lunedì 16 ottobre 2006

di Carlo Muscatello


«Abbiamo fame di giustizia», c’era scritto ieri mattina sugli striscioni dei ragazzi di Locri, in piazza nel triste anniversario dell’omicidio di Francesco Fortugno. Ma la domanda di giustizia che c’è nel Paese, a vari livelli, può essere soddisfatta da questo Stato? E la nostra Costituzione, dopo la bocciatura referendaria della riforma che voleva stravolgerla, va bene così o avrebbe bisogno di qualche aggiustamento? E la riforma Castelli, quella che ha allargato il solco fra politica e magistratura, quella osteggiata dall’opinione pubblica di sinistra, che fine ha fatto? E con le intercettazioni continue, come dobbiamo comportarci: tutela della privacy o privilegio di eventuali strumenti di prova?

Sarebbero molte, se si parla di legge e di giustizia, le domande da un milione di dollari. Domande a cui i giornali non danno risposta, presi come sono a riferire delle gaffe e degli errori di una maggioranza che se prosegue di questo passo rischia di tornare opposizione, e dell’inconsistenza di un’opposizione che presto si potrebbe trovare di nuovo al governo più per demeriti altrui che per meriti propri. Domande alle quali oggi tentiamo di dare risposta, affidandoci alla saggezza e all’esperienza di Sergio Bartole, docente di Giustizia costituzionale e Diritto costituzionale comparato all’Università di Trieste, nonchè presidente dell’Associazione italiana dei costituzionalisti. Di Bartole l’editore Il Mulino ha appena pubblicato il volume «Il potere giudiziario» (pagg.100, euro 8,50), che ripropone - aggiornato alla luce degli eventi più recenti - l’analogo capitolo contenuto nel Manuale di diritto pubblico di Giuliano Amato e Augusto Barbera.

Professore, cominciamo dalla Carta del ’48: è ancora una delle migliori Costituzioni d’Occidente?

«Alcune correzioni sono necessarie, per esempio per quanto riguarda quella parte dell’ordinamento regionale modificata nel 2001. C’è un eccessivo frazionamento di competenze fra Stato e Regioni. Ma non so se è necessaria una effettiva riforma della Costituzione...».

Prosegua.

«Io credo sia anzitutto un problema di legislazione. Per certi aspetti noi siamo ancora legati a normative vecchie, pensiamo per esempio all’ordinamento giudiziario. C’è stato il progetto di riforma del governo Berlusconi, ma è stato molto osteggiato dal centrosinistra...».

Ecco, che fine ha fatto la riforma Castelli?

«Sarebbe dovuta entrare in vigore proprio di questi tempi, ma il nuovo governo si è mosso per dilazionare l’entrata in vigore di molte parti di quella riforma. Per esempio il problema dell’incomunicabilità delle carriere giudiziarie, per esempio la limitazione dei poteri del Csm in materia di carriera dei giudici, per esempio la disciplina dei poteri dei capi delle procure...».

La frattura fra politica e magistratura, originata dalla riforma Castelli, è sanabile o ha causato danni duraturi?

«Intendiamoci: i politici hanno ecceduto nel tentare di mettere le mani sulla magistratura. In Inghilterra non verrebbe in mente a nessun politico di esprimere le critiche che vengono fatte alle decisioni dei giudici dai nostri politici. Lì c’è maggior rispetto per l’autonomia di determinazione dei giudici».

Magistrati esenti da colpe?

«No. Quante volte, di fronte a promozioni o provvedimenti di carriera, c’è la sensazione che siano il risultato di una sorta di lottizzazione fra le correnti. Il Csm ha tentato di porre un freno a questa situazione, introducendo una sorta di normativa ulteriore rispetto alla legge. Ma in ciò è andato al di là di quelli che sono i suoi poteri...».

Un altro cavallo di battaglia del centrodestra, cui l’opinione pubblica è sensibile, riguarda la responsabilità civile dei giudici.

«Mi limito a osservare che c’era stato un referendum per introdurre tale responsabilità civile. E nonostante il suo esito positivo, è stata poi fatta una legge che ha reso forse persino più difficile l’attivazione della responsabilità civile. Bisognerebbe invece saper individuare i casi in cui si può procedere per responsabilità, penso a quando si ritardano dei provvedimenti senza giustificazione».

Secondo il Censis il 90% degli italiani boccia la giustizia, considerata lenta, costosa, iniqua...

«La gente ha purtroppo ragione: effettivamente le procedure vanno al di là di ogni accettabilità. L’Italia è stata più volte condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per la lunghezza dei suoi processi. C’è una legge che prevede il risarcimento per coloro che vengono danneggiati dalla lunghezza di tali procedure. Abbiamo insomma introdotto una misura per risarcire il danno, ma non facciamo molto per accorciare i tempi».

Nove milioni di processi pendenti, due milioni e mezzo di reati denunciati...

«Io questi dati non li ho...».

Erano compresi nella relazione del ministro Mastella al Csm. La domanda è: come se ne esce?

«Il tema è scottante. Noi siamo vincolati in questa materia dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Il Consiglio d’Europa, che sovrintende all’applicazione della Convenzione, comincerà a fare una sorta di screening per verificare l’adempimento degli obblighi in materia di diritti umani, quali discendono dalla Convenzione europea. Finora ciò veniva fatto solo nei confronti dei nuovi membri, gli Stati dell’Europa centro orientale entrati nel Consiglio d’Europa dopo la caduta del Muro di Berlino. Ora questo lavoro verrà fatto anche nei confronti dei vecchi membri».

Ma il potere giudiziario è in grado di soddisfare quella domanda complessiva di giustizia che sale dal Paese?

«Talvolta le stesse leggi sono fatte male, dunque di difficile applicazione giudiziaria. Molte volte la cosiddetta supplenza giudiziaria è derivata dal fatto che i giudici si trovavano di fronte a leggi inapplicabili, e ritenevano di dover rispondere a quella domanda anche sociale di giustizia cercando loro stessi di colmare le lacune del diritto. Portando avanti dunque quell’attività di supplenza e di invadenza in territori non propri per cui la magistratura è stata spesso criticata. Certe volte, insomma, la colpa è del legislatore».

Così ne soffre però il principio della separazione dei poteri...

«Certo. E il rischio è anche quello che le procure cadano sotto l’ombrello del potere esecutivo, perdendo la loro indipendenza. Se invece garantiamo la separazione delle procure nei confronti degli organi giudicanti, rischiamo di avere organi molto potenti e assolutamente incontrollabili».

Intercettazioni telefoniche: più importante tutelare la privacy o acquisire elementi di prova?

«Il problema è sapere se funziona il controllo giudiziale al momento dell’autorizzazione dell’intercettazione. Si ha l’impressione che tale controllo sia andato vanificandosi. Col risultato di confondere le intercettazioni autorizzate con quelle illegali».

domenica 15 ottobre 2006

Quarant’anni di carriera, di grande carriera, cominciata nel ’66 con il 45 giri «Lei (non è per me)». Tanti anni per chiunque, dunque anche per il piccoletto bolognese nato il 4 marzo 1943, data che divenne tanti anni fa il titolo di uno dei suoi primi successi. Lucio Dalla festeggia la ricorrenza con il triplo cd «12000 lune» (Rca Sony Bmg), contenente la bellezza di 53 canzoni, fra cui tre inediti, in chiusura del primo cd: «Stella», «Sottocasa» e soprattutto «Dark Bologna», già diventato un piccolo e folle tormentone di questo inizio d’autunno. Per festeggiare, il nostro si è regalato una splendida copertina firmata da Milo Manara (riprodotta qui a destra), ma anche il grande concerto dell’altra settimana, in piazza Maggiore, a Bologna, con Patti Smith, Morandi, Carboni, Renato Zero e tanti altri. Nella copertina d'autore di Manara è già racchiuso gran parte del mondo di Lucio: il mare (con quella mano sul timone che tiene la rotta verso il futuro); la luna, anzi, tante lune («questa palla che fa paura e tenerezza e che ispira i poeti...»); la facciata di una chiesa che richiama la sua piazza e la sua città... Alla fine del terzo cd le canzoni più antiche: da «Paff... Bum!» (Sanremo del ’66, in coppia con gli Yardbirds, che altro non erano se non i futuri Led Zeppelin) a «Bisogna saper perdere» (Sanremo del ’67, in coppia con i Rokes di Shel Shapiro), alla citata «Lei (non è per me)». I capolavori ci sono praticamente tutti: da «Caruso» a «Com’è profondo il mare», da «Futura» a «Quale allegria», da «Anna e Marco» a «L'ultima luna»... E ancora «L'anno che verrà», «Chissà se lo sai», «Ciao», «Canzone», «Attenti al lupo», «Washington», «Tu non mi basti mai», «Il cielo», «Piazza grande», «Occhi di ragazza», «Il gigante e la bambina», ovviamente «4 marzo 1943»... A riascoltarle, una dietro all’altra, sembra di ripassare la colonna sonora della nostra vita e - perchè no - dell’Italia degli ultimi decenni.

Restiamo a Bologna, e restiamo nel giro di Dalla, per parlare del nuovo disco di Luca Carboni, intitolato «...Le band si sciolgono» (Rca Sony Bmg), che segna il ritorno del sensibile cantautore a cinque anni di distanza dal precedente album di inediti, «Lu.Ca». Anticipato dal singolo «Malinconia», il disco brilla soprattutto per il duetto con Tiziano Ferro nel brano «Pensieri al tramonto». Ma anche per la presenza di Pino Daniele (suona la chitarra nel brano «La mia isola», la canzone che Carboni ha voluto dedicare all’Isola d’Elba) e di Gaetano Curreri (sue le musiche di «Lampo di vita», forse il brano migliore del disco). Non si tratta di un concept album, ma c’è comunque un tema dominante che lega tutti i testi: il tempo e il rapporto che l’autore ha con lo stesso. Una sorta di viaggio intimista fra passato, presente e futuro, insomma, che si veste di toni a tratti ironici e a tratti amari, spesso dolci e romantici, dunque sempre nel segno della caratteristica cifra stilistica del cantautore bolognese, che debuttò giovanissimo nell’84 con «Intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film». Anche musicalmente, il tema del tempo è molto presente. Si tratta infatti di un lavoro in bilico fra suoni elettronici e atmosfere acustiche, con varie citazioni da quell’autentico pozzo delle meraviglie che è il patrimonio lasciatoci in dote dagli anni Settanta.


 


Lei si chiama Nieves Rebolliedo Vila, in arte soltanto Bebe, ha ventotto anni, è spagnola. Il suo primo disco solista «Pafuera telarañas» (Virgin Emi) è uscito in Spagna due anni fa, in Italia a primavera di quest’anno. Ma è solo dopo l’estate appena trascorsa (col tormentone «Malo») e la comparsata da Morandi su Raiuno dell’altra settimana, che il grande pubblico l’ha scoperta. «Malo» è rabbiosa, le strofe sono dolenti e tristi, il ritornello è aggressivo e quasi feroce. Con tono accusatorio parla di violenza, di violenza familiare. Bebe canta «Sei cattivo, non si fa del male a chi si ama... Sei stupido, non pensare di essere migliore delle donne...». Nel disco (che sull’onda del successo ora esce anche in versione «cd + dvd», coi video di «Malo», «Ella», «Con mis manos» e «Siempre me quedarà») l’artista mette in campo le sue grandi doti espressive e interpretative. L’impressione, ascoltandola e guardandola, è che Bebe con le sue canzoni originali e coinvolgenti ci racconti per davvero parte della sua vita. A tratti triste, a tratti allegra e divertente. Ne sentiremo parlare ancora, vedrete...

Restiamo nel mondo latinoamericano per questo «Limon y sal» (Sony Bmg), quarto disco di Julieta Venegas, trentasei anni, originaria di Tijuana, in Messico, al confine con la California. Ha alle spalle una carriera già lunga, nel corso della quale si è affermata come una delle più conosciute e apprezzate cantautrici pop/rock latinoamericane. Attraverso «Me voy», primo singolo tratto da questo album, anche il pubblico europeo ha cominciato ad apprezzare il suo orecchiabile mix, al cui interno è possibile rintracciare accenni di salsa, reggae, latin pop, ma anche qualche tentazione rock.

Ultima segnalazione per Sandi Thom, una scozzese tosta, già passata alla storia per essersi imposta via web. «Smile... it confuses people» (Sony Bmg) arriva infatti dopo la popolarità guadagnata dal basso, mettendo i suoi brani in rete. Offre ballate folk-pop astute e orecchiabili, commerciale al punto giusto, strizzando l’occhio agli anni Sessanta. «Time» è il pezzo migliore.


 


SAM MOORE Grandi duetti con Bruce Springsteen, Sting, Jon Bon Jovi, Mariah Carey, Eric Clapton, Nikka Costa, Billy Preston (completo di organo Hammond in «You’re beautiful»), Steve Winwood, ovviamente il nostro Zucchero. Il grande vecchio della musica nera propone - con la produzione di Randy Jackson - il frutto di collaborazioni avvenute nel corso degli ultimi vent’anni ed è tutta roba di prima qualità, intendiamoci. Il fatto è che sembra mancare - oltre all’originalità - un filo conduttore che non sia la presenza dello stesso Sam Moore. L’album somiglia a una sorta di dizionario del soul, con la gran voce del nostro in bella evidenza, gli ospiti illustri e a volte molto illustri, ma in fondo poco di più...


PARIS HILTON Che sia giovane e bella, non si discute. È anche ricca da rimettere in sesto una finanziaria. Ma all’ereditiera arrestata per guida in stato di ebrezza il facilotto singolo «One night in Paris» e il video nel quale non lasciava nulla all’immaginazione evidentemente non bastavano. Ecco allora, completo di produzione e promozione «de luxe», un cd con annesso dvd per tutti quelli a cui Britney Spears e Christina Aguilera - soprattutto ora che sono cresciutelle - non bastano più. Pop facile facile, spruzzate reggae e hip hop, scritto e suonato con dovizia di mezzi. Lei è sexy e sensuale quanto basta e forse avanza, ogni tanto tira fuori anche qualche spunto rock. Dunque in questo clima da basso impero funziona... Purtroppo.

domenica 8 ottobre 2006

CODROIPO E se avesse ragione lui, il Boss? La notte friulana scende sul nobile profilo di Villa Manin mentre il dubbio si fa strada fra gli undicimila che hanno risposto al suo richiamo. Il grande mostro d'acciaio del megapalco (31 metri per 18) fronteggia quasi da pari a pari la splendida facciata dell'antica dimora. Il popolo del rock è pronto. Aspetta solo un segnale. Aspetta soltanto che la miccia venga accesa.  Cosa che accade dieci minuti dopo le ventuno, quando Bruce Springsteen ppare per la prima volta nel Friuli Venezia Giulia e dà il via alle danze. «Ciao Udine, come state?».


Bruce attacca con «O Mary don’t you weep», prosegue con «John Henry» e «Old Dan Tucker».  Solo a questo punto inserisce un suo classico: «Johnny 99». «Eyes on the prize» offre lo spunto al popolo di Villa Manin per la prima fiaccolata.  Subito dopo il nostro prosegue in italiano: «Udine è famosa anche per la grappa, ma dov’è...?» (più tardi, seguirà un brindisi sul palco con tutti i musicisti).  Gianola e Benito Nonino, in tribuna autorità insieme a mezza giunta e mezzo consiglio regionale, prendono nota per un probabile invio natalizio oltreoceano...

Con Springsteen, sul palco, i diciassette della Seeger Sessions Band.  Armati di chitarre acustiche, banjo, violini, armoniche e fisarmoniche, contrabbasso...  Davanti alla loro genuina vitalità, alla loro spontanea allegria, il dubbio di cui si diceva prende forma e si articola così: e se per salvarci la vita e forse l’anima, se per sfuggire alle bruttezze e alle malvagità di questo mondo moderno, l’unica ancora di salvezza fosse rappresentata dallo spostare indietro di cinquanta o magari cent’anni le lancette dell’orologio del tempo e dunque anche della musica?  Tornare insomma alle sane e solide certezze del passato, a quando la musica profumava di storie vere, di sentimenti, di emozioni, di vita.

E’ in fondo quel che ha fatto lui, l’ex ragazzo che era nato per correre, che a cinquantasette anni, da rockstar planetaria e miliardaria, da autentico numero uno che ha scalato tutte le vette e non deve dimostrare più niente a nessuno, un bel giorno ha deciso di andare a scavare alla ricerca delle radici della propria musica, del proprio mondo.  E di non fare dunque la fine di quei patetici vecchietti (i Rolling Stones? boh, lo avete pensato voi...), che passati i sessant’anni ancora sculettano sui palcoscenici di mezzo mondo, ripetendo all’infinito i riff adolescenziali di «Satisfaction» e «Let’s spend the night together».  Nell’illusione di un’eterna giovinezza che altro non è, in realtà, che un dorato museo del rock’n’roll.

Lui, l’ex ragazzo del New Jersey, con l’ultimo disco e con questo show è andato a scavare nel terriccio nobile e fertile della storia culturale e musicale del suo grande Paese, gli Stati Uniti, chissà, forse anche per prendere le distanze da un presente imbarazzante assai.  E’ andato a far rivivere canzoni vecchie di un secolo, accomunate dal fatto di aver fatto parte dell’eterno repertorio di quell’amabile e indomito vecchietto che risponde ancora al nome di Pete Seeger.  Un’operazione che poteva lasciar perplesso più d’uno (sarebbe come se il nostro Vasco andasse a rileggere i canti delle mondine, o quelli della Resistenza...), ma che soprattutto dal vivo rivela tutto il suo valore e la sua bellezza.  Sì, perchè questi brani ci restituiscono leggende popolari e storie vere: storie di schiavi neri che sognano un futuro senza catene, operai che lasciano la pelle sui binari della ferrovia che stanno costruendo, marinai che solcano mari lontani e soffrono di nostalgia («Pay me my money down»), poveracci costretti a vivere da nomadi alla ricerca di un lavoro, menestrelli di strada che raccontano davanti al fuoco di banditi (la godereccia e battagliera «Jesse James») che rubano ai vecchi per dare ai poveri, immigrati italiani o irlandesi (come la madre e il padre del nostro...) con la valigia di cartone, schiene piegate nei campi di cotone...

Ma non pensate a tristi e malinconiche ballate, sul modello della nostra pur nobile tradizione popolare.  Con Springsteen e i suoi arzilli musicanti della Seeger Band, il ritmo, la danza, l’allegria la fanno quasi sempre da padrone, anche quando c’è da denunciare un disagio, o recriminare per un’ingiustizia subita, o per chiedere la giusta paga.

Il folk, il country, gli accenti blues, i cori gospel sono la colonna sonora di uno spettacolo che racconta come in una festa paesana l’epopea del viaggio, della strada, della polvere, della provincia più remota, in fondo del sogno americano.  D’accordo, manca il graffio rock che era e rimane la cifra stilistica dell’autore di «Born to run».  Che dirige le danze con piglio fermo e con la sua voce roca e strascicata.  E si conferma artista versatile e sensibile, per nulla incline ai clichè, vagabondo della musica ed eroe dei perdenti di ieri e di oggi e forse di domani.  Alla ricerca di un senso per questa vita, per questo mondo.

A Villa Manin, ieri sera, successo caloroso.  Con, nel finale, una toccante «My city of ruins» e una «When the Saints go marching in» da antologia.

martedì 3 ottobre 2006

CODROIPO Quasi diecimila biglietti già venduti, casse aperte alle 16 e cancelli alle 18, inizio alle 21. Insomma, tutto è pronto per la prima volta di Bruce Springsteen nel Friuli Venezia Giulia, nella superba cornice di Villa Manin, Passariano. Dove l’unica vera incognita può arrivare solo dalle condizioni atmosferiche. In caso di pioggia, per la verità, la Regione - che affianca gli organizzatori locali dell’Azalea Promotion e quelli nazionali della Barley Arts - mette a disposizione ben cinquemila ombrelli con il logo «Ospiti di gente unica» (con la speranza ovviamente di non doverli aprire...).

Il tour è quello con la Seeger Sessions Band: diciassette elementi (fra cui Patti Scialfa, mamma dei tre pargoli Springsteen), che suonano violini, basso tuba, trombone, tromba, sassofono, banjo, pedal steel guitar, pianoforte, batteria... Per un repertorio quasi interamente composto dalle canzoni dell’ultimo disco, «We shall overcome - The Seeger Sessions», dedicato appunto alla musica di Pete Seeger e alle radici della musica americana.

Non sarà dunque il «solito» concerto di Springsteen, una di quelle adrenaliniche cavalcate lunghe quattro ore, grazie alle quali l’ex ragazzo del New Jersey ha costruito parte del suo mito.

A Bologna, domenica sera, al debutto del tour italiano (il più lungo mai tenuto dal Boss nel nostro Paese: ben sette date, fra cui domani all’Arena di Verona, con gran finale il 10 ottobre a Roma...), Springsteen ha aperto con «John Henry», proseguendo con «Oh Mary don’t you weep», «Old Dan Tucker», «Eyes on the prize» e «Jesse James». Solo a questo punto il nostro ha inserito un paio dei suoi classici, «Atlantic City» e «The river» e ancora «Johnny 99», seguiti più tardi da altri tre o quattro suoi brani, fra cui «My city of ruins» fra i bis.

Come lui stesso ha raccontato, in questi concerti l'atmosfera sul palco è quella delle feste di campagna, la stessa che in fondo pervade il recente disco. Un ritorno alle radici soul: una scelta che forse ha spiazzato i vecchi fan, quelli innamorati appunto delle maratone rock con la E Street Band. Pensando ai quali Springsteen ha detto: <WC1>«Buona parte delle mie composizioni viene dalla tradizione folk, specialmente quando scrivo materiale acustico. Incidere questo album è stato liberatorio perchè ho un grande amore per i diversi suoni delle radici capaci di creare un mondo con poche note e qualche parola...».

Da segnalare che oggi esce in Italia, molto attesa dai fan, «Greetings from E Street» (Rizzoli, 96 pagine, 40 euro), la biografia firmata da Robert Santelli che ripercorre tutta la storia musicale del Boss. In un cofanetto che riproduce la valigia rinforzata che i musicisti usano per gli strumenti, fra una pagina e l’altra sono applicate delle buste che contengono riproduzioni di biglietti, pass, scalette autografe, manifesti, vecchi articoli...

Pochi giorni fa è invece stata pubblicata una nuova versione dell’ultimo disco, «We shall overcome - The Seeger Sessions - American Land Edition»: cd più dvd, con tre nuove canzoni («How can a poor man stand such times and live», «Bring ’em home» e «American land», ritratto dell'America di oggi, descritta come un posto dove i valori democratici sono sotto attacco...) e altre due presenti solo su alcune copie della prima edizione («Buffalo gals» e «How can I keep from singin’»).

Ma torniamo al concerto di stasera. Col Boss, sul palco, ci saranno Sam Bardfeld al violino, Art Baron alla tuba, Frank Bruno alla chitarra, Jeremy Chatzy al contrabbasso, Mark Clifford al banjo, Larry Eagle (batteria e percussioni), Charles Giordano (organo, piano e fisarmonica). E ancora Ed Manion al sax, Mark Pender alla tromba, Richie Rosenberg al trombone, Soozie Tyrell al violino e le voci di Lisa Powell e Patti Scialfa.

Gli organizzatori segnalano che ci sono ancora dei biglietti disponibili: apertura delle casse alle 16.

mercoledì 27 settembre 2006

Bruce Springsteen ritorna in Italia. E per la prima volta il suo tour fa tappa anche nel Friuli Venezia Giulia. Evento da non perdere, insomma, visto che il Boss (così lo chiama il suo popolo...) è uno di quelli che hanno scritto la storia della musica rock.

Dunque innanzitutto la conferma delle date: domenica primo ottobre a Bologna, lunedì 2 a Torino, mercoledì 4 a Villa Manin di Passariano, Codroipo (prima regionale e seconda volta nell’intero Triveneto dopo lo stadio Bentegodi di Verona nella primavera ’93). E poi il 5 all’Arena di Verona, il 7 a Perugia, l’8 a Caserta (dove è in corso una polemica sulla concessione della Reggia per il concerto), il 10 gran finale a Roma. Il tour è quello con i 17 della «Seeger Sessions Band».

Ma si diceva che Bruce è uno dei pochi protagonisti di primissimo piano dell’intera storia del rock. Quattro, cinque, sei...? Gli altri nomi metteteli voi, a seconda dei gusti e delle sensibilità. Ma sappiamo tutti che un posto spetta di diritto a lui, assoluto numero uno degli ultimi trent’anni di questa (relativamente) giovane vicenda culturale e sociale.

La sua storia comincia il 23 settembre del ’49 a Freehold, New Jersey. Douglas Springsteen (origini irlandesi, classe ’24, morirà nel ’98) e Adele Zirilli (chiaramente italiana, il Boss le fece fare una comparsata nei suoi concerti italiani nel ’99) danno al primo figlio il nome Bruce Frederick. Poi arriveranno le sorelle Virginia e Pamela.

A sette anni, nel ’56, il ragazzino vede alla tivù Elvis Presley all’Ed Sullivan Show: la leggenda vuole che subito dopo dica alla madre «io voglio essere come lui» e si faccia comprare la prima chitarra. La seconda, quella vera, l’avrà per diciotto dollari, di seconda mano, nel ’63. E comincia a suonarla seriamente, attratto dal rock e dal soul che ascolta alla radio.

Nel ’65 entra in un gruppo locale chiamato The Castiles: due chitarre, basso e batteria, in linea con la dilagante Beatlemania. Poi incontra Steve Van Zandt (il futuro Little Steven) e Danny Federici, con cui nel ’69 forma gli Steel Me. Qualche anno dopo, i due saranno con lui nella E Street Band. Segue la solita trafila, serate e audizioni fra una costa e l’altra degli States. Fino al giugno ’72, quando il ventitreenne Springsteen firma con la Columbia Records un contratto per dieci album.

Il primo esce nel gennaio ’73, s’intitola «Greetings from Asbury Park, New Jersey». A novembre dello stesso anno fa già il bis con «The wild, the innocent & The E Street Shuffle». Accoglienza buona, popolarità crescente. Ormai si aspetta solo il botto. Un giorno il critico John Landau (suo futuro produttore) scrive su un giornale la memorabile frase «Ho visto il futuro del rock’n’roll: il suo nome è Bruce Springsteen».

E il botto arriva col terzo album: esce nel ’75, s’intitola «Born to run», un milione di copie piazzate in pochi mesi. «Time» e «Newsweek» dedicano le copertine al nuovo «re del rock’n’roll».

Il resto è storia. Nel ’78 «Darkness on the edge of town», nell’80 il doppio «The river», nell’82 la parentesi acustica di «Nebraska», nell’84 la consacrazione come superstar mondiale di «Born in the Usa»... Un percorso costellato di galoppate d</IP>al vivo (con i suoi memorabili concerti di quattro ore e passa, come a San Siro nell’85...) e nuove perle musicali, fino alla suggestioni di «The ballad of Tom Joad» e a quel monumento discografico che è «Tracks»: cofanetto di quattro cd uscito nel ’98, nel quale il Boss ha inserito brani inediti scartati in occasione delle registrazioni dei precedenti album, e rivelatisi di livello eccellente.

Ancora dischi, ancora tour. Nel 2002 Springsteen pubblica «The Rising», il cui tema è la rinascita di un paese dopo l’attacco alle Twin Towers, senza scadere in tematiche patriottiche e comunque rimanendo sempre a distanza da Bush e dalla sua scelta guerrafondaia. Nel 2005 l’album acustico «Devils & Dust» parla anche delle sensazioni di un soldato statunitense in guerra.

Quest’anno è uscito «We Shall Overcome: The Seeger Sessions», ventunesimo album ufficiale e lavoro in qualche modo anomalo, composto com’è da cover di brani della tradizione americana accomunati dal fatto di essere stati tutti interpretati da Pete Seeger, padre con Woody Guthrie della tradizione folk americana, ma anche della canzone sociale e politica.

«Molto di quello che scrivo - ha riconosciuto Springsteen - soprattutto quando compongo in modo acustico, attinge direttamente dalla tradizione folk. Realizzare quest’album ha rappresentato per me un cammino liberatorio a livello creativo, perché tutte le diverse sonorità delle origini mi appassionano... hanno il dono di riuscire a rievocare un intero universo con semplici note e poche parole».

E Jon Landau, il suo storico manager: «Il disco è attraversato da un senso di spensieratezza, di grande serenità e di incontaminata gioia che lo rendono speciale dall’inizio alla fine. Bruce ha raccolto l’anima del repertorio classico americano ed è riuscito a dare ad ognuno di questi brani un’interpretazione personale di grande energia, modernità e intensità...».

Springsteen ha registrato il disco con Sam Bardfeld al violino, Art Baron alla tuba, Frank Bruno alla chitarra, Jeremy Chatzy al basso, Mark Clifford al banjo, Larry Eagle (batteria e percussioni), Charles Giordano (organo, piano e fisarmonica). E ancora Ed Manion al sax, Mark Pender alla tromba, Richie Rosenberg al trombone, Soozie Tyrell al violino e le voci di Lisa Powell e Patti Scialfa. I titoli: «Old Dan Tucker», «Jessie James», «Mrs. McGrath», «Oh, Mary, don't you weep», «John Henry», «Erie Canal», «Jacob's ladder», «My Oklahoma home», «Eyes on the prize», «Shenandoah», «Pay me my money down», «We shall overcome», «Froggie went a-courtin'».

Anche rileggendo le sue radici Springsteen continua dunque a cantare l’altra faccia dell’America e del sogno americano: quella dei perdenti e degli umili, della provincia e delle periferie, del rock - e più in generale della musica popolare - come ultima ciambella di salvataggio per vite altrimenti smarrite.

Per gli amanti del gossip Bruce è sposato in seconde nozze dal ’91 con Patti Scialfa, voce della E Street Band, dopo il breve matrimonio con la modella Julianne Phillips. Da lei ha avuto tre figli: Evan, Sam e Jessica. Quest’estate si è parlato di crisi fra i due, ma poi la cosa è stata smentita.

Il concerto del 4 ottobre a Villa Manin comincia alle 21.15. Novemila biglietti sono stati già venduti, altri sono ancora disponibili nell’abituale circuito di prevendite (a Trieste al Ticketpoint di Corso Italia 6/c). Altre informazioni su www.azalea.it

DYLAN Fra artisti che quando azzeccano anche il secondo disco c’è da gridare al miracolo, e dischi nei quali salvare una e magari due canzoni è impresa da mettere a referto, a volte avvengono fatti che scaldano il cuore. Prendete la vicenda umana e artistica di Bob Dylan, signore che alla bella età di sessantacinque anni, dopo aver lasciato come pochissimi altri il segno nella storia della musica e forse della letteratura del Novecento, al 44° album ufficiale in carriera se ne esce con un disco bello, vibrante, ricco, emozionante come «Modern times». È uscito già da tre settimane, ha fatto già in tempo a scalare le classifiche di vendita (cosa che al nostro non succedeva da un po’...), ma davvero non possiamo non parlarne alla ripresa di questa pagina dopo la pausa estiva.  Mister Zimmerman non faceva un disco in studio dal 2001, da quel «Love and theft» che aveva lasciato perplesso più d’uno. Anni passati sempre in giro per il mondo con il suo «Never ending tour», a strapazzare e rendere irriconoscibili anche antichi cavalli di battaglia.

La scelta di intitolare il nuovo disco «Tempi moderni», al di là della citazione chapliniana, ha il sapore da un lato di una garbata presa in giro (Dylan è un signore d’altri tempi, geniale ma d’altri tempi), dall’altro di una netta presa di distanze dal nostro presente così confuso. A tratti sembra dire: in questo caos, in mezzo a questa follia, l’unica salvezza è il ritorno alla semplicità, alle origini, alle radici...

Il concetto di tempo torna spesso in Dylan, dalla leggendaria «The times they are a-changin'» del ’64 fino al «Time out of mind» del ’97, passando per tanti brani. Il tempo che scorre, il tempo di ieri che non torna più, quello di domani che è un punto interrogativo in fondo a un tunnel sempre più oscuro...

Mezzo cowboy e mezzo signore del sud degli Stati Uniti, dopo essersi tolto lo sfizio di fare il dj e di pubblicizzare biancheria intima (...!), Bob Dylan si rimette al centro della scena con un disco senza tempo, fra blues e honky tonk, fra jazz e country, fra classici rock’n’roll («Thunder on the mountain», esplicito omaggio a «Johnny B. Goode», all’epopea di Chuck Berry, ma anche - un po’ a sorpresa - ad Alicia Keys...) e ballate, fra valzer («When the deal goes down») e appassionati ritratti della classe operaia («Workingman’s blues #2»), fra velati messaggi religiosi e riferimenti alla catastrofe che un anno fa mise in ginocchio New Orleans o magari a un’inondazione di chissà quanti anni fa («The levee’s gonna break», l’argine sta per cadere)...

Dieci canzoni senza tempo, che potevano essere apprezzate dieci o vent’anni fa, ma che saranno amate anche fra dieci o vent’anni. Dieci canzoni ricche di suoni scarni, semplici, essenziali, puliti. E interpretate con quella voce roca che sembra in grado di scolpire la roccia, che da tanto tempo indica la strada, la rotta, canta le nostre contraddizioni, la confusione e il disincanto di questi imbarazzanti «tempi moderni»... Tradizione e leggerezza, classe e godibilità, stile e genialità.

«Non sto parlando, sto solo camminando, per questo mondo vago e misterioso, col cuore bruciante, ancora struggente, camminando attraverso le città malate, in mano alla speculazione...», canta Bob nella traccia di commiato, «Ain’t talkin’».

Capolavoro. Da ascoltare mille volte e poi serbare - iPod permettendo - fra i dischi più cari.


ZUCCHERO Cinque anni di silenzio (l’ultimo disco era «Shake») sono tanti, per tutti ma soprattutto per un artista come Zucchero. Che fra l’altro proprio oggi compie cinquantuno anni. C’era dunque molta attesa per questo «Fly» (sottotitolo: «Come possiamo volare con le aquile se siamo contornati da tacchini»), uscito nei giorni scorsi per Universal.

Prima curiosità: chi sono i tacchini? Risposta: «Le radio, le case discografiche, che per risparmiare stampano male i dischi, gli americani con l'ossessione di aiutare tutti, il politically correct, i cattocomunisti...».

Polemiche e sassolini nelle scarpe a parte, il disco non delude attese e aspettative. Musicalmente ricco, realizzato sotto la regia del grande Don Was (che ha chiamato a raccolta sessionman straordinari come Randy Jackson, Jim Keltner, Pino Palladino, Waddy Wachtel, Kenny Aronof...), il lavoro brilla di un suono che profuma di radici, che privilegia il feeling sulla tecnica.

Canzoni ricche di belle melodie, che spaziano su armonie solide, figlie di atmosfere nere ma anche di richiami anni Sessanta/Settanta a grandi padri come Procol Harum, Vanilla Fudge, Mamas and Papas...

Nel disco ci sono anche due canzoni, una scritta con Jovanotti - «Troppa fedeltà» - e un’altra con Ivano Fossati, «È delicato». Ma c’è anche il grande Brian Auger, chiamato a suonare il vecchio organo Hammond «perchè volevo tornare ai suoni veri, allontanarmi dall’elettronica...».

Il primo singolo s’intitola «Bacco perbacco», «Let it shine» è un omaggio a New Orleans devastata dall’uragano Katrina, «Cuba libre» è una dichiarazione d'amore «al mito di Cuba», «Occhi» ha una melodia dolce che rapisce, «Quanti anni ho» è dedicata al figlioletto Blu...

Dal 15 febbraio Zucchero è in tour. Assieme alla figlia, la giovanissima Irene Fornaciari, già lanciata sulle orme dell’illustre genitore.


FOSSATI Gran lavoro di «remastering» (soprattutto per i brani più vecchi) per questo triplo cd che raccoglie per la prima volta le più belle canzoni dell’artista genovese, da «La casa del serpente» del ’77 fino alla recentissima «Cara Democrazia». Il titolo scelto è quello una delle sue ultime canzoni, «Ho sognato una strada», compresa ne «L’Arcangelo», l’album pubblicato lo scorso febbraio. Quarantadue canzoni fra impegno civile («Mio fratello che guardi il mondo», «Sigonella», «Pane e coraggio», «Il disertore» di Boris Vian...) e canzoni d'amore, fra rock e introspezione psicologica. Insomma, il miglior Fossati...


BENNATO Reduce da un’estate in cui ha co-firmato uno dei tormentoni più azzeccati («Notte di mezza estate», con Alex Britti), il cantautore napoletano pubblica un triplo cofanetto che in 41 canzoni e tre ore di musica racconta una grande storia di successo cominciata nel ’73 con «Non farti cadere le braccia». Nella copertina di quell’album ci stava un «ultimo fiammifero», quasi a simboleggiare - si diceva all’epoca - l’ultima possibilità che la discografia dava a Bennato. In realtà, fu solo l’inizio di una lunga strada che non è ancora finita. Canzoni e rock, fiabe e piccoli apologhi... Riascoltiamo «Mangiafuoco», «Il gatto e la volpe», «Sono solo canzonette», «Ogni favola è un gioco», «Viva la mamma», «Le ragazze fanno grandi sogni»...


 

mercoledì 13 settembre 2006

Giovedì 5 ottobre gli Afterhours, venerdì 6 Giuliano Palma & The BlueBeaters (più i triestini Ripidi), sabato 7 gran finale con Elisa. Sono questi i protagonisti del «Vodafone Barcolana Music», l’edizione 2006 del festival a ingresso gratuito che si terrà in piazza Unità e che è ormai diventato la tradizionale introduzione musicale della regata velica più affollata del mondo, che si svolge nel Golfo di Trieste la seconda domenica di ottobre.

Un cast di qualità, dunque, anche se piuttosto ridotto nel numero dei partecipanti rispetto alle edizioni degli anni passati, durante le quali salivano sul palco tre o quattro artisti per sera. E se si parla del passato il pensiero non può che tornare innanzitutto all’edizione dell’anno scorso, funestata dalla pioggia e dal freddo, che ha visto esibirsi fra gli altri i Negramaro, Paola Turci, Frankie Hi Nrg, i Negrita...

Nella speranza dunque che le condizioni atmosferiche permettano la buona riuscita di questa grande festa musicale all’aperto (a proposito, la sera prima, mercoledì 4, a Villa Manin, dunque in un’altra splendida situazione en plein air, è atteso nientemeno che il Boss, Bruce Springsteen...), torniamo ai protagonisti del festival di quest’anno, che ha <IP9>cambiato organizzatori e può contare su un nuovo sponsor ma anche sulla collaborazione dell’emittente nazionale Play Radio.

I milanesi Afterhours, capitanati dal carismatico Manuel Agnelli, sono da tempo una delle più belle realtà del nuovo rock italiano. «Ballads for little hyenas», versione in inglese di «Ballate per piccole iene», è il titolo dell’ultimo album del gruppo, reduce da un lungo tour negli Stati Uniti. Il disco sta per essere pubblicato anche in Inghilterra.

Giuliano Palma (ex Casino Royale) è con i suoi BlueBeaters fra i maestri delle rivisitazioni dei classici dello ska, del reggae e del rhythm’n’blues. Per il cantante si tratta di un ritorno al festival, visto che era stato fra i protagonisti dell’edizione del ’99. In regione, invece, la loro è una presenza quasi fissa del Rototom Sunsplash, il festival reggae di Osoppo.

Gran finale, come si diceva, con la monfalconese Elisa. Che ha suonato tante volte a Trieste, in vari luoghi, all’aperto e al chiuso, ma mai nel salotto cittadino di piazza Unità. Per lei, e per il suo pubblico, sarà dunque una prima volta.

Reduce da un concerto nell’ambito della Notte bianca romana, la popstar regionale sta per uscire a metà ottobre con un nuovo singolo, che farà da apripista per il nuovo album, atteso entro la fine dell’anno. Probabile dunque che il concerto triestino diventi l’occasione per la presentazione in anteprima almeno di alcune delle sue nuove canzoni.