mercoledì 30 aprile 2008

MORANDI


«Apro questo spettacolo con ”Volare”. Ricordo quando la cantavo a Monghidoro, nel bar dove c’era l’unica televisione del paese. Era il 1958, avevo tredici anni. Modugno sconvolse il mondo della canzone italiana ma anche quel ragazzino che ero. Fu un autentico spartiacque. Mentre la canto mi scorre davanti tutta la mia vita...». Che vita, quella di Gianni Morandi. Protagonista e testimone di mezzo secolo di storia italiana. Il cantante ritorna nel Friuli Venezia Giulia con lo spettacolo «Grazie a tutti» (teatro tenda nel piazzale Argentina, a Udine, martedì 6, mercoledì 7 e venerdì 9 maggio; in autunno potrebbe essere la volta di Trieste) e l’occasione è buona per chiedergli di raccontarsi ancora. Partendo magari da quel papà ciabattino, comunista e montanaro, che tornò a Monghidoro dal fronte albanese quattro mesi dopo la sua nascita...

«Mio padre mi ha insegnato il rigore, la disciplina, la voglia di lavorare, il rispetto per gli altri. Aveva un carattere duro e autoritario. Era esigente, con i piedi piantati per terra. Oggi riconosco che è stato molto importante nella formazione del mio carattere: la sua figura mi ha influenzato anche nell'educazione dei miei figli. Con i miei primi due sono stato più rigido, mentre con Pietro, che ora ha dieci anni, mi sono addolcito...».

Che Italia ricorda?

«Era un’altra Italia, in cui si giocava per strada con un pallone fatto di stracci. A sette anni, di pomeriggio, finiti i compiti, mio padre mi portava in bottega per imparare a lavorare. Un paio di giorni alla settimana vendevo caramelle e bruscolini nell’unico cinema del paese. Ma la cosa non mi pesava. Anzi, mi sentivo un privilegiato perchè potevo vedere tutti i film».

Era bravo a scuola?

«Sì, soprattutto in aritmetica. Ma dopo le elementari mio padre decise che non sarei più andato a scuola, che ci avrebbe pensato lui a darmi un’istruzione. La sera, dopo il lavoro in bottega e un paio d’ore di svago, avevo il compito di leggergli ad alta voce i testi sacri del comunismo: dal Capitale di Marx alle Lettere dal carcere di Gramsci».

La musica?

«Erano gli anni Cinquanta, anni di povertà ma c’era anche una gran voglia di cantare, di stare in compagnia. Nelle sere d’inverno ci si trovava nelle stalle, nelle case dei contadini, scaldati dai successi di Claudio Villa e Luciano Tajoli. In paese si sparse la voce che il figlio di Renato Morandi cantava bene. E la sera dell’ultimo dell’anno del 1956 toccò a me cantare ”Buon anno, buona fortuna” nel cinema, con gli altoparlanti Geloso fissati all’esterno della sala».

Il debutto?

«In una casa del popolo ad Alfonsine, vicino Ravenna, nel 1958. Giusto cinquant’anni fa. Ero un ragazzino, avevo quattordici anni, prendevo lezioni di canto dalla maestra Scaglioni e cantavo i successi dell’epoca. Quell’estate cominciarono a chiamarmi nei dancing della zona. Dove incontrai la persona che diede la svolta...».

Chi, l’arbitro di boxe?

«Sì, Paolo Lionetti, che faceva anche il gestore di juke-box. Riuscì a farmi avere un provino alla Rca, la multinazionale americana che nel dopoguerra aveva aperto una filiale a Roma. Tutte le case discografiche stavano a Milano, che era anche più vicina dalla nostra zona. Ma lui decise: andiamo a Roma».

Nel provino cosa cantò?

«Alcune canzoni melodiche dell’epoca, tipo ”Il cane di stoffa” e ”Non arrossire”, accompagnato al pianoforte da Lilli Greco. Il nastro finì fra le mani di Franco Migliacci, reduce dal successo mondiale di ”Volare”. Forse per questo motivo scelse uno pseudonimo per firmare quello che sarebbe stato il mio primo 45 giri: ”Andavo a cento all’ora”...».

Suo padre come reagì al successo?

«Era il ’62. Disse che erano due dischi in uno: il primo e l’ultimo. Aveva la certezza che il mio sogno non sarebbe durato a lungo. E che sarei tornato a lavorare nella sua bottega».

A Roma chi incontrò?

«Dopo Migliacci, Zambrini e due futuri premi Oscar come Bacalov e Morricone... Che fra l’altro ho rivisto due mesi fa, un incontro commovente all’Università di Tor Vergata. All’epoca registravamo su due piste, in un paio di giorni il disco era fatto. Allora i giovani venivano curati, non come adesso che se sbagli il primo disco sei finito...».

Diceva di «Volare»...

«Sì, a febbraio ho aperto Sanremo rendendo omaggio ai cinquant’anni della canzone di Modugno. E quando ho cominciato a pensare a questo mio nuovo spettacolo, mi sono reso conto che anche la mia storia era cominciata da lì, da quel brano, in quegli anni. Mia madre preferiva Villa, ma io nel bar di Monghidoro, a tredici anni cantavo ”Volare”...»

E questa storia che lei entra in scena «volando»...?

"L’idea è del regista dello spettacolo. All’inizio avevo un po’ paura, ma ora mi sono abituato e mi sembra facile. Scivolo al centro della scena appeso a un cavo, ben legato, e canto il brano sulle teste degli spettatori. Mi ha addestrato uno che di mestiere fa l’istruttore di sopravvivenza».

Perchè il teatro tenda?

«È una formula che avevo già adottato nel ’90, mi sembra di esser venuto anche a Trieste. Guardando indietro ai miei spettacoli, ho pensato fosse la migliore: io da solo, con la chitarra, giusto con qualche aggiunta musicale al computer, su un piccolo palco circolare. Uno spettacolo familiare, quasi da salotto, senza filtri. Anche se sotto un tendone da circo, con tremila persone attorno. A volte dal palco per tenermi concentrato conto mentalmente gli spettatori. E in genere sbaglio di cinquanta persone al massimo».

Da «Volare» a oggi: mezzo secolo di canzoni...

«Tranquilli, non le ricanto tutte. Mi dicono che ho inciso 413 canzoni e venduto 49 milioni di dischi. In questo spettacolo, in due ore e mezzo canto fra i quaranta e i cinquanta brani: alcuni per intero, altri solo accennati...».

Il preferito?

«Una volta dicevo ”C’era un ragazzo”. Era il ’66. Non volevano farmela cantare perchè era un brano di protesta, contro la guerra in Vietnam. E io avevo l’immagine romantica del bravo ragazzo che piaceva alle mamme e alle figlie. Divenne un classico, la cantò anche Joan Baez».

E ora?

«Ora ci metto vicino ”Uno su mille”. È la canzone in cui la gente si identifica di più. Un momento di difficoltà, di disperazione capita a tutti. Ma è sempre importante cercare di risalire, di rialzare la testa. Come è successo a me per primo, dopo la crisi degli anni Settanta».

Chi la aiutò, quella volta?

«Mogol, in qualche modo anche casualmente. Lui cercava gente per la sua nazionale cantanti, poi scrisse delle canzoni nuove per me, e la storia è ripartita. Ma anche Dalla mi ha aiutato molto».

Pupo invece l’ha aiutato lei...

«A quei soldi non ci pensavo davvero più. Ormai lo sapevano tutti, che tanti anni fa gli avevo prestato duecento milioni per aiutarlo in un momento di grossa difficoltà. Due settimane fa, all’ultimo dei concerti milanesi, si presenta sul palco - fra l’altro scortato dalle telecamere di ”Striscia” - e mi dà questo assegno... Davvero, non ne sapevo nulla».

Il tour sarà ancora lungo?

«No, dopo Udine facciamo solo Torino. Quest’estate porto mio figlio Pietro a vedere gli Europei di calcio e poi vado in Cina per le Olimpiadi. Farò anche una serata a Casa Italia. Il tour comunque lo riprendo in autunno, spero di venire anche a Trieste. Magari per presentare il secondo capitolo della raccolta ”Grazie a tutti”, che esce a ottobre...».

Comincia con «Volare» e con che cosa conclude?

«Con queste parole: ”Basta, sono cattivo e vecchio. E anche un po’ bastardo...”. Quello creato da Fiorello è un tormentone che ormai non mi molla più. Ma mi diverte...».



lunedì 28 aprile 2008

RENGA


Che cos’hanno in comune Elisa e Francesco Renga? Facile. Sono gli unici due vincitori, in 58 edizioni del Festival di Sanremo, a essere nati nel Friuli Venezia Giulia. Ma mentre la prima è a tutti gli effetti figlia della nostra regione, il secondo è nato a Udine (per la cronaca il 12 giugno ’68) praticamente per caso...

«Sì - spiega il cantautore, il cui tour ieri sera ha fatto tappa al Teatro Verdi di Pordenone e lunedì 5 maggio è a Trieste, al Politeama Rossetti - mio padre faceva il sottufficiale della Guardia di finanza, e la mia famiglia aveva, diciamo così, il trasloco facile. Quando siamo nati io e mia sorella gemella, lui lavorava a Pontebba. Poi per un periodo fu in servizio anche a Muggia. Ma nel ’71 eravamo già tutti a Brescia, che considero la mia città, e dove vivo tuttora».

Quindi niente legami né ricordi con la regione...

«Legami no, viste fra l’altro le origini sarde di mio padre e quelle siciliane di mia madre. E ricordi nemmeno: forse li ho recuperati, a livello inconscio, quando sono tornato per suonare, tanti anni dopo».

Sono passati dieci anni da quando ha lasciato i Timoria.

«Sì, avevo voglia di cercare nuove strade. Ci ho messo due anni per riordinare le idee, poi nel 2000 è uscito il mio primo album solista, che esprimeva proprio quel mio stato d’animo: prima facevo parte di un gruppo rock importante, poi per la prima volta mi sono ritrovato da solo, a riorganizzarmi il lavoro ma anche la vita».

Dal rock alla canzone d’autore.

«Non amo le etichette. Ma devo dire che anche quando stavo nei Timoria il mio interesse era rivolto soprattutto verso la vocalità, il mio apporto nel gruppo era essenzialmente melodico. Comunque a vent’anni ci sta anche l’energia rock, poi magari si diventa un po’ più riflessivi».

Tenere assieme un gruppo è difficile?

«Direi proprio di sì, è come una macchina dagli equilibri precari, difficile da tenere assieme. Una band non si costruisce a tavolino, nasce quando sei giovane, quando hai mille sogni, passioni, illusioni, voglia di spaccare il mondo. Poi tutto diventa più difficile».

Sanremo?

«Vincerlo nel 2005 è stata un’emozione particolare. Anche perchè io su quel palco c’ero già stato con i Timoria, nel ’91, fra le Nuove proposte. Ci dettero anche il premio della critica. Ecco, tornare e vincere il premio più importante è stato per me un po’ come chiudere un cerchio».

Assieme al suo ultimo album è uscito anche un suo libro...

«Sì, il disco ”Ferro e cartone” è arrivato nei negozi assieme al mio primo romanzo, ”Come mi viene. Vite di ferro e cartone”, edito da Feltrinelli. Anche qui a muovermi è stata la mia voglia di cercare nuove strade, di sperimentare nuovi linguaggi. È stato un lavoro impegnativo ma mi ha dato una grande soddisfazione».

Perchè «Ferro e cartone»?

«Il ferro è pesante, provoca ferite, dolore, ricorda cose cattive, e poi arrugginisce, infetta... Il cartone è invece un materiale vivo, più duttile, malleabile, è parente stretto della carta e degli alberi. Elementi apparentemente distanti, quasi come rock e melodia. Mi è piaciuto metterli assieme, anche nelle immagini del disco, con quelle due ali, una di ferro e una di cartone, entrambe importanti per volare, per andare avanti...».

Come si vive in una famiglia con due star?

«Con Ambra (Angiolini, moglie del cantautore - ndr) ci siamo organizzati bene. Viviamo a Brescia, abbiamo due figli, separiamo nettamente la vita privata e il lavoro. Ci sentiamo e siamo due persone normali, che hanno trovato il giusto equilibrio assieme».

E lei è appena stato ospite nel suo nuovo programma...

«Sì, Ambra ha da poco debuttato su Mtv con questo appuntamento settimanale. E io ho approfittato per realizzare un mio vecchio sogno. Cantare ”Impressioni di settembre” con la Pfm. Già nel mio primo album solista ne avevo fatto una versione con Flavio Premoli, componente originario della band, al pianoforte e al moog. Ora l’abbiamo rifatta tutti assieme. È un brano che amo molto, uscito nel ’72. Io avevo quattro anni...».

Il concerto?

«Direzione artistica di Corrado Rustici, che ha prodotto anche il disco. Prima parte dedicata al nuovo album, seconda ai miei dieci anni di solista. Con delle letture, a mo’ di inserto, che raccontano il mio percorso. C’è anche la voce registrata di Ambra...».

La tappa triestina è la penultima del tour. Con Renga, sul palco, Stefano Brandoni e Giorgio Secco (chitarre), Luca Visigalli (basso), Diego Corradin (batteria), Vincenzo Messina e Luca Chiaravalli (tastiere).

giovedì 24 aprile 2008

25 aprile



L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità,incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere

fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società



Pier Paolo Pasolini, 1962

martedì 15 aprile 2008




...abbiamo fatto tanto



per non morire democristiani



e ci toccherà morire



berlusconiani...



...che è pure peggio...



(elezioni politiche 13/14 apr 2008)

...il milan perde


 


berlusconi vince


 


CHE DISASTRO....


 


(elezioni politiche 13/14 aprile 2008)

...hanno voluto andare separati





l'operazione è riuscita



ma il paziente è morto...


 



(elezioni politiche 13/14 apr 2008)