mercoledì 17 dicembre 2014

TONINO CAROTONE 10-1 a trieste, teatro Miela

"È un mondo difficile, vita intensa, felicità a momenti. E futuro incerto...». Ricordate questi versi? Li cantava Tonino Carotone nel brano “Me cago en el amor”, anno di grazia 2000, album “Mondo difficile”. A distanza di tanti anni, rimane uno dei suoi maggiori successi. All’epoca quasi un tormentone. Lo spagnolo Antonio de la Cuesta, classe 1970, in arte e per l’appunto Tonino Carotone, è il primo nome internazionale che brillerà nel calendario musicale triestino del 2015. Sabato 10 gennaio proporrà infatti il suo spettacolo al Teatro Miela, assieme al suo Rumba Flamenca Trio. Lui è un grande appassionato della musica leggera italiana degli anni Cinquanta e Sessanta. E lo dimostra già la scelta dello pseudonimo, l’ammiccamento al nostro Paese in esso contenuto. «Quando ero bambino - ricorda l’artista - in casa mia non avevamo dischi, si ascoltava la radio che passava Carosone, Modugno, i cantanti italiani. Per me è facile interpretare la vostra musica italiana. Siamo vicini, e non solo geograficamente. I tratti comuni sono tanti. Quello che ci unisce di più è la cultura mediterranea». Ancora Carotone: «Ma ho un grande rapporto anche con la Grecia. Siamo tutti qui, affacciati su questo mare che sta vivendo una situazione politica non facile, che spesso viene dimenticato o snobbato dall’Europa che decide. Ci tiene per ultimi, forse perché non capisce il nostro modo di vivere la vita, la nostra allegria. Ci mette in fondo alla coda. Invece credo che il Mediterraneo sia prezioso, sia ancora il centro della cultura occidentale». Dalle nostre parti, secondo il cantautore spagnolo, «ci sono cose positive e belle. L’arte in tutte le sue forme. La pittura, la scultura, il cinema. Anche la gastronomia. Quando dopo ogni tour torno a Madrid, dove mi sono trasferito, mi dedico alla cucina». Carotone, cresciuto a Pamplona, è arrivato per la prima volta in Italia nel ’95, con altri renitenti alle leva spagnola. Con la sua voce roca e l’aspetto retrò, si propone come un mix tra il napoletano Renato Carosone e Fred Buscaglione, che imita anche nell’abbigliamento. Un vero artista di culto per legioni di appassionati. Dopo l’album “Mondo difficile”, premiato con il Disco d’oro per le oltre 70 mila copie vendute, è tornato a far parlare di sé nel 2003 con l’album “Senza ritorno”, che comprendeva fra l’altro le cover di “Storia d’amore” e “Un ragazzo di strada”. Successivamente, nel disco “Ciao mortali” (2008), ha collaborato con Manu Chao nei brani “Pornofutbol” e “No volveremos mas”, con Eugene Hütz e Gogol Bordello nel brano “Atapuerca” e con Enrico “Erriquez” Greppi nel brano “Primaverando”. Alcuni anni fa Napoli lo ha insignito del Premio Carosone alla carriera come miglior artista straniero. E nel 2009 ha partecipato con la Bandabardò al Concerto del Primo Maggio, in piazza San Giovanni, a Roma. Oltre che in Spagna e in Italia, i suoi tour toccano spesso Grecia, Cile, Argentina (negli stadi con Manu Chao) e Russia. Emir Kusturica lo ha invitato al Film & Music Festival di Kustendorf, da lui organizzato. Lui definisce il suo stile “alcolico romantico”. Dice: «Ho scritto musica per il cinema, per registi soprattutto della scena alternativa. Per la Spagna quest’arte è importantissima. In passato il potere di Franco ha censurato la maggior parte dei film stranieri. Fellini, ad esempio, era vietato. La fine della dittatura è stata la nostra rinascita...». Le prevendite per i biglietti del concerto triestino sono già in corso al Teatro Miela. Info www.miela.it

TINKARA, popstar slovena sabato a trieste

Anche la Slovenia ha le sue stelle nella musica pop/rock. Una di queste si chiama Tinkara Kovac, sabato presenta il suo nuovo spettacolo al Teatro Stabile Sloveno, a Trieste. Nella vicina repubblica è da tempo una delle artiste più amate. Nativa di Capodistria, classe 1978, l’artista ha studiato a Trieste (è diplomata al conservatorio in flauto traverso) e si propone come cantautrice e - appunto - flautista. Ha raggiunto il successo coniugando la sua passione per il rock classico con il pop più orecchiabile, senza dimenticare la lingua e la cultura slovena. Ma canta anche in inglese e in italiano. Nel corso della sua ormai lunga carriera, ha collaborato con grandi nomi della musica internazionale come Ian Anderson, leggendario flautista dei Jethro Tull, Carlos Nunez e Mike Peters degli Alarm. Fra gli italiani, ha collaborato con il cantautore veronese Massimo Bubola (di origini istriane per parte di padre, originario di Umago, e già al fianco di Fabrizio De Andrè, per il quale ha scritto brani storici come “Don Raffaè”) e il chitarrista veneto Tolo Marton. Tinkara parla sei lingue, tiene una media di oltre quaranta concerti all’anno, con i suoi primi tre album ha raggiunto tirature da dischi d’oro e di platino. Il suo quarto album “O-range” - anticipato dal singolo “The Place 2 B” - è uscito anche in Europa per la multinazionale Emi. Un lavoro che ha ottenuto un buon riscontro di critica e di pubblico, grazie all’equilibrio fra suoni rock classici e pop contemporanei, con ampi spazi per il suo flauto. Allo Stabile Sloveno di via Petronio 4, sabato, l’artista proporrà lo spettacolo “Trieste mia”, con la sua band e vari ospiti (alcuni triestini, con cui Tinkara collabora da anni), che le permetteranno di citare vari punti di riferimento musicali collegati alla città così vicina alla sua Capodistria. Ospiti - si legge in una nota di presentazione - «con i quali lei ha avuto modo di collaborare durante il suo cammino musicale: prima al liceo linguistico, poi al Conservatorio, quindi con il progetto in quattro lingue “Enigma”, presentato anche a Trieste. Ospiti speciali saranno dunque le piccole ballerine dell’associazione Igo Gruden di Nabrežina, le ballerine dalla M&N Dance Company di Nuova Gorizia, la flautista di fama internazionale Luisa Sello, la sua band del liceo ritrovata dopo vent’anni...». Nel concerto Tinkara presenterà per la prima volta dal vivo il suo nuovo singolo “Cuori di ossigeno” (in italiano, scritto assieme a Bungaro e al friulano Alberto Zeppieri), che proprio da sabato sarà disponibile su iTunes e sulle maggiori piattaforme digitali in ben 240 paesi nel mondo.

lunedì 15 dicembre 2014

GLENN MILLER ORCHESTRA mart a trieste, rossetti

Hanno cominciato il 2014 con un concerto a Trieste, lo concludono domani con un’altra performance sempre al Rossetti. Sono quelli della Glenn Miller Orchestra, considerato da molti l’ensemble jazz e swing più famoso e più seguito al mondo, ora in tour - cominciato giorni fa a Padova - in Italia. Direttore d’orchestra è Will Salden. Maestro, quando è nata la vostra orchestra? «Ho formato la mia orchestra nel 1984 e dal 1990 abbiamo la licenza della Glenn Miller Orchestra per l’Europa». Quando ha scoperto Glenn Miller? «Ho scoperto la musica swing all’età di dodici/tredici anni. A quell’età ascoltavo moltissima musica registrata da famosi direttori di band, su tutti Glenn Miller, Count Basie, Benny Goodman e Tommy Dorsey. Anche Ella Fitzgerald e Frank Sinatra sono stati molto importanti per la mia crescita e la mia formazione». Cos’aveva Glenn Miller più di tutti gli altri? «Aveva scoperto un suono davvero unico per la sua band e aveva chiesto ai suoi musicisti di suonare gli spartiti in maniera molto energica. E questo ovviamente non è affatto semplice e richieda moltissima disciplina e applicazione. Questa strategia è stata vincente e gli ha portato enorme successo in tutto il mondo». Perchè il pubblico ama tanto la “swing era”? «La musica swing è molto popolare perché questo genere di musica in qualche modo rende la gente felice, inoltre tutti la possono ascoltare e capire. Sfortunatamente al mondo ci sono davvero poche formazioni professionali in grado di portare in tour degnamente questa musica. Anche questo è uno dei motivi per i quali noi siamo veramente felici di poter viaggiare e suonare ovunque con la nostra orchestra sia con il nostro spettacolo classico che con lo spettacolo natalizio». Quali altri autori e musiche proponete nello show? «Durante questo tour, che abbiamo chiamato “Swinging Christmas”, suoneremo tutti i brani più famosi di Glenn Miller e altri brani per celebrare altri grandissimi direttori: da Tommy Dorsey a Count Basie passando per Stan Kanton. Faremo inoltre anche parecchie meravigliose canzoni natalizie, già incise e pubblicate anche nel nostro album natalizio. Per gli amanti della buona e sana musica sarà uno show memorabile...». Avete aperto il 2014 a Trieste e ora lo chiudete a Trieste: che impressione le ha fatto la città? Ha avuto modo di visitarla? «La scorsa volta non abbiamo avuto molto tempo per visitare bene la città, però ricordo di essere rimasto subito incantato dal fascino degli edifici, da alcuni palazzi che si affacciano sul mare e naturalmente da quella bellissima grande piazza centrale che avete. A prima vista mi ha dato anche l’idea di una città europea, molto più delle altre italiane nelle quali abbiamo suonato. E anche il pubblico mi sembrava più preparato. A ogni modo, questa volta arriveremo da Firenze e il giorno dopo ripartiremo con calma per l’ultima data del tour italiano, quindi avremo sicuramente il tempo per un bel giro nella città...». L’orchestra propone canzoni di Natale come “White Christmas”, “A Christmas love song”, “Santa Claus is coming to town” e “Let it snow, let it snow”, tutte arrangiate in chiave swing. Ma non possono mancare i grandi classici del genere swing: da “Moonlight serenade”, “Strike up the band”, “A string of pearls”, “Little brown jug”, “Pennsylvania 6-5000”, “In the mood”, “I got rhythm”, “Sing sing sing”... Grazie alla cantante Ellen Bliek e del piccolo gruppo vocale dei Moonlight Serenaders, un tributo sarà riservato anche a Ella Fitzgerald. Con i suoi spettacoli l’ensemble fa rivivere il mito di una delle figure più carismatiche della musica della prima metà del Novecento, Glenn Miller, fondatore nel 1938 dell’omonima orchestra e tragicamente scomparso con il suo aereo nel 1944 sul Canale della Manica, mentre andava a suonare per i soldati dell’esercito alleato sul fronte francese.

giovedì 11 dicembre 2014

GIANNI MORANDI COMPIE OGGI 70 ANNI: intervista

Gianni Morandi fa parte da oltre mezzo secolo della storia italiana, del nostro immaginario collettivo, delle nostre vite. Oggi compie settant’anni e si/ci regala un doppio cd, “Autoscatto 7.0”, che è una raccolta di venti suoi successi scelti dal pubblico più alcuni inediti. «Come sto? Mah, io bene - risponde al telefono dalla casa di San Lazzaro di Savena, vicino Bologna -, corro ogni mattina, anche se negli ultimi giorni sono stato preso da qualche paura. Mi spiego: a furia di parlare di questo compleanno ho temuto di non arrivarci. L’altro giorno sono andato al funerale di un mio amico di Monghidoro: aveva sessantadue anni, giocavamo assieme a pallone, stroncato da un infarto». Paura della signora in nero? «No, ma se deve succedere preferisco così, di colpo, com’è accaduto a Lucio Dalla, poche ore dopo un concerto a Montreaux. O l’altro giorno al povero Mango, addirittura sul palcoscenico. Morire non piace a nessuno, ma per un artista è la morte migliore. E poi Fiorello mi ha già messo in guardia: dall’eterno ragazzo all’eterno riposo è un attimo...». Cosa la sorprende di questi settant’anni? «Il pensiero di mio padre, ciabattino comunista, che quando feci il primo disco continuava a mettermi in guardia: stai attento, guarda che non dura, il successo finisce presto. Lui mi ha cresciuto con la mentalità del contadino. Avevo diciassette anni, la mia carriera - nonostante il periodo buio degli anni Settanta - dura da oltre mezzo secolo. Davvero, non lo avrei mai immaginato». Pensa mai di smettere? «Ancora no, anche se mi rendo conto che bisogna capire quando è il momento di smettere. Ma sono circondato da artisti più anziani di me che vanno ancora avanti. Non parlo di Aznavour, bravissimo a 92, ma anche Paul McCartney e Mick Jagger, che hanno un paio d’anni più di me, non mollano». Che Italia era, quella dei suoi esordi? «Semplice, povera ma certo più felice. Eravamo contenti con poco. E non è retorica. Nella musica, poi, c’era una pagina bianca tutta da scrivere. Mi considero molto fortunato per la carriera e la vita che ho avuto». Ci ricorda gli inizi? «A quattordici anni cantavo alle feste dell’Unità e nelle balere della mia zona per mille lire a sera. Poi fui selezionato dalla leggendaria maestra di canto Alda Scaglioni di Bologna, grazie alla mia interpretazione di “Nel blu dipinto di blu”, di Modugno». Ma è vero che deve molto a un allenatore di boxe? «Sì, mingherlino com’ero mi cimentavo anche nel pugilato. E il mio allenatore, Paolo Lionetti, era anche un appassionato di musica. Dopo qualche concorso per voci nuove in Emilia Romagna, mi portò a Roma, dove venni ingaggiato dalla Rca e nel ’62 debuttai con “Andavo a cento all’ora”...». Successo subito? «Quasi. Il disco vendette novantamila copie, poca roba per l’epoca, quando i 45 giri si vendevano a carrettate. Ma andai in tivù ad “Alta pressione”, la Rca ci lanciò con Rita Pavone come i “cantanti ragazzini”, e pochi mesi dopo, quando uscì “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte”, feci veramente il botto». Il periodo buio? «Dopo la sbornia di successo, arrivò il declino. Il pubblico voleva i gruppi rock o i cantautori impegnati, io ero considerato vecchio, anche se non avevo nemmeno trent’anni. Nel ’70 fui anche contestato durante un concerto. Mi feci da parte, andai a studiare al Conservatorio, non ero nemmeno sicuro che sarei tornato, non immaginavo che la parte più lunga della mia carriera doveva ancora cominciare. E devo dire una cosa...» Dica... «Ricordo bene che fu proprio il “Piccolo”, sarà stato l’82, ad annunciare con un’intervista il mio ritorno in scena dopo la parentesi grigia degli anni Settanta. Stavo per lanciare “Canzoni stonate”, la canzone di Mogol e Aldo Donati che segnò il mio ritorno». Parliamo del nuovo disco? «Volentieri. Ogni sera trascorro un’oretta a chiacchierare con i fan su Facebook, aggiorno personalmente il mio profilo, e il mio milione e centomila “like” dimostra che il pubblico apprezza. Così è nata l’idea di lasciare la scelta dei brani a loro, ai giudici supremi». Qual è stata la canzone più votata? «”Uno su mille”, ma anche “Vita” in duetto con Dalla è stata indicata da molti. Pensi che quella canzone era stata pensata per Mina, che non volle cantarla. Inizialmente doveva intitolarsi “Cara”, ma poi Mogol decise di cambiare perchè due uomini che duettavano chiamandosi “cara” non era il massimo...». Quest’estate ha fatto un giro in Istria. «Sì, da qualche anno d’estate non lavoro più tanto, con Anna (la seconda moglie, madre del terzo figlio Pietro, diciassettenne - ndr) giriamo molto. Tanti anni fa avevo fatto un giro sulla costra istriana e dalmata. Quest’anno abbiamo visitato Rovigno (nella foto grande - ndr), Parenzo, Pirano, altri centri dell’interno. Tutto davvero molto bello». Trieste? «Sulla via del ritorno ci siamo fermati per un paio d’ore, il tempo di mangiare in un locale molto caratteristico. L’ho trovata molto più viva, e poi lungomare e piazza Unità sono sempre bellissimi. Ogni volta che torno ricordo i tanti concerti, a San Giusto negli anni Sessanta, in tempi più recenti al Rossetti, al palasport, sotto un tendone...». Sanremo? «Quest’anno lo vedrò da spettatore. Ho bellissimi ricordi sia delle edizioni che ho condotto che di quelle a cui ho partecipato in gara. Ma al Festival credo ormai di avere già dato. E non voglio sembrare quello che ancora si spinge per essere presente». Prepara un tour? «Non immediatamante. Farò le cose con calma, non c’è nessuna fretta, penso di avere diritto a prendermi un po’ di riposo, a godermi la mia famiglia. Lo sa che ho cinque nipoti, tutti maschi? Due di mia figlia Marianna, tre di Marco, due dei quali gemelli...». Neanche progetti per la tv? «Sì, in verità lì qualcosa si muove. Con la Rai si è parlato di un film per la televisione, non musicale, però. Ma finora siamo ancora ai preliminari, chissà se alla fine lo faremo...». Il cinema è ancora il suo secondo amore? «A parte i ”musicarelli” (i film degli anni Sessanta che avevano lo stesso titolo e gli stessi interpreti delle canzoni di successo - ndr), mi sono tolto delle belle soddisfazioni. E non saprò mai come sarebbe andata se, dopo “Le castagne sono buone” di Germi, nel ’70, avessi accettato il ruolo drammatico che Bellocchio mi propose con “I pugni in tasca”. Ma i miei discografici non mi permisero di accettare. E quella parte andò a Lou Castel». È vero che alle ultime regionali non ha votato? «Sì, per la prima volta nella mia vita. Quando a Monghidoro vendevo l’Unità porta a porta c’era Togliatti. Passando per Berlinguer, Occhetto e qualche altro siamo arrivati a Renzi. Sinceramente non mi sembra il massimo. Non mi aspettavo che finissimo così, vent’anni dopo Mani pulite la corruzione non è stata sconfitta, anzi, mi sembra aumentata. Mi sconcerta vedere come è cambiato il modo di fare politica». Aldo Grasso l’ha punzecchiata sul “Corriere”. «Ha scritto che ho il cuore a sinistra, ma a Sanremo e al concertone all’Arena di Verona per Canale 5 ho lavorato con uomini di destra. Gli ho mandato un messaggio, in cui lo ringraziavo per avermi citato sulla prima pagina del Corriere. Io non litigo con nessuno...».

mercoledì 10 dicembre 2014

MARY J. BLIGE, The London Sessions

MARY J. BLIGE “THE LONDON SESSIONS” (Universal) Anni fa l’avevano definita l’erede di Aretha Franklin o perlomeno di Chaka Khan, poi si sa come vanno queste cose: arrivano nuovi protagonisti, magari tu sbagli un disco, e la gente si dimentica di te, o quasi. È più o meno il caso di Mary J. Blige, “black singer” dalle grandi doti vocali e da qualche tempo alla ricerca di un rilancio. Stufa dei suoni, degli studi di registrazione e dei musicisti a stelle e strisce, lo ho cercato qui, nella vecchia Europa, a Londra. Ne è venuto fuori questo disco, realizzato in collaborazione con artisti di primo piano del panorama musicale inglese come Sam Smith, Emeli Sandè, Disclosure, Naughty Boy, Sam Romans, Eg White e Jimmy Napes. “Therapy” è il primo singolo. «Sono davvero felice di aver potuto collaborare - dice - con la scena musica londinese per registrare questo mio nuovo album, mi sento di farne parte ora...». Risciacquare i panni nel Tamigi sembra in effetti averle ridato verve e freschezza.

PAOLO CONTE sempre SNOB ma senza i guizzi di un tempo

Quattro anni dopo “Nelson”, Paolo Conte ha sfornato un nuovo album, intitolato “Snob” (Universal). A gennaio compie settantotto anni, è in carriera dai Sessanta, prima solo come autore e subito dopo (sarà stato il ’74...) come originalissimo cantautore che miete successi anche all’estero. Chiaro che non deve più dimostrare nulla a nessuno. Quando suona a Londra il Guardian lo presenta come un mix fra Tom Waits e George Brassens, l’Observer come “maestro di un’eleganza perduta”. A Parigi è di casa all’Olympia, miete consensi a New York e Berlino, a Montreal e Amsterdam, a Madrid e Atene, insomma, ovunque. Tutti apprezzano le sue canzoni, i suoi spettacoli colti e cosmopoliti sempre in bilico fra Cotton Club e vecchia Europa, New Orleans e Langhe, Duke Ellington e Guido Gozzano, afrori esotici e lampi di passione. Arte vera, che è frutto del genio, della creatività, della fantasia di un italiano che da ragazzo sognava l’America, masticando ogni sera jazz in jam session carbonare. Tutti lo amano anche per “quella faccia un po’ così”, quella voce roca e macerata intenta a scandagliare i segreti delle nostre vite, delle nostre solitudini, del nostro mal di vivere. Il nuovo disco è ben scritto e benissimo cantato, suonato, arrangiato. Ma, va detto per onestà, non aggiunge granchè al mito autentico dell’ex avvocato astigiano. Non siamo ancora al manierismo ma poco ci manca. Intendiamoci, niente di male. Chi in qualche modo crea un genere ha tutto il diritto poi di frequentarlo per il resto dei suoi giorni e dei suoi dischi. E nessuno pretende da Paolo Conte, alla sua età e con la sua magnifica carriera, svolte stilistiche o novità. Ma si avverte il sapore del già sentito. Che poi non è nemmeno questo il problema. Si prenda “Tutti a casa”, uno degli episodi a nostro avviso più riusciti. Profuma della poetica contiana degli anni Settanta, però e forse proprio per questo brilla di una sua semplicità che ne esalta la cifra stilistica. Divertente il brano di apertura “Si sposa l’Africa”, con quel “kunta kinte” che finisce per essere più di uno scherzoso intercalare. Il resto - “Donna dal profumo di caffè” e “Tropical”, “Fandango” e “Incontro”, “L’uomo specchio” e “Maracas”, “Manuale di conversazione” e “Signorina saponetta”, la “Snob” del titolo e “Argentina”, che era stata incisa tanti anni fa da Bruno Lauzi e ricorda le scansioni della classicissima “Sudamerica”... - è il Paolo Conte che ti aspetti. Perfetto, ma senza i guizzi geniali che ce lo hanno fatto amare. Dicono che il nostro, prima di questo disco, avesse accarezzato l’idea di un ritiro “alla Guccini” per sopraggiunta e soffertissima aridità creativa. Fosse vero, si capirebbe tutto.

lunedì 8 dicembre 2014

MARCO CARTA domani a trieste e udine

Potrebbe essere in gara al prossimo Sanremo, che ha già vinto nel 2009 (l’anno precedente aveva trionfato ad “Amici”). Intanto, Marco Carta gira l’italia per presentare il nuovo disco “Merry Christmas”: domani alle 15 sarà al Mediaworld delle Torri, a Trieste; alle 18.30 è atteso sempre al Mediaworld ma di Tavagnacco, Udine. Due appuntamenti veloci, come si può evincere dagli orari fissati: il cantante incontra i fan, firma autografi in quantità industriale, si sottopone all’ormai inevitabile rito dei “selfie”, il tutto mentre l’impianto audio manda i sei classici natalizi compresi nel nuovo disco, magari assieme a qualche suo precedente successo. Difficile che canti dal vivo qualcosa, anche se non si sa mai. Carta, nato a Cagliari nell’85, sta tentando di rilanciarsi dopo il periodo così così seguito al citato doppio trionfo della stagione 2008/2009. Il recente singolo “Splendida ostinazione” ha avuto un buon successo di pubblico, certificato dal disco di platino per le vendite. Ora questo mini-album natalizio (fate attenzione: è difficile trovare un cantante che resista alla tentazione di sfornare almeno una volta in carriera una raccolta in tema natalizio...), realizzato con l’apporto di una grande orchestra di trentaquattro elementi, con arrangiamenti e atmosfere in bilico tra pop e swing. Appena uscito, il disco è balzato subito ai vertici della classifica di i-Tunes. E comprende: “Jingle bell rock” (primo singolo estratto), “Let it snow, let is snow!”, “All I want for Christmas is you”, “Oh happy day”, “Christmas (Baby please come home)”, “White Christmas-Bianco Natale”. Nella scelta, dice l’artista, «ho seguito il mio gusto personale. Sono arrivato in studio con le idee chiare. Ho cercato canzoni natalizie già sentite in versione da crooner. Ho ascoltato molte versioni dei brani che poi ho portato nell’ep. Sono rimasto incantato da “Let it snow, Let it snow!” nelle versioni di Frank Sinatra e Dean Martin, ma ho amato quella di Michael Bublé. Insomma, ho fatto una ricerca sui brani della “old school”, poi ci ho messo del mio». Il breve tour promozionale di Marco Carta che arriva domani a Trieste e Udine è partito il primo dicembre (data anche della pubblicazione del disco) da Milano e si conclude domenica 14 a Parma. Proprio domenica verrà fatto l’annuncio dei cantanti in gara a Sanremo. Sapremo allora se ci sarà anche il cantante sardo nel cast del 65.o Festival, che si terrà dal 10 al 14 febbraio. Ieri, un sito ha dato per sicuri i due primi nomi: Alex Britti e Chiara Galiazzo. Sarà vero?