...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
domenica 7 dicembre 2014
ESTATE 2015 a TRIESTE: METALLICA o FOO FIGHTERS?
Potrebbero essere i Metallica o i Foo Fighters i protagonisti dell’estate rock triestina 2015. Ma c’è in ballo anche qualche altro nome. Che ora tentiamo di scoprire.
Andiamo per ordine. Siamo a dicembre, l’estate è ancora un miraggio in fondo al tunnel dell’inverno, ma è proprio in queste settimane fredde che si fanno i giochi, si firmano i contratti per i grandi concerti dei mesi caldi.
Lo scorso anno, il concerto triestino dei Pearl Jam (22 giugno scorso) fu annunciato prima di Natale. Tempi analoghi per i Green Day nel 2013 e Bruce Springsteen nel 2012.
Abbiamo citato non a caso i tre megaconcerti realizzati con il determinante sostegno dell’amministrazione comunale griffata Cosolini. Non è un mistero che il “sindaco rockettaro” abbia avuto un ruolo importante, assieme al “braccio operativo” dell’Azalea Promotion, nel portare a Trieste gli artisti citati - soprattutto il Boss, ça va sans dire - e tanti altri, che in questi tre anni e mezzo hanno reso decisamente meno asfittica la scena “live” cittadina, in passato storicamente tagliata fuori dai grandi giri.
La prossima estate è l’ultima prima del rinnovo dell’amministrazione comunale. Ergo, se il sindaco springsteeniano non dovesse ricandidare o comunque non essere rieletto nella primavera 2016, a scadenza dunque naturale del mandato, il prossimo potrebbe essere l’ultimo megaconcerto con il suo timbro.
Per concludere in bellezza, in attesa delle decisioni dell’elettorato (oltre che del suo partito), Cosolini sognerebbe ovviamente il ritorno dell’amato Springsteen. Che nel 2015 sicuramente suonerà da qualche parte (l’altra sera, a New York, a una manifestazione per raccogliere fondi contro l’Aids a Times Square, ha cantato assieme agli U2 momentaneamente orfani di Bono infortunato...), ma per ora non si sa dove. Dunque bisogna affidarsi a quel che offre il famigerato convento.
E il convento del rock dice che, per un concerto allo Stadio Rocco di Trieste, diciamo a cavallo fra fine maggio e inizio giugno 2015, un nome spendibile potrebbe essere quello degli immarcescibili metal-rockettari Metallica: a fine maggio sono in Germania, prima a Nürburg e poi a Monaco, e il 4 giugno suonano a Vienna. Un’eventuale tappa triestina si inserirebbe in quell’arco temporale, e sarebbe al momento l’unica tappa italiana del tour mondiale della band statunitense. Che nell’estate 2012 attirò quasi quarantamila fan da mezza Europa nel concerto allo Stadio Friuli di Udine.
Altro nome: i Foo Fighters, che saranno in tour in Europa dal 25 maggio al 25 giugno e in questo momento hanno una finestra libera fra il 30 maggio e il 7 giugno. La band fondata vent’anni fa da Dave Grohl (all’epoca ancora nei Nirvana) è più popolare all’estero che in Italia, ma è comunque entrata da tempo fra gli artisti rock “di prima fascia”.
Ma la rosa all’interno della quale scegliere il petalo giusto non è ancora ridotta al gambo. Ci sono per esempio i Muse, che saranno in tour in Europa dal 29 maggio al 18 luglio: anche loro hanno al momento una finestra libera dal 30 maggio al 5 giugno. E Trieste è già stata in ballo per il tour del 2013.
O ancora i Linkin Park e gli Iron Maiden, le cui date europee non sono ancora state annunciate, e nientemeno che il re del pop Robbie Williams, che sarà in Europa anche lui da maggio a fine luglio.
Al momento sembra meno probabile la possibilità di inserirsi nell’asta per portare superstar come gli Ac/Dc o i Coldplay (per entrambi date europee ancora da annunciare), per non parlare degli idoli delle ragazzine One Direction, che saranno in Europa da giugno ma escono decisamente dal target finora perseguito e frequentato.
A meno che non spunti l’eterno Vasco Rossi, il cui tour parte il 7 giugno da Bari e tocca Padova il 12 luglio. Chissà, una “data zero” fra fine maggio e inizio giugno forse ci starebbe. E comunque, anche se non fosse, si potrebbe puntare sulla ripresa settembrina del tour.
Quel che è (quasi) certo è che il sindaco Cosolini porta la delibera in giunta fra una settimana. Vedremo che nome viene fuori dal cilindro.
venerdì 5 dicembre 2014
PINK FLOYD a Sanremo? Si tratta
I Pink Floyd a Sanremo. Potrebbe essere questo il botto dell’edizione 2015, che si terrà dal 10 al 14 febbraio, affidata alle cure di Carlo Conti. Il conduttore più abbronzato e nazionalpopolare che ci sia l’ha buttata lì, quasi con nonchalance, a margine della presentazione delle due vincitrici di Area Sanremo (per la cronaca: Erika Mineo, in arte Amara, e Chantal Saroldi, in arte Chanty), che saranno sul palco dell’Ariston tra le Nuove Proposte.
«Voglio un Sanremo pop - ha detto - dove sarebbe bello poter respirare tanti sapori ed emozioni diverse». Aggiungendo che il festival quest’anno avrà un cast importante di ospiti stranieri (si torna dunque al passato, dopo alcune edizioni nelle quali si è stretta un po’ la cinghia...), e che fra questi potrebbero esserci proprio i leggendari Pink Floyd, o quel che resta di loro, appena usciti con l’album “The endless river”.
Il disco - quindicesimo e quasi sicuramente ultimo in studio della band, uscito un mese fa a vent’anni dal precedente “The division bell”, realizzato con materiali che non erano entrati in quell’album, pensato in memoria del tastierista Richard Wright scomparso sei anni fa - ha conquistato le classifiche con l’effetto nostalgia ma ha diviso fan e critica. Un rilancio sanremese, almeno per il mercato italiano, ci starebbe tutto. Dice Conti: «C’è una trattativa in corso, ma non è semplice».
L’attesa, intanto, è al solito concentrata sui cantanti in gara. Conti dice che non sarà un’impresa facile scegliere i “big”: «I brani presentati sono circa 250 e noi dobbiamo sceglierne soltanto sedici», ha detto il presentatore, che svelerà i nomi selezionati domenica 14 in tivù, all’Arena di Giletti su Raiuno.
Proprio per le difficoltà che stanno emergendo, si parla della possibilità di alzare i cantanti in gara a diciotto. Quel che è invece già certo è che, accanto ad artisti italiani di fama internazionale che si esibiranno in lingua straniera, ci potranno essere interpreti internazionali che canteranno in italiano.
I nomi che girano si possono dividere in due gruppi. Serbatoio “Amici” di Maria De Filippi: Dear Jack, Marco Carta, Alessandra Amoroso, Debora Iurato (vincitrice del “talent” dell’anno scorso), Valerio Scanu. Ennesimi ritorni: Enrico Ruggeri, Marco Masini, Loredana Bertè, Dolcenera, Anna Tatangelo, Nek, Irene Grandi. Con l’aggiunta rap napoletana di Rocco Hunt e Clementino.
Ad affiancare Conti potrebbero arrivare, nell’inedito ruolo di vallette, le due vincitrici del Festival Emma e Arisa. Oppure Asia Argento e Vanessa Incontrada. Possibile superospite italiano: Gianna Nannini. Superjolly sempre sognato: Fiorello. E un po’ di attori hollywoodiani (Costner, Gere, Clooney...) di contorno.
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GUCCINI domenica a CormonsLibri, Gorizia: intervista
«Mi mancano i musicisti, quell’allegra brigata con cui giravamo nelle tournèe. Vedo ogni tanto Flaco (il chitarrista Juan Carlos “Flaco” Biondini - ndr), gli altri molto meno. Ma a parte questo, sto benissimo. Sono passati due anni, sono contento della scelta fatta...».
Francesco Guccini ha appeso metaforicamente la chitarra al chiodo esattamente due anni fa, in concomitanza con l’uscita dell’album “L’ultima Thule”. Non farò più dischi né concerti, disse quella volta, confidando che si sarebbe dedicato interamente all’attività - fino a quel momento secondaria - di scrittore.
E solo quanti lo conoscevano poco potevano credere in quell’occasione che il nostro - classe 1940, in carriera dagli anni Sessanta - potesse pentirsi e ripensarci.
«Ero stanco - dice al telefono dalla sua Pavana, appennino toscoemiliano, provincia di Pistoia -, fare concerti cominciava a essere faticoso: stare due o tre ore in piedi...».
Agli inizi cantava seduto.
«Certo, poi ho conquistato la posizione eretta. E non mi sembrava il caso di sedermi di nuovo, poteva rappresentare plasticamente l’inizio del declino. Meglio chiudere quando sei ancora in piedi, prima che ti caccino a pedate. E ho conquistato anche una libertà: quella di prendermi un raffreddore senza pensare al fatto che devo fare un concerto».
Domenica a Cormons?
«Presento il nuovo libro che ho scritto con Loriano Macchiavelli, “La pioggia fa sul serio”. Il titolo giusto per queste giornate uggiose, adatto al clima, qui a Pavana piove da giorni. Ma il freddo non è ancora arrivato».
Basta col maresciallo Santovito?
«Santovito lo abbiamo mandato in pensione. La nuova storia è il secondo capitolo delle avventure dell’ispettore forestale Marco Gherardini, che nel paese degli Appennini dove è ambientata la vicenda tutti chiamano Poiana».
La vita di città le manca?
«Assolutamente no. Ormai vivo qui da tanti anni, le poche volte che vado a Bologna scappo via prima possibile. Ho scoperto di non sopportare più il traffico, il caos, forse anche la gente. E poi qui in paese sto bene, vita tranquilla, molti mi vengono a trovare».
L’anno scorso ha fatto una piccola vacanza nella “sua” vecchia Trieste.
«Sì, grazie a Paolo Rumiz e altri amici ho fatto un bel giro. Ho scoperto luoghi che non conoscevo, sia in città che sul Carso. Ho scoperto anche il mondo delle “osmize”, una bella tradizione che non «Mi mancano i musicisti, quell’allegra brigata con cui giravamo nelle tournèe. Vedo ogni tanto Flaco (il chitarrista Juan Carlos “Flaco” Biondini - ndr), gli altri molto meno. Ma a parte questo, sto benissimo. Sono passati due anni, sono contento della scelta fatta...».
Francesco Guccini ha appeso metaforicamente la chitarra al chiodo esattamente due anni fa, in concomitanza con l’uscita dell’album “L’ultima Thule”. Non farò più dischi né concerti, disse quella volta, confidando che si sarebbe dedicato interamente all’attività - fino a quel momento secondaria - di scrittore.
E solo quanti lo conoscevano poco potevano credere in quell’occasione che il nostro - classe 1940, in carriera dagli anni Sessanta - potesse pentirsi e ripensarci.
«Ero stanco - dice al telefono dalla sua Pavana, appennino toscoemiliano, provincia di Pistoia -, fare concerti cominciava a essere faticoso: stare due o tre ore in piedi...».
Agli inizi cantava seduto.
«Certo, poi ho conquistato la posizione eretta. E non mi sembrava il caso di sedermi di nuovo, poteva rappresentare plasticamente l’inizio del declino. Meglio chiudere quando sei ancora in piedi, prima che ti caccino a pedate. E ho conquistato anche una libertà: quella di prendermi un raffreddore senza pensare al fatto che devo fare un concerto».
Domenica a Cormons?
«Presento il nuovo libro che ho scritto con Loriano Macchiavelli, “La pioggia fa sul serio”. Il titolo giusto per queste giornate uggiose, adatto al clima, qui a Pavana piove da giorni. Ma il freddo non è ancora arrivato».
Basta col maresciallo Santovito?
«Santovito lo abbiamo mandato in pensione. La nuova storia è il secondo capitolo delle avventure dell’ispettore forestale Marco Gherardini, che nel paese degli Appennini dove è ambientata la vicenda tutti chiamano Poiana».
La vita di città le manca?
«Assolutamente no. Ormai vivo qui da tanti anni, le poche volte che vado a Bologna scappo via prima possibile. Ho scoperto di non sopportare più il traffico, il caos, forse anche la gente. E poi qui in paese sto bene, vita tranquilla, molti mi vengono a trovare».
L’anno scorso ha fatto una piccola vacanza nella “sua” vecchia Trieste.
«Sì, grazie a Paolo Rumiz e altri amici ho fatto un bel giro. Ho scoperto luoghi che non conoscevo, sia in città che sul Carso. Ho scoperto anche il mondo delle “osmize”, una bella tradizione che non ricordavo ai tempi della mia naja a Banne».
È passato mezzo secolo, ci pensa?
«Già, rimasi sul Carso dal gennaio all’ottobre del ’63. Ricordi indelebili. E poi quell’eskimo della canzone, comprato su una bancarella in piazza Ponterosso, prima di ritornare a casa. Bei tempi, difficile dimenticarli».
Era una Trieste molto diversa?
«Certamente sì, anche se io non conosco bene la città, i suoi problemi. Quando sono tornato, in tutti questi anni, è stato sempre o per lo spazio di un concerto, o comunque per pochi giorni, insufficienti a vivere la città. Quel che posso dire è che Trieste mi è sempre piaciuta e continua a piacermi molto. Mi piacciono le sue strade, le piazze, il mare. Mi piace il vostro modo di vivere, diciamo così, mitteleuropeo. Si avvertono la dimensione europea, il crogiuolo di razze e di culture. Ed è sempre bello vedere la gente che ama divertirsi, frequentare i caffè, le osterie».
Come le vecchie balere della sua Emilia Romagna?
«In un certo senso. Anche da noi ora quel mondo si è trasformato, ma ho ricordi piacevoli delle balere, delle feste paesane e di quelle dell’Unità. Quando insegnavo agli americani, al Dickinson College di Bologna, dicevo loro: andate alle feste dell’Unità, così capirete come sono veramente i comunisti italiani di cui avete tanta paura...».
La sua regione produce cantanti e musicisti in quantità industriale.
«Penso sia dovuto alla nostra tradizione contadina, alla gente nei campi, alle mondine che cantavano nelle ore di lavoro. E finito di lavorare c’erano le feste paesane, le sagre. Che dire: siamo individui canori, musicali, che hanno voglia di cantare e suonare. E i cantanti di oggi sono figli e nipoti di quelle tradizioni».
Al cinema la chiamano ancora?
«Qualche volta. La gente ricorda le mie parti con Pieraccioni o nel “Radiofreccia” di Ligabue, ma la mia frequentazione col cinema ha radici antiche. La prima volta da attore fu nel ’76, in “Bologna. Fantasia, ma non troppo, per violino”, di Gianfranco Mingozzi. Ma ricordo “I giorni cantati” di Paolo Pietrangeli, che inserì nella colonna sonora le mie “Eskimo” e “Canzone di notte n.2”, e poi “Musica per vecchi animali” di Stefano Benni, “Ormai è fatta” di Enzo Monteleone. E le colonne sonore, fra cui “Nené” di Salvatore Samperi».
Si divertiva?
«Ho ricordi piacevoli, ma “cum grano salis”. Mi spiego: mi piace il cinema, soprattutto da spettatore, ma farlo è molto noioso: tempi morti, ore di attesa, cambi, ripetizioni, non fa per me».
Meglio il fumetto?
«Certo, molto più vicino alle mie corde. Più compatibile con i miei ritmi di lavoro, in fondo è artigianato anche quello, come la canzone. Ho scritto alcune sceneggiature, le storie di un brigante toscano, alcune cose con l’amico Bonvi».
Sono passati quarant’anni da “Stanze di vita quotidiana”: è vero che la vicenda con Bertoncelli e “L’avvelenata” partì da quel disco?
«Sì, Riccardo Bertoncelli scrisse che ero “un artista finito, che non aveva più niente da dire”. Non faceva una critica, ovviamente più che legittima, sul disco, sulle canzoni: non si trattava insomma di un “mi piace, non mi piace”. Diceva che ero stato costretto a fare quell’album da una non meglio identificata “logica di mercato”. Allora scrissi quei versi, non volevo nemmeno pubblicare il brano, invece mi convinsero e andò come andò».
Poi vi siete chiariti?
«Sì, quasi subito. Venne a trovarmi a Bologna, ci parlammo a lungo. In tutti questi anni siamo rimasti in ottimi rapporti, magari non amiconi, ma ottimi rapporti. Tanto che per il suo recente libro dedicato al 1967 mi ha fatto una lunga intervista che conclude il volume».
Quando hanno rieletto Napolitano lei ha preso un voto in due scrutinii consecutivi.
«In realtà in uno scrutinio ne ho presi due, uno è sfuggito ai conti ufficiali, ed è stata una iattura: mi hanno spiegato che se prendi almeno due voti entri nell’annuario ufficiale del Quirinale...».
Scherzi a parte?
«Scherzi a parte mi sono fatto una bella risata. E non ho mai scoperto chi è stato il buontempone. Forse era un mio fan. Del resto anche Renzi ha detto che veniva ai miei concerti».
Dopo Napolitano meglio un politico o un uomo di cultura?
«Io mi ero già espresso a favore di Prodi, ma sembra che non sia più disponibile. Andrebbe bene anche un uomo di cultura, anche se ormai si tratta di un ruolo dai compiti sempre più politici».
Alle regionali ha votato Sel.
«Ho votato una persona che stimo, non ho cambiato bandiera. Dunque riprenderò a fare come suggeriva Montanelli ai tempi della Dc: mi turo il naso e voto Pd».
Che dunque non la entusiasma. Meglio renziani e vincenti ma lontani dalle tradizioni della sinistra o duri, puri e perdenti?
«La seconda ipotesi non mi sembra granchè piacevole».
giovedì 4 dicembre 2014
PATTI SMITH domani VEN a Udine
Alle 11 incontra gli studenti del liceo Percoto, a Udine, nell’ambito di “Music for you(th)”. Poi un pranzo leggero, forse un riposo in albergo, e alle 21 appuntamento al “Nuovo” per il concerto. Biglietti già tutti esauriti in prevendita. Sarà questa, domani, la giornata udinese di Patti Smith: sacerdotessa, poetessa, leggenda del rock, icona della musica e della cultura popolare dagli anni Settanta a oggi.
Nel suo attuale tour “The (Patti) Smith’s”, l’artista newyorkese propone dei concerti acustici, accompagnata dai figli Jesse Paris e Jackson (ecco spiegato il nome del tour) e dal chitarrista Tony Shanahan. Nei giorni scorsi era a Bergamo e Parma, ieri a Rimini, dopo Udine sarà a Vicenza (sabato), Napoli e Catanzaro. La figlia Jesse, 27 anni, è un’attivista ambientalista come la madre, il figlio Jackson è musicista. «Canteremo - ha detto Patti - quel che il pubblico vorrà: i miei figli conoscono tutto il mio repertorio...».
Quel che è certo è che madre e figli canteranno ancora una volta classici come “People have the power”, “Gloria” (cover del brano dei Them di Van Morrison), “Dancing barefoot”, “Because the night” (scritta con Springsteen): un modo per rendere omaggio a Fred Smith, marito di lei e padre dei ragazzi, morto vent’anni fa.
Nelle interviste, Patti ammette spesso che la sua vera passione è la scrittura. Dopo “Just kids”, dedicato agli anni giovanili con Robert Mapplethorpe, che le ha fatto guadagnare il National Book Awards, sta preparando un nuovo libro in cui parla della sua vita, «di ciò che vedo e sento, vorrei portare i lettori in viaggio con me attraverso la mia mente...». Uscirà nel 2015.
Questo ennesimo tour italiano le sta dando la possibilità di visitare luoghi che la interessano. L’altro giorno, per esempio, è stata alla casa natale di Papa Giovanni XXIII, a Sotto il Monte, in provincia di Bergamo. «È il Papa - ha detto - della mia gioventù. I miei erano testimoni di Geova, ma ammiravano il Papa del presidente Kennedy, colui che l’aveva aiutato a risolvere la crisi dei missili a Cuba. Ho visto i suo vestiti, la croce che portava, il “certificato di povertà” assegnato alla sua famiglia. È stato emozionante».
Nella casa pare abbia canticchiato un brano. «Sono le parole di “Coventry Carol”, continuano a ronzarmi nella testa - ha raccontato -: un canto natalizio, racconta di Maria che vorrebbe proteggere Gesù dai mali del mondo, ma è anche il lamento delle madri i cui bambini sono stati uccisi dai poteri forti».
A ottobre, Patti Smith ha celebrato con John Cale (Velvet Underground), solo per una notte, a Parigi, i quarant’anni dell’album “Horses”. Ad aprile l’artista - cattolica, che l’anno scorso ha partecipato al Concerto di Natale in Vaticano - ha parlato brevemente con Papa Francesco in piazza San Pietro: «Ho grande stima di lui, per la sua bellissima semplicità e il carisma naturale, per l’intelligenza che dimostra e per le umili origini che condivide con Giovanni...».
MUSICA JAZZ CELEBRA LUTTAZZI CON LELIOSWING
Esce domani l’album “Lelio Swing”, allegato alla rivista Musica Jazz e realizzato dal produttore friulano Alberto Zeppieri. Si tratta di un nuovo, importante omaggio al grande musicista e conduttore triestino scomparso nel luglio 2010.
Il disco porta lo stesso titolo della bella mostra partita da Roma e vista anche a Trieste, realizzata grazie alla fondazione che è nata nell’ottobre 2010 su iniziativa della moglie Rossana Moretti Luttazzi. Dentro, alcune splendide riletture di suoi brani da parte di Mina (la registrazione più antica, datata 1965) e Lucio Dalla, dei pianisti Stefano Bollani e Franco D’Andrea, Rita Marcotulli e Remo Anzovino, passando per Simona Molinari, Fabio Concato, Lorenzo Hengeller, Danilo Rea, Enrico Intra, l’indimenticato Renato Sellani.
Alcuni di loro (si pensi innanzitutto alla grande Mina, con lui negli indimenticabili sabati sera della televisione ancora in bianco e nero...) hanno lavorato e collaborato con Luttazzi, altri lo hanno solo amato e probabilmente considerato un grande esempio, un modello da seguire delle loro carriere.
Quel che ne vien fuori sono momenti di autentica emozione che celebrano l’arte, lo stile, l’eleganza, l’ironia, indefinitiva lo swing del grande Lelio. Complessivamente venti brani, tutti in versioni nuove, alcuni dei quali realizzati appositamente per questo progetto. L’album è simbolicamente aperto e chiuso proprio dal pianoforte dell’artista triestino.
La cavalcata comincia infatti con una versione dal vivo di una fantasia di Gershwin, registrata a Trieste nell’estate 1992 dal trio di Luttazzi, con i fidatissimi Massimo Moriconi al contrabbasso e Sergio Conti alla batteria, e si conclude con un tributo a Cole Porter, dopo aver riproposto anche Jerome Kern.
Fra i brani, da segnalare la doppia versione di “Buonanotte Rossana”, dedicata alla moglie: una affidata al tocco del pianista e compositore pordenonese Remo Anzovino (invitato proprio da Rossana a tenere un “concerto per Lelio” lo scorso anno a Roma al Palazzo delle Esposizioni) e una cantata da Simona Molinari (che ha portato a Sanremo 2013, in duetto con Peter Cincotti, l’inedito luttazziano “Dr. Jekyll Mr, Hyde”) inserita fra i tre “bonus” dell’album.
Altri brani degni di nota: “Il giovanotto matto” rivisitato da Stefano Bollani, “Eccezionalmente sì” nella versione della cantante friulana Barbara Errico (che ha appena realizzato l’album “Sentimentale - Dedicato a Lelio Luttazzi”) e l’inedito “Innamoriamoci”, di Fausto Cigliano e Iskra Menarini, storica corista di Lucio Dalla, che nella raccolta interpreta invece la classicissima “Vecchia America”.
Una curiosità. Nell’album, che abbraccia cinque decadi, dagli anni Sessanta a oggi, il brano più “recente” è l’inedita “Canzone senza pretese”, incisa appositamente da Musica Nuda (ovvero Petra Magoni e Ferruccio Spinetti) il 22 ottobre.
Intanto, la mostra “Lelio Swing”, dopo Roma e Trieste, approda sabato nelle sale del leggendario (e felliniano) Grand Hotel di Rimini. Come i tanti triestini che l’hanno visitata al Magazzino delle idee, la mostra ricorda Luttazzi nelle sue varie espressioni: musicista, compositore, presentatore di trasmissioni Rai di successo (come “Studio Uno” con Mina), direttore d'orchestra, jazzista amante dello swing. In esposizione vinili, spartiti originali, memorabilia, vintage, elementi scenografici, installazioni artistiche. Il 27 dicembre, a Rimini, evento di beneficenza per raccogliere fondi per la Fondazione Luttazzi (info www.fondazionelelioluttazzi.it).
martedì 2 dicembre 2014
SON LUX e WHITE HINTERLAND stasera a Trieste, teatro Miela
Oggi alle 21.30, al Teatro Miela, per la rassegna “Mielanext_reloaded”, è in programma un doppio concerto con Son Lux e White Hinterland. Il primo - secondo le note degli organizzatori - «propone un sofisticato “post-rock” e “alternative pop” molto originale, partendo dalla composizione elettronica e imbastendo arrangamenti che si fanno via via sempre più complessi. Vuoti e pieni si alternano mentre la particolare tensione melodrammatica sale come in una colonna sonora di un film, dove da un momento all’altro temi di trovarti a faccia a faccia con qualcosa di tremendo o perlomeno di inaspettato». Con lui, in scena, Rafiq Bhatia alla chitarra elettrica e Ian Chang alla batteria. Proporranno brani dal nuovo album “Lanterns”.
Apre la serata White Hinterland, che in realtà si chiama Casey Dienel ed è una cantautrice e pianista statunitense, che ha un repertorio di personalissime ballate. Il suo nuovo album s’intitola “Baby”, fra i suoi brani “Sickle no sword” e “Metronome”.
Ma “Mielanext_reloaded” prevede anche una seconda serata. Mercoledì 17 dicembre, sempre al Teatro Miela, attesa per un’altra accoppiata di giovanissimi, stavolta all’insegna della new wave elettronica: gli islandesi Samaris e il duo svedese Kristal & Jonny Boy.
FRANCESCO MESSINA: IL MIO VIAGGIO CON BATTIATO
L’idea iniziale di Francesco Messina era quella di farne un libro “per soli grafici”. Poi, durante una delle loro tradizionali vacanze in Sicilia, Franco Battiato lesse quella che nelle intenzioni dell’autore doveva essere la versione definitiva, ne fu entusiasta e disse che però doveva scrivere “molto ma molto di più”. Messina: «Disse che c’erano tante cose, aneddoti, eventi vari e viaggi che avrei potuto tranquillamente raccontare. Disse che si sarebbe trattato di un bel libro. La cosa, detta da lui che è la persona meno felice di veder pubblicati i fatti suoi che io conosca, mi mise in crisi. Ero felice per il suo giudizio positivo, ma anche infinitamente impreparato: credevo d’aver finito...».
Così è nato il libro “Ogni tanto passava una nave - Viaggi e soste con Franco Battiato” (Bompiani, pagg. 256, euro 29,50). Scrive Battiato nella prefazione: «Ho conosciuto Francesco Messina nel 1975. Mi venne a trovare a Milano da Udine, per parlare di musica. Si presentò come grafico e ne approfittai immediatamente, per farmi dare dei consigli sulla copertina di un mio disco che stava per uscire (che finì lui). Diventammo amici...».
La versione, appena discordante sulla data, di Messina: «Ho incontrato Franco nel 1974. Era appena uscito “Clic”, suo quarto disco, che da subito, dopo l’ascolto di una facciata, era diventato improvvisamente il mio album italiano preferito di allora. Quel vinile l’avevo quasi consumato quando mi decisi a fare un passo indietro ascoltando il precedente “Sulle corde di Aries”...».
Musicista, grafico, produttore, compagno di vita e di lavoro di Alice (vivono assieme in Friuli da una dozzina d’anni), Francesco Messina - nato nel 1952 a Udine - è stato art director della Biennale di Venezia dal ’77 all’82, con il suo Polystudio ha progettato per editori, musei, teatri, giornali, case discografiche, varie istituzioni culturali.
Ma la sua passione è la musica. Ha pubblicato album solisti con la Cramps e la Polygram, con Battiato la fondato la casa editrice L’Ottava, per Alice ha prodotto una decina di album, fra cui il recente “Weekend”, ha collaborato con Eugenio Finardi e Giuni Russo. Una nuova conferma arriva da questo libro. Le note avvertono che non si tratta dell’ennesima biografia di Franco Battiato, ma «non è un libro di musica, tantomeno d’arte. Più che altro è una storia fatta di progetti in salita, di viaggi non sempre prevedibili e altre amenità varie, intraprese da due amici che hanno scelto anche di lavorare insieme su questioni molto pop e altre che non lo sono affatto».
Ancora dalle note: «È la cronaca, raccontata e disegnata, di quasi una quarantina d’anni di ricerche, tentativi ed esperienze negli ambiti più vari: quelli della musica, della grafica, del teatro, del cinema e di quant’altro fosse al tempo necessario affrontare per trovarsi sempre più spesso coinvolti in un bel viaggio. Quello che conduce alla più personale delle ricerche, quella di se stessi».
Insomma, un racconto a due voci tra studi di registrazione, tavoli da disegno ma anche avventure “on the road”: dall’arresto all’aeroporto di Tel Aviv alla perdita della strada nel bel mezzo del Chott el-Djerid, il grande lago salato della Tunisia, girando un video. Un viaggio arricchito da fotografie, poster e copertine perlopiù inedite.
Scrive ancora Battiato: «Tornando a Francesco, devo dire che quest’uomo di altri tempi, consapevole, acuto, che sta sempre un passo indietro, un po’ inibito dal suo naturale pudore, ha manifestato lo stesso il suo notevole talento, nella grafica e nella musica. Grazie a Elisabetta Sgarbi (direttore editoriale Bompiani - ndr), finalmente, arriva questo libro, che mostra la sua eccellenza segreta, che ho sempre notato: “la Scrittura”».
Rilancia Messina: «Battiato è un metafisico con fortissima inclinazione al misticismo. Finito. Una possibile essenziale versione del testo di questo libro potrebbe esaurirsi in tutto ciò. Risulterebbe veritiera, sintetica ed economica. Al limite si potrebbe aggiungere una frase di Gustav Klimt: “Se volete sapere di più di me, guardate la mia arte...”».
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