...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
venerdì 28 luglio 2006
Sembra strano sia passato già tanto tempo. È infatti l’81, quando un giovanissimo Ramazzotti partecipa al Concorso Voci Nuove di Castrocaro con la canzone «Rock 80» e firma il suo primo contratto discografico con una giovane etichetta, la Ddd. L’anno dopo esce il suo primo 45 giri, «Ad un amico». Ma deve aspettare ancora un po’, per fare il botto. Che arriva puntuale nell’84, quando vince Sanremo Giovani con «Terra promessa», che rimane un suo classico, ancora richiestissimo nei suoi concerti in giro per il mondo.
Già, perchè dopo aver conquistato l’Italia, il cantante e autore romano (da tempo trapiantato in Lombardia, prima in Brianza, poi a Milano) ha fatto strage di cuori anche in mezzo mondo. E se gli stadi italiani li riempiono più di lui sicuramente Vasco Rossi e tutto sommato anche Luciano Ligabue, va detto che le due rockstar di casa nostra non godono di altrettanta fortuna presso la platea internazionale. Mentre lui, quello «nato ai bordi di periferia», quello la cui voce nasale all’inizio faceva arricciare il naso ai puristi del belcanto, beh, è uno che stadi e palasport li riempie sia in Italia che all’estero. Tanto che è, con Laura Pausini e Andrea Bocelli, la punta di diamante della musica italiana da esportazione.
Basti guardare alle date di questo tour, ripartito a fine giugno da Cagliari, e poi passato per Patrasso (Grecia), Sofia (Bulgaria), Novi Sad (Serbia), Sarajevo (Bosnia-Erzegovina), Locarno (Svizzera), oltre che per Bari, Genova, Salerno, Palermo, Siracusa, Foligno, Pescara... Prima di toccare Bonn il primo agosto e Montecarlo, per tre sere al prestigioso «Sporting».
Vabbè che non bisogna mai chiedere all’oste valutazioni sul vino in vendita, ma riportiamo comunque quel che dice Ramazzotti dello spettacolo: «È uno show bellissimo, buona musica, suono pulito. E poi una tecnologia giapponese mai vista prima: schermi flessibili, immagini tridimensionali, scenografie d’impatto...».
Che fa il nostro prima dello show? «Prima di salire sul palco, tapis roulant, un massaggio, un’ora di sonno. Incontro i miei amici e le persone che mi vogliono conoscere. Non aiuta la concentrazione, ma finché me lo posso permettere mi piace fare così...».
Con lui in scena, in questo tour, un mix di musicisti italiani, americani e inglesi «perché, mi spiace dirlo - ha affermato l’artista in un incontro coi fan a Milano - hanno una marcia in più. Da qualche anno, io e Vasco registriamo i nostri album all’estero e la qualità ci guadagna...». Eccoli: Paul Warren (chitarre), Giorgio Secco (chitarre), Luca Scarpa (tastiere), Pippo Lamberti (tastiere), Reggie Hamilton (basso), Curt Bisquera (batteria), Lidia Schillaci (cori) e Bridget Mohammed (cori). Direzione musicale di Claudio Guidetti.
«Calma apparente», che dà il titolo a questo tour, è il suo decimo album di canzoni inedite. Uscito a ottobre in contemporanea mondiale, l’inverno scorso ha scalato la classifica europea di Billboard fino alla sesta posizione, dietro ad artisti del calibro di James Blunt, Madonna, Arctic Monkeys, Robbie Williams e Katie Melua. E dopo aver venduto due milioni di copie, è ancora al nono posto della classifica italiana.
Tredici nuove canzoni già molto amate dal pubblico, che vengono proposte, assieme ai tanti classici del passato, nella scaletta di questo tour, a partire dai due successi «La nostra vita» (primo singolo di lancio) e «I belong to you - Il ritmo della passione», portata anche all’ultimo Festival di Sanremo in duetto con Anastacia.
E proprio a Sanremo, dov’è tornato quest’anno come superospite, l’ex ragazzo di borgata è stato insignito - assieme a Laura Pausini e Andrea Bocelli - del titolo di commendatore. Con tanto di incidente diplomatico sfiorato, quando il nostro, per sdrammatizzare - dice lui - l’ufficialità della circostanza, si è lasciato andare ad apprezzamenti di carattere estetico sull’onorificenza. Azzerando di fatto - sempre secondo il nostro - le possibilità di ottenere, un domani, l’avanzamento a grand’ufficiale...
Del resto, a Ramazzotti le cose che interessano sono altre. <USNUOGRA>«Mi è servito - ha detto - nascere e crescere in periferia: ti dà stimoli. Sono uscito di casa a diciassette anni, non sono come quelli che restano attaccati alla mamma fino a quarant’anni. E comunque il successo non mi ha cambiato, mi piace stare in mezzo alla gente. Sono venuto a vivere a Milano proprio per stare incollato alla realtà...».
Guardandosi indietro ricorda: «Da ragazzo ero iscritto alla Fgci, ero un giovane comunista che le prendeva dai fascisti. Poi vent’anni fa ho scelto di essere a-politico. La confusione è grande. Insomma, tendenzialmente sono di sinistra, ma se qualcosa non mi piace mi sposto...».
Con la stessa franchezza e naturalezza ammette: «È vero, sono ignorante. Vedo pochi film e leggo ancora meno: alla seconda pagina mi addormento...». Di certo non si addormenteranno i diecimila che stasera affolleranno lo stadio di Grado per sentirlo cantare.
domenica 16 luglio 2006
Finora solo Robbie Williams è riuscito a confermarsi star anche da solista, dopo aver mollato i compagnucci della «boy band» con cui aveva scalato le vette del successo. Dietro l’ex Take That, pochissimi altri che sgomitano per mantenere l’effimero posto al sole. Ma ce n’è uno che forse ce la farà. O ce l’ha già fatta, a giudicare dall’accoglienza del pubblico triestino al Festivalbar e a «Trl». E soprattutto dei giovanissimi di mezzo mondo a questo suo album, intitolato non a caso «Future Past» (Emi Virgin), quasi a suggellare il momento che sta vivendo, sospeso per l’appunto fra passato e futuro. Lui si chiama Duncan James, e oltre a essere belloccio, sembra avere doti creative e interpretative tali da ripetere il successo avuto coi Blue (dai quali sono già usciti con lavori solisti anche Lee Ryan e Simon Webbe).
Pop melodico ben assemblato - alla Blue, insomma... - di quello che commuove le ragazzine, non solo nel singolo di lancio, «Sooner or later», che apre il disco. Dodici tracce più una «bonus track» che funzionano, a partire da quelle «I come alive» e «Amazed» presentate in anteprima l’anno scorso, nell’ultimo tour mondiale col gruppo da cui arriva e con cui aveva già venduto tredici milioni di dischi.
Uno invece che cambia sempre è l’italiano <CF32>Neffa</CF>, per l’anagrafe Giovanni Pellino, al quale un paio di successi di classifica («La mia signorina»...) e una comparsata a Sanremo («Prima di andare via»...) non hanno tolto il gusto nomade di cambiare, cercare, provare. «Alla fine della notte» (Sony Bmg) è il suo nuovo disco, che arriva a tre anni dal precedente. Sospeso fra malinconia e speranza, fra realtà e sogno, fra pop e soul, sembra coronare l’uscita da un momento di crisi, di ripensamento. «Il mondo nuovo» (riferimento ad Aldous Huxley, quello che aveva ispirato i Doors...) va già forte nelle radio.
Per festeggiare le quasi cinquantamila copie vendute del disco di esordio «Solo un uomo» (Emi Virgin), <CF32>Mondo Marcio</CF> (milanese, vent’anni a dicembre, vero nome Gianmarco Marcello, visto anche lui a Trieste col Festivalbar) esce con un doppio che, oltre al cd di esordio, arricchito della versione di «Dentro una scatola» realizzata con i Finley, comprende «Nessuna via di uscita - Mixtape», ovvero altri venti brani inediti. Lo spilungone dimostra di saperci fare, ed è oggi, assieme a Fabri Fibra, la punta di diamante dell'hip hop italiano che strizza l’occhio al grande pubblico. Il «50 Cent italiano», come qualcuno l’ha chiamato, rifugge buonismo e frasi di maniera: suoni e versi duri, diretti, puntuti. Lui non le manda a dire...
Dal versante più leggero dell’hip hop italiano, ormai abbondantemente contaminato col pop, arriva invece questo nuovo lavoro di <CF32>Dj Jad</CF> degli Articolo 31, intitolato «Milano - New York» (Sony Bmg Ricordi). È un dual disc - che propone dunque un cd, con diciassette brani, e un dvd - frutto di un lavoro cominciato nel 2000, collaborando con molti artisti hip hop della scena newyorkese. Il risultato è un disco molto americano, nei suoni, nelle atmosfere, forse nella filosofia. Sotto il quale pulsa però il cuore italianissimo del protagonista.
Ultima segnalazione per il decimo capitolo dell’eterna saga di <CF32>Nick The Nightfly</CF>. «Anniversary Edition» (Sony Bmg Rca) è un triplo cd con cinquanta brani che spaziano dal jazz al soul, dalla musica brasiliana alla world music... Ogni disco ha il suo sottotitolo: «Motions», «Emotions» (con due italiani: Sergio Cammariere e Giovanni Allevi...) e «Oceans».
Le canzoni di Lucio Battisti sono la musica classica italiana degli anni Settanta e Ottanta. Dunque vanno trattate come tali: possono essere rilette, rivisitate, ovviamente riascoltate, ma sempre col rispetto dovuto ai capolavori. E la terza compilation <CF32>«Innocenti evasioni»</CF> (Warner Music), che raccoglie il testimone delle prime due edizioni, datate 1993 e 1994, si muove proprio in questo solco. Anche se ascoltare i maggiori successi firmati dalla premiata ditta Mogol-Battisti, nelle nuove versioni di altri cantanti e gruppi, provoca un’emozione diversa, ora che l’artista non c’è più.
Fra le sette canzoni registrate per l’occasione, spicca Ligabue che regala un’ottima «I giardini di marzo» in versione unplugged. Ma ci sono anche Nek (con «Sì, viaggiare»), Cesare Cremonini («Innocenti evasioni»), Max Pezzali («La metro eccetera»), Irene Grandi («Uno in più»), Nomadi («Prigioniero del mondo»), Sugarfree («Una donna per amico»).
Fin qui gli inediti. Poi c’è Dolcenera (dal vivo, con quella «Emozioni» compresa anche nel suo ultimo album), ma anche Raf («E penso a te»), Loredana Bertè («Prendi fra le mani la testa»), Samuele Bersani («Il leone e la gallina»), i Litfiba ancora con Piero Pelù («Il tempo di morire»), Enrico Ruggeri («Anche per te»), Giorgia («Nessun dolore»)... Tutti già sentiti nelle precedenti edizioni, ma non per questo meno graditi.
Proprio come nella musica classica, ogni artista ha scelto un brano del repertorio di Lucio Battisti e l’ha in qualche modo «personalizzato» secondo le proprie caratteristiche vocali e artistiche. Qualche rilettura convince di più, altre di meno. Ma è l’operazione nel suo complesso che funziona. Come (quasi) tutte quelle legate al genio del cantante e autore di Poggio Bustone.
Da anni, le due doppie compilation del Festivalbar (la «rossa» e la «blu») rappresentano la summa imprescindibile della colonna sonora di ogni estate. E anche quest’anno, con i loro 36 successi ciascuna, sono già in testa alle classifiche di vendita. Si va da Sergio Mendes («Mas que nada») a Robbie Williams («Sin sin sin»), da Gianna Nannini («Io») a Ligabue («Happy hour»), da Eros Ramazzotti a Jovanotti, dai Coldplay a James Blunt... E altri nomi meno noti, pronti al decollo. Quest’anno, poi, dopo la doppia tappa del 15 e 16 giugno in piazza Unità, il Festivalbar è anche un po’ triestino. In attesa della finale del 4 e 5 settembre all’Arena di Verona.
Come tanti dei migliori, Pierangelo Bertoli se n’è andato troppo presto. Ma come tanti dei migliori artisti, il coraggioso cantautore di Sassuolo ci ha lasciato tante belle canzoni che ci permettono di sentirlo ancora fra noi. Questo triplo cd ripropone il meglio della sua carriera: quarantotto canzoni ma anche un inedito, «Adesso», che ha un verso che dice «Io canterò come un sole improvviso in un giorno d'aprile…». Fra i brani «Eppure soffia» (suo primo successo, d’impronta ecologista) e «Certi momenti», «Spunta la luna dal monte» (Sanremo ’91, coi Tazenda) e «A muso duro», «Non finirà», «Il centro del fiume», «Pescatore»...
giovedì 13 luglio 2006
Stasera a Udine, al Castello, ci sono i portoghesi Madredeus, mentre a Villa Manin arriva una leggenda del rock inglese degli anni Ottanta: Morrissey, già leader degli Smiths. Parentesi sloveno-croata. Oggi a Lubiana fa tappa il tour europeo di Caetano Veloso. Domani a Zagabria c’è la popstar colombiana Shakira, domenica nella capitale slovena i Whitesnake e in quella croata i Pixies... Torniamo in zona. Domani a Lignano, all’Arena Alpe Adria, invasione certa di giovanissime attratte dal bel Lee Ryan (già con quegli stessi Blue dai quali si stanno muovendo come solisti anche Duncan James e Simon Webbe). Domenica atmosfere più etniche ad Aquileia con l’inarrivabile voce di Capoverde, Cesaria Evora.
E siamo al colpo grosso dell’estate udinese. Martedì 18 è in programma allo Stadio Friuli il concerto di Carlos Santana. Due giorni dopo, neanche il tempo per riprendersi, e giovedì 20, al Castello di Udine, arriva James Brown. Sempre giovedì, da segnalare gli Steeleye Span a Villa Varda di Brugnera e i Giganti a Tavagnacco. Nel frattempo, mercoledì 19, all’Arena Alpe Adria di Lignano Sabbiadoro, fa tappa l’ennesimo tour degli intramontabili Pooh. Venerdì 21, a Rochi, suonano i Dik Dik. E a Tarvisio il No Borders Music Festival apre con la musica di Skye (ex Morcheeba, già vista nella tappa triestina del Festivalbar, a metà giugno). E poi prosegue con Skin (altra reduce dalla kermesse di piazza Unità), Jovanotti, Stanley Clarke e George Duke. In mezzo a tutto questo bendiddio in terra friulana, s’inserisce quasi timidamente l’appuntamento triestino di sabato 22 luglio in piazza Unità: la serata «I nostri angeli», dedicata al premio giornalistico Marco Luchetta, quest’anno porta in dote la musica dell’israeliana Noa e della palestinese Rim Banna.
Giusto un lampo. E si torna a Lignano, dove all’Arena Alpe Adria, lunedì 24 luglio è in programma il concerto di Riccardo Cocciante. E a Udine, dove martedì 25, al Castello, arriva la musica di Franco Battiato. Nella stessa location, lunedì 31, arrivano anche gli Afterhours. Ma prima di loro, venerdì 28 luglio, allo stadio di Grado (già sede, lo scorso anno, dell’anteprima del tour estivo di Vasco Rossi) è in programma un altro dei concerti-evento dell’estate musicale del Friuli Venezia Giulia: arriva infatti Eros Ramazzotti, nell’unica tappa regionale del suo «Calma apparente tour 2006», che il 30 luglio tocca anche la Croazia, con un concerto allo stadio di Fiume. E sabato 29 luglio, a Villa Manin, il grande appuntamento con Andrea Bocelli.
martedì 11 luglio 2006
Roger Keith Barrett, per tutti «Syd» (perchè da ragazzo era solito recarsi in un locale chiamato Riverside in cui suonava un certo Sid Barrett...), aveva cominciato prestissimo. A quattordici anni si fa regalare una chitarra dalla madre. A sedici, nel ’62, mentre Londra e tutta l’Inghilterra vivono una piccola grande rivoluzione musicale e culturale, entra a far parte prima dei Geoff Mutt and the Mottoes e poi dei Those Without. Quando incontra Roger Waters, nascono i Pink Floyd Sound. Zac, il tempo di dare un’accorciata al nome, ed ecco che comincia l’incredibile avventura di uno dei gruppi più importanti della storia del rock. Nel ’67 esce il primo album: «The piper at the gates of dawn». Seguito l’anno dopo da «A saucerful of secrets».
Di quel gruppo Barrett - oltre che il cantante e il chitarrista - era l’anima idealista e visionaria, eccentrica e sperimentatrice. Solo pochi anni assieme, ma sufficienti per entrare nel mito. Quando l’abuso di stupefacenti e gli sballi lisergici lo resero ingestibile, all’interno del gruppo venne sostituito dal suo ex compagno di studi di pittura David Gilmour (il terzo studente era Roger Waters). Che lo aiutò a realizzare i suoi due lavori solisti, «Tha Madcap Laughs» e «Barrett», poetici e paranoici, usciti entrambi nel ’70. Vero testamento artistico, soprattutto il secondo, prima del buio.
Poi, mentre la sua ex band prosegue la sua scalata, di successo in successo, per lui, ancora giovane, si apre il buco nero del ricovero in un ospedale psichiatrico. Dal quale sarebbe uscito solo per condurre una vita ancor più incerta, fatta di piccole ossessioni e banale routine quotidiana. Interrotta nel ’77 da una fugace apparizione nello studio di registrazione dei Pink Floyd e nell’82 da un’intervista. E da una foto di qualche anno fa (che pubblichiamo qui a destra), in cui l’ex ragazzo terribile appare invecchiato, appesantito, senza capelli, con un giornale in mano. Dopo la morte della madre, che lo aveva accudito per tanti anni, viveva da solo. Dipingeva, non vedeva nessuno. Fino al triste epilogo dell’altro giorno.
I rapporti con i vecchi amici del gruppo non si erano mai interrotti del tutto. Lo stesso Waters, che in una recente intervista aveva ricordato con disagio una sua visita al vecchio amico qualche anno fa, aveva dichiarato in occasione della reunion del gruppo, un anno fa, al Live Eight: «Comunque, noi stiamo facendo ciò per tutti coloro che non sono qua, in particolare per Syd...». E per ricordarlo, non c’era niente di meglio che dedicargli l'esecuzione di «Wish you were here», vorrei che tu fossi qui, scritta per lui nel 1975.
Syd Barrett è stato uno degli uomini-simbolo della storia del rock. Di cui ha incarnato, forse più di qualsiasi altro, l’incrocio fra genialità e spirito autodistruttivo.
sabato 17 giugno 2006
di Carlo Muscatello
TRIESTE «Dalla piazza dell’Unità di Trieste...». Sono appena passate le ventuno di ieri. La sigla di Gianna Nannini è già andata. Panoramica sui palazzi illuminati. E la voce stentorea di Andrea Salvetti apre la seconda serata del 43.o Festivalbar, quella che Italia 1 manderà in onda il 27 giugno. Folla più numerosa della sera precedente. Chi dice dodicimila, chi azzarda qualcosa di più. Il Mago Forest, Ilary Blasi e Cristina Chiabotto irrompono sul megapalco a passo di carica. Lui sfoggia una cravatta arancione, la «pupona» è in gonna nera lunga e ombelico al vento, la «miss-iena» ha sciolto i capelli sciolti e calza shorts bianchi che fanno sembrare le sue gambe due autostrade... «Ciao Trieste...!» E si ricomincia.
C’è da mettere subito a referto il forfait di Mary J. Blige, la regina del rhythm’n’blues annunciata ma trattenuta chissà dove. Tocca accontentarsi di Rihanna, nuova giovanissima star caraibica, che apre le danze con la ritmatissima «Sos» e codazzo di ballerini e ballerine. Lei ha vent’anni, il suo nome completo è Robyn Rihanna Fenty, arriva dalle Barbados con un caliente mix di ritmi caraibici e rhythm’n’blues. Due anni fa è stata scoperta dal produttore di Christina Aguilera e portata dritta dritta a New York. A Trieste - dove ieri pomeriggio ha partecipato anche alla diretta di «Trl» dal Molo Audace - è arrivata già da star. E i ragazzi delle prime file conoscono a memoria il suo brano.
Poi tocca agli Sugarfree («Solo lei mi dà»), ancora a Cesare Cremonini (prima «Le tue parole fanno male», poi «Ancora un po’»), finalmente agli Zeroassoluto. Il duo romano, formato da Matteo Maffucci e Thomas De Gasperi, ed esploso l’anno scorso con «Semplicemente», non molla la sanremese «Svegliarsi la mattina». Siamo a giugno, il Festival è dimenticato, ma la loro ballatina educata e romantica funziona ancora alla grande...
Dopo «Pago», quello di «Music Farm», che propone «Vorrei che tu fossi mia», parte la prima pausa. Già, perchè a volte, preso dall’entusiasmo per i cantanti, il pubblico dimentica che qui stiamo registrando un programma televisivo. Che ha le sue regole, i suoi tempi morti, le sue (a volte lunghe) pause. Appunto.
Qui, fra l’altro, in due sere di spettacolo si registrano tre puntate della rassegna (in tv il 20, il 27 giugno e il 4 luglio). La sera di giovedì sono andati avanti fin quasi alle due di notte, per registrare una parte del materiale per la terza di queste tre puntate triestine. Ieri sera, stessa cosa...
E può capitare anche, com’è successo ieri sera, che Ilary annunci i Darkness, che però il pubblico non vede e non sente, per il semplice motivo che sono stati registrati la sera precedente... L’escamotage viene usato soprattutto con gli stranieri: vengono una sera, registrano un paio di pezzi, e poi vengono usati su almeno due puntate. La cosiddetta ottimizzazione dell’ospite.
Ma torniamo a ieri sera. Dopo la prima pausa è il turno di Ligabue. Camicia rossa, grinta da vecchio rocker, il nostro indio padano infiamma la folla con «Happy hour». Poi, scendendo dalla scaletta del palco, inciampa e a momenti finisce per terra. Ma attorno a mezzanotte, per i motivi di cui si diceva prima, il Liga tornerà in scena altre due volte, prima con «Le donne lo sanno» e poi di nuovo con «Happy hour».<CF><CP> Il rocker di Correggio è così ricomparso in regione a tre settimane di distanza dal concertone del 23 maggio allo Stadio Friuli di Udine. E chissà che non torni a Trieste anche in autunno, nella parte teatrale di questo suo lungo tour.
Avanti, che tocca a Nate James, ai toscani Baustelle (una scelta di qualità, con la loro «La guerra è finita», fortemente voluta nel cast di quest’anno da Andrea Salvetti), di nuovo a Rihanna, che ricanta la stessa canzone, per un’altra puntata, non prima ovviamente di essersi cambiata d’abito...
Il pubblico, formato soprattutto da giovanissimi, non va tanto per il sottile. A loro interessa vedere da vicino i propri idoli, quelli dei video, quelli dei mille passaggi su Mtv o dei vari programmi musicali.
Trattandosi pur sempre della registrazione di un programma televisivo, si potrebbe discutere a lungo sull’opportunità di far pagare il pubblico. «Il gala di apertura a Napoli, in piazza del Plebiscito - spiega Andrea Salvetti, che ha raccolto il testimone della rassegna dal padre Vittorio, che alla scomparsa di quest’ultimo - possiamo farlo a ingresso gratuito per due motivi. Il primo: il contributo che riceviamo dagli enti pubblici è maggiore, rispetto a qui, dove comunque l’apporto della Regione Friuli Venezia Giulia è stato importantissimo. E poi c’è il fatto che, trattandosi del gala d’apertura della manifestazione, noi stessi come produzione abbiamo maggiori margini di investimento...».
Pare che una puntata del Festivalbar costi fra gli ottocentomila euro e il milione. Quattrini coperti dai diritti televisivi, dagli sponsor, dagli enti locali che ospitano la manifestazione e, appunto, dall’incasso della serata. Reso comunque meno ricco dall’alto numero di biglietti omaggio che vengono distribuiti per ogni serata. È certo infatti che, a fronte del contributo assicurato dalla Regione in denaro e dal Comune in servizi, entrambi gli enti abbiano potuto godere di un altissimo numero di tagliandi omaggio per le due serate triestine. E altrove dev’essere ovviamente la stessa cosa.
Soprattutto nella prima serata si sono registrate alcune proteste, da parte di chi aveva pagato il biglietto e si trovava circondato da gente che era entrata, per un motivo o per l’altro, gratis...
Ma qui stiamo divagando. Eravamo arrivati al bis di Rihanna. Dopo il quale, ieri sera, fra una pausa e l’altra, sono saliti sul megapalco di piazza dell’Unità l’italianissima Moony (vero nome Monica Bragato, veneziana, protagonista di diversi successi dance negli anni passati) con il brano «For your love» e ben due siciliani, uno dietro l’altro: il catanese Seba, che propone con la sua «Domenica d’estate» uno dei possibili tormentoni dell’estate, e poi il siracusano di nascita ma anche lui catanese d’adozione Mario Venuti. L’ex Denovo, che due anni fa ha fatto il botto a Sanremo con «Crudele», ma quest’anno ha avuto meno successo sullo stesso palco dell’Ariston con «Un altro posto nel mondo», a Trieste ha proposto «È stato un attimo», altro brano tratto dall’album «Magneti». Oggi pomeriggio sarà fra l’altro ospite di «Trl», nell’ultima diretta tivù su Mtv dal Molo Audace.
Dopo di lui, megapalco tutto per la pantera Skin. L’ex cantante degli Skunk Anansie, ormai approdata a una dignitosa carriera solista, ha cantato «Just let the sun». Giacca nera di paillettes, berretto mimetico militare, è una che regge la scena da grande professionista. Più tardi, come tanti altri, per i motivi già spiegati, anche lei farà un secondo giro...
venerdì 16 giugno 2006
TRIESTE «Ciao muli, come xè...?» Ci pensa il Mago Forest, abito blu e cravatta rossa, a lanciare l’urlo di battaglia che dà il via alla grande festa musicale del Festivalbar. Sono da poco passate le ventuno di ieri sera. Diecimila persone in piazza dell’Unità. Striscioni, telefonini usati per fotografare, cori da stadio...
Tutto è pronto. La sigla di Ligabue è già partita. La zona dietro il megapalco, fra i Duchi, il municipio e gli Specchi, è blindata che sembra di stare a qualche G8. Il pubblico è caldo, nonostante la pessima idea di fargli cantare, prima prima delle ventuno, quell’ameno motivetto che fa «Com’è bello far l’amore da Trieste in giù...», col fantasma di Raffaella Carrà che si materializza come per incanto.
Una telecamera, la cosiddetta «skycam», corre su un cavo teso fra il palazzo della prefettura e la fontana sotto il municipio. Un’altra, gli addetti ai lavori la chiamano «Jimmy Jib», sta su un lungo braccio metallico che parte a lato del palco e sfiora le teste dei giovanissimi accalcati nelle prime file. E poi c’è la «steadycam», portata a spasso da un operatore, per seguire da vicino i cantanti.
Già, i cantanti. Perchè in tutto questo caravanserraglio che sta dietro il palco (addetti ai lavori, ragazzoni più o meno nerboruti della security, operatori, parrucchiere, truccatori, uffici stampa...), si rischia di dimenticare che i protagonisti sono loro.
Eccoli, allora, presentati dalla statuaria «iena» Cristina Chiabotto (in jeans, tacchi super, generoso décolleté...) e dalla «pupona» Ilary Blasi (in shorts biancorossi e camicia rossa in voile), che affiancano un Mago Forest che, anche quando tenta di star serio, non ci riesce. Figuriamoci quando, più tardi, si presenta in accappatoio bianco...
Partono gli inglesi Darkness, con quella «One way ticket» che ha fatto parlare qualcuno dei nuovi Queen (che è un po’ come quando, al debutto degli Oasis, alcuni parlarono dei nuovi Beatles...). In piazza fa caldo. Ma con i salentini Negramaro la temperatura si alza ulteriormente. «Nuvole e lenzuola» è l’ennesimo singolo di successo della band bocciata a Sanremo Giovani 2005, ma poi consacrata come rivelazione dell’anno proprio al Festivalbar scorso. Il cantante è scatenato, scende dal palco, si avvicina ai ragazzi stretti dietro le transenne. Urla «Trieste balla...!», mezzo incitamento e mezza constatazione. Sì, perchè sui lastroni della piazza, quelli nuovi, quelli appena rifatti, quelli che ciononostante ogni tanto si sollevano, il popolo del Festivalbar balla. E balla alla grande.
Ancora musica. Tocca a Omar Pedrini, che torna in campo dopo l’aneurisma aortico che due anni fa a momenti lo mandava all’altro mondo. Non a caso il suo nuovo album s’intitola «Pane burro e medicine». Non a caso il pezzo che presenta è «Shock», che si apre con un omaggio ad Albertone Sordi con la citazione della «Marcia di Esculapio», di Piero Piccioni, dal film «Il prof. dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue». Appunto...
Ogni tanto, fra un brano e l’altro, c’è una pausa. Serve a inserire la pubblicità, qualche inserto, qualche spot... Stiamo o non stiamo registrando un programma televisivo? L’unica differenza, rispetto ad altre analoghe situazioni, è che qui il pubblico è pagante. Pagante e contento, a giudicare dagli applausi, dai cori, dagli urletti...
Che premiano gli inglesi Feeling («Sewn», ai vertici delle classifiche), l’italianissimo Cesare Cremonini col fido Ballo, reduce dai tempi dei Lùnapop («Le tue parole fanno male»), ma soprattutto un altro inglese, il bel Duncan James, quello dei Blue, reduce dalla diretta di «Trl» nel pomeriggio su Mtv dal Molo Audace, che fa impazzire le giovanissime con «Sooner or later», dal nuovo album «Future past».
Arriva Gianna Nannini. Era in questa piazza anche vent’anni fa, quando il Festivalbar fece tappa a Trieste nell’anno delle uova alla Bertè e di Sabrina Salerno che entra in scena tutta ballonzolante (erano i tempi della dance all’italiana...) e scivola ingloriosamente proprio sulle uova spiaccicate sul palcoscenico. La toscanaccia vi torna sull’onda di un rinnovato successo, trainato dall’album «Grazie» e soprattutto dal singolo «Sei nell’anima». Un brano già entrato fra i suoi cavalli di battaglia, alla stessa stregua di «Fotoromanza» e «Bello e impossibile». Ieri sera ha presentato il nuovo singolo, intitolato semplicemente «Io». Intramontabile.
Dopo i Rio e dopo Skye (ex Morcheeba), scena tutta per Carmen Consoli, punta di diamante dell’attuale canzone rock al femminile italiana. Chitarra acustica a tracolla, lunga chioma sulle spalle, canta «Signor Tentenna», dal nuovo album «Eva contro Eva», che l’ha vista </CP></CF><CF><CP>riscoprire le sue radici culturali e musicali che affondano in terra di Sicilia.
Poi è tempo di hip hop all’italiana con Mondo Marcio e i Finley, e ancora Bisbal, Novastar, James kakande, Bennato e Britti... Oltre alla puntata che Italia 1 trasmetterà il 20 giugno (quella del 27 si registra stasera), c’è infatti da registrarne mezza del 4 luglio. A che ora è finita la nottata musicale di ieri? Boh... È la televisione, baby.
giovedì 15 giugno 2006
Sì, perchè il legame della città con la manifestazione inventata da Vittorio Salvetti, e ora condotta dal figlio Andrea, è antico e strettissimo.
Un rapporto che comincia subito, già alla prima edizione, quando nel 1964 ad Asiago un giovanissimo Pilade (all’anagrafe Lorenzo Pilat, all’epoca in forze al Clan di Celentano) si impone con la canzone «Ciao». I giornali dell’epoca rimarcano che il giovanotto triestino alla fine batte anche il favorito Bobby Solo (Roberto Satti, di origine istriana), vincitore del girone dei big. Anche se poi, nella storia della rassegna, l’emulo italiano di Elvis Presley venne a lungo ricordato come il primo vincitore.
Passano cinque anni. E nel ’69 Lucio Battisti realizza sulla costiera triestina, a Grignano, il filmato di «Acqua azzurra acqua chiara», brano con cui vinse l’edizione di quell’anno del Festivalbar e si piazzò per varie settimane ai primi posti delle classifiche di vendita. Una sorta di video ante litteram, che è stato riproposto molti anni dopo nella manifestazione, nell’ambito di una retrospettiva filmata sulle canzoni che hanno iscritto il proprio nome nell’albo d’oro della rassegna.
Anche per quel motivo, Salvetti senior era molto legato a Trieste, dove negli anni Sessanta aveva lavorato come organizzatore di spettacoli musicali (alla Caravella di Sistiana, per esempio) e di concorsi per esordienti. Negli anni Ottanta il suo Festivalbar è ormai adulto. Dopo essere riuscito a sopravvivere alla scomparsa dei jukebox, si lega al mondo delle radio, annusa i nuovi fenomeni musicali, lancia nuovi personaggi, italiani e stranieri. E lui prova e riprova a portare la rassegna sotto l’ombra di San Giusto.
Dopo vari tentativi andati a male, ci riesce nell’86, quando il Festivalbar fa tappa per la prima volta in piazza Unità. L’ingresso è libero, la piazza è piena, non tutti i presenti sono arrivati per ascoltare i cantanti... Ne fa le spese Loredana Bertè, oggetto di un lancio di uova. Poi entra Sabrina Salerno e fa un mezzo scivolone sulle uova spiaccicate sul palcoscenico...
Peccato. Quell’86 è l’anno di «Easy Lady» di Spagna e della vittoria di Tracy Spencer con «Run to me». Tanta dance, insomma, anche e soprattutto made in Italy. In una rassegna rilanciata dal successo, l’anno precedente, dei Righeira con «L’estate sta finendo».
All’inizio degli anni Novanta, la finale del Festivalbar viene sfrattata dall’ormai tradizionale cornice dell’Arena di Verona. Problemi di permessi, di monumenti da preservare, di soprintendenze alle belle arti... Salvetti trova la soluzione. Si chiama Villa Manin, a Passariano, in Friuli.
Nel ’95 tenta di tornare a Trieste. Non ci riesce. Problemi di rapporti col Comune, di soldi, di finanziamenti che non arrivano. In compenso il carrozzone fa spesso tappa all’Arena Alpe Adria di Lignano Sabbiadoro. Nel ’96 anche all’Arena di Pola. Fino al gran ritorno di quest’anno.