mercoledì 27 settembre 2006

DYLAN Fra artisti che quando azzeccano anche il secondo disco c’è da gridare al miracolo, e dischi nei quali salvare una e magari due canzoni è impresa da mettere a referto, a volte avvengono fatti che scaldano il cuore. Prendete la vicenda umana e artistica di Bob Dylan, signore che alla bella età di sessantacinque anni, dopo aver lasciato come pochissimi altri il segno nella storia della musica e forse della letteratura del Novecento, al 44° album ufficiale in carriera se ne esce con un disco bello, vibrante, ricco, emozionante come «Modern times». È uscito già da tre settimane, ha fatto già in tempo a scalare le classifiche di vendita (cosa che al nostro non succedeva da un po’...), ma davvero non possiamo non parlarne alla ripresa di questa pagina dopo la pausa estiva.  Mister Zimmerman non faceva un disco in studio dal 2001, da quel «Love and theft» che aveva lasciato perplesso più d’uno. Anni passati sempre in giro per il mondo con il suo «Never ending tour», a strapazzare e rendere irriconoscibili anche antichi cavalli di battaglia.

La scelta di intitolare il nuovo disco «Tempi moderni», al di là della citazione chapliniana, ha il sapore da un lato di una garbata presa in giro (Dylan è un signore d’altri tempi, geniale ma d’altri tempi), dall’altro di una netta presa di distanze dal nostro presente così confuso. A tratti sembra dire: in questo caos, in mezzo a questa follia, l’unica salvezza è il ritorno alla semplicità, alle origini, alle radici...

Il concetto di tempo torna spesso in Dylan, dalla leggendaria «The times they are a-changin'» del ’64 fino al «Time out of mind» del ’97, passando per tanti brani. Il tempo che scorre, il tempo di ieri che non torna più, quello di domani che è un punto interrogativo in fondo a un tunnel sempre più oscuro...

Mezzo cowboy e mezzo signore del sud degli Stati Uniti, dopo essersi tolto lo sfizio di fare il dj e di pubblicizzare biancheria intima (...!), Bob Dylan si rimette al centro della scena con un disco senza tempo, fra blues e honky tonk, fra jazz e country, fra classici rock’n’roll («Thunder on the mountain», esplicito omaggio a «Johnny B. Goode», all’epopea di Chuck Berry, ma anche - un po’ a sorpresa - ad Alicia Keys...) e ballate, fra valzer («When the deal goes down») e appassionati ritratti della classe operaia («Workingman’s blues #2»), fra velati messaggi religiosi e riferimenti alla catastrofe che un anno fa mise in ginocchio New Orleans o magari a un’inondazione di chissà quanti anni fa («The levee’s gonna break», l’argine sta per cadere)...

Dieci canzoni senza tempo, che potevano essere apprezzate dieci o vent’anni fa, ma che saranno amate anche fra dieci o vent’anni. Dieci canzoni ricche di suoni scarni, semplici, essenziali, puliti. E interpretate con quella voce roca che sembra in grado di scolpire la roccia, che da tanto tempo indica la strada, la rotta, canta le nostre contraddizioni, la confusione e il disincanto di questi imbarazzanti «tempi moderni»... Tradizione e leggerezza, classe e godibilità, stile e genialità.

«Non sto parlando, sto solo camminando, per questo mondo vago e misterioso, col cuore bruciante, ancora struggente, camminando attraverso le città malate, in mano alla speculazione...», canta Bob nella traccia di commiato, «Ain’t talkin’».

Capolavoro. Da ascoltare mille volte e poi serbare - iPod permettendo - fra i dischi più cari.


ZUCCHERO Cinque anni di silenzio (l’ultimo disco era «Shake») sono tanti, per tutti ma soprattutto per un artista come Zucchero. Che fra l’altro proprio oggi compie cinquantuno anni. C’era dunque molta attesa per questo «Fly» (sottotitolo: «Come possiamo volare con le aquile se siamo contornati da tacchini»), uscito nei giorni scorsi per Universal.

Prima curiosità: chi sono i tacchini? Risposta: «Le radio, le case discografiche, che per risparmiare stampano male i dischi, gli americani con l'ossessione di aiutare tutti, il politically correct, i cattocomunisti...».

Polemiche e sassolini nelle scarpe a parte, il disco non delude attese e aspettative. Musicalmente ricco, realizzato sotto la regia del grande Don Was (che ha chiamato a raccolta sessionman straordinari come Randy Jackson, Jim Keltner, Pino Palladino, Waddy Wachtel, Kenny Aronof...), il lavoro brilla di un suono che profuma di radici, che privilegia il feeling sulla tecnica.

Canzoni ricche di belle melodie, che spaziano su armonie solide, figlie di atmosfere nere ma anche di richiami anni Sessanta/Settanta a grandi padri come Procol Harum, Vanilla Fudge, Mamas and Papas...

Nel disco ci sono anche due canzoni, una scritta con Jovanotti - «Troppa fedeltà» - e un’altra con Ivano Fossati, «È delicato». Ma c’è anche il grande Brian Auger, chiamato a suonare il vecchio organo Hammond «perchè volevo tornare ai suoni veri, allontanarmi dall’elettronica...».

Il primo singolo s’intitola «Bacco perbacco», «Let it shine» è un omaggio a New Orleans devastata dall’uragano Katrina, «Cuba libre» è una dichiarazione d'amore «al mito di Cuba», «Occhi» ha una melodia dolce che rapisce, «Quanti anni ho» è dedicata al figlioletto Blu...

Dal 15 febbraio Zucchero è in tour. Assieme alla figlia, la giovanissima Irene Fornaciari, già lanciata sulle orme dell’illustre genitore.


FOSSATI Gran lavoro di «remastering» (soprattutto per i brani più vecchi) per questo triplo cd che raccoglie per la prima volta le più belle canzoni dell’artista genovese, da «La casa del serpente» del ’77 fino alla recentissima «Cara Democrazia». Il titolo scelto è quello una delle sue ultime canzoni, «Ho sognato una strada», compresa ne «L’Arcangelo», l’album pubblicato lo scorso febbraio. Quarantadue canzoni fra impegno civile («Mio fratello che guardi il mondo», «Sigonella», «Pane e coraggio», «Il disertore» di Boris Vian...) e canzoni d'amore, fra rock e introspezione psicologica. Insomma, il miglior Fossati...


BENNATO Reduce da un’estate in cui ha co-firmato uno dei tormentoni più azzeccati («Notte di mezza estate», con Alex Britti), il cantautore napoletano pubblica un triplo cofanetto che in 41 canzoni e tre ore di musica racconta una grande storia di successo cominciata nel ’73 con «Non farti cadere le braccia». Nella copertina di quell’album ci stava un «ultimo fiammifero», quasi a simboleggiare - si diceva all’epoca - l’ultima possibilità che la discografia dava a Bennato. In realtà, fu solo l’inizio di una lunga strada che non è ancora finita. Canzoni e rock, fiabe e piccoli apologhi... Riascoltiamo «Mangiafuoco», «Il gatto e la volpe», «Sono solo canzonette», «Ogni favola è un gioco», «Viva la mamma», «Le ragazze fanno grandi sogni»...


 

mercoledì 13 settembre 2006

Giovedì 5 ottobre gli Afterhours, venerdì 6 Giuliano Palma & The BlueBeaters (più i triestini Ripidi), sabato 7 gran finale con Elisa. Sono questi i protagonisti del «Vodafone Barcolana Music», l’edizione 2006 del festival a ingresso gratuito che si terrà in piazza Unità e che è ormai diventato la tradizionale introduzione musicale della regata velica più affollata del mondo, che si svolge nel Golfo di Trieste la seconda domenica di ottobre.

Un cast di qualità, dunque, anche se piuttosto ridotto nel numero dei partecipanti rispetto alle edizioni degli anni passati, durante le quali salivano sul palco tre o quattro artisti per sera. E se si parla del passato il pensiero non può che tornare innanzitutto all’edizione dell’anno scorso, funestata dalla pioggia e dal freddo, che ha visto esibirsi fra gli altri i Negramaro, Paola Turci, Frankie Hi Nrg, i Negrita...

Nella speranza dunque che le condizioni atmosferiche permettano la buona riuscita di questa grande festa musicale all’aperto (a proposito, la sera prima, mercoledì 4, a Villa Manin, dunque in un’altra splendida situazione en plein air, è atteso nientemeno che il Boss, Bruce Springsteen...), torniamo ai protagonisti del festival di quest’anno, che ha <IP9>cambiato organizzatori e può contare su un nuovo sponsor ma anche sulla collaborazione dell’emittente nazionale Play Radio.

I milanesi Afterhours, capitanati dal carismatico Manuel Agnelli, sono da tempo una delle più belle realtà del nuovo rock italiano. «Ballads for little hyenas», versione in inglese di «Ballate per piccole iene», è il titolo dell’ultimo album del gruppo, reduce da un lungo tour negli Stati Uniti. Il disco sta per essere pubblicato anche in Inghilterra.

Giuliano Palma (ex Casino Royale) è con i suoi BlueBeaters fra i maestri delle rivisitazioni dei classici dello ska, del reggae e del rhythm’n’blues. Per il cantante si tratta di un ritorno al festival, visto che era stato fra i protagonisti dell’edizione del ’99. In regione, invece, la loro è una presenza quasi fissa del Rototom Sunsplash, il festival reggae di Osoppo.

Gran finale, come si diceva, con la monfalconese Elisa. Che ha suonato tante volte a Trieste, in vari luoghi, all’aperto e al chiuso, ma mai nel salotto cittadino di piazza Unità. Per lei, e per il suo pubblico, sarà dunque una prima volta.

Reduce da un concerto nell’ambito della Notte bianca romana, la popstar regionale sta per uscire a metà ottobre con un nuovo singolo, che farà da apripista per il nuovo album, atteso entro la fine dell’anno. Probabile dunque che il concerto triestino diventi l’occasione per la presentazione in anteprima almeno di alcune delle sue nuove canzoni.

sabato 26 agosto 2006

«Anche Moravia, e Calvino, e lo stesso De Felice hanno regalato le loro biblioteche. Ma a delle fondazioni, e senza arrivare a questi numeri. E comunque le donazioni sono avvenute sempre post mortem...».

Giovanni Giovannini si gode l’ultimo scampolo di vacanze nel buen retiro di Forte dei Marmi e commenta così la notizia che stavolta lo vede protagonista. Domani gli verrà intitolata la biblioteca comunale di Bibbiena, il paese in provincia di Arezzo dov’è nato nel 1920 («ma ci ho passato solo l’infanzia...»). Un segno di riconoscenza per il giornalista e scrittore, che ha donato negli ultimi anni oltre trentamila volumi (letteratura, storia, scienza, storia della comunicazione...) che hanno arricchito il patrimonio librario del paese toscano. E che sono tutti citati nella terza ristampa del libro «I volumi del Fondo Giovannini».

«Per la verità non erano tutti libri miei - rimarca l’ex presidente della Fieg, che ha presieduto anche la Federazione internazionale degli</IP> editori - ho cominciato donando tremila volumi miei, poi ho continuato rompendo le scatole a tutti, amici, colleghi, giornalisti, editori... Ho ricevuto molti libri da Repubblica, da Mondadori, dalla Stampa, e un po’ alla volta li ho trasferiti alla biblioteca del mio paese. Che ora ricambia intitolandomi addirittura la biblioteca...».

«Una cosa un po’ fra l’avanguardia e lo strapaesano - prosegue Giovannini -, ma io che da venticinque anni sono profeta del futuro, della mutazione portata nel nostro mondo dalle innovazioni tecnologiche, da Internet, sono più che mai convinto che bisogna lavorare sui libri, per far progredire il nostro grado di cultura, in un paese dove esiste ancora l’analfabetismo e dove si leggono così pochi giornali...».

Già, impossibile discutere con Giovannini e non finire a parlare di giornali, che sono stati e sono la sua vita. «Sì, ho visto anch’io - dice - che l’Economist fissa al 2043 la data dell’ultimo quotidiano, chiedendosi provocatoriamente chi l’ha ucciso. Ma penso siano dibattiti estivi, nei quali si può dire quasi tutto. Prima sembrava che la radio dovesse uccidere i giornali, e non è successo nulla. Poi è stato il turno della televisione, che in effetti ci ha fatto soffrire un po’ di più, per problemi pubblicitari ma anche culturali. Ora è il turno di Internet, della Rete, ed è decisamente ancora più dura per i giornali...».

«Il problema - prosegue - è che ormai non abbiamo più a che fare solo con l’informazione, ma con una più complessiva comunicazione, che si estende a tutti i campi. Pensiamo alle potenzialità che ha la fusione fra computer e telefonino, fra televisione e Internet, all’interno di un sistema integrato dallo sviluppo sempre più veloce».

La forza dei giornali - è sempre stato un chiodo fisso di Giovannini - dev’essere l’approfondimento, perchè se ci si ostina a sfidare la televisione sul suo campo la partita è persa in partenza. Ci vuole una cultura della mutazione: saper capire i cambiamenti e adeguarsi. «La mia formula è sempre quella dell’unica W. Si sa che un articolo ben fatto deve rispondere nelle prime righe a queste cinque domande: who, where, when, what e why. Ovvero: chi, dove, quando, cosa e perchè. Ecco, i giornali ormai si devono concentrare sulla W di why, sul perchè: alle altre domande le risposte sono già state date prima che il giornale arrivi in edicola...».

In attesa di giornali diversi, che sappiano attrarre i giovani che oggi li frequentano ben poco, il grande vecchio dell’editoria italiana detta la sua ricetta: «Ci vorrebbe una politica di sviluppo della comunicazione, un piano complessivo, capace di metter assieme tutte le cose di cui si parlava e saperne estrarre un fenomeno di crescita. Partire dal numero record di telefonini che abbiamo in Italia e arrivare alla spesa per le biblioteche che nel nostro Paese è bassissima. Altro che le solite polemiche d’agosto...».

Sarà un argomento per il prossimo numero di Media 2000, la sua rivista. Ma domani, intanto, nella sua Bibbiena è giorno di festa.

giovedì 17 agosto 2006

Andavano col treno giù nel Meridione

per fare una grande manifestazione

il ventidue d'ottobre del 'Settantadue

in curva il treno che pareva un balcone

quei balconi con la coperta per la processione

il treno era coperto di bandiere rosse

slogans, cartelli e scritte a mano

da Roma-Ostiense mille e duecento operai

vecchi e giovani e donne

con i bastoni e le bandiere arrotolate

portati tutti a mano sulle spalle

il treno parte e pare un incrociatore

tutti cantano Bandiera Rossa

dopo venti minuti che siamo in cammino

si ferma e non vuole più partire

si parla di una bomba sulla ferrovia

il treno torna alla stazione

tutti corrono coi megafoni in mano

richiamano «andiamo via Cassino

compagni da qui a Reggio è tutto un campo minato

chi vuole si rimetta in cammino»

dopo un'ora quel treno che pareva un balcone

ha ripreso la sua processione

anche a Cassino la linea è saltata

siamo tutti attaccati al finestrino

Roma Ostiense Cisterna Roma Termini Cassino

adesso siamo a Roma Tiburtino

il treno di Bologna è saltato a Piverno

è una notte è una notte d'inferno

i feriti tutti sono ripartiti

caricati sopra un altro treno

funzionari responsabili sindacalisti

sdraiati sulle reti dei bagagli

per scrutare meglio la massicciata

si sono tutti addormentati

dormono dormono profondamente

sopra le bombe non sentono più niente

l'importante adesso e' di essere partiti.

ma i giovani hanno gli occhi spalancati

vanno in giro tutti eccitati

mentre i vecchi sono stremati

dormono dormono profondamente

sopra le bombe non sentono più niente

famiglie intere a tre generazioni

son venute tutte insieme da Torino

vanno dai parenti fanno una dimostrazione

dal treno non è sceso nessuno

la vecchia e la figlia alle rifiniture

il marito alla verniciatura

la figlia della figlia alle tappezzerie

stanno in viaggio ormai da più di venti ore

aspettano seduti sereni e contenti

sopra le bombe non gliene importa niente

aspettano che è tutta una vita

che stanno ad aspettare

per un certificato mattinate intere

anni e anni per due soldi di pensione

erano venti treni più forti del tritolo

guardare quelle facce bastava solo

con la notte le stelle e con la luna

i binari stanno luccicanti

mai guardati con tanta attenzione

e camminato sulle traversine

mai individuata una regione

dai sassi della massicciata

dalle chine di erba sulla vallata

dai buchi che fanno entrare il mare

piano piano a passo d'uomo

pareva che il treno si facesse portare

tirato per le briglie come un cavallo

tirato dal suo padrone

a Napoli la galleria illuminata

bassa e sfasciata con la fermata

il treno che pare un balcone

qualcuno vuol salire attenzione

non fate salire nessuno

può essere una provocazione

si sporgono coi megafoni in mano

e un piede sullo scalino

e gridano gridano quello che hanno in mente

sono comizi la gente sente

ora passa la notte e con la luce

la ferrovia è tutta popolata

contadini e pastori che l'hanno sorvegliata

col gregge sparpagliato

la Calabria ci passa sotto i piedi ci passa

dal tetto di una casa una signora grassa

fa le corna e alza una mano

e un gruppo di bambini

ci guardano passare

e fanno il saluto romano

Ormai siamo a Reggio e la stazione

è tutta nera di gente

domani chiuso tutto in segno di lutto

ha detto Ciccio Franco "a sbarre"

e alla mattina c'era la paura

e il corteo non riusciva a partire

ma gli operai di Reggio sono andati in testa

e il corteo si è mosso improvvisamente

è partito a punta come un grosso serpente

con la testa corazzata

i cartelli schierati lateralmente

l'avevano tutto fasciato

volavano sassi e provocazioni

ma nessuno s'è neppure voltato

gli operai dell'Emilia-Romagna

guardavano con occhi stupiti

i metalmeccanici di Torino e Milano

puntavano in avanti tenendosi per mano

le voci rompevano il silenzio

nelle pause si sentiva il mare

e il silenzio di quelli fermi

che stavano a guardare

e ogni tanto dalle vie laterali

si vedevano i sassi volare

e alla sera Reggio era trasformata

pareva una giornata di mercato

quanti abbracci e quanta commozione

"il Nord è arrivato nel Meridione"

e alla sera Reggio era trasformata

pareva una giornata di mercato

quanti abbracci e quanta commozione

gli operai hanno dato una dimostrazione.


I treni per Reggio Calabria

Giovanna Marini

TRIESTE La storia recente d’Italia è punteggiata da tanti misteri. Uno si chiama Enrico Mattei, fra i maggiori artefici dello sviluppo economico dell’Italia del dopoguerra, padre della nostra politica energetica, esploso nell’ottobre del ’62 con l’aereo privato che lo portava da Catania a Milano, e di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita. Domani se ne parla a Trieste, all’Auditorium del Museo Revoltella, su iniziativa dell’assessorato alla Cultura del Comune. Alle 11 verrà proiettato il documentario «Processo al silenzio: il mistero della morte di Mattei», di Claus Bredenbrock e Bernard Pfletschinger; alle 16 il film di Francesco Rosi «Il caso Mattei»; alle 18 il dibattito, con gli interventi di Maurizio Cabona, critico cinematografico del «Giornale», e Nico Perrone, docente all’Università di Bari e studioso di Mattei, su cui ha scritto vari libri.

«Enrico Mattei rappresenta un punto alto della storia italiana del dopoguerra - sostiene Perrone -, anzi, lui e De Gasperi sono a mio avviso accomunati dalla capacità di rendere protagonista a livello mondiale un Paese sconfitto, con un sistema economico e industriale a pezzi, ponendo le basi per il suo ingresso in quello che sarebbe stato il G7».

«De Gasperi - argomenta ancora Perrone - ebbe il merito di far rientrare l’Italia sconfitta fra i partner degli Stati Uniti e dell’Occidente, operando scelte anche a lungo termine. La Germania era sconfitta più di noi, ma aveva le forze per riprendersi. L’Italia quelle forze se le inventa. Per esempio con Mattei, con la sua politica nel campo dell’energia. Lui scava in Val Padana cercando il petrolio ma trova il metano, che permette l’industrializzazione del Paese a prezzi ragionevoli, permette di riscaldare le case, di far ripartire le industrie. E poi il petrolio che in Italia non c’era lo trova comunque fuori, rompendo un precedente equilibrio che ci escludeva...».

Ma facciamo un passo indietro. Nell’aprile del ’45 il trentanovenne Enrico Mattei è l’ex capo dei partigiani cattolici cui il Cln affida l’incarico di commissario straordinario dell’Agip. L'Italia è in condizioni talmente disastrate da far pensare a una sua dipendenza economica di lunga durata, forse irreversibile.

Nel giro di quindici anni Mattei mette in piedi l’Eni e la Snam. Ci mette dentro passione, intuito, modernità, idee innovatrici. Lavora per assicurare un'autonomia energetica al Paese, puntando con larghissimo anticipo sul gas naturale come principale fonte di energia e intraprendendo rapporti coraggiosi con i paesi produttori di petrolio. E all’alba degli anni Sessanta l’Italia è ormai diventata una delle maggiori fornitrici mondiali di manufatti e know-how per l'industria petrolifera.

«Sul fatto che Mattei sia stato ammazzato - sottolinea Perrone, che all’epoca dei fatti lavorava nello staff centrale dell’Eni - oggi non esistono più dubbi. L’inchiesta ha trovato tracce di esplosivo nei resti dell’aereo abbattuto. Sull’autore dell’attentato si possono fare soltanto delle ipotesi, tante ipotesi, ma non c’è nessuna certezza. Mattei dava fastidio a molti. Innanzitutto a quelle che allora erano le sette grandi compagnie petrolifere, per il ruolo che era riuscito a ritagliarsi nell’approvvigionamento della materia prima».

Ancora Perrone: «Ma l’uomo aveva un ruolo importante anche nella politica estera italiana. Corrompeva tutti, governo e opposizione, e grazie al denaro aveva voce anche nella politica, fra i partiti. La sua era una corruzione indirizzata sempre a dare all’Italia sconfitta un ruolo, quindi aveva nemici anche nei governi stranieri. E non dimentichiamo che muore nei giorni della crisi di Cuba...».

Torniamo allora alla storia. La sera del 27 ottobre 1962 l’aereo privato partito da Catania e diretto a Milano, dopo un ultimo contatto radiofonico con la torre di controllo di Linate, precipita nella campagna pavese, provocando la morte di Mattei, del pilota e di un giornalista americano. Quella stessa notte la stazione della Cia in Italia compila un dossier, del quale non si seppe mai niente.

Fanfani, che all’epoca era presidente del Consiglio, anni dopo dichiara che «forse l'abbattimento dell'aereo di Mattei è stato il primo gesto terroristico del nostro Paese, il primo atto della piaga che ci perseguita». Il ministro Taviani, riferendosi alla crisi dei missili a Cuba, disse che «la mattina di quel 28 ottobre siamo stati a due ore dalla guerra, se non avesse fortunatamente funzionato il telefono diretto tra Kennedy e Kruscev».

Il ruolo dell’Italia, in quella crisi, poteva essere molto delicato. «E Mattei - dice sempre Perrone - influiva molto sul nostro governo, spingendolo su posizioni neutraliste...». Gioco grosso e rischioso, dunque. Gli Stati Uniti e la Nato non gradivano certe scelte. Qualcuno parlò dell’Oas, l’organizzazione clandestina francese fautrice della presenza coloniale in Algeria. Qualcuno della mafia, infastidita dall'indipendenza di Mattei nel conferire gli appalti per i lavori in Sicilia. Qualcuno delle Sette sorelle, le grandi multinazionali del petrolio. «Ma non ci sono elementi - conclude lo studioso - né tantomeno indizi seri per dire se l’hanno ucciso questi o quelli...». Misteri d’Italia, appunto.

venerdì 28 luglio 2006

Quarantatré anni a ottobre, trentacinque milioni di dischi venduti, una carriera lunga già un quarto di secolo e ancora lontana dalla fase discendente. Numeri importanti, quelli di Eros Ramazzotti, il cui «Calma Apparente Tour 2006» fa tappa stasera alle 21.30 allo stadio dell’Isola della Schiusa a Grado (mentre domenica è allo stadio di Fiume, in Croazia).

Sembra strano sia passato già tanto tempo. È infatti l’81, quando un giovanissimo Ramazzotti partecipa al Concorso Voci Nuove di Castrocaro con la canzone «Rock 80» e firma il suo primo contratto discografico con una giovane etichetta, la Ddd. L’anno dopo esce il suo primo 45 giri, «Ad un amico». Ma deve aspettare ancora un po’, per fare il botto. Che arriva puntuale nell’84, quando vince Sanremo Giovani con «Terra promessa», che rimane un suo classico, ancora richiestissimo nei suoi concerti in giro per il mondo.

Già, perchè dopo aver conquistato l’Italia, il cantante e autore romano (da tempo trapiantato in Lombardia, prima in Brianza, poi a Milano) ha fatto strage di cuori anche in mezzo mondo. E se gli stadi italiani li riempiono più di lui sicuramente Vasco Rossi e tutto sommato anche Luciano Ligabue, va detto che le due rockstar di casa nostra non godono di altrettanta fortuna presso la platea internazionale. Mentre lui, quello «nato ai bordi di periferia», quello la cui voce nasale all’inizio faceva arricciare il naso ai puristi del belcanto, beh, è uno che stadi e palasport li riempie sia in Italia che all’estero. Tanto che è, con Laura Pausini e Andrea Bocelli, la punta di diamante della musica italiana da esportazione.

Basti guardare alle date di questo tour, ripartito a fine giugno da Cagliari, e poi passato per Patrasso (Grecia), Sofia (Bulgaria), Novi Sad (Serbia), Sarajevo (Bosnia-Erzegovina), Locarno (Svizzera), oltre che per Bari, Genova, Salerno, Palermo, Siracusa, Foligno, Pescara... Prima di toccare Bonn il primo agosto e Montecarlo, per tre sere al prestigioso «Sporting».

Vabbè che non bisogna mai chiedere all’oste valutazioni sul vino in vendita, ma riportiamo comunque quel che dice Ramazzotti dello spettacolo: «È uno show bellissimo, buona musica, suono pulito. E poi una tecnologia giapponese mai vista prima: schermi flessibili, immagini tridimensionali, scenografie d’impatto...».

Che fa il nostro prima dello show? «Prima di salire sul palco, tapis roulant, un massaggio, un’ora di sonno. Incontro i miei amici e le persone che mi vogliono conoscere. Non aiuta la concentrazione, ma finché me lo posso permettere mi piace fare così...».

Con lui in scena, in questo tour, un mix di musicisti italiani, americani e inglesi «perché, mi spiace dirlo - ha affermato l’artista in un incontro coi fan a Milano - hanno una marcia in più. Da qualche anno, io e Vasco registriamo i nostri album all’estero e la qualità ci guadagna...». Eccoli: Paul Warren (chitarre), Giorgio Secco (chitarre), Luca Scarpa (tastiere), Pippo Lamberti (tastiere), Reggie Hamilton (basso), Curt Bisquera (batteria), Lidia Schillaci (cori) e Bridget Mohammed (cori). Direzione musicale di Claudio Guidetti.

«Calma apparente», che dà il titolo a questo tour, è il suo decimo album di canzoni inedite. Uscito a ottobre in contemporanea mondiale, l’inverno scorso ha scalato la classifica europea di Billboard fino alla sesta posizione, dietro ad artisti del calibro di James Blunt, Madonna, Arctic Monkeys, Robbie Williams e Katie Melua. E dopo aver venduto due milioni di copie, è ancora al nono posto della classifica italiana.

Tredici nuove canzoni già molto amate dal pubblico, che vengono proposte, assieme ai tanti classici del passato, nella scaletta di questo tour, a partire dai due successi «La nostra vita» (primo singolo di lancio) e «I belong to you - Il ritmo della passione», portata anche all’ultimo Festival di Sanremo in duetto con Anastacia.

E proprio a Sanremo, dov’è tornato quest’anno come superospite, l’ex ragazzo di borgata è stato insignito - assieme a Laura Pausini e Andrea Bocelli - del titolo di commendatore. Con tanto di incidente diplomatico sfiorato, quando il nostro, per sdrammatizzare - dice lui - l’ufficialità della circostanza, si è lasciato andare ad apprezzamenti di carattere estetico sull’onorificenza. Azzerando di fatto - sempre secondo il nostro - le possibilità di ottenere, un domani, l’avanzamento a grand’ufficiale...

Del resto, a Ramazzotti le cose che interessano sono altre. <USNUOGRA>«Mi è servito - ha detto - nascere e crescere in periferia: ti dà stimoli. Sono uscito di casa a diciassette anni, non sono come quelli che restano attaccati alla mamma fino a quarant’anni. E comunque il successo non mi ha cambiato, mi piace stare in mezzo alla gente. Sono venuto a vivere a Milano proprio per stare incollato alla realtà...».

Guardandosi indietro ricorda: «Da ragazzo ero iscritto alla Fgci, ero un giovane comunista che le prendeva dai fascisti. Poi vent’anni fa ho scelto di essere a-politico. La confusione è grande. Insomma, tendenzialmente sono di sinistra, ma se qualcosa non mi piace mi sposto...».

Con la stessa franchezza e naturalezza ammette: «È vero, sono ignorante. Vedo pochi film e leggo ancora meno: alla seconda pagina mi addormento...». Di certo non si addormenteranno i diecimila che stasera affolleranno lo stadio di Grado per sentirlo cantare.

domenica 16 luglio 2006

Finora solo Robbie Williams è riuscito a confermarsi star anche da solista, dopo aver mollato i compagnucci della «boy band» con cui aveva scalato le vette del successo. Dietro l’ex Take That, pochissimi altri che sgomitano per mantenere l’effimero posto al sole. Ma ce n’è uno che forse ce la farà. O ce l’ha già fatta, a giudicare dall’accoglienza del pubblico triestino al Festivalbar e a «Trl». E soprattutto dei giovanissimi di mezzo mondo a questo suo album, intitolato non a caso «Future Past» (Emi Virgin), quasi a suggellare il momento che sta vivendo, sospeso per l’appunto fra passato e futuro. Lui si chiama Duncan James, e oltre a essere belloccio, sembra avere doti creative e interpretative tali da ripetere il successo avuto coi Blue (dai quali sono già usciti con lavori solisti anche Lee Ryan e Simon Webbe).


Pop melodico ben assemblato - alla Blue, insomma... - di quello che commuove le ragazzine, non solo nel singolo di lancio, «Sooner or later», che apre il disco. Dodici tracce più una «bonus track» che funzionano, a partire da quelle «I come alive» e «Amazed» presentate in anteprima l’anno scorso, nell’ultimo tour mondiale col gruppo da cui arriva e con cui aveva già venduto tredici milioni di dischi.

Uno invece che cambia sempre è l’italiano <CF32>Neffa</CF>, per l’anagrafe Giovanni Pellino, al quale un paio di successi di classifica («La mia signorina»...) e una comparsata a Sanremo («Prima di andare via»...) non hanno tolto il gusto nomade di cambiare, cercare, provare. «Alla fine della notte» (Sony Bmg) è il suo nuovo disco, che arriva a tre anni dal precedente. Sospeso fra malinconia e speranza, fra realtà e sogno, fra pop e soul, sembra coronare l’uscita da un momento di crisi, di ripensamento. «Il mondo nuovo» (riferimento ad Aldous Huxley, quello che aveva ispirato i Doors...) va già forte nelle radio.

Per festeggiare le quasi cinquantamila copie vendute del disco di esordio «Solo un uomo» (Emi Virgin), <CF32>Mondo Marcio</CF> (milanese, vent’anni a dicembre, vero nome Gianmarco Marcello, visto anche lui a Trieste col Festivalbar) esce con un doppio che, oltre al cd di esordio, arricchito della versione di «Dentro una scatola» realizzata con i Finley, comprende «Nessuna via di uscita - Mixtape», ovvero altri venti brani inediti. Lo spilungone dimostra di saperci fare, ed è oggi, assieme a Fabri Fibra, la punta di diamante dell'hip hop italiano che strizza l’occhio al grande pubblico. Il «50 Cent italiano», come qualcuno l’ha chiamato, rifugge buonismo e frasi di maniera: suoni e versi duri, diretti, puntuti. Lui non le manda a dire...

Dal versante più leggero dell’hip hop italiano, ormai abbondantemente contaminato col pop, arriva invece questo nuovo lavoro di <CF32>Dj Jad</CF> degli Articolo 31, intitolato «Milano - New York» (Sony Bmg Ricordi). È un dual disc - che propone dunque un cd, con diciassette brani, e un dvd - frutto di un lavoro cominciato nel 2000, collaborando con molti artisti hip hop della scena newyorkese. Il risultato è un disco molto americano, nei suoni, nelle atmosfere, forse nella filosofia. Sotto il quale pulsa però il cuore italianissimo del protagonista.

Ultima segnalazione per il decimo capitolo dell’eterna saga di <CF32>Nick The Nightfly</CF>. «Anniversary Edition» (Sony Bmg Rca) è un triplo cd con cinquanta brani che spaziano dal jazz al soul, dalla musica brasiliana alla world music... Ogni disco ha il suo sottotitolo: «Motions», «Emotions» (con due italiani: Sergio Cammariere e Giovanni Allevi...) e «Oceans».




Le canzoni di Lucio Battisti sono la musica classica italiana degli anni Settanta e Ottanta. Dunque vanno trattate come tali: possono essere rilette, rivisitate, ovviamente riascoltate, ma sempre col rispetto dovuto ai capolavori. E la terza compilation <CF32>«Innocenti evasioni»</CF> (Warner Music), che raccoglie il testimone delle prime due edizioni, datate 1993 e 1994, si muove proprio in questo solco. Anche se ascoltare i maggiori successi firmati dalla premiata ditta Mogol-Battisti, nelle nuove versioni di altri cantanti e gruppi, provoca un’emozione diversa, ora che l’artista non c’è più.

Fra le sette canzoni registrate per l’occasione, spicca Ligabue che regala un’ottima «I giardini di marzo» in versione unplugged. Ma ci sono anche Nek (con «Sì, viaggiare»), Cesare Cremonini («Innocenti evasioni»), Max Pezzali («La metro eccetera»), Irene Grandi («Uno in più»), Nomadi («Prigioniero del mondo»), Sugarfree («Una donna per amico»).

Fin qui gli inediti. Poi c’è Dolcenera (dal vivo, con quella «Emozioni» compresa anche nel suo ultimo album), ma anche Raf («E penso a te»), Loredana Bertè («Prendi fra le mani la testa»), Samuele Bersani («Il leone e la gallina»), i Litfiba ancora con Piero Pelù («Il tempo di morire»), Enrico Ruggeri («Anche per te»), Giorgia («Nessun dolore»)... Tutti già sentiti nelle precedenti edizioni, ma non per questo meno graditi.

Proprio come nella musica classica, ogni artista ha scelto un brano del repertorio di Lucio Battisti e l’ha in qualche modo «personalizzato» secondo le proprie caratteristiche vocali e artistiche. Qualche rilettura convince di più, altre di meno. Ma è l’operazione nel suo complesso che funziona. Come (quasi) tutte quelle legate al genio del cantante e autore di Poggio Bustone.


Da anni, le due doppie compilation del Festivalbar (la «rossa» e la «blu») rappresentano la summa imprescindibile della colonna sonora di ogni estate. E anche quest’anno, con i loro 36 successi ciascuna, sono già in testa alle classifiche di vendita. Si va da Sergio Mendes («Mas que nada») a Robbie Williams («Sin sin sin»), da Gianna Nannini («Io») a Ligabue («Happy hour»), da Eros Ramazzotti a Jovanotti, dai Coldplay a James Blunt... E altri nomi meno noti, pronti al decollo. Quest’anno, poi, dopo la doppia tappa del 15 e 16 giugno in piazza Unità, il Festivalbar è anche un po’ triestino. In attesa della finale del 4 e 5 settembre all’Arena di Verona.




Come tanti dei migliori, Pierangelo Bertoli se n’è andato troppo presto. Ma come tanti dei migliori artisti, il coraggioso cantautore di Sassuolo ci ha lasciato tante belle canzoni che ci permettono di sentirlo ancora fra noi. Questo triplo cd ripropone il meglio della sua carriera: quarantotto canzoni ma anche un inedito, «Adesso», che ha un verso che dice «Io canterò come un sole improvviso in un giorno d'aprile…». Fra i brani «Eppure soffia» (suo primo successo, d’impronta ecologista) e «Certi momenti», «Spunta la luna dal monte» (Sanremo ’91, coi Tazenda) e «A muso duro», «Non finirà», «Il centro del fiume», «Pescatore»...