no cry" di Bob Marley, in una scaletta molto ricca.
Accoglienza trionfale, con tanti brasiliani (bravissimi nei cori...) in platea: atmosfera rilassata e festosa ma al tempo stesso intrisa di quella "saudade" senza la quale il Brasile non è Brasile. Perlomeno a migliaia di chilometri da casa.
TRIESTINI ALLA SANREMO DI NYC
Triestini al Festival della canzone italiana di New York. Una sorta di “Sanremo a stelle e strisce”, che all’ombra della Grande mela attira da anni (questa è la settima edizione) l’attenzione degli italoamericani ma non solo. E che quest’anno ha visto partecipare alcuni artisti triestini e regionali.
Al “Crist the King Center Theatre”, nel Queens, davanti alle telecamere di Rai International, ma trasmessi anche da Icn Radio, sono infatti sfilati i triestini David Sion e Luca Forza con “Darling” (un brano ironico con alcune parole anche in dialetto triestino, video su YouTube), Tania Polla (nata a Trieste ma residente da anni da New York) con “Tempesta”, il comico friulano Andrea Sambucco, quello di “Zelig”, nella parte di “Ruggero dei Timidi” con la canzone “Torna”.
Dietro le quinte, altri due triestini: il produttore Lorenzo Gavinelli (attivo con l’etichetta indipendente Moon Beat, originariamente nata a Trieste ma poi trapiantata a New York) e Ricky Russo, dj e collaboratore anche del “Piccolo”, da qualche tempo approdato oltreoceano.
«Al festival - conferma Ricky Russo, che a New York collabora fra l’altro a una radio che si rivolge alla comunità italoamericana - ho dato un contributo per le selezioni dei partecipanti e degli ospiti. Oltre ai triestini ho portato Frankie Hi Nrg: la sua canzone “Pedala” è stata anche la sigla d’apertura del festival...».
Patty Pravo e Massimo Di Cataldo sono stati altri due ospiti di questa settima edizione della rassegna, vinta per inciso da Silvia Cecchetti, la corista di Andrea Bocelli che vanta una partecipazione al Sanremo Giovani 1994.
Ma torniamo alla pattuglia triestina. Luca Forza è un cantautore: in questi anni ha inciso due singoli con l’etichetta discografica “Bluetatoomusic”, ha partecipato all’Accademia di Sanremo con il duo “Istinto”, ha fatto da supporter a una tappa estiva del tour Max Gazzè.
David Sion, triestino di origini australiane, è attivo da molti anni sulla scena musicale cittadina ma anche nazionale, avendo suonato fra gli altri con Lucio Dalla, Ron, Afrika Bambaataa, Jovanotti, Albertino, Sabrina Salerno, Mike Francis...
«Attualmente abbiamo dato un nostro brano a Silvia Cecchetti e abbiamo appena proposto una nostra canzone a Patty Pravo, ospite al festival newyorkese», dice Luca Forza, che con David Sion è anche protagonista di una “produzione ironica” sul web.
Il Festival della canzone italiana di New York - che a febbraio sarà ospite a Sanremo - è organizzato dall’Associazione culturale italiana di New York. Molto sentito dagli italiani residenti nella Grande mela, rappresenta da sette anni un veicolo per la promozione della canzone italiana e l’interscambio culturale fra Stati Uniti e Italia. Attualmente è la più importante manifestazione canora, di matrice italiana, che si svolge fuori dall’Italia.
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