sabato 7 settembre 2019

MIMMO LUCANO, REVOCATO DIVIETO DIMORA A RIACE

Ci sono alcune coincidenze involontarie che, comunque, lasciano spazio alla riflessione e alla speranza che un’altra Italia sia possibile. Proprio mentre stava per nascere il nuovo Governo, che in molti si augurano sia di discontinuità, è arrivata la bella notizia sulla revoca del divieto di dimora a Riace per Mimmo Lucano. La decisione è stata assunta dal Tribunale di Locri in accoglimento dell’istanza depositata dai legali di Lucano. Il provvedimento restrittivo era stato disposto nell’ambito dell’inchiesta denominata Xenia riferita agli illeciti contestati all’ex sindaco di Riace circa le modalità di gestione dell’accoglienza dei migranti e fino ad ora Mimmo Lucano era stato obbligato ad avere la dimora a Calunia, un piccolo centro dello stesso comprensorio. Il processo Xenia è iniziato a giugno scorso e vede imputati Lucano più altre 26 persone, tutti accusati, a vario titolo, di favoreggiamento dell’immigrazione e abuso d’ufficio. “Sono felice e torno subito a casa”. Sono state queste le prime parole dell’ex sindaco diventato il simbolo dell’accoglienza e dell’integrazione e poi anche della difficoltà di difendere alcuni diritti fondamentali. Nelle ultime settimane c’era stata un’ampia campagna di sensibilizzazione perché potesse tornare nel suo paese e rivedere il papà malato. In suo favore c’era stata un petizione diretta al Presidente della repubblica Sergio Mattarella che aveva raggiunto 25mila firme.

FNSI: INFORMAZIONE, ORA SI CAMBI

«Grazie al presidente della Repubblica che ancora una volta ha sottolineato l’importanza della libertà di stampa e dell’informazione per la tenuta democratica del Paese». Intervistato da Radio Radicale, il segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso, commenta così le parole pronunciate ieri dal Capo dello Stato al termine delle consultazioni per la formazione del governo appena insediato. «L’auspicio – prosegue – è che le parole del presidente Mattarella possano portare alla necessaria discontinuità nelle politiche del governo sull’informazione. Noi riteniamo che sia necessario cambiare completamente registro. Per il sindacato dei giornalisti non esistono governi più o meno amici, ma esecutivi da giudicare in base agli atti. Da questo punto di vista, gli atti e le prese di posizione di chi ha avuto la responsabilità dell’Editoria nel precedente governo sono stati orientati, purtroppo, a cancellare l’informazione professionale, a ridurre il pluralismo delle voci, a moltiplicare i tagli e i bavagli e a rendere l’occupazione sempre più precaria. Dal nuovo esecutivo ci aspettiamo una nuova stagione all’insegna del confronto e della massima attenzione al settore e al lavoro giornalistico. Vanno messi al bando i pregiudizi ideologici che hanno condizionato fino ad oggi le politiche del settore». «Ci auguriamo – aggiunge Lorusso – che il presidente Conte faccia una scelta ponderata nel segno della discontinuità. Non vorremmo ritrovarci da qui a qualche settimana a dover promuovere un’altra iniziativa pubblica per sostenere la necessità di difendere il pluralismo delle voci, soprattutto di quelle voci che sono più deboli, voci delle minoranze e delle differenze, che i tagli scriteriati messi in campo dal precedente governo rischiano di cancellare». Per il segretario generale della Federazione nazionale della Stampa italiana, «è necessario fermare immediatamente con un atto normativo i tagli che sono stati approvati nei mesi passati e che preludono all’azzeramento del fondo per il pluralismo. Perché se questi tagli non vengono fermati – dice – ci ritroveremo tra pochi mesi non soltanto con meno giornali, ma anche con più disoccupati: in ballo ci sono circa un migliaio di posti di lavoro di soli giornalisti. Questo non possiamo accettarlo». Alla domanda dell’intervistatore sugli interventi più urgenti, a cominciare dal conflitto di interessi, Lorusso risponde infine: «Il tema della regolamentazione dei conflitti di interessi va affrontato seriamente e in un’ottica che avvicini l’Italia alle più grandi democrazie occidentali dove queste norme di regolamentazione sono presenti da tempo».

ALPI HROVATIN, NOI NON ARCHIVIAMO

Una conferenza stampa nella sede della Fondazione Murialdi per annunciare l’istituzione di un fondo speciale che raccoglierà l’archivio della giornalista uccisa a Mogadiscio nel 1994 e, il giorno dopo, nuovo presidio davanti al tribunale in occasione dell’udienza sulla richiesta di archiviazione ‘Noi non archiviamo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin’. Questo sarà il filo conduttore delle iniziative che si svolgeranno a Roma il 19 e 20 settembre prossimi. La decisione è stata assunta al termine dell’incontro fra la Federazione nazionale della Stampa italiana e Francesco Cavalli, per 19 anni presidente del premio Ilaria Alpi e promotore, insieme a Mariangela Grainer, da sempre vicina alla famiglia della giornalista uccisa in Somalia, delle iniziative per i 25 anni dall’assassinio di Ilaria e Miran. Giovedì 19 settembre, alle 12, nella sede della Fondazione Paolo Murialdi si terrà una conferenza stampa per annunciare l’istituzione di un fondo speciale che raccoglierà tutto l’archivio di Ilaria Alpi. Venerdì 20 settembre la Fnsi, l’Usigrai, il Comitato di redazione del Tg3, Articolo 21, Libera Informazione e associazione Amici di Roberto Morrione promuoveranno un presidio davanti al tribunale di Roma in concomitanza con la nuova udienza sulla richiesta di archiviazione. Sarà l’occasione per ribadire #NoiNonArchiviamo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

mercoledì 21 agosto 2019

GIULIETTI: SVUOTARE I POZZI DELL’ODIO

di Giuseppe Giulietti Non sappiamo se e quando si farà il nuovo governo. Come sempre impazza il totonomine, ma vorremmo sentire parlare di più e meglio dei temi che dovranno essere affrontati. In primo luogo sarà necessario svuotare i pozzi dell’odio, ripristinare il rispetto delle istituzioni, contrastare il dileggio per la Costituzione e per il rispetto dei diritti umani, politici e civili. Questi sono stati mesi di imbarbarimento della vita quotidiana, sono stati sdoganati comportamenti razzisti, assalti contro ogni forma di differenza e diversità, persino il sentimento religioso è stato calpestato e i suoi simboli più cari , a cominciare dal rosario, ridotti a strumenti per acchiappare qualche voto in più. Persino chi ,solo oggi ,ha preso le distanze, e in primis il presidente Conte, ha coperto questi atteggiamenti, ha consentito la caccia al migrante, ha votato a favore di provvedimenti anticostituzionali. Chi ha invocato il pugno duro contro i naufraghi, non ha mosso un dito contro i trafficanti d’armi, contro le transazioni mafiose, contro la strage sul lavoro, contro il caporalato e lo sfruttamento dei poveri, di ogni nazionalità e colore della pelle. Per quanto riguarda la libertà di informazione, come ha scritto su questo sito Vincenzo Vita, sono stati traditi tutti gli impegni declamati con grande enfasi : dal conflitto di interessi alla riforma della Rai, dalle normative antitrust all’ abrogazione delle “Querele bavaglio” In compenso sono stati tagliati i fondi all’editoria, colpite le voci delle differenze, a partire dall’Avvenire e dal Manifesto, minacciata l’abrogazione dell’Ordine dei giornalisti e il commissariamento dell’Inpgi. Nulla di simile si era mai visto neppure nei tempi più bui della cosiddetta prima repubblica o della stagione berlusconiana. Il governo che verrà affronterà questi temi? Farà finalmente risalire l’Italia nelle graduatorie internazionali in materia di libertà di informazione? Sarà il caso di tenere accesi tutti i riflettori ,perché le premesse non sono incoraggianti e la questione, per l’ennesima volta, rischia di essere archiviata o, peggio ,delegata di nuovo a chi è stato il responsabile di queste scelte sciagurate ; basti pensare al tentativo, poi fallito, di far chiudere radio radicale. Al di là delle formule di governo e dell’emergenza da affrontare, resta il grande tema della costruzione di una nuova alleanza civile, culturale, sociale, politica tra quanti preferiscono i ponti ai muri. Non si tratta di uno slogan, ma di una scelta di campo per l’oggi e, ancor più, per il futuro. Non si tratta di contrapporre l’Europa al sovranismo, quanto di unire chi ancora crede nei valori della solidarietà, dell’inclusione, dell’accoglienza, della ridistribuzione delle risorse, della salvaguardia dell’ambiente, del rispetto delle differenze e delle diversità. Questi valori, per altro, sono, anche, al centro della riflessione del Papa, rappresentano l’essenza della dichiarazione di fratellanza di Abu Dhabi, sottoscritta da cattolici, cristiani, musulmani, ebrei, animano, inoltre, la generosa attività di centinaia di associazioni civiche, composte da credenti e non credenti. Questi temi, da inverare e da attualizzare, sono anche al centro delle dichiarazioni universali dei diritti, del trattato europeo di Nizza, e della nostra Costituzione, e sono la via da maestra da imboccare e percorrere senza più incertezza. Non casualmente, nel mirino degli amici di Steve Bannon, ci sono oggi donne e uomini apparentemente distanti, ma unite dal desiderio di aprire le braccia e di contrastare il rancore e l’egoismo sociale : il presidente Mattarella, Papa Francesco, gesuiti come Padre Spadaro, direttore di Civiltà cattolica, scrittrici come Michela Murgia, artiste come Luciana Litizzetto, intellettuali come Roberto Saviano, attori come Richard Gere, musiciste come Fiorella Mannoia, Paola Turci, Emma Marrone, ed ancora Gino Strada, i volontari della Caritas, la chiesa valdese, chi salva la vita ai naufraghi e ai disperati, e persino chi osa esporre gli striscioni pro Costituzione. Chiunque abbia un sentimento “Universale e universalista”, diventa così un bersaglio, un nemico da abbattere, nel nome delle piccole patrie recintate dall’antico filo spianato; dove il popolo, come la storia insegna, ha il solo compito di servire gli oligarchi di turno, I costruttori di ponti hanno oggi il compito di superare antiche divisioni, persistenti egoismi, gelosie di sigla, per dar vita, paese per paese, comunità per comunità, periferia per periferia, ad una alleanza capace di indicare la strada per il futuro e di sottrarre , anche sentimentalmente, il “Popolo” ai populisti, sbarrando la strada agli avventurieri e agli avventuristi. Per rubare lo slogan al movimento delle donne:Se non ora, quando?

mercoledì 14 agosto 2019

WOODSTOCK 50 ANNI DOPO / su Art21

di Carlo Muscatello Woodstock, “tre giorni di pace amore e musica” che nell’immaginario collettivo durano giusto da mezzo secolo. La buona notizia è che non ci sarà Woodstock 2019. Il tentativo di organizzare il concerto celebrativo dei cinquant’anni c’è stato, ma è miseramente fallito. Molto meglio così. Sarebbe stata una pallidissima, patetica replica, cannibalizzata dal business, esattamente come lo furono quelle del ‘94 e del ‘99, in occasione rispettivamente dei venticinque e dei trent’anni dal festival. Sarebbe stato il Woodstock dei selfie, di facebook, delle multinazionali discografiche e televisive. E non ne sentivamo proprio il bisogno. Woodstock “quello vero” fu invece tutta un’altra storia. Negli Stati Uniti in realtà fu la fine di tutto, il tramonto della “summer of love” che avrebbe dovuto cambiare il mondo. E invece, una settimana dopo la strage di Charles Manson nella villa al 10050 di Cielo Drive, a Bel Air, sembrò il canto del cigno. Madre (o padre, vedete voi) di tutti i raduni giovanili. Sogno di una nazione alternativa, di un mondo diverso e migliore. Grande esperienza collettiva ma anche gigantesco esperimento di business: la comunità rock che fa le prove generali per diventare mercato globale del rock. Punto più alto della controcultura giovanile, all’incrocio fra musica e politica, sull’onda del movimento contro la guerra nel Vietnam che due anni prima aveva portato mezzo milione di persone in piazza a Washington. E al tempo stesso funerale dei sogni e degli ideali e delle utopie degli anni Sessanta. The dream is over, il sogno è finito, come cantò di lì a poco John Lennon. Quante cose è stato Woodstock. In quel ’69 dello sbarco sulla Luna, dell’inizio della presidenza Nixon, di Jan Palach che si immola a Praga, della morte per droga di Brian Jones (prima di una lunga serie di rockstar), dell’ultimo concerto dei Beatles sul tetto londinese della Apple. Da noi dell’autunno caldo e della bomba di piazza Fontana. Woodstock fu il primo grande raduno rock. Prima c’era stato, nel ’67, Monterey Pop: poco più di una prova generale. Nel week-end di ferragosto del ’69 gli organizzatori aspettavano cinquantamila persone. Ne arrivarono cinquecentomila. Qualcuno dice un milione. E manca la controprova dei biglietti venduti (fermi ai 186 mila abbonamenti staccati in prevendita), visto che a un certo punto, davanti alla calca oceanica, fecero entrare quasi tutti gratis. Infatti ci guadagnarono in tanti, in tantissimi, tranne gli organizzatori. La storia della leggendaria ”tre giorni”, che si svolse fra il 15 e il 18 agosto 1969, è fatta anche di piccole cose: numeri, particolari, curiosità, aneddoti, che vanno ad aggiungersi ai tanti dischi, film, documentari, libri sull’argomento. Ma come nacque, come si svolse in quell’estate di quarant’anni fa Woodstock? Tutto cominciò quando Michael Lang e Artie Kornfeld , che stavano progettando di allestire uno studio di registrazione nel villaggio di Woodstock, a due passi da New York, videro sul giornale un annuncio economico nel quale John Roberts e Joel Rosenman si dicevano interessati a ”opportunità legali di investimento e proposte d’affari”. Li contattarono e nacquero l’idea del festival e un’apposita società, la ”Woodstock Ventures”. Il festival era dunque una mera impresa commerciale, altro che cultura hippy, altro che ”pace amore e musica”. Affittarono per diecimila dollari un terreno nella contea di Orange, alle autorità locali dissero che avrebbero organizzato un concerto con la partecipazione di cinquantamila persone, ma gli abitanti del luogo si opposero all’iniziativa. Che dunque cercò casa un po’ più in là, a Bethel, nella contea di Sullivan, una cittadina rurale a settanta km a sud-ovest di Woodstock. Dove un allevatore, certo Max Yasgur, fiutò l’affare e accettò di affittare il suo terreno (completo di stagno, poi passato alla storia per il bagno collettivo ”nature”...) per 75 mila dollari. Altri 25 mila dollari furono pagati ai proprietari di un terreno vicino per allargare la zona a disposizione del festival. Sembrava dovesse essere un festival di provincia, venne pubblicizzato come ”An Aquarian Exposition” (in quegli anni si attendeva l’inizio dell’Era dell’Aquario, come cantavano i ragazzi del musical ”Hair”), ma il tam tam fra i giovani americani, in quell’estate in cui i social ovviamente non esistevano, battè più forte che mai. Con il risultato che, nell’avvicinarsi della data fatidica, l’affluenza verso la località designata fu superiore a ogni aspettativa: colonne e colonne di vetture puntarono su Bethel, bloccando in un unico ingorgo tutto il sistema viario dello stato di New York. La pioggia torrenziale fece il resto. Andò tutto bene, ma fu quasi per un miracolo. Il concerto cominciò alle 17.07 di venerdì 15 agosto, con Richie Havens. Al quale seguirono altri trentuno, fra solisti e gruppi, protagonisti della scena musicale di quegli anni. Country Joe Mc Donald, John Sebastian, Santana, Who, Incredible String Band, Joan Baez, Arlo Guthrie, Ten Year After. E ancora Janis Joplin, Canned Heat, Mountain, Grateful Dead, Sly & the Family Stone, Creedence Clearwater Revival, Jefferson Airplane, Joe Cocker, Crosby Stills Nash & Young... E soprattutto Jimi Hendrix. Che fu il protagonista dell’epica chiusura del festival. Nelle intenzioni degli organizzatori si doveva terminare domenica 17 agosto, ma il chitarrista nato a Seattle (e che sarebbe morto tragicamente poco meno di un anno dopo, il 18 settembre del ’70, a soli ventisette anni) aveva insistito per essere l’ultimo a esibirsi e salì sul palco alle nove del mattino di lunedì 18 agosto. La maggior parte degli spettatori era già ripartita, e ”soltanto” ventimila persone assistettero a quelle due ore di performance, con l’inno americano fatto a brandelli dalla chitarra elettrica. Una straziante, allucinata versione psichedelica di ”Star Spangled Banner”, volutamente distorta in una provocazione diventata il simbolo della protesta pacifista giovanile contro la retorica patriottica, in un paese profondamente spaccato dalla guerra nel Vietnam. Ma il festival visse anche di illustri defezioni. Gli organizzatori contattarono John Lennon per chiedere la partecipazione dei Beatles, che erano in via di scioglimento. Ma lui rispose che avrebbero suonato solo se fosse stata invitata pure la Plastic Ono Band, il gruppo di Yoko Ono. Non se ne fece nulla. Trattative anche con Bob Dylan, che all’epoca abitava a un tiro di schioppo dall’area del concerto, ma che alla fine rifiutò pare perchè infastidito dalla gran confusione che si stava creando vicino casa sua. Niente da fare neanche per Doors (avevano appena avuto dei guai con la legge per la presunta oscenità delle esibizioni di Jim Morrison), per i Led Zeppelin (il manager: «Dissi di no perché a Woodstock saremmo stati soltanto un'altra delle band in scaletta»), per i Procol Harum (stanchi dopo un lungo tour). Fu comunque l’apice, la consacrazione della cultura hippy che stava uscendo dall’età dell’innocenza per entrare in quella del business. Alcuni artisti, sconosciuti prima di Woodstock, costruirono su quell’apparizione carriere miliardarie che in certi casi durano ancor oggi. L’icona dei ”tre giorni di pace amore e musica” fu replicata all’infinito, in mezzo mondo, grazie ai dischi ma soprattutto al film di Michael Wadleigh. Oggi, mezzo secolo dopo, in assenza del concerto celebrativo, tocca a una miriade di rievocazioni dettare il ricordo, riscrivere ancora una volta l’autobiografia di una generazione che ha pensato di cambiare il mondo con la musica, che si è battuta per la pace, che ha appoggiato la lotta alla segregazione razziale e per i diritti civili, ispirando con le sue parole d'ordine le generazioni successive. In tutto il mondo. Il resto, tutto il resto, purtroppo è diventato soltanto business. E un mondo che si è trasformato, sì, ma non nella maniera che i ragazzi di allora avevano immaginato.

venerdì 9 agosto 2019

LIBERTÀ DI STAMPA IN PERICOLO

Lorusso, libertà stampa nel mirino ma resta un pilastro Va difesa con domande scomode, come quelle di Lo Muzio e Mottola (ANSA) - ROMA, 9 AGO - "La libertà di stampa è nel mirino, ma rimane un pilastro della nostra democrazia. Va difesa ogni giorno facendo ciascuno il proprio dovere, informando i cittadini, illuminando le periferie del malaffare, rilanciandole domande scomode. Come quelle che Valerio Lo Muzio e Giorgio Mottola hanno rivolto al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, provocandone la reazione scomposta e inaccettabile". Lo scriveil segretario Fnsi, Raffaele Lorusso, in un editoriale pubblicato sul sito di Articolo21. "Tocca ai giornalisti e a tutti coloro che hanno a cuore l'articolo 21 e i valori fondamentali della Costituzione -afferma - tenere alta la guardia e richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sui rischi che corre la democrazia. Le libertà e i diritti si difendono esercitandoli con rigore, non certo facendo suonare le campane a morto". "Fondamentale sarà anche portare avanti il confronto con il governo sugli unici due tavoli in cui non sono state poste pregiudiziali ideologiche -prosegue -: quello sul lavoro e previdenza, voluto dal sottosegretario Claudio Durigon, e quello per la definizione dei criteri per la liquidazione giudiziaria dei compensi dei lavoratori autonomi, avviato dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Non lo stesso si può dire per i cosiddetti Stati generali del sottosegretario all'editoria Vito Crimi, un chiaro tentativo di regolamento di conti con la categoria, perché l'obiettivo è colpire il pluralismo, il lavoro e l'istituto di previdenza dei giornalisti". "Senza una marcia indietro sui tagli già effettuati – avverte Lorusso - e i bavagli che condizionano il lavoro dei cronisti, la Fnsi non parteciperà alla fase finale dei cosiddetti Stati generali. Su libertà, diritti e lavoro non possono esserci compromessi: sarebbe l'inizio della fine. Il sindacato dei giornalisti lo ribadirà nell'iniziativa nazionale su lavoro e previdenza del prossimo 12 settembre, alla presenza del sottosegretario Claudio Durigon". (ANSA). CAS09-AGO-19 17:03

lunedì 1 luglio 2019

TURISMO CULTURALE A TRIESTE? DOMANI MART 2-7 UN INCONTRO

Città che vai turismo che trovi Martedì 2 luglio il secondo degli appuntamenti proposti da CNA per andare oltre i luoghi comuni Cosa porta i turisti a Trieste? Cosa potrebbe trattenerli qualche giorno in più? Cosa andrebbe rafforzato nell’identità della città, che qui come altrove pare essersi ridotta a qualcosa di molto superficiale? Quale ruolo può giocare la cultura in un territorio come quello triestino in cui la Storia, in particolare del Novecento, ha lasciato molti detriti? In una città in cui per le vie del centro può capitare di incontrare Saba, Svevo e Joyce o di prendere un caffè con Magris? In cui la scienza è spesso confinata in periferia? In cui la musica fa fatica a trovare diritto di cittadinanza? Ne parleranno all’Antico Caffè San Marco martedì 2 luglio alle 18 Eugenia Fenzi, padrona di casa e delegata provinciale FAI, Enrico Grazioli, direttore del quotidiano “Il Piccolo”, Giorgio Rossi, assessore comunale a Cultura, Sport, Turismo ed Eventi, e Luigi Vignando, manager e organizzatore di concerti; l’incontro dal titolo “Il turismo a Trieste: la capacità attrattiva degli eventi culturali” sarà introdotto e moderato Carlo Muscatello, giornalista e critico musicale, e gode del contributo di Fondazione CRTrieste. L’ingresso è libero.