...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
giovedì 20 novembre 2014
ANNA LAUVERGNAC premiata dalla critica tedesca
La jazzista triestina Anna Lauvergnac ha vinto Premio della critica tedesca con l’album “Coming back home”. Trasferitasi diversi anni fa a Vienna, dove mantiene la residenza, e attualmente “itinerante” fra Austria, Grecia, India e Trieste, la cantante incassa un riconoscimento prestigioso che arriva a premiare una carriera ormai lunga e già ricca di soddisfazioni e collaborazioni.
«Il Premio della critica tedesca - dice l’artista - non è legato all’industria discografica né a interessi commerciali. È assegnato da un centinaio di critici musicali, scrittori, musicologi ed editori provenienti da Germania, Austria e Svizzera».
Chi viene premiato?
«Le “nuove produzioni di straordinaria importanza, giudicate esclusivamente per il loro valore artistico”. Ci sono ventinove categorie. Il premio comprende infatti generi, gli artisti premiati possono essere molto diversi».
Qualche premiato del passato?
«Nel jazz Ella Fitzgerald, Scott Hamilton, Bill Frisell, Aki Takase. Negli altri generi Martha Argerich con Claudio Abbado, Robben Ford, Erykha Badu. Solo per citare alcuni nomi».
Il suo disco premiato?
«È uscito quest’estate per l’etichetta austriaca “Alessa Records”, è distribuito in vari paesi europei, ma anche in Giappone e Stati Uniti. Comprende sette brani della tradizione classica del jazz - quindi degli standard, alcuni molto noti come “Get out of town”, altri meno conosciuti come “Soft winds” - e quattro composizioni originali. Gli arrangiamenti sono del nostro pianista, Claus Raible, con la collaborazione di tutti noi».
Il suo quartetto?
«È formato dal pianista tedesco Claus Raible, Giorgos Antoniou al contrabbasso che è greco ma abita in Svizzera, il batterista londinese Steve Brown, e da me, italiana residente a Vienna ma ormai cittadina del mondo e quasi sempre in viaggio. Insomma, un gruppo internazionale».
Come lavorate?
«Siamo tutti coinvolti in ogni fase della scelta e dell’elaborazione del repertorio. Credo che questo modo di fare musica assieme e con totale coinvolgimento si percepisca: mi dicono sia stato uno dei motivi per cui la giuria ci ha premiato. Ogni musicista suona in modo profondo, a prescindere dalle doti tecniche. Si avverte una forza comunicativa e la passione per la musica: elementi che ci contraddistinguono».
Era stata già premiata?
«È la seconda volta che riceviamo una nomination per questo premio, anche il nostro lavoro precedente - registrato a Trieste, alla Casa della musica - era stato selezionato due anni fa. Un onore, è raro che ciò accada con due produzioni di fila».
Che ci fa sempre in giro per il mondo?
«Mi occupo di bambini di strada e a volte anche di adulti in difficoltà in India, che è il paese in cui passo i miei inverni da dodici anni. Scrivo e fotografo per il mio blog chiamato “Diaries of a nomadic jazz singer”».
I suoi primi passi nella musica?
«Le prime cose che mi vengono in mente: anni Ottanta, ristorante La Palestra. Un trio formato da Paolo Longo, Roberto Prever e Giancarlo Spirito che ospitava due cantanti alle prime armi: Maurizio Nobili e io. Poi l’incontro con Franco Vallisneri, il primo grande musicista con cui ho cantato: pianista e persona meravigliosa».
Andrea Allione?
«Una grande avventura musicale, lui alla chitarra e io alla voce. Andrea (chitarrista piemontese di casa a Trieste, recentemente scomparso - ndr) era un musicista con cui i brani cambiavano in ogni esecuzione, a volte radicalmente e in modo imprevedibile».
Poi lei partì...
«Sì, prima tappa a Graz, alla Scuola superiore di musica, con alcuni dei più grandi cantanti jazz del mondo: Jay Clayton, Mark Murphy, Andy Bey e Sheila Jordan. Negli anni Novanta ho passato vari periodi a New York. Si suonava alle jam session con musicisti allora sconosciuti: Brad Meldhau, Pete Bernstein, Larry Godings, Roy Hargrove...».
Più recentemente?
«Incontri musicali e collaborazioni molto intense. Quella con Fritz Pauer, uno dei padri del piano jazz in Europa, quella con Bojan Z, per me uno dei pianisti più interessanti nel jazz moderno. Gli otto anni con la Vienna Art Orchestra, con cui ho girato tutta l’Europa ma anche Canada, Cina, Russia, Israele, Cuba. L'amicizia con Sheila Jordan, mia insegnante e fonte d’ispirazione costante».
Trieste?
«Ci torno quando posso, la trovo sempre più bella. Spero di venire a Natale».
Prossimi progetti?
«L’ultimo concerto con il quartetto per quest’anno, a Graz; poi faremo un tour a maggio. A dicembre una masterclass e un paio di serate a Belgrado. A gennaio vado a Bombay, dove resterò fino ad aprile...».
martedì 18 novembre 2014
TORNA BAND AID di BOB GELDOF, contro l'ebola
Sarà il singolo più ascoltato (e scaricato) delle vacanze natalizie. È stato registrato sabato a Londra e presentato l’altra sera all’X Factor inglese. Stiamo parlando di “Do they know it’s Christmas” nella versione dei “Band Aid 30”. Ovvero: One Direction, Bono, Ed Sheeran, Paloma Faith, Midge Ure, Chris Martin dei Coldplay, Ellie Goulding, Rita Ora, Emeli Sande, Sinead O’Connor e altre star della musica pop, chiamate nuovamente a raccolta per un fine benefico da Bob Geldof, che nel 1984, trent’anni fa, fondò Band Aid e promosse la prima registrazione del brano, nel frattempo diventato un classico.
Stavolta il fine è quello di raccogliere fondi per la lotta contro il virus dell’ebola. Trent’anni fa l’obbiettivo era combattere la carestia in Etiopia. Diedero vita, anzi, voce a quella prima versione stelle come Boy George, Duran Duran, Spandau Ballet, Paul Young, Culture Club, George Michael, Kool and the Gang, Sting, Bono e Adam Clayton degli U2, Phil Collins, Paul Weller... Il disco raccolse otto milioni di sterline, provocò la risposta statunitense di “We are the world” e fu all’origine dell’intero progetto “Live Aid”.
Nel ventesimo anniversario della prima registrazione, nel novembre 2004, fu realizzata una nuova versione. Progetto promosso da Chris Martin dei Coldplay, con la partecipazione di Geldof e Midge Ure. Nel “Band Aid 20” c’erano fra gli altri Danny Goffey dei Supergrass, Thom Yorke dei Radiohead, Paul McCartney, Dido, Skye Edwards dei Morcheeba, Joss Stone, Robbie Williams...
Nella versione 2015, il testo è stato aggiornato all’emergenza attuale: «Non vi è pace e gioia - cantano gli artisti - questo Natale in Africa occidentale. L’unica speranza che la gente avrà sarà quella si sopravvivere. Dove il comfort è da temere, dove ogni contatto fa paura, come si può credere che è davvero Natale per tutti...».
Geldof ha segnalato che il governo britannico ha rinunciato alle tasse sul singolo, in modo da poter devolvere in beneficenza l’intero incasso dell’iniziativa. E ha detto: «Questa è una canzone, ma anche un evento, e adesso la scommessa è riuscire a farla diventare un fenomeno come lo diventò nel 1985».
Casa della musica, festival per bambini va a ravenna
L’anno scorso il prestigioso invito a Stoccolma per l’International children music collaboration, un network europeo per la diffusione della musica per l’infanzia. Quest’anno la trasferta è meno lunga ma altrettanto interessante.
Il Festival di musica per bambini - una delle punte di diamante fra le tante attività della Casa della musica di Trieste - sabato è infatti ospite della mostra interattiva “Odorosa. Mostra gioco per nasi curiosi”, prodotta e curata da “Immaginante”, una delle realtà più attive in Italia nel campo della ricerca e delle proposte artistiche per bambini, cominciata la settimana scorsa e che si concluderà domenica 30 novembre.
Piatto forte in arrivo dal capoluogo giuliano è lo spettacolo “La musica dello Gnomo mirtillo” (produzione storica del festival triestino, in doppia replica nel pomeriggio di sabato), seguito da “Lo Gnomo Mirtillo gioca ai quattro cantoni”. Ma lo staff giuliano porterà alla manifestazione ravennate anche la testimonianza del proprio lavoro, mentre Vincenzo Stera (coordinatore del festival) terrà al mattino due workshop dedicati a educatori, insegnanti, operatori.
«È con grande piacere - dice Stera, napoletano trapiantato da tanti anni a Trieste, docente di scienze motorie nella scuola pubblica e di musica per bambini nella struttura di via Capitelli - che partecipiamo a questa “avventura”, dove porteremo il nostro “piccolo gnomo”. Sarà un interessante momento di confronto e di collaborazione con altri operatori. Si avverte sempre più, infatti, la necessità di riflettere sull’educazione sensoriale in un tempo dominato dalle tecnologie e la voglia di incoraggiare gli adulti a riflettere sui concetti di conoscenza ed esperienza che sono alla base delle installazioni-gioco presentate nella mostra».
Lo staff dello “Gnomo Mirtillo” è costituito dalla cantante e attrice Ornella Serafini (la “fata”, voce e narrazione), da Gabriele Centis alla batteria, da Daniele Dibiaggio al pianoforte e dallo stesso Vincenzo Stera ai fiati e alle percussioni.
Da segnalare che “La musica dello Gnomo Mirtillo” è da poco diventata anche un libro, accompagnato da un cd con le musiche e alcune proposte interattive, edito da Comunicarte Edizioni, che sta riscuotendo un notevole interesse soprattutto fra gli insegnanti.
L’invito a Ravenna è una nuova soddisfazione per la Casa della musica triestina, conosciuta per la sua intensa attività didattica e anche perchè promuove ogni estate il festival TriesteLovesJazz, che già gode di “buona stampa” anche all’estero grazie ai tanti jazzisti che vengono a incidere nell’attrezzato studio di registrazione sito all’ultimo piano della struttura di via dei Capitelli, due passi da piazza Cavana e dunque anche da piazza Unità.
Grazie alle produzioni del festival di musica per bambini, ora l’attenzione di operatori - nazionali e internazionali, come dimostra l’invito dell’anno scorso a Stoccolma - è attirata dall’attività di didattica musicale rivolta ai più piccoli che viene svolta a Trieste.
CON LA MUSICA, libro di pietro leveratto
«Sarà la musica che gira intorno, quella che non ha futuro, saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro...», cantava Ivano Fossati. Versi che tornano alla mente leggendo questo “Con la musica - Note e storie per la vita quotidiana” (Sellerio, pagg. 360, euro 16), scritto dal genovese Pietro Leveratto, musicista, docente ma soprattutto grande appassionato di musiche e dischi.
Il libro parla dell’importanza dei suoni, delle canzoni, della musica nella vita delle donne e degli uomini, da sempre, in tutto il mondo. «Per farsi un’idea, anzi di più, per vedere finalmente chiaro - scrive l’autore - nell’animo umano, basta procurarsi una raccolta di arie d’opera e canzoni di qualche cantante, maschio o femmina, che abbia registrato nei primi anni del Novecento...».
Gli anni di Enrico Caruso, per esempio, che nel 1904 incide a New York l’aria “Vesti la giubba”, dai “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo: disco che vende più di un milione di copie, «praticamente chiunque avesse accesso a un grammofono aveva comprato con il disco la possibilità di ascoltare a casa propria la voce del cantante...».
Dal grammofono alla musica immateriale e liquida ascoltata in streaming, passando per giradischi, impianti stereo, mangianastri, autoradio, lettori cd, file mp3, youtube, piattaforme di condivisione varie... Più di un secolo dopo, non serve più “possedere” un supporto fisico, per ascoltare la propria musica preferita, il proprio artista prediletto.
Ma l’importanza della musica nelle nostre vite, quella rimane. Anzi, col passare degli anni e dei decenni, è aumentata. La musica è ovunque, non dobbiamo cercarla, è lei che ci segue: nelle sale d’aspetto, al supermercato, nelle suonerie dei telefonini... Una colonna sonora - a volte non richiesta - dei nostri gesti quotidiani, delle nostre giornate, della nostra vita.
Protagonisti del libro sono allora i suoni più adatti a fare da cornice agli accadimenti della vita, a eventi drammatici e vicende bizzarre, alla bellezza e alla sofferenza, al desiderio e alla gelosia. Da Bach ai Beatles, da Mozart a John Cage, da Schubert a Bob Dylan, da Coltrane a Mina, dai Queen a Erykah Badu...
FORMIDABILE QUEL 1967... libro di Bertoncelli
Formidabile quell’anno. Dicono infatti che il 1967 sia stato quello più importante nella storia ormai lunga della musica rock.
Qualche esempio? I Beatles pubblicano “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e “Magical Mystery Tour”, esce il primo disco dei Pink Floyd, muore Otis Redding, debuttano con il primo album di carriere discografiche brevissime ma fulminanti Jimi Hendrix e i Doors, i Rolling Stones finiscono in galera, Bob Dylan si ritira (e comincia a registrare i leggendari “Basement tapes”), a Monterey va in scena dal 16 al 18 giugno il celebre festival, nella famosa “estate dell’amore” i Beach Boys diffondono le loro “Good vibrations”. E si potrebbe continuare. Insomma, una stagione indimenticabile, di quelle consegnate di lì a poco alla storia della musica e della cultura giovanile, ma anche all’immaginario collettivo di almeno un paio di generazioni.
Riccardo Bertoncelli, quello immortalato da Francesco Guccini nella storica “L’avvelenata” («Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate...»), arriva in questi giorni nei negozi, reali e virtuali, con il volume “1967, Intorno al Sgt. Pepper” (Giunti, collana Bizarre, pagg. 256, euro 22).
Si tratta del quarto capitolo di una serie cominciata sette anni fa con “Sgt. Pepper. La vera storia” - al quale il libro si ricollega non solo nel titolo - e proseguita con “1969. Storia di un favoloso anno rock” e “1965-1966. La nascita del nuovo rock”.
Ma torniamo a quei “formidabili dodici mesi”. I Rolling Stones cantano “Let’s spend the night together”. Poi vanno all’Ed Sullivan Show e sono costretti a cambiare l’invito del titolo, che diventa più castamente “Let’s spend some time together”. Debuttano i Bee Gees, ma anche Cat Stevens (primo 45 giri, “Matthew & son”), Pink Floyd (anche per loro un singolo, “Arnold Layne”), Canned Heat, Status Quo. Con il primo album rock con orchestra, dei Moody Blues, nasce il “prog” inglese.
Jimi Hendrix brucia la sua prima chitarra, sul palco dell’Astoria di Londra (rituale che poi diverrà un classico della casa...). Esce l’album “Velvet Underground & Nico”. Steve Winwood lascia lo Spencer David Group e fonda i Traffic. Scott McKenzie canta l’inno pacifista “San Francisco” (in Italia ne faranno una cover i Dik Dik). Miriam Makeba conquista le classifiche con “Pata pata”.
Prima le Mothers of invention e poi Hendrix “profanano” la londinese Royal Albert Hall. A San Francisco viene pubblicato il primo numero di Rolling Stone. Elvis sposa Priscilla. Muoiono Woody Guthrie e John Coltrane (e viene ucciso Ernesto Che Guevara).
Persino a Sanremo, dal 26 al 28 gennaio, si respira aria nuova. Arrivano Hollies, Marianne Faithfull, Sonny & Cher: tutti peraltro eliminati, nell’edizione passata tragicamente alla storia per il suicidio di Luigi Tenco. Ma i ragazzi ascoltano “29 settembre” dell’Equipe 84, mentre Joan Baez suona per la prima volta in Italia, al Teatro Lirico di Milano, presentata da Furio Colombo...
Di queste e tante altre cose, di un anno diverso da tutti gli altri parla il libro di Bertoncelli, al quale hanno collaborato fra gli altri Federico Guglielmi e Franco Zanetti. Ne vien fuori un mosaico di suoni e immagini difficili da dimenticare.
L’autore conclude il volume - dopo capitoli dedicati ai protagonisti di quell’anno, alle recensioni degli album usciti, alle storie di questo o di quello - con un’intervista proprio a quel Francesco Guccini che lo immortalò nel verso e nella canzone citati. Perchè - spiega - il 1967 «è l’anno di “Folk beat n.1”, ottimo esordio e suono strano nella scena nostra di quei dì». Ma anche perchè «c’è pochissima Italia nelle pagine di questo libro, più per ragioni di spazio che per scelta, e dovevo riparare in qualche modo».
Guccini racconta allora dei suoi ricordi legati a quell’anno, della sua vita bolognese, di un viaggio ad Amsterdam «perchè avevamo sentito parlare dei Provos, gli anarchici pacifisti olandesi», dell’amore per Bob Dylan ma anche per Brel, dei primi passi nel mondo della musica, della collaborazione con i Nomadi e di quel primo album...
Un ’67 insomma diverso, da quello della psichedelia e del rock andato in scena nelle pagine precedenti. Ma giusto compendio che contribuisce a rendere «l’idea di quell’anno - dice Bertoncelli, che scrive di rock dal ’69 e ha scritto il primo libro italiano sull’argomento, s’intitolava “Pop story”, nel ’73 - semplice e complicato, ricco di ingenuità e di speranze, affacciato sul bordo di un futuro che era difficile immaginare tanto vertiginoso».
Nel 1967, un secolo fa.
domenica 16 novembre 2014
VASCO, speranze concerto a Trieste sett15, dopo Padova 21-7
I (tantissimi) fan triestini e regionali di Vasco Rossi dovranno aspettare settembre, per sperare di vedere il loro idolo allo stadio di Trieste. Oppure, dovranno mettersi in viaggio per Padova, dove il 12 luglio, allo Stadio Euganeo, si concluderà la prima parte (peraltro l’unica per ora sicura e annunciata...) del “LiveKom.015”.
Il tour comincerà il 7 giugno dallo Stadio San Nicola di Bari, come del resto il rocker di Zocca aveva già annunciato («verrò a bussare a casa vostra...») un paio di settimane fa al Medimex, nel capoluogo pugliese, in occasione della presentazione del nuovo album “Sono innocente”, subito balzato in testa alle classifiche di vendita. Tappe successive: 12 giugno a Firenze, allo Stadio Franchi; 17 giugno a Milano, allo Stadio di San Siro; 22 giugno a Bologna, allo Stadio Dall’Ara; 27 giugno a Torino, allo Stadio Olimpico; 3 luglio a Napoli, allo Stadio San Paolo; 8 luglio a Messina, allo Stadio San Filippo.
Sulla base dell’esperienza degli anni e delle tournèe passate, è molto probabile che alcune di queste date (Milano, per esempio) raddoppino o addirittura triplichino. Esauriti i biglietti già in prevendita per il primo concerto in una città, di solito viene infatti annunciata la seconda e a volte la terza data.
Sempre sulla base dell’esperienza degli anni e delle tournèe passate, dopo la prima tranche di concerti fra giugno e luglio, e dopo un altrettanto canonico periodo di vacanze e riposo fra luglio e agosto, è probabile un’appendice del tour a settembre. Queste riprese hanno spesso portato il Blasco anche a Trieste e a Udine. Ma a settembre non dovrebbero ancora essere ultimati i lavori allo Stadio Friuli, attualmente agibile a capienza ridotta: dunque rimarrebbe in lizza solo lo Stadio Rocco...
Troppo presto, ovviamente, per avere al riguardo conferme o smentite da parte degli organizzatori. Ma il buon senso dice che, se ci sarà ripresa del tour a fine estate, anche il Friuli Venezia Giulia torna in pista per ospitare una tappa della tournèe, che sarà sicuramente una delle più affollate - forse la più affollata - dell’intero 2015.
Ma torniamo alle cose sicure. I biglietti per tutte le date saranno disponibili dalle 11 di mercoledì 19 novembre su www.livenation.it e tramite il circuito TicketOne www.ticketone.it. Dalle 10 di domani partiranno due prevendite anticipate, una di 24 ore per gli iscritti al Blasco Fan Club (www.vascorossi.net) e una di 48 ore per i titolari di carta American Express (www.ticketone.it/americanexpress).
Prematuro pensare alla scaletta e alle caratteristiche dello spettacolo. Ma facile intuire che le canzoni di “Sono innocente” faranno la loro parte, accanto ai classici di una carriera cominciata discograficamente nel lontano 1978.
sabato 15 novembre 2014
COSLOVICH, carriera a londra
Prosegue la “carriera londinese” del musicista triestino Giorgio Coslovich. Dopo aver partecipato lo scorso anno, unico italiano, all’edizione 2013 del London New Wind Festival, quest’anno torna alla rassegna che si svolge alla Regent Hall, in Oxford Street.
Coslovich, classe 1948, un passato nella scena pop/rock triestina degli anni Settanta, è stato selezionato assieme a un gruppo di compositori prevalentemente britannici e Usa. Lo scorso anno aveva presentato “La Cour de Avignon”, riadattato per quintetto di fiati (oboe, flauto, clarinetto, corno e fagotto). Quest’anno, venerdì 21 novembre, proporrà la suite in due movimenti “Montenotte”, da lui composta, per sestetto e pianoforte.
«È una suite - spiega il musicista - dalle movenze quasi gershwiniane. Per me è una grande soddisfazione tornare per il secondo anno consecutivo in questa rassegna che propone partiture provenienti da tutto il mondo».
Ancora Coslovich: «Per me è un buon momento. Ho vari progetti in lavorazione, tra cui uno in collaborazione con il direttore d’orchestra Axel Boch, riguardante miei brani per chitarra classica e archi. E mi è arrivato un riconoscimento sulla rivista della Siae, “VivaVerdi”, per l’evento londinese dell’anno scorso».
Questa doppia avventura nella capitale britannica sta aprendo varie prospettive al musicista triestino. L’ex Genesis Anthony Phillips ha analizzato con il direttore d’orchestra Andrew Skeet le sue musiche. «Sì, ho avuto la fortuna di conoscerlo - dice Coslovich -, lui si è espresso positivamente riguardo le mie composizioni e mi ha anche dato degli utilissimi suggerimenti con riferimento agli arrangiamenti».
«Non voglio sollevare polemiche - conclude il musicista triestino, che sarà ospite nelle prossime settimane di un programma culturale sul canale Bbc 4, ma in Italia tutto diventa complicato se non appartieni al mondo accademico. Io sono parzialmente autodidatta, ma a Londra ho notato con piacere che i tuoi meriti vengono riconosciuti semplicemente per quello che fai, per le musiche che scrivi...».
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