...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
mercoledì 27 settembre 2006
Dunque innanzitutto la conferma delle date: domenica primo ottobre a Bologna, lunedì 2 a Torino, mercoledì 4 a Villa Manin di Passariano, Codroipo (prima regionale e seconda volta nell’intero Triveneto dopo lo stadio Bentegodi di Verona nella primavera ’93). E poi il 5 all’Arena di Verona, il 7 a Perugia, l’8 a Caserta (dove è in corso una polemica sulla concessione della Reggia per il concerto), il 10 gran finale a Roma. Il tour è quello con i 17 della «Seeger Sessions Band».
Ma si diceva che Bruce è uno dei pochi protagonisti di primissimo piano dell’intera storia del rock. Quattro, cinque, sei...? Gli altri nomi metteteli voi, a seconda dei gusti e delle sensibilità. Ma sappiamo tutti che un posto spetta di diritto a lui, assoluto numero uno degli ultimi trent’anni di questa (relativamente) giovane vicenda culturale e sociale.
La sua storia comincia il 23 settembre del ’49 a Freehold, New Jersey. Douglas Springsteen (origini irlandesi, classe ’24, morirà nel ’98) e Adele Zirilli (chiaramente italiana, il Boss le fece fare una comparsata nei suoi concerti italiani nel ’99) danno al primo figlio il nome Bruce Frederick. Poi arriveranno le sorelle Virginia e Pamela.
A sette anni, nel ’56, il ragazzino vede alla tivù Elvis Presley all’Ed Sullivan Show: la leggenda vuole che subito dopo dica alla madre «io voglio essere come lui» e si faccia comprare la prima chitarra. La seconda, quella vera, l’avrà per diciotto dollari, di seconda mano, nel ’63. E comincia a suonarla seriamente, attratto dal rock e dal soul che ascolta alla radio.
Nel ’65 entra in un gruppo locale chiamato The Castiles: due chitarre, basso e batteria, in linea con la dilagante Beatlemania. Poi incontra Steve Van Zandt (il futuro Little Steven) e Danny Federici, con cui nel ’69 forma gli Steel Me. Qualche anno dopo, i due saranno con lui nella E Street Band. Segue la solita trafila, serate e audizioni fra una costa e l’altra degli States. Fino al giugno ’72, quando il ventitreenne Springsteen firma con la Columbia Records un contratto per dieci album.
Il primo esce nel gennaio ’73, s’intitola «Greetings from Asbury Park, New Jersey». A novembre dello stesso anno fa già il bis con «The wild, the innocent & The E Street Shuffle». Accoglienza buona, popolarità crescente. Ormai si aspetta solo il botto. Un giorno il critico John Landau (suo futuro produttore) scrive su un giornale la memorabile frase «Ho visto il futuro del rock’n’roll: il suo nome è Bruce Springsteen».
E il botto arriva col terzo album: esce nel ’75, s’intitola «Born to run», un milione di copie piazzate in pochi mesi. «Time» e «Newsweek» dedicano le copertine al nuovo «re del rock’n’roll».
Il resto è storia. Nel ’78 «Darkness on the edge of town», nell’80 il doppio «The river», nell’82 la parentesi acustica di «Nebraska», nell’84 la consacrazione come superstar mondiale di «Born in the Usa»... Un percorso costellato di galoppate d</IP>al vivo (con i suoi memorabili concerti di quattro ore e passa, come a San Siro nell’85...) e nuove perle musicali, fino alla suggestioni di «The ballad of Tom Joad» e a quel monumento discografico che è «Tracks»: cofanetto di quattro cd uscito nel ’98, nel quale il Boss ha inserito brani inediti scartati in occasione delle registrazioni dei precedenti album, e rivelatisi di livello eccellente.
Ancora dischi, ancora tour. Nel 2002 Springsteen pubblica «The Rising», il cui tema è la rinascita di un paese dopo l’attacco alle Twin Towers, senza scadere in tematiche patriottiche e comunque rimanendo sempre a distanza da Bush e dalla sua scelta guerrafondaia. Nel 2005 l’album acustico «Devils & Dust» parla anche delle sensazioni di un soldato statunitense in guerra.
Quest’anno è uscito «We Shall Overcome: The Seeger Sessions», ventunesimo album ufficiale e lavoro in qualche modo anomalo, composto com’è da cover di brani della tradizione americana accomunati dal fatto di essere stati tutti interpretati da Pete Seeger, padre con Woody Guthrie della tradizione folk americana, ma anche della canzone sociale e politica.
«Molto di quello che scrivo - ha riconosciuto Springsteen - soprattutto quando compongo in modo acustico, attinge direttamente dalla tradizione folk. Realizzare quest’album ha rappresentato per me un cammino liberatorio a livello creativo, perché tutte le diverse sonorità delle origini mi appassionano... hanno il dono di riuscire a rievocare un intero universo con semplici note e poche parole».
E Jon Landau, il suo storico manager: «Il disco è attraversato da un senso di spensieratezza, di grande serenità e di incontaminata gioia che lo rendono speciale dall’inizio alla fine. Bruce ha raccolto l’anima del repertorio classico americano ed è riuscito a dare ad ognuno di questi brani un’interpretazione personale di grande energia, modernità e intensità...».
Springsteen ha registrato il disco con Sam Bardfeld al violino, Art Baron alla tuba, Frank Bruno alla chitarra, Jeremy Chatzy al basso, Mark Clifford al banjo, Larry Eagle (batteria e percussioni), Charles Giordano (organo, piano e fisarmonica). E ancora Ed Manion al sax, Mark Pender alla tromba, Richie Rosenberg al trombone, Soozie Tyrell al violino e le voci di Lisa Powell e Patti Scialfa. I titoli: «Old Dan Tucker», «Jessie James», «Mrs. McGrath», «Oh, Mary, don't you weep», «John Henry», «Erie Canal», «Jacob's ladder», «My Oklahoma home», «Eyes on the prize», «Shenandoah», «Pay me my money down», «We shall overcome», «Froggie went a-courtin'».
Anche rileggendo le sue radici Springsteen continua dunque a cantare l’altra faccia dell’America e del sogno americano: quella dei perdenti e degli umili, della provincia e delle periferie, del rock - e più in generale della musica popolare - come ultima ciambella di salvataggio per vite altrimenti smarrite.
Per gli amanti del gossip Bruce è sposato in seconde nozze dal ’91 con Patti Scialfa, voce della E Street Band, dopo il breve matrimonio con la modella Julianne Phillips. Da lei ha avuto tre figli: Evan, Sam e Jessica. Quest’estate si è parlato di crisi fra i due, ma poi la cosa è stata smentita.
Il concerto del 4 ottobre a Villa Manin comincia alle 21.15. Novemila biglietti sono stati già venduti, altri sono ancora disponibili nell’abituale circuito di prevendite (a Trieste al Ticketpoint di Corso Italia 6/c). Altre informazioni su www.azalea.it
DYLAN Fra artisti che quando azzeccano anche il secondo disco c’è da gridare al miracolo, e dischi nei quali salvare una e magari due canzoni è impresa da mettere a referto, a volte avvengono fatti che scaldano il cuore. Prendete la vicenda umana e artistica di Bob Dylan, signore che alla bella età di sessantacinque anni, dopo aver lasciato come pochissimi altri il segno nella storia della musica e forse della letteratura del Novecento, al 44° album ufficiale in carriera se ne esce con un disco bello, vibrante, ricco, emozionante come «Modern times». È uscito già da tre settimane, ha fatto già in tempo a scalare le classifiche di vendita (cosa che al nostro non succedeva da un po’...), ma davvero non possiamo non parlarne alla ripresa di questa pagina dopo la pausa estiva. Mister Zimmerman non faceva un disco in studio dal 2001, da quel «Love and theft» che aveva lasciato perplesso più d’uno. Anni passati sempre in giro per il mondo con il suo «Never ending tour», a strapazzare e rendere irriconoscibili anche antichi cavalli di battaglia.
La scelta di intitolare il nuovo disco «Tempi moderni», al di là della citazione chapliniana, ha il sapore da un lato di una garbata presa in giro (Dylan è un signore d’altri tempi, geniale ma d’altri tempi), dall’altro di una netta presa di distanze dal nostro presente così confuso. A tratti sembra dire: in questo caos, in mezzo a questa follia, l’unica salvezza è il ritorno alla semplicità, alle origini, alle radici...
Il concetto di tempo torna spesso in Dylan, dalla leggendaria «The times they are a-changin'» del ’64 fino al «Time out of mind» del ’97, passando per tanti brani. Il tempo che scorre, il tempo di ieri che non torna più, quello di domani che è un punto interrogativo in fondo a un tunnel sempre più oscuro...
Mezzo cowboy e mezzo signore del sud degli Stati Uniti, dopo essersi tolto lo sfizio di fare il dj e di pubblicizzare biancheria intima (...!), Bob Dylan si rimette al centro della scena con un disco senza tempo, fra blues e honky tonk, fra jazz e country, fra classici rock’n’roll («Thunder on the mountain», esplicito omaggio a «Johnny B. Goode», all’epopea di Chuck Berry, ma anche - un po’ a sorpresa - ad Alicia Keys...) e ballate, fra valzer («When the deal goes down») e appassionati ritratti della classe operaia («Workingman’s blues #2»), fra velati messaggi religiosi e riferimenti alla catastrofe che un anno fa mise in ginocchio New Orleans o magari a un’inondazione di chissà quanti anni fa («The levee’s gonna break», l’argine sta per cadere)...
Dieci canzoni senza tempo, che potevano essere apprezzate dieci o vent’anni fa, ma che saranno amate anche fra dieci o vent’anni. Dieci canzoni ricche di suoni scarni, semplici, essenziali, puliti. E interpretate con quella voce roca che sembra in grado di scolpire la roccia, che da tanto tempo indica la strada, la rotta, canta le nostre contraddizioni, la confusione e il disincanto di questi imbarazzanti «tempi moderni»... Tradizione e leggerezza, classe e godibilità, stile e genialità.
«Non sto parlando, sto solo camminando, per questo mondo vago e misterioso, col cuore bruciante, ancora struggente, camminando attraverso le città malate, in mano alla speculazione...», canta Bob nella traccia di commiato, «Ain’t talkin’».
Capolavoro. Da ascoltare mille volte e poi serbare - iPod permettendo - fra i dischi più cari.
ZUCCHERO Cinque anni di silenzio (l’ultimo disco era «Shake») sono tanti, per tutti ma soprattutto per un artista come Zucchero. Che fra l’altro proprio oggi compie cinquantuno anni. C’era dunque molta attesa per questo «Fly» (sottotitolo: «Come possiamo volare con le aquile se siamo contornati da tacchini»), uscito nei giorni scorsi per Universal.
Prima curiosità: chi sono i tacchini? Risposta: «Le radio, le case discografiche, che per risparmiare stampano male i dischi, gli americani con l'ossessione di aiutare tutti, il politically correct, i cattocomunisti...».
Polemiche e sassolini nelle scarpe a parte, il disco non delude attese e aspettative. Musicalmente ricco, realizzato sotto la regia del grande Don Was (che ha chiamato a raccolta sessionman straordinari come Randy Jackson, Jim Keltner, Pino Palladino, Waddy Wachtel, Kenny Aronof...), il lavoro brilla di un suono che profuma di radici, che privilegia il feeling sulla tecnica.
Canzoni ricche di belle melodie, che spaziano su armonie solide, figlie di atmosfere nere ma anche di richiami anni Sessanta/Settanta a grandi padri come Procol Harum, Vanilla Fudge, Mamas and Papas...
Nel disco ci sono anche due canzoni, una scritta con Jovanotti - «Troppa fedeltà» - e un’altra con Ivano Fossati, «È delicato». Ma c’è anche il grande Brian Auger, chiamato a suonare il vecchio organo Hammond «perchè volevo tornare ai suoni veri, allontanarmi dall’elettronica...».
Il primo singolo s’intitola «Bacco perbacco», «Let it shine» è un omaggio a New Orleans devastata dall’uragano Katrina, «Cuba libre» è una dichiarazione d'amore «al mito di Cuba», «Occhi» ha una melodia dolce che rapisce, «Quanti anni ho» è dedicata al figlioletto Blu...
Dal 15 febbraio Zucchero è in tour. Assieme alla figlia, la giovanissima Irene Fornaciari, già lanciata sulle orme dell’illustre genitore.
FOSSATI Gran lavoro di «remastering» (soprattutto per i brani più vecchi) per questo triplo cd che raccoglie per la prima volta le più belle canzoni dell’artista genovese, da «La casa del serpente» del ’77 fino alla recentissima «Cara Democrazia». Il titolo scelto è quello una delle sue ultime canzoni, «Ho sognato una strada», compresa ne «L’Arcangelo», l’album pubblicato lo scorso febbraio. Quarantadue canzoni fra impegno civile («Mio fratello che guardi il mondo», «Sigonella», «Pane e coraggio», «Il disertore» di Boris Vian...) e canzoni d'amore, fra rock e introspezione psicologica. Insomma, il miglior Fossati...
BENNATO Reduce da un’estate in cui ha co-firmato uno dei tormentoni più azzeccati («Notte di mezza estate», con Alex Britti), il cantautore napoletano pubblica un triplo cofanetto che in 41 canzoni e tre ore di musica racconta una grande storia di successo cominciata nel ’73 con «Non farti cadere le braccia». Nella copertina di quell’album ci stava un «ultimo fiammifero», quasi a simboleggiare - si diceva all’epoca - l’ultima possibilità che la discografia dava a Bennato. In realtà, fu solo l’inizio di una lunga strada che non è ancora finita. Canzoni e rock, fiabe e piccoli apologhi... Riascoltiamo «Mangiafuoco», «Il gatto e la volpe», «Sono solo canzonette», «Ogni favola è un gioco», «Viva la mamma», «Le ragazze fanno grandi sogni»...
mercoledì 13 settembre 2006
Un cast di qualità, dunque, anche se piuttosto ridotto nel numero dei partecipanti rispetto alle edizioni degli anni passati, durante le quali salivano sul palco tre o quattro artisti per sera. E se si parla del passato il pensiero non può che tornare innanzitutto all’edizione dell’anno scorso, funestata dalla pioggia e dal freddo, che ha visto esibirsi fra gli altri i Negramaro, Paola Turci, Frankie Hi Nrg, i Negrita...
Nella speranza dunque che le condizioni atmosferiche permettano la buona riuscita di questa grande festa musicale all’aperto (a proposito, la sera prima, mercoledì 4, a Villa Manin, dunque in un’altra splendida situazione en plein air, è atteso nientemeno che il Boss, Bruce Springsteen...), torniamo ai protagonisti del festival di quest’anno, che ha <IP9>cambiato organizzatori e può contare su un nuovo sponsor ma anche sulla collaborazione dell’emittente nazionale Play Radio.
I milanesi Afterhours, capitanati dal carismatico Manuel Agnelli, sono da tempo una delle più belle realtà del nuovo rock italiano. «Ballads for little hyenas», versione in inglese di «Ballate per piccole iene», è il titolo dell’ultimo album del gruppo, reduce da un lungo tour negli Stati Uniti. Il disco sta per essere pubblicato anche in Inghilterra.
Giuliano Palma (ex Casino Royale) è con i suoi BlueBeaters fra i maestri delle rivisitazioni dei classici dello ska, del reggae e del rhythm’n’blues. Per il cantante si tratta di un ritorno al festival, visto che era stato fra i protagonisti dell’edizione del ’99. In regione, invece, la loro è una presenza quasi fissa del Rototom Sunsplash, il festival reggae di Osoppo.
Gran finale, come si diceva, con la monfalconese Elisa. Che ha suonato tante volte a Trieste, in vari luoghi, all’aperto e al chiuso, ma mai nel salotto cittadino di piazza Unità. Per lei, e per il suo pubblico, sarà dunque una prima volta.
Reduce da un concerto nell’ambito della Notte bianca romana, la popstar regionale sta per uscire a metà ottobre con un nuovo singolo, che farà da apripista per il nuovo album, atteso entro la fine dell’anno. Probabile dunque che il concerto triestino diventi l’occasione per la presentazione in anteprima almeno di alcune delle sue nuove canzoni.
sabato 26 agosto 2006
Giovanni Giovannini si gode l’ultimo scampolo di vacanze nel buen retiro di Forte dei Marmi e commenta così la notizia che stavolta lo vede protagonista. Domani gli verrà intitolata la biblioteca comunale di Bibbiena, il paese in provincia di Arezzo dov’è nato nel 1920 («ma ci ho passato solo l’infanzia...»). Un segno di riconoscenza per il giornalista e scrittore, che ha donato negli ultimi anni oltre trentamila volumi (letteratura, storia, scienza, storia della comunicazione...) che hanno arricchito il patrimonio librario del paese toscano. E che sono tutti citati nella terza ristampa del libro «I volumi del Fondo Giovannini».
«Per la verità non erano tutti libri miei - rimarca l’ex presidente della Fieg, che ha presieduto anche la Federazione internazionale degli</IP> editori - ho cominciato donando tremila volumi miei, poi ho continuato rompendo le scatole a tutti, amici, colleghi, giornalisti, editori... Ho ricevuto molti libri da Repubblica, da Mondadori, dalla Stampa, e un po’ alla volta li ho trasferiti alla biblioteca del mio paese. Che ora ricambia intitolandomi addirittura la biblioteca...».
«Una cosa un po’ fra l’avanguardia e lo strapaesano - prosegue Giovannini -, ma io che da venticinque anni sono profeta del futuro, della mutazione portata nel nostro mondo dalle innovazioni tecnologiche, da Internet, sono più che mai convinto che bisogna lavorare sui libri, per far progredire il nostro grado di cultura, in un paese dove esiste ancora l’analfabetismo e dove si leggono così pochi giornali...».
Già, impossibile discutere con Giovannini e non finire a parlare di giornali, che sono stati e sono la sua vita. «Sì, ho visto anch’io - dice - che l’Economist fissa al 2043 la data dell’ultimo quotidiano, chiedendosi provocatoriamente chi l’ha ucciso. Ma penso siano dibattiti estivi, nei quali si può dire quasi tutto. Prima sembrava che la radio dovesse uccidere i giornali, e non è successo nulla. Poi è stato il turno della televisione, che in effetti ci ha fatto soffrire un po’ di più, per problemi pubblicitari ma anche culturali. Ora è il turno di Internet, della Rete, ed è decisamente ancora più dura per i giornali...».
«Il problema - prosegue - è che ormai non abbiamo più a che fare solo con l’informazione, ma con una più complessiva comunicazione, che si estende a tutti i campi. Pensiamo alle potenzialità che ha la fusione fra computer e telefonino, fra televisione e Internet, all’interno di un sistema integrato dallo sviluppo sempre più veloce».
La forza dei giornali - è sempre stato un chiodo fisso di Giovannini - dev’essere l’approfondimento, perchè se ci si ostina a sfidare la televisione sul suo campo la partita è persa in partenza. Ci vuole una cultura della mutazione: saper capire i cambiamenti e adeguarsi. «La mia formula è sempre quella dell’unica W. Si sa che un articolo ben fatto deve rispondere nelle prime righe a queste cinque domande: who, where, when, what e why. Ovvero: chi, dove, quando, cosa e perchè. Ecco, i giornali ormai si devono concentrare sulla W di why, sul perchè: alle altre domande le risposte sono già state date prima che il giornale arrivi in edicola...».
In attesa di giornali diversi, che sappiano attrarre i giovani che oggi li frequentano ben poco, il grande vecchio dell’editoria italiana detta la sua ricetta: «Ci vorrebbe una politica di sviluppo della comunicazione, un piano complessivo, capace di metter assieme tutte le cose di cui si parlava e saperne estrarre un fenomeno di crescita. Partire dal numero record di telefonini che abbiamo in Italia e arrivare alla spesa per le biblioteche che nel nostro Paese è bassissima. Altro che le solite polemiche d’agosto...».
Sarà un argomento per il prossimo numero di Media 2000, la sua rivista. Ma domani, intanto, nella sua Bibbiena è giorno di festa.
giovedì 17 agosto 2006
Andavano col treno giù nel Meridione
per fare una grande manifestazione
il ventidue d'ottobre del 'Settantadue
in curva il treno che pareva un balcone
quei balconi con la coperta per la processione
il treno era coperto di bandiere rosse
slogans, cartelli e scritte a mano
da Roma-Ostiense mille e duecento operai
vecchi e giovani e donne
con i bastoni e le bandiere arrotolate
portati tutti a mano sulle spalle
il treno parte e pare un incrociatore
tutti cantano Bandiera Rossa
dopo venti minuti che siamo in cammino
si ferma e non vuole più partire
si parla di una bomba sulla ferrovia
il treno torna alla stazione
tutti corrono coi megafoni in mano
richiamano «andiamo via Cassino
compagni da qui a Reggio è tutto un campo minato
chi vuole si rimetta in cammino»
dopo un'ora quel treno che pareva un balcone
ha ripreso la sua processione
anche a Cassino la linea è saltata
siamo tutti attaccati al finestrino
Roma Ostiense Cisterna Roma Termini Cassino
adesso siamo a Roma Tiburtino
il treno di Bologna è saltato a Piverno
è una notte è una notte d'inferno
i feriti tutti sono ripartiti
caricati sopra un altro treno
funzionari responsabili sindacalisti
sdraiati sulle reti dei bagagli
per scrutare meglio la massicciata
si sono tutti addormentati
dormono dormono profondamente
sopra le bombe non sentono più niente
l'importante adesso e' di essere partiti.
ma i giovani hanno gli occhi spalancati
vanno in giro tutti eccitati
mentre i vecchi sono stremati
dormono dormono profondamente
sopra le bombe non sentono più niente
famiglie intere a tre generazioni
son venute tutte insieme da Torino
vanno dai parenti fanno una dimostrazione
dal treno non è sceso nessuno
la vecchia e la figlia alle rifiniture
il marito alla verniciatura
la figlia della figlia alle tappezzerie
stanno in viaggio ormai da più di venti ore
aspettano seduti sereni e contenti
sopra le bombe non gliene importa niente
aspettano che è tutta una vita
che stanno ad aspettare
per un certificato mattinate intere
anni e anni per due soldi di pensione
erano venti treni più forti del tritolo
guardare quelle facce bastava solo
con la notte le stelle e con la luna
i binari stanno luccicanti
mai guardati con tanta attenzione
e camminato sulle traversine
mai individuata una regione
dai sassi della massicciata
dalle chine di erba sulla vallata
dai buchi che fanno entrare il mare
piano piano a passo d'uomo
pareva che il treno si facesse portare
tirato per le briglie come un cavallo
tirato dal suo padrone
a Napoli la galleria illuminata
bassa e sfasciata con la fermata
il treno che pare un balcone
qualcuno vuol salire attenzione
non fate salire nessuno
può essere una provocazione
si sporgono coi megafoni in mano
e un piede sullo scalino
e gridano gridano quello che hanno in mente
sono comizi la gente sente
ora passa la notte e con la luce
la ferrovia è tutta popolata
contadini e pastori che l'hanno sorvegliata
col gregge sparpagliato
la Calabria ci passa sotto i piedi ci passa
dal tetto di una casa una signora grassa
fa le corna e alza una mano
e un gruppo di bambini
ci guardano passare
e fanno il saluto romano
Ormai siamo a Reggio e la stazione
è tutta nera di gente
domani chiuso tutto in segno di lutto
ha detto Ciccio Franco "a sbarre"
e alla mattina c'era la paura
e il corteo non riusciva a partire
ma gli operai di Reggio sono andati in testa
e il corteo si è mosso improvvisamente
è partito a punta come un grosso serpente
con la testa corazzata
i cartelli schierati lateralmente
l'avevano tutto fasciato
volavano sassi e provocazioni
ma nessuno s'è neppure voltato
gli operai dell'Emilia-Romagna
guardavano con occhi stupiti
i metalmeccanici di Torino e Milano
puntavano in avanti tenendosi per mano
le voci rompevano il silenzio
nelle pause si sentiva il mare
e il silenzio di quelli fermi
che stavano a guardare
e ogni tanto dalle vie laterali
si vedevano i sassi volare
e alla sera Reggio era trasformata
pareva una giornata di mercato
quanti abbracci e quanta commozione
"il Nord è arrivato nel Meridione"
e alla sera Reggio era trasformata
pareva una giornata di mercato
quanti abbracci e quanta commozione
gli operai hanno dato una dimostrazione.
I treni per Reggio Calabria
Giovanna Marini
«Enrico Mattei rappresenta un punto alto della storia italiana del dopoguerra - sostiene Perrone -, anzi, lui e De Gasperi sono a mio avviso accomunati dalla capacità di rendere protagonista a livello mondiale un Paese sconfitto, con un sistema economico e industriale a pezzi, ponendo le basi per il suo ingresso in quello che sarebbe stato il G7».
«De Gasperi - argomenta ancora Perrone - ebbe il merito di far rientrare l’Italia sconfitta fra i partner degli Stati Uniti e dell’Occidente, operando scelte anche a lungo termine. La Germania era sconfitta più di noi, ma aveva le forze per riprendersi. L’Italia quelle forze se le inventa. Per esempio con Mattei, con la sua politica nel campo dell’energia. Lui scava in Val Padana cercando il petrolio ma trova il metano, che permette l’industrializzazione del Paese a prezzi ragionevoli, permette di riscaldare le case, di far ripartire le industrie. E poi il petrolio che in Italia non c’era lo trova comunque fuori, rompendo un precedente equilibrio che ci escludeva...».
Ma facciamo un passo indietro. Nell’aprile del ’45 il trentanovenne Enrico Mattei è l’ex capo dei partigiani cattolici cui il Cln affida l’incarico di commissario straordinario dell’Agip. L'Italia è in condizioni talmente disastrate da far pensare a una sua dipendenza economica di lunga durata, forse irreversibile.
Nel giro di quindici anni Mattei mette in piedi l’Eni e la Snam. Ci mette dentro passione, intuito, modernità, idee innovatrici. Lavora per assicurare un'autonomia energetica al Paese, puntando con larghissimo anticipo sul gas naturale come principale fonte di energia e intraprendendo rapporti coraggiosi con i paesi produttori di petrolio. E all’alba degli anni Sessanta l’Italia è ormai diventata una delle maggiori fornitrici mondiali di manufatti e know-how per l'industria petrolifera.
«Sul fatto che Mattei sia stato ammazzato - sottolinea Perrone, che all’epoca dei fatti lavorava nello staff centrale dell’Eni - oggi non esistono più dubbi. L’inchiesta ha trovato tracce di esplosivo nei resti dell’aereo abbattuto. Sull’autore dell’attentato si possono fare soltanto delle ipotesi, tante ipotesi, ma non c’è nessuna certezza. Mattei dava fastidio a molti. Innanzitutto a quelle che allora erano le sette grandi compagnie petrolifere, per il ruolo che era riuscito a ritagliarsi nell’approvvigionamento della materia prima».
Ancora Perrone: «Ma l’uomo aveva un ruolo importante anche nella politica estera italiana. Corrompeva tutti, governo e opposizione, e grazie al denaro aveva voce anche nella politica, fra i partiti. La sua era una corruzione indirizzata sempre a dare all’Italia sconfitta un ruolo, quindi aveva nemici anche nei governi stranieri. E non dimentichiamo che muore nei giorni della crisi di Cuba...».
Torniamo allora alla storia. La sera del 27 ottobre 1962 l’aereo privato partito da Catania e diretto a Milano, dopo un ultimo contatto radiofonico con la torre di controllo di Linate, precipita nella campagna pavese, provocando la morte di Mattei, del pilota e di un giornalista americano. Quella stessa notte la stazione della Cia in Italia compila un dossier, del quale non si seppe mai niente.
Fanfani, che all’epoca era presidente del Consiglio, anni dopo dichiara che «forse l'abbattimento dell'aereo di Mattei è stato il primo gesto terroristico del nostro Paese, il primo atto della piaga che ci perseguita». Il ministro Taviani, riferendosi alla crisi dei missili a Cuba, disse che «la mattina di quel 28 ottobre siamo stati a due ore dalla guerra, se non avesse fortunatamente funzionato il telefono diretto tra Kennedy e Kruscev».
Il ruolo dell’Italia, in quella crisi, poteva essere molto delicato. «E Mattei - dice sempre Perrone - influiva molto sul nostro governo, spingendolo su posizioni neutraliste...». Gioco grosso e rischioso, dunque. Gli Stati Uniti e la Nato non gradivano certe scelte. Qualcuno parlò dell’Oas, l’organizzazione clandestina francese fautrice della presenza coloniale in Algeria. Qualcuno della mafia, infastidita dall'indipendenza di Mattei nel conferire gli appalti per i lavori in Sicilia. Qualcuno delle Sette sorelle, le grandi multinazionali del petrolio. «Ma non ci sono elementi - conclude lo studioso - né tantomeno indizi seri per dire se l’hanno ucciso questi o quelli...». Misteri d’Italia, appunto.
venerdì 28 luglio 2006
Sembra strano sia passato già tanto tempo. È infatti l’81, quando un giovanissimo Ramazzotti partecipa al Concorso Voci Nuove di Castrocaro con la canzone «Rock 80» e firma il suo primo contratto discografico con una giovane etichetta, la Ddd. L’anno dopo esce il suo primo 45 giri, «Ad un amico». Ma deve aspettare ancora un po’, per fare il botto. Che arriva puntuale nell’84, quando vince Sanremo Giovani con «Terra promessa», che rimane un suo classico, ancora richiestissimo nei suoi concerti in giro per il mondo.
Già, perchè dopo aver conquistato l’Italia, il cantante e autore romano (da tempo trapiantato in Lombardia, prima in Brianza, poi a Milano) ha fatto strage di cuori anche in mezzo mondo. E se gli stadi italiani li riempiono più di lui sicuramente Vasco Rossi e tutto sommato anche Luciano Ligabue, va detto che le due rockstar di casa nostra non godono di altrettanta fortuna presso la platea internazionale. Mentre lui, quello «nato ai bordi di periferia», quello la cui voce nasale all’inizio faceva arricciare il naso ai puristi del belcanto, beh, è uno che stadi e palasport li riempie sia in Italia che all’estero. Tanto che è, con Laura Pausini e Andrea Bocelli, la punta di diamante della musica italiana da esportazione.
Basti guardare alle date di questo tour, ripartito a fine giugno da Cagliari, e poi passato per Patrasso (Grecia), Sofia (Bulgaria), Novi Sad (Serbia), Sarajevo (Bosnia-Erzegovina), Locarno (Svizzera), oltre che per Bari, Genova, Salerno, Palermo, Siracusa, Foligno, Pescara... Prima di toccare Bonn il primo agosto e Montecarlo, per tre sere al prestigioso «Sporting».
Vabbè che non bisogna mai chiedere all’oste valutazioni sul vino in vendita, ma riportiamo comunque quel che dice Ramazzotti dello spettacolo: «È uno show bellissimo, buona musica, suono pulito. E poi una tecnologia giapponese mai vista prima: schermi flessibili, immagini tridimensionali, scenografie d’impatto...».
Che fa il nostro prima dello show? «Prima di salire sul palco, tapis roulant, un massaggio, un’ora di sonno. Incontro i miei amici e le persone che mi vogliono conoscere. Non aiuta la concentrazione, ma finché me lo posso permettere mi piace fare così...».
Con lui in scena, in questo tour, un mix di musicisti italiani, americani e inglesi «perché, mi spiace dirlo - ha affermato l’artista in un incontro coi fan a Milano - hanno una marcia in più. Da qualche anno, io e Vasco registriamo i nostri album all’estero e la qualità ci guadagna...». Eccoli: Paul Warren (chitarre), Giorgio Secco (chitarre), Luca Scarpa (tastiere), Pippo Lamberti (tastiere), Reggie Hamilton (basso), Curt Bisquera (batteria), Lidia Schillaci (cori) e Bridget Mohammed (cori). Direzione musicale di Claudio Guidetti.
«Calma apparente», che dà il titolo a questo tour, è il suo decimo album di canzoni inedite. Uscito a ottobre in contemporanea mondiale, l’inverno scorso ha scalato la classifica europea di Billboard fino alla sesta posizione, dietro ad artisti del calibro di James Blunt, Madonna, Arctic Monkeys, Robbie Williams e Katie Melua. E dopo aver venduto due milioni di copie, è ancora al nono posto della classifica italiana.
Tredici nuove canzoni già molto amate dal pubblico, che vengono proposte, assieme ai tanti classici del passato, nella scaletta di questo tour, a partire dai due successi «La nostra vita» (primo singolo di lancio) e «I belong to you - Il ritmo della passione», portata anche all’ultimo Festival di Sanremo in duetto con Anastacia.
E proprio a Sanremo, dov’è tornato quest’anno come superospite, l’ex ragazzo di borgata è stato insignito - assieme a Laura Pausini e Andrea Bocelli - del titolo di commendatore. Con tanto di incidente diplomatico sfiorato, quando il nostro, per sdrammatizzare - dice lui - l’ufficialità della circostanza, si è lasciato andare ad apprezzamenti di carattere estetico sull’onorificenza. Azzerando di fatto - sempre secondo il nostro - le possibilità di ottenere, un domani, l’avanzamento a grand’ufficiale...
Del resto, a Ramazzotti le cose che interessano sono altre. <USNUOGRA>«Mi è servito - ha detto - nascere e crescere in periferia: ti dà stimoli. Sono uscito di casa a diciassette anni, non sono come quelli che restano attaccati alla mamma fino a quarant’anni. E comunque il successo non mi ha cambiato, mi piace stare in mezzo alla gente. Sono venuto a vivere a Milano proprio per stare incollato alla realtà...».
Guardandosi indietro ricorda: «Da ragazzo ero iscritto alla Fgci, ero un giovane comunista che le prendeva dai fascisti. Poi vent’anni fa ho scelto di essere a-politico. La confusione è grande. Insomma, tendenzialmente sono di sinistra, ma se qualcosa non mi piace mi sposto...».
Con la stessa franchezza e naturalezza ammette: «È vero, sono ignorante. Vedo pochi film e leggo ancora meno: alla seconda pagina mi addormento...». Di certo non si addormenteranno i diecimila che stasera affolleranno lo stadio di Grado per sentirlo cantare.