giovedì 26 giugno 2008

DA UN BLOG


Carlo Muscatello sul “Piccolo” di Trieste ha stroncato l'ultimo disco di un sempre più supponente De Gregori. Stroncatura esemplare, cioè senza mezze misure: il disco è brutto e spiego perchè è brutto, affondando la lama della critica. Che brilla in quanto tale, cioè virtuosismo di antibuonismo motivato e dettagliato, ormai rimosso più che dimenticato. È raro trovare una critica in sé, ovvero una recensione negativa, in un sistema di sinergie commerciali che ha gettato la figura del giornalista, come quella del critico in una crisi d'identità irreversibile: vuoi perchè i giornalisti fanno i giornalisti in un mare di altre attività, vuoi perchè tutti gli altri, nel mare delle loro occupazioni, si dilettano pure di giornalismo. Il malvezzo dei giornali musicali di far scrivere gli stessi artisti che dovrebbbero poi “criticare”, è noto. Come è già storia la tendenza dei comici a fare i giornalisti, con l'effetto che poi i giornalisti fanno i comici. Altro fenomeno deleterio, i magistrati che si scoprono romanzieri. Oggi non si contano più, ad aprire la strada un disinvolto De Cataldo, che ha trasportato la Banda della Magliana dal fascicolo alla fiction, ottenendo i risultati migliori. Il che ha fatto di De Cataldo un uomo potente in molti modi: come giudice che può libertariamente farti passare brutti momenti; come scrittore di successo, inserito nella casta editoriale; come “giornalista”, ovvero informatore, che esalta ed è esaltato dai suoi pari. Quindi, su De Cataldo non si può. Che poi io debba gradire, o subire, l'invadenza di un magistrato capace di simile scioltezza, è un altro paio di maniche: la garanzia della sua equidistanza da tutti i mondi commerciali frequentati, a mio parere in conflitto d'interessi con la sua funzione, che è di giudicare, di più, di accusare, può darmela solo lui stesso, è autoreferenziale. E non mi consola il “così fan tutti” di prammatica, la scoperta che via via si sono aggiunti i Carofiglio ed altri colleghi sempre più sedotti dalla vanità: per me, cavar fuori romanzi dalle inchieste seguite non è discutibile: è eticamente sbagliato, per più di una ragione. Altro è scrivere un libro di o sul diritto, che rientra nelle competenze e nelle funzioni di un magistrato. Altro è trasformare in fiction, in finzione, inchieste, fatti reali e direttamente seguiti, e che diventano, tra l'altro, fonte di guadagno. Mi pare incredibile questa vena narrativa prorompente, quasi obbligatoria in chiunque indossi una toga.

C'è una crisi di identità che avvolge tutti. Il comico-informatore, alla Grillo, vive su questa ambiguità di fondo: quando fa comodo sono uno che informa, quando mi accorgo di averla fatta fuori dal vaso torno ad essere uno che scherza. Col risultato che le mie responsabilità non voglio prendermele mai. Più in generale, se il mercato impone opere buone per tutte le stagioni, come faccio a stabilire canoni etici di verità, di attendibilità, di responsabilità? Gomorra, ancora lei, è stato etichettato come inchiesta ma anche romanzo ma anche sceneggiatura: troppo comodo. E pericoloso: non si coglie più il limite tra ciò che è e cio che non è ma potrebbe essere. L'altra sera ad AnnoZero dove si glorificava il divo Sorrentino che ha fatto un film su Andreotti (per poi parlar male di Berlusconi). Gli argomenti suonavano a tratti deliranti: la Bonaiuto che spiegava di non avere idea di come fosse la moglie di Andreotti, proverbialmente riservata, e dunque d'essere andata a senso, “perchè un film è un'opera di invenzione”, insomma soccorrono le licenze poetiche. Altri con orgoglio informavano che molti episodi, come quello di Andreotti che tiene la mano alla moglie mentre guardano in televisione Renato Zero, sono inventati di sana pianta. Si rivendicava la prevalenza della fiction su un'opera di denuncia. In studio, dagli apostoli dei fatti nudi e crudi, alla Travaglio, nulla ostava. È giusto tutto questo? Per il mercato sì, perchè oggi un film non è più un film, è giusto un capitolo di una sinergia che prevede il massimo sfruttamento di un'opera intellettuale: libro-sceneggiatura, film, riduzione televisiva, versione teatrale, merchandising, figurine, fumetti e così via. Ma per la comprensione e l'attendibilità dei fatti? Il divo Sorrentino, in funzione di regista, ha spiegato: la cosa più gratificante è che il film lo vedano i giovani che di Andreotti non sanno niente. Sì, ma dopo il suo film ne sapranno davvero di più, oppure vivranno su un'idea mitizzata, sceneggiata? Forse non è un caso che i veri film di denuncia, come quellie di Giuseppe Ferrara, hanno avuto sempre vita maledetta, censure, ostracismi. Mentre le fiction alla Sorrentino o alla Garrone vanno a Cannes dove fanno incetta di tappeti rossi. Che, per un'opera di denuncia, coraggiosa, scandalosa, pare un ossimoro: davvero dovevamo attendere Il Divo e Gomorra per capire l'impatto di Andreotti e della Camorra nel nostro Paese? Davvero nessuno se n'era mai occupato prima? Ma su Andreotti, per dire, bastava riscoprire gli articoli, terribili, di Mino Pecorelli, giornalista scomodo fatto fuori (alla vigilia di nuove, compromettendi rivelazioni su Andreotti, che ha subito un processo per la sua morte, poi conclusosi con l'assoluzione). Sulla camorra i testi si sprecano, ma si è imposto il meno rigoroso, quello concepito fin dall'inizio per una sinergia, uno sfruttamento commerciale massificato.

Torniamo ai cantautori supponenti. Si può dire che Tal dei tali è ormai un pallone sgonfiato? Che questo o quel guru ha perduto lo smalto? Che De Gregori ha fatto un brutto disco? Che Ligabue con la sua raccolta “primo tempo” non ha venduto quattrocentomila copie ma le ha imposte ai negozianti che se le ritrovano tutte in magazzino, invendute, e adesso infierisce pure il secondo tempo? Si può dire che, dato un ascolto al nuovo disco di Vasco Rossi, si conferma una situazione inquietante: un brano, in apertura, bello, o anche molto bello, uno dei suoi; e il resto di una mediocrità imbarazzante, che avverti fatto appositamente per le pubblicità, per le sigle dei telefonini, che capisci assemblato da computer manovrati da burocrati della creatività informatizzata? No, non si può dire perchè come minimo ci rimetti il posto: i giornali su cui i critici scrivono, sono gli stessi che sponsorizzano le tournée degli artisti da criticare. D'altra parte, il livello di intimità con il potere sinergico, artistico, industriale, commerciale, pubblicitatio, è tale per cui nessun giornalista ha più voglia di complicarsi una vita che può benissimo essere splendida, con un minimo di elasticità e di entusiasmo.

Oggi i dischi si distinguono per non essere più niente di tutto, ed essere tutto di niente. Suoni, temi, proposte hanno da essere “internazionali”, cioè buoni per tutti i continenti, per i gusti globalizzati di un pubblico globalizzato. Gli artisti la spacciano per creatività senza confini, ma la vera ragione è che il prodotto deve vendere in ogni dove. Così ascoltiamo improbabili surrogati di ritmi e influssi culturali che non ci appartengono, come l'inverosimile terzomondismo social-musicale di un Jovanotti.

Ci sono sedicenti critici da blog, frustrati per non appartenere all'èlite della critica autentica, seria, culturalmente solida, oggi in via di estinzione, che si confondono con gli autori che dovrebbero recensire, ostentano una provinciale familiarità, li chiamano amichevolmente per nome, i loro spazi in pagina o in rete sono volgarissime vetrine, consigli per gli acquisti, annacquati da discussioni che degenerano nel gossip, nel tifo, nella diffamazione e l'anatema verso i miscredenti. Puntualmente questi pseudocritici da fumetto fanno libretti, che finiscono recensiti, cioè esaltati, dagli stessi autori che dovrebbero essere recensiti, cioè criticati, dai sedicenti critici in realtà loro amici, complici, sodali: così il cerchio della mafia pubblicitaria si chiude. Come fai a parlar male di uno che, alla fine è un collega, magari un compagno di scuderia, uno che fa quello che tu fai, mentre tu fai quello che fa lui e insieme vi reggete bordone? Difatti di critiche non si vede più neppure l'ombra. Quando ne capita una, chi si è permesso è indotto a vergognarsene, come di uno scandalo intollerabile; l'effetto generale, inoltre, è di spaesato scetticismo, come per certi misteriosi segnali provenienti dall'oltretomba.

Sì, oggi i giornalisti (e i critici) sono sull'orlo di una crisi d'identità. Se disgraziatamente si ricordano di chi sono, e di cosa stanno lì a fare, cioè criticare e non incensare, scatta subito la crisi di nervi. Per il criticato, giustamente offeso da tanta ingratitudine.


Massimodelpapa

domenica 22 giugno 2008

TEATRINO EX OPP


Il teatrino dell’ex manicomio di San Giovanni riapre stasera con una rappresentazione dell’Odissea. Titolo perfetto per celebrare la restituzione alla città di quell’edificio piccolo ma figlio di una storia grande e importante. Una storia che, pur limitando il nostro raggio di osservazione agli ultimi trent’anni, somiglia per davvero a un’odissea.

Effervescente culla della controcultura negli anni Settanta della chiusura dell’ospedale psichiatrico, malinconico deposito di detersivi dell’Azienda Sanitaria negli anni Ottanta, vittima delle lungaggini burocratiche e di un restauro ventennale che sembrava non dovesse aver mai fine.

Sì, perchè le vecchie tavole di quel periferico palcoscenico sono state calpestate attorno alla metà degli anni Settanta da un futuro Premio Nobel come Dario Fo, da un padre della canzone d’autore come Gino Paoli, da un futuro dominatore di classifiche come Franco Battiato. E ancora da protagonisti della nostra musica di allora come Peppe e Concetta Barra, i Saint Just di Jane Sorrenti, la compianta Dodi Moscati...

Ma non c’era soltanto il teatrino, a ospitare artisti grandi e piccoli nel manicomio che stava vivendo la rivoluzione basagliana di cui quest’anno si celebra il trentennale. Negli adiacenti spazi all’aperto (un campo sportivo che poi venne spazzato via da un’orrenda costruzione, un grande prato sul quale si affacciavano le abitazioni di alcuni degenti del vecchio frenocomio inaugurato nel 1908...), il 15 maggio 1974 suonò il grande profeta del «free jazz» Ornette Coleman, e subito dopo gli Area di Demetrio Stratos (di cui era appena uscito il disco «Caution Radiation Area», con dentro un brano intitolato «Lobotomia», dedicato a Ulrike Meinhof e caratterizzato da suoni ossessivi e lancinanti...), e poi il quartetto jazz di Giorgio Gaslini, con il friulano Andrea Centazzo alla batteria. E ancora, negli anni successivi, il milanese nato in Brasile Alberto Camerini, il cantautore gay Alfredo Cohen, il visionario Juri Camisasca assieme al citato Battiato...

I giovani triestini entravano nel grande comprensorio di San Giovanni richiamati dalla musica, dai laboratori teatrali, dalle proiezioni cinematografiche. Si mischiavano con i cosiddetti matti, sorpresi e felici di essere espropriati per una sera del loro parco-prigione. Entravano in contatto con il lavoro che Basaglia e i suoi collaboratori stavano portando avanti, restandone spesso affascinati.

Sono passati trent’anni. E oggi, nel giorno della festa dei Fuochi di San Giovanni, dopo una chiusura che sembrava dovesse diventare eterna, il teatrino riapre con una maratona di musica, teatro, danze, incontri, giochi che coinvolgerà tutto il parco. Alle 16 si parte, nel piazzale della chiesa, con le band giovanili di Georock 2008, il tradizionale evento di fine anno scolastico dell'istituto Max Fabiani, e i gruppi della Festa europea della musica organizzata dall’Arci. Alle 17 laboratori creativi per i più piccoli. Alle 19 monologo teatrale di Claudio Misculin da «La luce di dentro – W Basaglia» e inaugurazione del teatrino ristrutturato. Alle 21 «Omero Odissea», con le figure e le macchine di Antonio Panzuto, di cui riferiamo qui sotto. E alle 23, davanti al teatrino, fuoco al tradizionale falò di San Giovanni, con la musica di Quebra molas e Capoeira Uniao.

Poi, da domani, la città avrà di nuovo a disposizione uno spazio che le era stato sottratto.

giovedì 19 giugno 2008

AZZANO DECIMO


PORDENONE L’entusiasmo, a volte l’ostinazione di un drappello di appassionati. Assieme alla sensibilità di amministrazioni locali illuminate e al concreto sostegno di alcuni sponsor. È così che anche nella nostra regione alcune località riescono a ospitare, anno dopo anno, rassegne musicali di qualità che attirano pubblico (e turisti...) da tutto il Triveneto e spesso anche dal resto del Paese e dalle nazioni confinanti.

Stiamo parlando della Fiera della Musica di Azzano Decimo, arrivata quest’anno alla nona edizione, che è stata presentata ieri. Cast anche stavolta di qualità, con tre giornate - dal 4 al 6 luglio - dedicate ai grandi nomi, ma anche ai gruppi emergenti, a una mostra-mercato di vecchi dischi in vinile e ad altre iniziative.

Si parte venerdì 4 luglio alle 21.15, in piazza Libertà, con i torinesi Subsonica: rock, elettronica ed effetti scenografici sono gli ingredienti dello spettacolo che il gruppo porta quest’estate in giro nell’«Eclissi Tour».

Sabato sera doppio appuntamento, con il punk-rock degli inglesi Wire (Colin Newman voce e tastiere, Graham Lewis al basso, Robert Grey Gotobed alla batteria e Margaret Fiedler McGinnis alla chitarra) e con le canzoni rock del sanguigno toscanaccio Piero Pelù, l’ex leader dei Litfiba che ha pubblicato da poco l’album «Fenomeni».

E doppio appuntamento anche per il gran finale di domenica 6 luglio: a partire dalle 21.15, sempre in piazza Libertà, spazio prima all’acid jazz degli inglesi del James Taylor Quartet e poi alla dissacrante genialità di Elio e le Storie tese.

Ma si diceva anche delle iniziative collaterali. La Mostra del disco usato e da collezione apre sabato 5 luglio alle 15: un’occasione per tutti gli appassionati dei vecchi dischi in vinile, che stanno da qualche anno vivendo una nuova primavera, ma anche per gli amanti delle curiosità, dei memorabilia, dei gadget più o meno da collezione.

Sempre sabato, alle 16, all’Area Palaverde, parte la competizione del Concorso per gruppi emergenti. In programma l’esibizione di dieci formazioni, all’inseguimento di quel primo posto che spesso nelle edizioni passate ha rappresentato un buon viatico per cominciare l’avventura nel mondo della discografia. Si daranno metaforicamente battaglia davanti al pubblico e alla giuria i Banditi di Idrija (Slovenia), i CocKoo di Asti, i C-side di Staranzano, Dr Brown di Villanova di Guidonia (Roma), i MiniMa di Selvazzano Dentro (Padova), Nicola Lollino e i Musi Duri di Pinerolo (Torino), il Nima Quintet di Lavagna (Genova), gli Officina Francavilla di Padova, i Segnali di Ripresa di Colli del Tronto (Ascoli Piceno), gli Shape di Ivrea (Torino).

«Puntiamo - dicono gli organizzatori - a un rock festival di interesse assoluto, ma a misura d'uomo, capace di divertire, proporre, coinvolgere nel segno della colonna sonora della nostra storia. ”Fiera della Musica” si propone di trattare la musica nelle sue diverse forme e di realizzare degli eventi che uniscono al divertimento e al piacere di stare insieme, occasioni per poter entrare nel vivo di quest'arte tanto complessa quanto espressiva e universale».

Info su www.fieradellamusica.it, oppure www.myspace.com/fieradellamusica, o ancora 0434-636721.

mercoledì 18 giugno 2008

JEGHER


L’ambiente musicale triestino cela al suo interno tante storie, tanti personaggi che nel corso degli anni si sono fatti valere a livello nazionale e a volte anche internazionale. È il caso di Fabio Jegher, classe 1949, batterista e compositore e direttore d’orchestra che ha lavorato per tanti anni a Milano ma anche negli Stati Uniti, collaborando con grandi nomi della scena musicale internazionale, e che da diversi anni è tornato a vivere a Trieste. Non rinunciando a partire tutte le volte che i suoi impegni lo chiamano altrove. Come farà per esempio il 15 luglio, quando suonerà al Teatro Morlacchi di Perugia, nell’ambito di Umbria Jazz, assieme al Doug Webb Quintet e a Flavia Vallega.

«A Umbria Jazz - spiega Jegher - presenterò un programma vario, fatto di standard e brani miei, assieme al sassofonista e polistrumentista americano Doug Webb e alla cantante italo-egiziana Flavia Vallega. Ma ci saranno anche il trombettista e flicornista triestino Flavio Davanzo e l'organista-pianista Alberto Gurrisi. Parteciparvi è una grande soddisfazione, visto che è la rassegna jazz più importante d’Italia e fra le maggiori in Europa».

Della Trieste musicale dei suoi lontani esordi Jegher dice di ricordare poco. «Erano gli anni Sessanta, avevo quindici o sedici anni. Ricordo Axel Boch, la cui curiosità musicale fu per me di stimolo, confronto e conforto. Ricordo Gino D’Eliso, nel cui gruppo "The Children" suonai come batterista per un breve periodo. E poi, fra quelli della generazione precedente, il grande Franco Vallisneri, fisarmonicista e pianista che spesso suonava in sgangherati locali, dove molto spesso si genera la musica più autentica».

Di quell’ambiente - secondo Jegher - l’elemento di forza, la cultura mitteleuropea, era in realtà il suo elemento di debolezza. «Sebbene fossi un adolescente, sentivo che la cultura da cui ero attorniato peccava di un eccesso di intellettualismo». Voglia di scappare, di respirare aria nuova.

«Dopo la prematura scomparsa di mio padre, andai a Londra e Brighton a per approfondire le mie conoscenze musicali. Contemporaneamente, studiavo Scienze biologiche all’università, a Trieste. Il ’76 fu un anno cruciale: mi laureai e partii per Boston, dove mi trasferii per proseguire gli studi musicali. Con una borsa di studio andai poi a Los Angeles, alla prestigiosa Ucla, l’Università della California dove conseguii una laurea-master in composizione musicale e direzione d'orchestra, specializzandomi in musiche per film».

Un buon viatico per cominciare a lavorare. Concerti, album («Timezone» nell’83, «Chiaroscuri» nell’86, «Atmospheres» nel ’92, fino al recente «Life tones and film colors», uscito due anni fa), musiche per il cinema e per la televisione. «Tutti i grandi personaggi con cui ho collaborato mi hanno trasmesso il valore dell'umiltà, la convinzione che l'arte ricava la sua linfa vitale dalla concretezza della vita, dalle sue gioie, dai dolori e dalle noie».

Nomi? «Ricordo in particolare l’eclettico Shelly Manne; l’ironico Gunther Schuller, fra i primi a promuovere l’incontro fra classica, jazz ed etnica; David Raksin, vincitore di svariati Grammy e Oscar; Herb Pomeroy, uno dei padri della didattica dell'arrangiamento jazz; Jorge Calandrelli, premio Oscar per varie colonne sonore. E ancora il mio grande amico Tom Scott, compositore, sassofonista e direttore d'orchestra, noto per le colonne sonore di ”Taxi Driver”, ”Blade Runner”, la serie tv ”Starsky and Hutch”, che mi ha insegnato il grande valore della semplicità...».

Nella seconda metà degli anni Ottanta Jegher è tornato in Italia, prima a Milano e poi a Trieste. «Avevo avuto alcune offerte di lavoro nell'ambito didattico e musicologico. E desideravo ritrovare, per me e la mia famiglia, ritmi meno frenetici. Ora continuo a svolgere la mia attività didattica nell'ambito della composizione alla Fondazione Civica di Milano e al Conservatorio Santa Cecilia di Roma. E d’estate torno a Hollywood, dove proseguo la mia attività di compositore per i cortometraggi televisivi».

Fra i progetti, continuare a scrivere libri di divulgazione e didattica musicale, con progetti rivolti anche ai più piccoli. E proseguire l’attività discografica e concertistica. Come batterista, direttore d’orchestra e compositore.

Due anteprime a Trieste, prima dell’appuntamento del 15 luglio a Umbria Jazz: il 9 luglio al Music Bar Crispi, il 10 luglio al Cafè Rossetti.

ALLEVI


Musica totale, musica senza frontiere né steccati. Musica di Giovanni Allevi, il pianista e compositore marchigiano che l’altra sera ha aperto il concerto di Zucchero allo stadio milanese di San Siro. E ne ha ovviamente approfittato per presentare alcuni brani del suo nuovo disco «Evolution» (Ricordi SonyBmg), il primo in cui il nostro affianca al fidato pianoforte (per lui una sorta di coperta di Linus...) l'orchestra sinfonica, quella dei Virtuosi Italiani, nel tentativo di dar vita a una «nuova musica classica contemporanea».

Dopo cinque dischi di pianoforte solo («13 dita» uscito nel ’97 sotto l’egida e per l’etichetta di Jovanotti, «Composizioni» nel 2003, «No Concept» nel 2005, «Joy» nel 2006 e il disco dal vivo «Allevilive» pubblicato l’anno scorso) e anche un dvd («Joy Tour 2007»), che hanno raccolto uno straordinario successo di pubblico vendendo oltre 300 mila copie (di cui 135 mila «Joy», 80 mila «No Concept» e 75 mila «Allevilive»: tre dischi ancora presenti ai primi posti della classifica Fimi-Nielsen, nonostante siano stati pubblicati da tempo), e dopo il libro «La musica in testa» (edito da Rizzoli: sei edizioni e oltre 50 mila copie vendute), Allevi ha dunque dato spazio al suo inesauribile estro compositivo realizzando il suo nuovo album con un’orchestra sinfonica.

«Il classico rimanda a una tradizione, quella sinfonica, che - spiega l'artista - fa parte del nostro immaginario collettivo, ma il nostro tempo possiede degli elementi inediti rispetto al passato: la contemporaneità consiste in una struttura ritmica che ci è familiare dai Beatles in poi». Ecco allora la ritmica di oggi che irrompe nel linguaggio tradizionale, ma senza l'utilizzo di strumenti contemporanei: per rendere l'effetto di basso e batteria, la cosiddetta sezione ritmica di una band, sul fronte classico bastano contrabbasso, tuba e fagotto, così che «l'orchestra conquista il presente con i suoi soli mezzi, senza l'aiuto dell'elettronica».

La sfida di Allevi sembra essere quella di far entrare i brani di «Evolution» - «Foglie di Beslan», «Whisper», «Keep moving», «A perfect day»... - negli iPod dei ragazzi, dopo che le musiche dei dischi precedenti popolano da anni le programmazioni radiofoniche.

Ciò sull’onda di un’evoluzione, «emotiva e musicale», come dice lui stesso, che ha fra l’altro ispirato uno dei brani di punta del disco, «Angelo ribelle», sorta di manifesto musicale dell’attuale stato di grazia ma anche della poetica del musicista ma anche un po’ filosofo di Ascoli Piceno. Che spiega: «L'angelo ribelle è in ognuno di noi: con le mie note spero che spicchi il volo, librando le ali che la quotidianità ci ha fatto dimenticare di possedere».

Disco coraggioso, che ora Giovanni porterà in tour. Parte il 20 giugno dalla basilica di San Francesco d'Assisi, il 12 luglio fa tappa all’Arena Alpe Adria di Napoli.


X FACTOR


L’«X Factor» inglese ha lanciato artisti come Leona Lewis (quella di «Bleeding love», vista anche a Sanremo). La versione italiana non è a quei livelli, ma ha ottenuto un buon successo di pubblico. Grazie anche alla presenza di una esplosiva Mara Maionchi - che il critico tv Aldo Grasso ha definito «un mix tra Iva Zanicchi e Vanna Marchi» -, storica manager della discografia di casa nostra, reinventata come personaggio televisivo nel ruolo di giurata assieme a Morgan e Simona Ventura.

Dopo l’alto gradimento riscosso su internet – il giorno successivo alla finale era già al numero uno della classifica degli album più scaricati su iTunes – è arrivato anche nei negozi tradizionali il cd «X Factor Compilation» (SonyBmg): tredici cover in versione integrale raccolte in una sorta di «greatest hits» delle interpretazioni migliori che hanno animato il talent show di Raidue.

Il gruppo salentino Aram Quartet - che ha vinto la gara - apre l’album con una travolgente rilettura di «Per Elisa», il brano di Franco Battiato e Giusto Pio con cui Alice ha vinto Sanremo nell’81. Poi arrivano gli altri tre finalisti: Tony ed Emanuele rendono onore a Lucio Battisti rispettivamente con «Il tempo di morire» e «Con il nastro rosa», mentre la rivelazione Giusy omaggia Gabriella Ferri con la sua originale rivisitazione di «Remedios».

Gli altri nove artisti sono stati scelti fra quelli che avevano mostrato maggior personalità: dalla sofisticata Silvia di «Why» (Annie Lennox) ai raffinati Cluster («Don’t you worry ‘bout the thing» degli Incognito), dai SeiOttavi («Spiderman theme») al melodico Antonio («Di sole e di azzurro» di Giorgia), da Gino («Adagio» di Lara Fabian) alla grinta rock di Annalisa in «Mentre tutto scorre» dei Negramaro. E ancora un ricordo delle fugaci apparizioni di Vittoria («What’s up» delle 4 Non Blondes), Luna («Ti sento» dei Matia Bazar), l’eterea energia di Ilaria («Oceano» di Lisa), che si è consolata per l’eliminazione nella semifinale con il terzo posto su iTunes alle spalle di Aram Quartet e Giusy.

Saranno famosi? Chissà...


ALANIS MORISSETTE Ha avuto un periodo di gestazione molto lungo, ci ha messo dentro temi pungenti, momenti irrisolti della sua vita, altri in pieno divenire. Ma alla fine «Flavors of entanglement», il nuovo disco di Alanis Morissette, fotografa alla perfezione il momento che l'artista canadese sta vivendo. Dodici anni dopo il travolgente successo di «Jagged little pill», Alanis dimostra di avere ancora tanta grinta, altrettanto dolore, ma in tutte le sue sfumature. Fra le undici tracce brillano alcuni balzi melodici, come quello tra la lunare «Not as we», o la struggente «Torch», e la potente «Citizen of the planet», che apre il disco. Il sigillo di qualità lo ha messo il produttore di elettronica inglese Guy Sigworth, noto per avere lavorato anche con Bjork e che ha scritto l'album insieme alla Morissette. Che non ha messo da parte l'attivismo di un tempo: in «Versions of violence» parla di un lato «più insidioso e spesso trascurato della violenza, quello emotivo e privato».Alanis Morissette sarà domenica all'Heineken Jammin' Festival, a Venezia.


STATUTO  Gli Statuto sono stati i primi a portare lo ska nel nostro paese e continuano da 25 anni a tener fede alla loro impronta musicale. In controtendenza rispetto a quanto succede nel mondo della musica, e volendo mantenere vivo un supporto oggi in via d’estinzione, hanno anticipato l'uscita dell’antologia «Elegantemente rudi» pubblicando in vinile un estratto di quindici brani. Il doppio cd «Elegantemente rudi» (SonyBmg) festeggia i 25 anni di carriera del gruppo e contiene quaranta tra le canzoni più importanti degli Statuto e l'inedito «Qualcuna da mare». Sempre in perfetto stile mod, gli Statuto hanno percorso le strade di mezza Europa con le loro Vespe e Lambrette, eleganti ed effervescenti su qualsiasi palco, da quello di Sanremo al concerto per i licenziati della Lancia/Fiat di Chivasso, dal Festivalbar al Leonkavallo, dal Cantagiro al concerto in Plaza de la Revoluciòn, all’Avana, a Cuba, davanti a 200 mila persone. L'impegno sociale è stato sempre un loro punto fermo. Che li ha portati a scrivere «Ragazzo ultrà», brano riconosciuto come canzone ufficiale di tutte le curve degli stadi italiani e l’inno per la loro squadra del cuore, il Torino.

domenica 15 giugno 2008

CAMMARIERE 2


TRIESTE Gli elementi della natura tanto amati da Sergio Cammariere («il mio destino passa dal mare...») si sono messi ieri di traverso, per l’atteso debutto triestino del cantautore e musicista calabrese. Altro che metà giugno. Giornata e serata autunnale, con conseguente trasferimento dell’apertura del Festival Teatri a Teatro dalla sede originariamente prevista, il fascinoso Teatro Romano dove ogni pietra odora di storia, alla meno nobile ma più confortevole (e soprattutto al coperto) sede del vecchio Teatro Cristallo, da poco intitolato al ricordo del compianto Orazio Bobbio.

Ma il garbato Cammariere ci mette pochi minuti, per ricreare l’atmosfera giusta. Il tempo di sedersi al pianoforte, sussurrare due versi omerici davanti al microfono, buttar lì due accordi. <CF>Ed ecco che suggestioni, suoni e colori del suo mondo musicale diventano realtà. Una realtà fatta di bellezza, memoria, sobrietà. Una realtà in grado di scacciare, nella magia di una sola serata, tutto quel che non amiamo dei nostri malandati tempi moderni: dalla fretta al frastuono, dalla maleducazione alla superficialità, dalla cialtroneria al gusto per l’orrido.

Il pianista-crooner parte con «Spiagge lontane», dall’album «Sul sentiero», uscito nel 2004: il primo dopo il successo sanremese che l’anno prima ha concluso, a quarantatre anni, una gavetta che a quel punto sembrava non dovesse finir mai. Anche perchè in quei casi il pensiero va sempre a quel detto che ammonisce: quando una gavetta è troppo lunga, rischia di diventare un onorevole fallimento.

Per fortuna non è stato il caso del nostro, che ora si gode, tutto in una volta, un meritato successo di critica e di pubblico. Sorride quasi compiaciuto degli applausi che gli piovono addosso. Allarga le braccia, solleva gli occhi al cielo. Forse non gli sembra ancora vero, dopo tanti anni di attesa. Prosegue con «Sorella mia» e «Le porte del sogno», dall’album «Dalla pace del mare lontano», poi il caldo della sala lo convince ad abbandonare la giacca e restare in panciotto.

Ma la sezione ritmica (Amedeo Ariano alla batteria, Bruno Marcozzi alle percussioni, Luca Bulgarelli al contrabbasso) che lo ha accompagnato finora non basta più. Introduce il primo dei due solisti che si alterneranno, e a tratti suoneranno assieme, nel corso della serata: il violinista albanese Olen Cesari. Duettano assieme nel brano «Sul sentiero». E poi più avanti, persino in un giochino col pubblico (della serie: voi lanciate due note, noi continuiamo...), che da uno come Cammariere magari non ti aspetteresti.

Per far entrare l’altro solista, il trombettista Fabrizio Bosso, bisogna attendere quella suadente bossanova che è «L’amore non si spiega», Sanremo di quest’anno. Altri versi di Omero, sapore di Magna Grecia, di quella Crotone (che ritorna nella strumentale «Capocolonna») e di quella Calabria dove stanno le radici, le origini dell’artista. Che incassa anche un «Sergio, grazie di esistere...!» gridato dalle prime file.

A questo punto il nostro ci ha preso gusto. E dà il meglio di sé mischiando come forse solo lui sa fare in Italia sonorità jazz e canzone d'autore, tentazioni blues e sapori di bossanova. Il violino di Cesari aggiunge echi balcanici. La coesione della band fa il resto.

Tocca ad altri brani, che il caldo pubblico triestino (con l’aggiunta di un drappello di fan irriducibili, arrivati da «ogniddove», che seguono il loro idolo in tutte le tappe del tour) riconosce e apprezza: «Per ricordarmi di te», «Tempo perduto», «Cambiamenti del mondo»...

Ma è con «Dalla pace del mare lontano» che la serata tocca forse il suo punto più alto. Introdotta dai versi del filosofo e poeta goriziano Carlo Michelstaedter («I figli del mare»), suicida a ventitre anni, nel 1910, che l’hanno ispirata, la canzone comincia in un’atmosfera fra sogno e mito, leggenda e presenze oniriche, e poi finisce in una sorta di danza pagana, con tanto di assolo di batteria e percussioni.

E a quel punto «Tutto quello che un uomo», il brano portato a Sanremo nel 2003, terzo posto in classifica e Premio della critica, si trova dinanzi la strada spianata verso l’esito trionfale della serata, completato dalla verve di «Cantautore piccolino», dall’omaggio a Sergio Endrigo e da altri brani ancora.

Dopo l’anteprima triestina, il viaggio musicale di Sergio Cammariere prosegue nel tour estivo (debutto il 12 luglio a Cattolica), portando le sue suggestioni, i colori, le voci, i suoni, i ricordi in giro per l’Italia.

10.000...!