giovedì 11 gennaio 2018

I MIGLIORI DISCHI DEL 2017 SECONDO ROLLING STONE

La musica italiana è rinata, non tanto per gli album che sono usciti, quanto per la nuova percezione che le persone hanno dello scenario nazionale: il 2017 è stato un anno fondamentale per la musica del nostra Paese. Oggi, a partire dai giovanissimi per arrivare ai quarantenni, si ascolta per lo più musica di casa nostra, dei generi più svariati. Il 2017 è stato l'anno dell'esplosione del fenomeno trap, con in testa Ghali, Rkomi e Carl Brave x Franco126, ma anche di tanti nomi nuovi nell'indie. Quasi tutti hanno in comune una dimensione indipendente, pur con storie diverse. C'è chi ha cominciato da solo e poi è entrato in una major, ma con l'autonomia di chi si è costruito il successo, chi è cresciuto con una etichetta indipendente, chi era con una major e ne è uscito, e chi si autoproduce al 100%. La redazione di Rolling Stone ha selezionato le migliori produzioni made in Italy dello scorso anno, ecco le classifiche dei 20 album e singoli che hanno lasciato un segno nel 2017, raccontate nel nuovo numero del mensile in edicola l’11 gennaio e commentate da 4 firme speciali: Alberto Piccinini (giornalista e autore tv), Francesco Lettieri (regista), Veronica Raimo (scrittrice e giornalista) e Carlo Pastore (conduttore radio e dj). I MIGLIORI ALBUM DEL 2017 1 CARL BRAVE X FRANCO 126 Polaroid 2 GUE’ PEQUENO, Gentleman 3 GHALI, Album 4 CESARE CREMONINI, Possibili scenari 5 RKOMI, Io in terra 6 JOVANOTTI, Oh, vita! 7 FABRI FIBRA, Fenomeno 8 EDDA, Graziosa utopia 9 GIORGIO POI, Fa niente 10 CAPAREZZA, Prisoner 709 11 BRUNORI SAS, A casa tutto bene 12 COLAPESCE, Colapesce 13 COEZ, Faccio un casino 14 IZI, Pizzicato 15 SAMUEL, Il codice della bellezza 16 SELTON, Manifesto tropicale 17 COLOMBRE, Pulviscolo 18 LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA, Terra 19 GHEMON, Mezzanotte 20 NINOS DU BRASIL, Vida eterna I MIGLIORI SINGOLI DEL 2017 1 LIBERATO, Tu t’e scurdat’ è me 2 COEZ, La musica non c’è 3 FABRI FIBRA, Pamplona/Stavo pensando a te 4 CESARE CREMONINI, Poetica 5 GUE’ PEQUENO, Lamborghini RMX 6 CARL BRAVE X FRANCO 126, Pellaria 7 CALCUTTA, Orgasmo 8 GHALI, Habibi 9 FEDEZ & J-AX, Senza pagare 10 GHEMON, Temporale 11 THEGIORNALISTI, Riccione 12 SFERA EBBASTA, Tran Tran 13 SALMO, Estate dimmerda 14 FRANCESCA MICHIELIN, Vulcano 15 CAPAREZZA, Ti fa star bene 16 NIGHT SKYNNY, Pezzi 17 ENZO DONG, Italia 1 18 CANOVA, Manzarek 19 LEVANTE, Pezzo di me 20 FRAH QUINTALE, Cratere

mercoledì 10 gennaio 2018

IN ARRIVO FICTION SU DE ANDRÈ/ su Fegiz Files

L’anno prossimo saranno vent’anni senza Fabrizio De Andrè (Genova, 18 febbraio 1940 - Milano, 11 gennaio 1999). Sembra ieri, e stavolta non è retorica. Anche perchè la sua opera è qui, è viva, rimane a darci conforto, a indicarci una via, non perde di forza e di attualità. Faber era - rimane - il nostro amico fragile, il cantore degli oppressi e degli emarginati, il fustigatore sottile e lucido dei potenti, l’anticipatore della miglior musica etnica. Disse una volta: «Ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per la giustizia sociale e l’illusione di poter partecipare a un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane...». Ecco, ci mancano le parole con cui Fabrizio lo avrebbe raccontato, questo cambiamento del mondo. Intanto, il 23 e 24 gennaio arriva in anteprima delle sale il “biopic” che poi, a febbraio, verrà trasmesso su Raiuno. L’attore Luca Marinelli darà volto e voce all’artista. Chissà con che risultati... Carlo Muscatello

martedì 9 gennaio 2018

90 ANNI FA NASCEVA DOMENICO MODUGNO

Novant’anni fa, il 9 gennaio 1928, Domenico Modugno nasceva a Polignano a Mare, in Puglia. Nell’occasione Carosello Records insieme alle Edizioni Curci danno il via ad una serie di progetti e iniziative che si svolgeranno durante tutto il corso del 2018, volte ad omaggiare uno dei più grandi artisti della storia della musica italiana. In occasione dei 60 anni di “Nel blu dipinto di blu” Carosello pubblicherà un esclusivo 45 giri dell’unico brano italiano ad aver raggiunto nella storia il primo posto nella classifica Billboard USA, nonché vincitore di tre Grammy Awards (disco dell’anno, canzone dell’anno e interprete dell’anno). Il vinile sarà pubblicato in una tiratura limitata di 1958 copie per celebrare l’anno della pubblicazione del brano, del primo posto al Festival di Sanremo e del successo internazionale. Non solo: sarà pubblicata un’ambiziosa raccolta definitiva e completa delle registrazioni di Modugno, ma anche un album nel quale i nuovi protagonisti del panorama musicale italiano celebreranno Mr. Volare reinterpretando i suoi brani più significativi. La serie di progetti dedicati a Domenico Modugno coinvolgerà attivamente il catalogo Curci, primo editore a scoprire il talento di Modugno e che detiene la quasi totalità del prezioso patrimonio editoriale dell’artista.

sabato 6 gennaio 2018

SE CELENTANO NE FA 80, PAOLO CONTE 81... / su Fegiz Files

di Carlo Muscatello Certo, auguri a Celentano, che oggi ne fa ottanta. Ma, se permettete, tanti cari auguri anche a Paolo Conte, che ne fa ottantuno. Recentemente, parlando del suo album "Amazing game", disco solo strumentale, ha detto così: «Ci sono tre categorie di persone che un pochino si somigliano: l'intellettuale, lo snob e il dandy, a cui mi illudo di appartenere. Il dandy è uno che cerca la bellezza in profondità senza assolutamente tirarsela, come si dice oggi: cosa che fa piuttosto lo snob, che è un parvenu, mentre il dandy è proprio sostanza, è vero...». E vero Conte lo è sempre stato. L'avvocato-chansonnier astigiano, cantore di quella provincia che si somiglia un po' ovunque, malato di jazz, autore di capolavori intrisi di esotismo, interprete con quella sua voce rauca, quasi sporca, che è un suo tratto distintivo. Negli anni Sessanta le sue canzoni le affidava proprio a Celentano ("Azzurro"), a Caterina Caselli, a Patty Pravo... Poi, in età adulta, ha cominciato a cantarsele da solo. E ha costruito una carriera coi fiocchi. Non solo in Italia. Sì, perchè all'Olympia di Parigi o al Barbican Theatre di Londra, ma anche a New York e Berlino, a Montreal e Amsterdam, a Madrid e Atene, da tempo il nostro miete consensi unanimi. Presentato come un mix fra Tom Waits e George Brassens, come "maestro di un'eleganza perduta". Lui ripaga tutti con show in bilico fra Cotton Club e vecchia Europa, New Orleans e Langhe, Duke Ellington e Guido Gozzano, afrori esotici e lampi di passione. E capolavori intitolati "Sotto le stelle del jazz", "Come dì", "Lo zio", "Dancing", "Impermeabili", "Bartali", "Via con me", "Un gelato al limon"... Potremmo continuare a lungo. Speriamo che continui lui. Buon compleanno, maestro

venerdì 5 gennaio 2018

SAN GIUSTO D’ORO 2017 / da newsletter Fondazione Luchetta

Esiste anche la Trieste del disagio e della sofferenza, dell’aiuto e della solidarietà. Lo sanno bene i giornalisti triestini dell’Assostampa Fvg, che nel 2015 hanno assegnato il San Giusto d'oro a don Mario Vatta, “prete di strada” sempre al fianco degli ultimi, e lo scorso anno alla Psichiatria Triestina, “nel ricordo di Franco Basaglia”, l’uomo che chiuse i manicomi e restituì dignità e cittadinanza ai “matti”. Quest’anno la statuetta del cinquantenario - il premio è nato infatti nel 1967 - va alla Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin, mentre la targa speciale festeggia sessant’anni di giornalismo e impegno sindacale di Luciano Ceschia. Con il premio alla Fondazione abbiamo voluto dare il giusto riconoscimento a un gruppo di donne e uomini che hanno saputo trasformare due tragedie, quelle di Mostar e di Mogadiscio nel 1994, in una preziosa iniziativa di aiuto, solidarietà e speranza: da oltre vent’anni lavorano infatti a sostegno dei minori vittime di guerre e violenze. Esistono vari modi di reagire alle tragedie e ai lutti, ognuno dei quali è ovviamente e assolutamente degno di rispetto. Ma siamo convinti che il modo scelto oltre vent’anni fa dai familiari, dagli amici e dai colleghi delle vittime triestine di Mostar e Mogadiscio vada ascritto fra le pagine migliori della nostra storia, la storia delle nostre terre. Per questo il San Giusto d’oro 2017 va a loro, che da qualche anno organizzano anche il Premio giornalistico Marco Luchetta e il Festival di buon giornalismo Link. Ma come si diceva, c’è anche la targa speciale a Ceschia. Lo festeggiamo perché, pur avendo salito tutti i gradini della carriera professionale fino a diventare direttore di giornali, non ha mai dimenticato l’altra sua anima, quella sindacale, che lo ha portato fra l’altro a essere per dieci anni segretario generale della Fnsi, il sindacato unitario dei giornalisti italiani, di cui la nostra Assostampa è articolazione regionale. Oggi nei giornali troppo spesso chi fa carriera - non serve diventare direttore, basta molto meno… - dimentica subito quel sindacato che è l’unico difensore dei più deboli. Allora Ceschia, presidente onorario dell’Assostampa Fvg, che ancora porta il suo contributo alle riunioni del nostro Direttivo regionale e del Consiglio nazionale Fnsi, in un momento di forte crisi dei corpi intermedi e di disaffezione delle giovani generazioni dal sindacato ci sembra un esempio per tutti. Per questo lo festeggiamo. Carlo Muscatello presidente Assostampa Fvg e componente giunta esecutiva Fnsi

giovedì 4 gennaio 2018

2018, IL SINDACATO GIORNALISTI RIPARTE DA QUI

di Carlo Muscatello* Care colleghe, cari colleghi, sempre meno posti di lavoro contrattualizzati e sempre più lavoratori precari, il governo assente, o meglio, presente solo a parole sui grandi temi dell’informazione, la tentazione del bavaglio che ritorna puntuale nella normativa sulle intercettazioni, la piaga dei cronisti minacciati e delle querele temerarie, tanto altro... Comincia così il 2018 per i giornalisti italiani. La tanto attesa riforma dell’editoria ha portato altri 45 milioni di denaro pubblico. Peccato sia stato permesso alle aziende di usarli solo per portare a compimento i propri processi di ristrutturazione, per rottamare giornalisti attorno ai sessant’anni senza sostituirli. Zero euro per nuovi posti di lavoro. I prepensionamenti sono il nuovo grande ammortizzatore sociale, ha detto Marina Macelloni, presidente di quell’Inpgi in grande difficoltà per la continua emorragia di posti di lavoro. “L’informazione - ha scritto Raffaele Lorusso, segretario generale della Fnsi - deve essere libera, ma non troppo. Questa amara considerazione descrive bene l’atteggiamento della politica nei confronti di un settore vitale per la vita democratica del Paese. Un’informazione veramente libera può infatti rappresentare un problema. Perché racconta i fatti, illumina le periferie della società, della politica e dell’economia. In una parola, dà fastidio ai poteri. A parole quasi nessuno dirà mai di non volere una stampa libera. Nei fatti, però, quella dei giornalisti e del mondo dell’informazione è una quotidiana corsa ad ostacoli”. Il Friuli Venezia Giulia purtroppo non è da meno. Le stesse criticità nazionali si scontano in proporzione anche da noi. Rai regionale, Piccolo e Messaggero Veneto (entrambi soggetti alle grandi sinergie dell’operazione Stampubblica), Gazzettino, Primorski Dnevnik, agenzie di stampa, emittenza privata, uffici stampa della pubblica amministrazione, l’universo del web e delle testate più piccole... All’orizzonte forse due sole speranze. L’annunciata ripresa nelle prossime settimane della trattativa sul nuovo contratto di lavoro, ferme da un anno, a fronte delle irricevibili richieste degli editori, tese a ulteriori riduzioni del costo del lavoro (l’Fnsi ha chiesto e chiede solo posti di lavoro). A livello regionale, la tanto attesa legge sull’editoria: c’era stato un preciso impegno a inizio legislatura, vediamo che cosa riusciamo a portare a casa in extremis, ora che sta per concludersi. In questa situazione di grande difficoltà, l’Assostampa Fvg continua a fare la sua parte all’interno della Fnsi, sindacato unitario dei giornalisti italiani. Il lavoro, il contratto, la tutela dei colleghi più deboli e dei cronisti minacciati rimangono le nostre priorità. E l’appello conclusivo è quello di sempre: iscrivetevi al sindacato, a quel sindacato di cui spesso ci si ricorda solo nel momento del bisogno. L’Assostampa Fvg anche quest’anno ha le quote d’iscrizione immutate, fra l’altro le più basse d’Italia. E c’è sempre la possibilità di chiedere l’iscrizione gratuita per i colleghi in difficoltà economica. * presidente Assostampa Fvg componente giunta esecutiva Fnsi

martedì 2 gennaio 2018

QUEI MALEDETTI RITMI DISPARI / su FEGIZ FILES

Un caffè di Lubiana. Un’osteria di Belgrado. Un bazar di Sarajevo. Viaggi verso Est, nei paesi dell’ex Jugoslavia, e cambiano anche i suoni. Cambiano i ritmi. Maledetti ritmi dispari. Il nostro pigro orecchio occidentale era abituato bene, con i comodi ritmi pari: i classici quattro quarti nella musica leggera, nel rock, persino nel jazz. Più rari i due quarti o i sei ottavi, spesso nella musica popolare. Per non parlare dei classicissimi tempi ternari, i tre quarti del valzer (zum-pa-pà, che poi sarebbe come dire: ùn-due-tre...). Poi un giorno l’assuefatto orecchio occidentale inciampò nei ritmi dispari, detti anche composti. E nulla fu più come prima. Risalivano fino a noi dall’area balcanica e mediorientale. Per forza di cose geografiche, nel Nord-est li scoprimmo prima dei musicofili di altre zone. E allora via con un’ubriacatura di sette ottavi, undici ottavi, tredici ottavi... Roba apparentemente complicatissima. Ma era solo un’impressione. Per la verità, negli anni Settanta il “progressive” italiano (Area, Banco, Pfm, persino New Trolls...) osava spesso i cinque quarti, i sette quarti, i citati sette ottavi e tredici ottavi. Ispirati dal “progressive” britannico (King Crimson, Emerson Lake & Palmer, Gentle Giant, Genesis...), che al solito aveva indicato la strada. Ma era per lo più l’eccezione alla regola, quasi una sfida alle scansioni canoniche. E comunque poco dopo arrivò il punk, con i suoi quattro quarti serrati, a chiudere sperimentazioni rockettare. Campo libero allora alla musica popolare, alla cosiddetta “world music”: arie indiane, nenie arabe, melodie persiane, danze popolari balcaniche, greche, ottomane. Moni Ovadia, massimo divulgatore della musica yiddish nel nostro Paese, ammette di essere stato svezzato su questo fronte da un triestino, il compianto Alfredo Lacosegliaz, giusto una quarantina d’anni fa. Ne fece tesoro prima nel Gruppo Folk Internazionale, poi con l’Ensemble Havadià, infine nella carriera solista fra musica e teatro. Passati doverosamente agli archivi i repertori da night del socialismo reale, ecco allora sgorgare i suoni dell’Est, miscele della frontiera balcanica, dove si incrociano musiche e culture e religioni cattoliche, ortodosse, musulmane. Goran Bregovic, da Sarajevo, fu il primo a portare in Occidente (anche grazie alle colonne sonore per il concittadino Emir Kusturica) un bagaglio fascinoso e ricchissimo. Poi vennero tutti gli altri: fanfare serbe, brass band ottomane, cori bulgari. Portatori di sonorità selvagge, atmosfere meticce (e alticce), suggestioni slave. Con ritmi rigorosamente cosmopoliti. E dispari.