...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
mercoledì 14 agosto 2019
WOODSTOCK 50 ANNI DOPO / su Art21
di Carlo Muscatello
Woodstock, “tre giorni di pace amore e musica” che nell’immaginario collettivo durano giusto da mezzo secolo. La buona notizia è che non ci sarà Woodstock 2019. Il tentativo di organizzare il concerto celebrativo dei cinquant’anni c’è stato, ma è miseramente fallito. Molto meglio così. Sarebbe stata una pallidissima, patetica replica, cannibalizzata dal business, esattamente come lo furono quelle del ‘94 e del ‘99, in occasione rispettivamente dei venticinque e dei trent’anni dal festival. Sarebbe stato il Woodstock dei selfie, di facebook, delle multinazionali discografiche e televisive. E non ne sentivamo proprio il bisogno.
Woodstock “quello vero” fu invece tutta un’altra storia. Negli Stati Uniti in realtà fu la fine di tutto, il tramonto della “summer of love” che avrebbe dovuto cambiare il mondo. E invece, una settimana dopo la strage di Charles Manson nella villa al 10050 di Cielo Drive, a Bel Air, sembrò il canto del cigno.
Madre (o padre, vedete voi) di tutti i raduni giovanili. Sogno di una nazione alternativa, di un mondo diverso e migliore. Grande esperienza collettiva ma anche gigantesco esperimento di business: la comunità rock che fa le prove generali per diventare mercato globale del rock. Punto più alto della controcultura giovanile, all’incrocio fra musica e politica, sull’onda del movimento contro la guerra nel Vietnam che due anni prima aveva portato mezzo milione di persone in piazza a Washington. E al tempo stesso funerale dei sogni e degli ideali e delle utopie degli anni Sessanta. The dream is over, il sogno è finito, come cantò di lì a poco John Lennon.
Quante cose è stato Woodstock. In quel ’69 dello sbarco sulla Luna, dell’inizio della presidenza Nixon, di Jan Palach che si immola a Praga, della morte per droga di Brian Jones (prima di una lunga serie di rockstar), dell’ultimo concerto dei Beatles sul tetto londinese della Apple. Da noi dell’autunno caldo e della bomba di piazza Fontana.
Woodstock fu il primo grande raduno rock. Prima c’era stato, nel ’67, Monterey Pop: poco più di una prova generale. Nel week-end di ferragosto del ’69 gli organizzatori aspettavano cinquantamila persone. Ne arrivarono cinquecentomila. Qualcuno dice un milione. E manca la controprova dei biglietti venduti (fermi ai 186 mila abbonamenti staccati in prevendita), visto che a un certo punto, davanti alla calca oceanica, fecero entrare quasi tutti gratis. Infatti ci guadagnarono in tanti, in tantissimi, tranne gli organizzatori.
La storia della leggendaria ”tre giorni”, che si svolse fra il 15 e il 18 agosto 1969, è fatta anche di piccole cose: numeri, particolari, curiosità, aneddoti, che vanno ad aggiungersi ai tanti dischi, film, documentari, libri sull’argomento.
Ma come nacque, come si svolse in quell’estate di quarant’anni fa Woodstock? Tutto cominciò quando Michael Lang e Artie Kornfeld , che stavano progettando di allestire uno studio di registrazione nel villaggio di Woodstock, a due passi da New York, videro sul giornale un annuncio economico nel quale John Roberts e Joel Rosenman si dicevano interessati a ”opportunità legali di investimento e proposte d’affari”.
Li contattarono e nacquero l’idea del festival e un’apposita società, la ”Woodstock Ventures”. Il festival era dunque una mera impresa commerciale, altro che cultura hippy, altro che ”pace amore e musica”. Affittarono per diecimila dollari un terreno nella contea di Orange, alle autorità locali dissero che avrebbero organizzato un concerto con la partecipazione di cinquantamila persone, ma gli abitanti del luogo si opposero all’iniziativa. Che dunque cercò casa un po’ più in là, a Bethel, nella contea di Sullivan, una cittadina rurale a settanta km a sud-ovest di Woodstock. Dove un allevatore, certo Max Yasgur, fiutò l’affare e accettò di affittare il suo terreno (completo di stagno, poi passato alla storia per il bagno collettivo ”nature”...) per 75 mila dollari. Altri 25 mila dollari furono pagati ai proprietari di un terreno vicino per allargare la zona a disposizione del festival.
Sembrava dovesse essere un festival di provincia, venne pubblicizzato come ”An Aquarian Exposition” (in quegli anni si attendeva l’inizio dell’Era dell’Aquario, come cantavano i ragazzi del musical ”Hair”), ma il tam tam fra i giovani americani, in quell’estate in cui i social ovviamente non esistevano, battè più forte che mai. Con il risultato che, nell’avvicinarsi della data fatidica, l’affluenza verso la località designata fu superiore a ogni aspettativa: colonne e colonne di vetture puntarono su Bethel, bloccando in un unico ingorgo tutto il sistema viario dello stato di New York. La pioggia torrenziale fece il resto. Andò tutto bene, ma fu quasi per un miracolo.
Il concerto cominciò alle 17.07 di venerdì 15 agosto, con Richie Havens. Al quale seguirono altri trentuno, fra solisti e gruppi, protagonisti della scena musicale di quegli anni. Country Joe Mc Donald, John Sebastian, Santana, Who, Incredible String Band, Joan Baez, Arlo Guthrie, Ten Year After. E ancora Janis Joplin, Canned Heat, Mountain, Grateful Dead, Sly & the Family Stone, Creedence Clearwater Revival, Jefferson Airplane, Joe Cocker, Crosby Stills Nash & Young...
E soprattutto Jimi Hendrix. Che fu il protagonista dell’epica chiusura del festival. Nelle intenzioni degli organizzatori si doveva terminare domenica 17 agosto, ma il chitarrista nato a Seattle (e che sarebbe morto tragicamente poco meno di un anno dopo, il 18 settembre del ’70, a soli ventisette anni) aveva insistito per essere l’ultimo a esibirsi e salì sul palco alle nove del mattino di lunedì 18 agosto.
La maggior parte degli spettatori era già ripartita, e ”soltanto” ventimila persone assistettero a quelle due ore di performance, con l’inno americano fatto a brandelli dalla chitarra elettrica. Una straziante, allucinata versione psichedelica di ”Star Spangled Banner”, volutamente distorta in una provocazione diventata il simbolo della protesta pacifista giovanile contro la retorica patriottica, in un paese profondamente spaccato dalla guerra nel Vietnam.
Ma il festival visse anche di illustri defezioni. Gli organizzatori contattarono John Lennon per chiedere la partecipazione dei Beatles, che erano in via di scioglimento. Ma lui rispose che avrebbero suonato solo se fosse stata invitata pure la Plastic Ono Band, il gruppo di Yoko Ono. Non se ne fece nulla. Trattative anche con Bob Dylan, che all’epoca abitava a un tiro di schioppo dall’area del concerto, ma che alla fine rifiutò pare perchè infastidito dalla gran confusione che si stava creando vicino casa sua. Niente da fare neanche per Doors (avevano appena avuto dei guai con la legge per la presunta oscenità delle esibizioni di Jim Morrison), per i Led Zeppelin (il manager: «Dissi di no perché a Woodstock saremmo stati soltanto un'altra delle band in scaletta»), per i Procol Harum (stanchi dopo un lungo tour).
Fu comunque l’apice, la consacrazione della cultura hippy che stava uscendo dall’età dell’innocenza per entrare in quella del business. Alcuni artisti, sconosciuti prima di Woodstock, costruirono su quell’apparizione carriere miliardarie che in certi casi durano ancor oggi. L’icona dei ”tre giorni di pace amore e musica” fu replicata all’infinito, in mezzo mondo, grazie ai dischi ma soprattutto al film di Michael Wadleigh.
Oggi, mezzo secolo dopo, in assenza del concerto celebrativo, tocca a una miriade di rievocazioni dettare il ricordo, riscrivere ancora una volta l’autobiografia di una generazione che ha pensato di cambiare il mondo con la musica, che si è battuta per la pace, che ha appoggiato la lotta alla segregazione razziale e per i diritti civili, ispirando con le sue parole d'ordine le generazioni successive. In tutto il mondo. Il resto, tutto il resto, purtroppo è diventato soltanto business. E un mondo che si è trasformato, sì, ma non nella maniera che i ragazzi di allora avevano immaginato.
venerdì 9 agosto 2019
LIBERTÀ DI STAMPA IN PERICOLO
Lorusso, libertà stampa nel mirino ma resta un pilastro Va difesa con domande scomode, come quelle di Lo Muzio e Mottola (ANSA) - ROMA, 9 AGO - "La libertà di stampa è nel mirino, ma rimane un pilastro della nostra democrazia. Va difesa ogni giorno facendo ciascuno il proprio dovere, informando i cittadini, illuminando le periferie del malaffare, rilanciandole domande scomode. Come quelle che Valerio Lo Muzio e Giorgio Mottola hanno rivolto al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, provocandone la reazione scomposta e inaccettabile". Lo scriveil segretario Fnsi, Raffaele Lorusso, in un editoriale pubblicato sul sito di Articolo21. "Tocca ai giornalisti e a tutti coloro che hanno a cuore l'articolo 21 e i valori fondamentali della Costituzione -afferma - tenere alta la guardia e richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sui rischi che corre la democrazia. Le libertà e i diritti si difendono esercitandoli con rigore, non certo facendo suonare le campane a morto". "Fondamentale sarà anche portare avanti il confronto con il governo sugli unici due tavoli in cui non sono state poste pregiudiziali ideologiche -prosegue -: quello sul lavoro e previdenza, voluto dal sottosegretario Claudio Durigon, e quello per la definizione dei criteri per la liquidazione giudiziaria dei compensi dei lavoratori autonomi, avviato dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Non lo stesso si può dire per i cosiddetti Stati generali del sottosegretario all'editoria Vito Crimi, un chiaro tentativo di regolamento di conti con la categoria, perché l'obiettivo è colpire il pluralismo, il lavoro e l'istituto di previdenza dei giornalisti". "Senza una marcia indietro sui tagli già effettuati – avverte Lorusso - e i bavagli che condizionano il lavoro dei cronisti, la Fnsi non parteciperà alla fase finale dei cosiddetti Stati generali. Su libertà, diritti e lavoro non possono esserci compromessi: sarebbe l'inizio della fine. Il sindacato dei giornalisti lo ribadirà nell'iniziativa nazionale su lavoro e previdenza del prossimo 12 settembre, alla presenza del sottosegretario Claudio Durigon". (ANSA). CAS09-AGO-19 17:03
lunedì 1 luglio 2019
TURISMO CULTURALE A TRIESTE? DOMANI MART 2-7 UN INCONTRO
Città che vai turismo che trovi
Martedì 2 luglio il secondo degli appuntamenti
proposti da CNA per andare oltre i luoghi comuni
Cosa porta i turisti a Trieste? Cosa potrebbe trattenerli qualche giorno in più? Cosa andrebbe rafforzato nell’identità della città, che qui come altrove pare essersi ridotta a qualcosa di molto superficiale? Quale ruolo può giocare la cultura in un territorio come quello triestino in cui la Storia, in particolare del Novecento, ha lasciato molti detriti? In una città in cui per le vie del centro può capitare di incontrare Saba, Svevo e Joyce o di prendere un caffè con Magris? In cui la scienza è spesso confinata in periferia? In cui la musica fa fatica a trovare diritto di cittadinanza?
Ne parleranno all’Antico Caffè San Marco martedì 2 luglio alle 18 Eugenia Fenzi, padrona di casa e delegata provinciale FAI, Enrico Grazioli, direttore del quotidiano “Il Piccolo”, Giorgio Rossi, assessore comunale a Cultura, Sport, Turismo ed Eventi, e Luigi Vignando, manager e organizzatore di concerti; l’incontro dal titolo “Il turismo a Trieste: la capacità attrattiva degli eventi culturali” sarà introdotto e moderato Carlo Muscatello, giornalista e critico musicale, e gode del contributo di Fondazione CRTrieste. L’ingresso è libero.
venerdì 21 giugno 2019
TRIESTE, RIMOSSO STRISCIONE REGENI di Riccardo Noury
RIMOSSO A TRIESTE LO STRISCIONE PER GIULIO. DECISIONE SBAGLIATA NEL MOMENTO SBAGLIATO
Quella del governatore della regione Friuli Venezia Giulia di rimuovere in modo permanente lo striscione "Verità per Giulio Regeni" è una decisione sbagliata presa nel momento sbagliato e, per di più, nel luogo sbagliato.
Proprio mentre alti esponenti egiziani rilanciano la falsa tesi dell'omicidio di criminalità comune che potrebbe riguardare chiunque ovunque nel mondo e dall'interno del paese arrivano preoccupanti notizie sulla repressione in atto ai danni di avvocati e difensori dei diritti umani che collaborano alla ricerca della verità, il governatore Fedriga - ridicolizzando tra l'altro le campagne fatte "con striscioni e braccialetti" - dà una mano a coloro che ritengono che la ricerca della verità sia un fatto temporaneo, legato a contingenze politiche e che dopo un po' vada abbandonata. Era già successo, subito dopo le elezioni amministrative, a Castagneto Po (Torino), Montichiari (Brescia) e Cassina de'Pecchi (Milano).
Ma ora tutto questo accade a Trieste, uno dei luoghi in cui lo striscione per Giulio Regeni aveva maggiore significato.
Amnesty International Italia ha scritto al governatore della regione Friuli Venezia Giulia invitandolo a ritornare sulla sua decisione e ha rivolto un appello alle altre regioni e agli oltre 250 comuni che hanno aderito alla campagna "Verità per Giulio Regeni" perché continuino a esporre lo striscione.
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Riccardo Noury
Portavoce
Amnesty International It
martedì 11 giugno 2019
INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI, di Massimo CACCIARI
INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI
di MASSIMO CACCIARI
Non ho vissuto l'età dei totalitarismi, l'età della morte del pensiero critico ma oggi più che mai posso considerare quanto sia pericoloso il sonno della ragione. Nell'età del ritorno dei Malvolio di montaliana memoria un semplice prendere le distanze non può bastare, non è piu possibile una "fuga immobile" anzi può rappresentare una scelta immorale, un disimpegno colpevole.Oggi non è più tempo di tacere, è tempo di prendere una posizione perché ogni esitazione potrebbe mettere a rischio le grandi conquiste
culturali del secondo dopoguerra. La cooperazione internazionale, la democrazia, l'integrazione, la tolleranza non possono essere valori negoziabili.
Quello che maggiormente preoccupa non è il ristretto e circoscritto disegno politico di Salvini ma la constatazione dei consensi numerosi che colleziona, non è di Di Maio, che mi preoccupo e del suo serbatoio di voti "protestanti" ma la constatazione che la protesta sinistroide abbia consegnato il paese ad una destra becera e livida e che una larga fetta anche di intellettuali non si sia resa ancora conto che si è prostituita alla peggiore delle destre , non a quella progressista e europeista ma alla destra razzista e violenta di Salvini.Ad una destra incapace di cogliere i segni del tempo, incapace di progettare un mondo di uomini in grado di vivere insieme pacificamente nella consapevolezza che ogni vero progresso raggiunge la sua pienezza col contributo di molti e con l 'inclusione di tutti ,seguendo l'insegnamento terenziano alla base della nostra cultura occidentale :"Homo sum humani nihil a me alienum puto".
Appartengo al mondo della formazione, sto, pertanto, in trincea a contatto con una generazione vivace, intelligente, elettronica e "veloce" che "vivendo in burrasca" rischia di precipitare nel baratro dell'indifferenza o, nel peggiore delle ipotesi ,dell'intolleranza, dell 'aggressività pericolosa e ignorante.
Questi stessi giovani ,invece, meritano di essere salvati, meritano una cultura in grado di coniugare pathos e logos,una cultura che percepisca l 'uomo come fine e non come mezzo, che consideri l '"altro da sè "una risorsa importante giammai una minaccia .
Nell'età delle interconnessioni non c 'è niente di più assurdamente anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli. È solo nelle DIVERSITÀ che si può cogliere il vero senso della BELLEZZA e l'essenza di un impegno costruttivo che non è mai discriminante ma sempre inclusivo, totalizzante e interdipendente.
Non è neanche questione di destra o di sinistra , di rosso o nero ma il problema è , soprattutto ,di carattere culturale.La vera emergenza è quella di costruire un argine contro ogni forma di populismo, contro la xenofobia, contro i nuovi razzismi in nome di una società civile che riparta dall'UOMO, non prima dall 'uomo Italiano , nè come in passato ,prima dall'uomo della Padania ma dall'UOMO in quanto umanità È necessario che in ogni campo sia politico che economico, culturale e sociale non si perda mai di vista l'uomo , la sua dignità, il suo inestimabile valore e ,al di là di ogni faglia e filo spinato ,lo si consideri il fine ultimo di ogni progetto.
INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI, c 'è molto da fare, a partire dalla formazione scolastica . Se uniti si costituirà una forza inarrestabile, la forza della cultura, la sola che possa costituire un argine autentico contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria ,principalmente di quella della mente.
GIOV 13-6 GIULIETTI A RONCHI (GO) PER FESTIVAL GIORNALISMO
Riparte dal Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari la campagna per dare voce "a chi rischia di essere oscurato". Lo afferma il presidente della Federazione Nazionale della Stampa, Giuseppe Giulietti, che giovedì 13 giugno alle 17, assieme a Carlo Muscatello presidente Assostampa Fvg e Cristiano Degano presidente Ordine dei Giornalisti Fvg, nell'ambito della quinta edizione del Festival del Giornalismo, organizzato dall'Associazione Culturale Leali delle Notizie, terrà una conferenza stampa in piazzetta Francesco Giuseppe I, per ribadire la necessità del pluralismo dell'informazione e la sopravvivenza di numerose testate, anche alla luce della recente ventilata chiusura di Radio Radicale, motivo di allarme e di seria preoccupazione per i giornalisti italiani e per tutti coloro che hanno a cuore la libertà di informazione.
Oltre alla vicenda di Radio Radicale, Giulietti intende sostenere anche la necessità di mantenere le voci delle minoranze territoriali, linguistiche, politiche, religiose, sociali perchè la libertà d’informazione è un presidio essenziale per la democrazia. "Da Leali delle Notizie contro chi vuole tagliare le “Ali alle notizie" è lo slogan che accompagna la conferenza stampa, durante cui si parlerà della recente approvazione in Senato della mozione per Radio Radicale, segnale importante ma non è sufficiente per la sopravvivenza della radio, che dipende invece dall'approvazione di un atto che consenta la proroga e la continuità del servizio. E' fondamentale per la Fnsi "passare dalle emozioni e dalle generiche dichiarazioni di principio agli atti e dare un segnale non soltanto a Radio Radicale, ma a tutte le testate la cui sopravvivenza è messa a rischio dal taglio al fondo per il pluralismo dell'informazione".
Saranno Carlo Muscatello e Cristiano Degano a focalizzare l'attenzione sul futuro del quotidiano Primorski Dnevnik, da oltre 70 anni voce della minoranza slovena in Italia.
Giovedì 13 giugno, nel corso della seconda giornata di Festival in piazzetta si svolgeranno altri appuntamenti. Alle 18.30 il panel “Giovani nell’informazione: alla ricerca di un proprio ruolo”con gli Studenti liceo “E. Fermi” di Aversa del laboratorio di giornalismo “Cross medial”, Ilenia Menale (giornalista, scrittrice e docente di Economia Aziendale e di giornalismo), Barbara Schiavulli (giornalista, scrittrice, direttrice di Radio Bullets), Domenico Cerrato (responsabile editoriale de Il Chiasmo), Paolo Collini (Rettore Università di Trento), Andrea Fioravanti (giornalista e caporedattore di Europhonica). Introduce e modera: Nicoletta Simoncello (giornalista Messaggero Veneto).
Alle 19 nel Giardino Consorzio di Bonifica via Duca d’Aosta, Aperitivo letterario con Tiziana Ciavardini (giornalista e antropologa) e la presentazione del libro “Ti racconto l’Iran” (Armando editore). Conversa con l’autrice: Barbara Schiavulli (direttrice Radio Bullets).
Alle 20 in piazzetta Francesco Giuseppe I, alle 20 Libri Leali con Ilenia Menale. Presentazione del libro “Sul corpo delle donne” (Ed.Archivio Storia). Conversano con l’autrice: Anna Vitaliani (giornalista Rai3) e Omar Costantini (direttore Vr1).
Infine alle 21 ancora in Piazzetta la giornata si concluderà con il panel “La disinformazione è servita: fake news, alimentazione, diete e cibo” con la partecipazione di Bruno Mastroianni (filosofo ed esperto di comunicazione), David Puente(giornalista Open), Gianluca Liva (giornalista scientifico freelance), Antonella Calabretti (professore in legislazione farmaceutica - Università di Trieste), Andrea Ghiselli (dirigente ricerca Crea Centro ricerca alimenti e nutrizione). Introduce e modera: Stefano Bizzi (giornalista Il Piccolo).
martedì 4 giugno 2019
ASSOSTAMPA FVG, CONFERMATI MUSCATELLO E MARTEGANI
Carlo Muscatello e Alessandro Martegani sono stati confermati rispettivamente presidente e segretario dell'Assostampa Fvg per il prossimo mandato. Lo ha deciso nella sua prima riunione il nuovo consiglio direttivo dell'articolazione regionale della Fnsi, sindacato unitario dei giornalisti italiani, che ha confermato anche le vicepresidenti Poljanka Dolhar, vicaria, ed Erica Culiat. Confermato anche il tesoriere Nicola Filipovic Grcic.
Il segretario Martegani ha poi nominato vicesegretari Maurizio Bekar (lavoro autonomo, agenzie e uffici stampa), Antonio Caiazza (emittenza radio e tv) e Pietro Rauber (quotidiani, periodici, web).
Completano il consiglio direttivo i consiglieri professionali Fabiana Martini, Renato D’Argenio, Andrea Bulgarelli, Francesco Cardella, e collaboratori Marco Bisiach e Marina Tuni; e i fiduciari di Trieste Ciro Esposito (con il vice Andrea Di Matteo), di Udine Oscar D'Agostino (con il vice Lorenzo Mansutti), di Gorizia Marco Ceci (con il vice Matteo Femia) e di Pordenone Alessandra Betto (con la vice Clelia Delponte).
Nelle recenti elezioni per il rinnovo degli organi dell’Assostampa Fvg sono stati inoltre eletti nel Collegio dei Probiviri Rosanna Ferfoglia, Ugo Salvini, Roberto Cannalire, Corrado Barbacini, Matteo Contessa, Claudia Cernigoi, Ingrid Stratti, Milos Malinic, Arrigo Ricci; e nel Collegio dei Revisori dei conti Pietro Trebiciani, Sandro Sguazzin e Claudio Bisiani.
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