giovedì 28 agosto 2008

BAUSTELLE


I Baustelle aprono stasera a Pavia di Udine la 44.a edizione della «Sagre dai Pirus». Con «Amen», il loro quarto album, uscito quest’inverno, il trio di Montepulciano ha firmato uno dei migliori dischi italiani del 2008. Un album finito anche il classifica, in bilico fra pop e canzone d'autore, fra cultura alta e popolare, fra cronaca e citazioni letterarie e cinematografiche, senza dimenticare qualche dichiarazione d'amore per l'elettronica e la new wave.

«La musica pop spesso ha un solo strato - dice il cantante Francesco Bianconi, autore dei brani del gruppo -: facile, lineare, con le melodie orecchiabile. Cose che vanno bene, che piacciono anche a noi. Ma amiamo anche la contaminazione, la possibilità di creare diversi livelli di lettura. Ecco, noi vogliamo fare la musica pop che non si sente in giro».

Lo sa che il liberismo non ha i giorni contati?

«L’ho sempre saputo... Ma anche quel brano («Il liberismo ha i giorni contati», dall’ultimo album - ndr) nasce dalla constatazione della realtà. Da ricordi anche personali, di quando sono stato precario, o disoccupato, e vagavo per Milano guardando la civiltà ricca, tutta lustrini, sperando magari che si autodistruggesse, come spera la protagonista della canzone».

Il cui video ora andate a girare a Berlino.

«Sì, lì terremo anche un concerto, il primo di un piccolo tour tedesco, con una tappa anche a Vienna. Berlino oggi è una città emblematica, c’è un gran fermento, non solo nella musica. Conosco molti che sono andati a viverci, chissà, forse per coltivare l’ultimo sogno, l’ultima speranza, o forse l’illusione. Faremo un sondaggio sulla felicità dei berlinesi...».

Lei faceva il giornalista.

«Sì, dopo l’università ho risposto a un annuncio: a Milano cercavano un redattore per una rivista di giardinaggio. Poi ho lavorato anche per una rivista di vini e gastronomia. E poi mi sono licenziato, diventando un precario della musica».

Montepulciano com’è?

«Un paesotto, dove se vuoi fare musica sul serio, ti guardano come una pecora nera. Ma veniamo tutti e tre da lì: io vivo a Milano da diversi anni, Rachele Bastreghi si è trasferita da poco, Claudio Brasini è rimasto a vivere lì».

Per certe canzoni vi accusano di cinismo.

"Le critiche mi rimbalzano addosso e i moralismi lasciano il tempo che trovano. Io mi identifico nei sedicenni come Charlie (il brano è «Charlie fa surf» - ndr), che prendono pasticche e minacciano ”vi spacco il culo”. Anche se ho molti anni di più».

Ragazzini che sono il segno di che cosa?

«Forse di un mondo che non ha speranza, ma fa finta di non saperlo. Inutile mettersi il paraocchi davanti al fatto che fra i ragazzini c’è un uso della droga fine a se stesso, per lo sballo e il divertimento in quanto tali. È un segnale preoccupante, che fa parte di questa organizzazione sociale...».

La rassegna prosegue domani con la Formula 3, venerdì 5 settembre con Giuliano Palma e sabato 6 settembre con gli Homo Sapiens (inizio ore 21.30, ingresso gratuito).

RON 2


Da una parte la Risiera di San Sabba, dall’altra un supermercato, davanti la bretella della superstrada e i grigi palazzoni di Valmaura. Ma Ron ci ha messo pochi minuti, ieri sera, davanti a un paio di migliaia di persone in piedi, per creare la magia necessaria. La magia senza tempo della grande canzone d’autore.

Ventuno e quaranta. Si presenta sul palco da solo, chitarra a tracolla. Sospesa alle sue spalle una grande luna, che a tratti diventerà schermo per tante immagini. Attacca così: «Il gigante e la bambina, sotto il sole contro il vento, in un giorno senza tempo...». E bastano pochi versi vecchi di tanti anni (trentasette) per ricordarci che si può far poesia partendo anche da temi scabrosi. E sopravvivere agli anni, ai decenni, alle mode, a tutto.

Ron sceglie di cominciare da lì, da quando era ancora e soltanto Rosalino Cellamare. Un ragazzino nato e cresciuto a Garlasco, provincia di Pavia, padre pugliese e un fratello pianista che gli aveva trasmesso l’amore per la musica. Un ragazzino che a sedici anni, nel ’70, si trovò a debuttare a Sanremo cantando con Nada «Pa’ diglielo a ma’». E che l’anno dopo portò al Disco per l’estate quella canzone di Paola Pallottino e Lucio Dalla che parlava dell’amore proibito fra «un gigante e una bambina».

Ma quell’esordio col botto celava un rovescio della medaglia. Gli anni Settanta, con gli eccessi e la politicizzazione anche della musica, relegarono il biondino in seconda linea. Lui che voleva solo cantare i sentimenti, le storie delle persone, le speranze, lasciando perdere politica e impegno e sociale a tutti i costi.

Per riguadagnare un posto sotto i riflettori Rosalino dovette diventare Ron: chiedere ospitalità agli amici Dalla e De Gregori nel tour del ’79 «Banana Republic», nel quale cantò «I ragazzi italiani». Per poi l’anno dopo esplodere finalmente con «Una città per cantare» - il secondo brano presentato ieri sera, con i componenti della band che prendevano via via il loro posto -, versione italiana di «The road» dell’americano Danny O’Keefe, nota soprattutto per la versione di Jackson Browne, bella e attuale oggi come allora.

Con questi due assi calati subito, all’inizio, il concerto decolla facilmente. Grazie a un sapiente alternarsi di cose vecchie e nuove: «Le foglie e il vento» e «Occhi», «Vorrei incontrarti fra cent’anni» (prima a Sanremo ’96) e «Ladri» («Siamo ladri di carezze, lupi a caccia di anime...», dall’ultimo album). Ma soprattutto grazie a un medley acustico che spara cartucce intitolate «Occhi di ragazza» (bocciata a Sanremo, poi portata al successo da Morandi) e «Al centro della musica», «Sei volata via» e «Piazza grande» (scritta con e per Dalla, Sanremo ’71), «Cosa sarà» e «Attenti al lupo» (altre hit affidate al Lucio nazionale).

Ecco, davanti a canzoni di questa bellezza, che hanno punteggiato una carriera che fra un paio d’anni potremo dire quarantennale (...!), l’unico dubbio che rimane riguarda il successo toccato finora in sorta a Ron, che è stato grande ma mai grandissimo. Sempre un gradino più in basso dei numeri uno, sempre leggermente defilato, come fra l’altro è nelle corde di questo sensibile artista.

A Trieste - con Andrea Pistilli e Alessandro Giampieri alle chitarre, Fabio Ganci alle tastiere, Diego Buonanno al basso, Ivan Messere alla batteria e la corista Piera Pizzi, notevole nel duetto di ”Ma quando dici amore” - Ron ha chiuso la partita pescando altre perle dal suo ricco canzoniere: da «Canzone dell’acqua» a «Joe temerario» (una delle sue canzoni più belle), da «Anima» a «Non abbiam bisogno di parole». Senza dimenticare «Quando sarò capace di amare», la toccante canzone di Giorgio Gaber riletta nel nuovo album, al quale dà anche il titolo.

Il concerto a Valmaura rientrava in un progetto di riqualificazione delle periferie urbane. Prima dell’inizio è stato proiettato un video sull’argomento. Fra una canzone e l’altra, Ron trova il tempo per elogiare l’iniziativa, per raccontare e raccontarsi, per ricordare gli esordi ormai lontani e le precedenti volte a Trieste (”non dimenticherò mai quella volta in mezzo al mare, su una chiatta davanti a piazza Unità...”), per parlare della nonna, persino per sensibilizzare il pubblico sui problemi della malattia e della carenza d’acqua nel mondo. Perchè in fondo non è sempre vero che ”sono solo canzonette”. Per fortuna.

Per Ron, accoglienza affettuosa del pubblico triestino. Alla fine vari bis, fra cui una sognante «Anima» di nuovo solo chitarra e voce.

martedì 26 agosto 2008

GIANNA NANNINI


«Quello che porto a Villa Manin è un concerto incentrato soprattutto sulla voce e fortemente caratterizzato dall'uso di tre chitarre, basso e batteria. Lo spazio all’aperto ci regala la possibilità di farci sentire meglio rispetto all'acustica dei palasport, quindi sto approfittando dell'estate per coinvolgere l'orecchio e l'occhio dello spettatore verso una musica da vedere...».

Parla Gianna Nannini, che mercoledì 3 settembre alle 21.30 presenta il suo nuovo spettacolo a Villa Manin di Passariano, che fra l’altro conclude così la sua stagione estiva 2008, quest’anno caratterizzata soprattutto dai concerti di Mark Knopfler e dei Rem (rispettivamente a giugno e a luglio), prima di dar spazio alla grande musica italiana, un mese fa con Antonello Venditti e ora con la rocker toscana.

Che da parte sua è reduce dall’ennesimo grande successo in terra di Germania: 75 mila persone a Monaco, 55 mila ad Amburgo ai concerti di Bon Jovi ai quali la Nannini ha partecipato in qualità di «special guest». Del resto in terra tedesca Gianna è da sempre molto popolare, e anche la sua recente antologia «GiannaBest» è stata accolta molto bene da quel pubblico.

«Per fare dei dischi belli - spiega la Nannini - ci vogliono anni, e molta sperimentazione: bisogna prendersi molti rischi e avere il coraggio di ripartire sempre da zero, mettersi in discussione e diventare consapevoli della propria vocalità per arrivare a fare della buona musica, senza filtri nè mode da seguire...».

Mode che peraltro la cantante e musicista senese in tanti anni non ha mai seguito. Dritta per la sua strada, cominciata discograficamente quando aveva soltanto vent’anni, nel ’76, con quell’album d’esordio che portava soltanto il suo nome e cognome, seguito l’anno successivo da «Una radura». Il successo arrivò quasi subito, con il terzo album, «California», uscito nel ’79. Il rock e la melodia, la melodia e il rock sono sempre stati la sua cifra stilistica. Anche se...

«Il rock - dice oggi la Nannini - è una parola che ultimamente mi è venuta un po’ a noia: viene indossata da chiunque, come fosse un vestito alla moda o fuori moda. Io seguo quello di cui ha bisogno la mia voce, a volte il silenzio fa più rumore del rock. E per prepararmi a un concerto alleno lo spirito. Sapendo che il filo conduttore di ogni concerto sta nel labirinto dei testi: l'emozione è il mio personale filo di Arianna...».

A Villa Manin, per il concerto dell’artista senese sono attesi molti fan anche da oltreconfine (Slovenia, Croazia, Austria, Germania), vista la grande fama acquisita all'estero in trent’anni di carriera, che è stata sin da subito una grande carriera anche internazionale.

La produzione del concerto è di Cose di Musica, la regia di Pepi Morgia. La band è composta da Thomas Lang alla batteria, Hans Maahn al basso, Stephan Ebn alle tastiere e percussioni, Giacomo Castellano, Davide Ferrario e Davide Tagliapietra alle chitarre.

Il tour di Gianna Nannini, che ha già trionfato in primavera nei palasport (120 mila spettatori in diacissette date, fra marzo e aprile), ha debuttato a metà agosto a Montecarlo e si concluderà il 18 settembre a Firenze, al Nelson Mandela Forum. Dopo aver toccato anfiteatri, piazze storiche e siti archelogici.

«A Villa Manin - conclude Gianna Nannini - propongo uno spettacolo che attinge molto dal repertorio dei miei due ultimi cd, ”Grazie” e ”GiannaBest”, ma ci saranno anche altre mie canzoni mai sentite prima nei miei spettacoli. Sono convinta che quel che più conta è non ripetersi mai, cercando di sorprendere se stessi e chi viene a vederci. L'obiettivo è vibrare forte tutti assieme...».

In scaletta ci saranno trent'anni di successi in due ore di spettacolo: da «Fotoromanza» a «Sei nell'anima», da «Profumo» a «I maschi», da «Bello e impossibile» a «Possiamo sempre», da «Io» a «Latin Lover». E ancora «Notti senza cuore» e «America», fino a quella «Meravigliosa creatura» rilanciata alla grande da una pubblicità televisiva. Biglietti ancora disponibili nelle prevendite Azalea Promotion e nei circuiti internet Ticket One (www.ticketone.it) e Biglietto.it (www.biglietto.it).

lunedì 25 agosto 2008

MAX PEZZALI


Restare sempre legati alle proprie origini, raccontare i luoghi e le persone che si conoscono meglio, non rinnegare mai le proprie radici. È questa la ricetta di Max Pezzali - che giovedì alle 21.30 canta all’Arena Alpe Adria di Lignano Sabbiadoro - per sopravvivere alla globalizzazione e all’omologazione imperanti. Capaci di trasformarci prima o poi in tanti automi senz’anima.

Prima come 883 (all’inizio sigla del duo con Mauro Repetto, mantenuta per un periodo anche dopo l’uscita dalla ditta del socio) e poi da solista, Pezzali racconta sin dall’album di debutto («Hanno ucciso l’uomo ragno», ’92) la vita dei ragazzi di provincia. I sogni, le inquietudini, le aspettative, i miti, le delusioni adolescenziali.

«Sì, mi hanno un po’ dipinto come il cantore della provincia, e devo dire che la cosa non mi ha mai dato fastidio. Neanche ora che vivo a Roma. Penso che ognuno sia espressione della sua terra, delle sue origini. Che vanno salvaguardate e valorizzate per sopravvivere all’omologazione imperante».

E la provincia italiana si somiglia un po’ tutta...

«È vero. Eccetto Roma e Milano, uniche vere realtà metropolitane, l’Italia è tutta provincia. A Nord come a Sud. L’errore che si fa spesso, soprattutto da parte dei media, è raccontare il Paese partendo dall’osservatorio di quelle che sono di fatto le sue due capitali».

Dai bar della sua Pavia cosa vedeva?

«Ragazze e ragazzi un po’ tutti uguali, malati di un certo senso di perenne inadeguatezza davanti ai modelli televisivi. Sempre in attesa di un qualcosa che non arriva mai, in una sorta di eterna Fortezza Bastiani...».

È il Nord dove è nata la Lega...

«La Lega ha saputo intercettare e interpretare le paure e le istanze della gente del Nord. È forse l’unico partito che oggi ha un radicamento sul territorio, e le sue parole d’ordine contro lo Stato centralista evidentemente continuano a funzionare».

La soluzione è chiudersi?

«Non direi. In questi anni sono arrivati l’Europa, l’euro, una forte immigrazione. Ma la risposta non può stare nel chiudersi, nell’alzare muri e barricate. Anche se è vero che il problema della sicurezza è reale. E andrebbe risolto. Anche se...».

Prosegua.

«Gli anni Settanta che ricordo a Pavia, come in tante altre città, erano quelli del terrorismo e dei tossici. Questo per dire che l’età dell’oro non è mai esistita. Certo, c’è la criminalità dell’Est, ma non può essere solo quello il problema».

Parliamo di musica. Un «live» le mancava...

«Sì, in sedici anni di carriera non l’avevo mai fatto. Avevo voglia di fissare su disco questa mia fase musicale. L’album racchiude anni di tournèe ed è stata anche l’occasione per reinterpretare i miei vecchi brani, da ”Hanno ucciso l’uomo ragno” a ”Come mai”...».

Perchè ha continuato a usare la sigla 883 anche quand’era rimasto solo?

«Perchè alla vecchia sigla che avevo rubato all’Harley Davidson ero rimasto legato, anche dopo la fine del duo. E anche perchè mi piaceva sempre pensare di far parte di un gruppo, con i miei nuovi musicisti. Piacere che comunque non ho abbandonato nemmeno ora, che mi presento con nome e cognome».

Il suo vecchio socio che fine ha fatto?

«Con Mauro Repetto avevamo cominciato sui banchi di scuola. Poi, dopo il successo, lui non si ritrovava in questo mestiere e ha deciso di mollare. Dopo un periodo a Los Angeles, dove ha fatto delle cose nel cinema, ora vive da diversi anni a Parigi ma non si occupa più di spettacolo».

A Lignano cosa canta?

«Tutto. Dai vecchi successi alle cose nuove. Forse anche qualcosa che metterò nel prossimo disco, che uscirà l’anno prossimo».

domenica 24 agosto 2008

RON


Difendere la canzone d’autore, salvaguardare la musica di qualità. Ron torna mercoledì a Trieste (piazzale dello Stadio Rocco, a Valmaura, inizio 21.30), con questo chiodo fisso che lo accompagna da tempo. Anche in questo tour estivo ormai giunto quasi alla conclusione. «Mi sono convinto - spiega Rosalino Cellamare, classe ’54, per tutti da tanti anni semplicemente Ron - che non c’è più rispetto per la musica. Guardi la televisione: tutto deve far parte del gioco. E la discografia, sempre più debole, va al traino. Ormai investe solo su personaggi che vengono fuori dall’ultimo ”X Factor” di turno...».

Non è che i cantautori storici perdono colpi...?

«Non credo. È che si è imposta una cultura della mancanza, del non sapere nemmeno che cosa succede anche nel mondo della musica. Siamo praticamente tagliati fuori dai maggiori network radiofonici. I nostri dischi non vengono trasmessi. E i media...».

Prosegua.

«Le faccio un esempio. Garlasco è il paese dove sono cresciuto e dove continuo a vivere. È da un anno, da quando c’è stato l’omicidio di quella povera ragazza, che tutti i giornali, dal Corriere in giù, mi chiedono un’intervista, una dichiarazione, un parere sull’argomento. Se avessi detto la mia, se mi fossi aggiunto al coro dei tuttologi, degli innocentisti e dei colpevolisti, avrei avuto la mia brava mezza pagina. Preferisco accontentarmi del trafiletto quando esce il mio disco nuovo».

Che fra l’altro sono due, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro: paura di inflazionarsi?

«Assolutamente no, per i motivi appena detti. È un momento difficile per la discografia. Poi si tratta di due dischi molto diversi. Quello dal vivo con l’Orchestra Toscana Jazz è una raccolta di successi riarrangiati con una canzone nuova...».

«La canzone dell’acqua»...

"Sì, con testo di Renzo Zenobi e musica mia. Parlo dell’acqua come di un elemento di vitale importanza. L’acqua è un diritto per tutti, soprattutto per chi non ce l’ha. Sento molto questo problema».

L’altro disco?

«È il vero disco nuovo, con le canzoni che ho scritto negli ultimi tempi. S’intitola ”Quando sarò capace d’amare”, come la canzone di Giorgio Gaber, pubblicata ne “La mia generazione ha perso” del 2001, che ho inserito nell’album».

Ha sempre amato Gaber?

«L’ho visto per la prima volta in concerto al mio paese che avrò avuto dodici anni. Rimasi fulminato dalla sua grande forza interpretativa. Ma poi nel corso degli anni l’avevo un po’ perso. Per riscoprirlo recentemente, grazie a sua figlia Dalia».

Racconti.

«Nel 2004 sono stato invitato alla prima edizione del festival dedicato a Gaber, a Viareggio. Dalia mi fece leggere alcune cose di suo padre, io fui colpito da quel brano. L’ho sentito particolarmente mio e l’ho cantato da solo, al pianoforte, davanti a una platea di ”gaberiani doc”. E devo dire che fui accolto molto bene. Da lì nacque l’idea del disco».

Un disco, lei ha detto, sulla mancanza d’amore.

«Sì, penso sia questo il punto. Canto ”siamo ladri di carezze” e mi riferisco proprio al fatto di quanto oggi sia difficile avere un contatto vero, diretto, sincero. Questo vale per tutti i rapporti fra le persone. Ognuno sta sulle sue, alza muri, non c’è dialogo né disponibilità al confronto».

Lei ha vissuto quattro decenni da protagonista. Cosa ricorda del debutto?

«Alla fine degli anni Sessanta ero un ragazzino, c’erano questi concorsi di voci nuove, la discografia era affamata di nuovi talenti. Ricordo un giorno a scuola: il preside mi chiamò per dirmi che mia madre voleva farmi sapere che c’era un manager interessato a me per Sanremo...».

Dove lei debuttò nel ’70.

«Decennio per me strano. Inizio col botto, ”Pa’ diglielo a ma’” e ”Il gigante e la bambina”, successo immediato. Poi il buio. Nascevano i cantautori e io non scrivevo testi. Ero tagliato fuori. Venivo da Sanremo e dal Disco per l’estate, dunque per il pubblico la mia era musica commerciale. Bisognava scrivere solo sul sociale, io non ero d’accordo. Ricordo i fischi a un concerto per il Cile, nel ’73».

La svolta?

«Musicai una poesia di Neruda, ”I morti della piazza”. E poi partecipai al tour Banana Republic di Dalla e De Gregori, nel ’79. Cantavo ”I ragazzi italiani”, scritta a sei mani con loro due».

Intanto era diventato Ron...

«Sì, e non ero più un ragazzino. Dopo il tour Dalla e De Gregori mi dissero che dovevo camminare con le mia gambe. Lo feci. E arrivò il successo, con ”Una città per cantare”, cover di un successo di Jackson Browne. Era la mia storia, la storia di chi fa questo mestiere».

Siamo negli anni Ottanta.

«Quelli in cui divento autore di testi, ”Joe temerario” e tutte le altre. Fra cui ”Il mondo avrà una grande anima”, ispirata al ragazzo che era atterrato sulla Piazza Rossa a Mosca, portata senza successo a Sanremo ’88».

Per vincere dovrà attendere il ’96.

«Gli anni Novanta sono stati quelli del cambio di casa discografica, di ”Attenti al lupo”, della vittoria a Sanremo con ”Vorrei incontrarti fra cent’anni”, cantata in coppia con Tosca. Fu come la conclusione di un percorso, visto che tutto era cominciato da lì».

Siamo ai giorni nostri.

«Gli anni attuali, come dicevo all’inizio, sono quelli del crollo della canzone d’autore. Ma io non dispero, non mollo. Punto ancor più sui concerti, sul contatto diretto con le persone, che è sempre più importante».

Sa che il concerto triestino è inserito in un progetto sulla riqualificazione delle periferie?

«Non lo sapevo. Mi fa piacere. Penso sia importante vivere le città nella loro interezza, non soltanto i centri storici ma anche le periferie, che se non vengono vissute rischiano di essere abbandonate al degrado».

Cosa ricorda di Trieste?

«È una città dove torno sempre volentieri. Vi ho cantato anche pochi anni fa, sulle Rive, vicino al mare. Ricordo quella volta che mi misero a suonare su una zattera, ancorata davanti a piazza Unità (luglio 2000, a conclusione del Beach City Volley - ndr). Una sensazione davvero particolare».

Stavolta cosa canta?

«Le vecchie e le nuove, da ”Piazza grande” a ”Quando sarò capace di amare”. Ma non ci saranno solo canzoni: fra un brano e l’altro inserirò anche brevi monologhi, piccole cose segrete anche della mia vita privata. Più che un concerto è un recital».


 

mercoledì 20 agosto 2008

TOUR


L’estate sta finendo, cantavano i Righeira e si comincia a dire dopo Ferragosto, anche se non sempre è vero. E non è vero neanche per la musica, che spara nell’ultimo scorcio di stagione gli ultimi botti. Vediamo allora di fare il punto della situazione, almeno per quanto riguarda gli appuntamenti della nostra zona.

Mercoledì 27 agosto, ritorna a Trieste Ron, per un concerto nel piazzale del parcheggio dello Stadio Rocco, che conclude il cartellone di SerEstate. Occasione per risentire i classici e apprezzare le nuove canzoni di un cantautore di razza, che manca da Trieste da qualche anno. I due ultimi dischi sono «Rosalino Cellamare - Ron - In concerto», uscito nell’autunno scorso e registrato dal vivo con l'Orchestra Toscana Jazz, e «Quando sarò capace d'amare», album di inediti (scritti con Neffa, Renzo Zenobi, Kaballà e suonati con Lucio Dalla e Alex Britti) che prende il titolo da una canzone di Giorgio Gaber del ’94, uscito quattro mesi fa.

Giovedì 28 agosto, un’altra conclusione di stagione all’Arena Alpe Adria di Lignano Sabbiadoro: di scena Max Pezzali. L’ex 883 ha appena pubblicato un album registrato dal vivo, «Max Pezzali Live 2008», che ha colmato una lacuna all’interno di una discografia - prima in duo, poi da solista - ormai molto ricca. Dal vivo: «La regola dell’amico» e «Come mai», «La dura legge del gol» e «Nord Sud Ovest Est», «Gli anni» e «Sei un mito»...

Discorso a parte per la 44.a edizione della «Sagre dai Pirus», che da tanti anni ha il merito di proporre a Pavia di Udine spettacoli musicali di qualità - e a ingresso gratuito - con un occhio attento anche alle nuove tendenze espresse dalla scena italiana. Quest’anno il menù è il seguente: Baustelle venerdì 29 agosto, Formula 3 sabato 30 agosto (concerto sicuramente dedicato al ricordo di Lucio Battisti, pochi giorni prima del decennale della sua scomparsa), Giuliano Palma venerdì 5 settembre e gli Homo Sapiens sabato 6 settembre.

E se la rassegna friulana permette al pubblico regionale di rivedere dal vivo i grandissimi Baustelle di Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi (che con «Amen» hanno forse firmato il miglior disco italiano dell’anno), c’è un altro appuntamento che va messo in calendario per chi è attento alle nuove tendenze di casa nostra. Domenica 31 agosto, allo Shagoo Shagoo Festival di Palmanova, è infatti di scena Vasco Brondi, il ventiquattrenne ferrarese che si nasconde dietro lo pseudonimo Le luci della centrale elettrica, già visto un paio di volte nel vitalissimo circuito off triestino. Brondi - genuino, visionario e ancora arrabbiato al punto giusto - ha firmato un esordio da applauso con il disco «Canzoni da spiaggia deturpata» ed è la miglior novità dell’anno. Non ci credete? Andate a sentirlo su www.myspace.com/lelucidellacentraleelettrica, poi ne riparliamo...

Torniamo ai soliti noti. Mercoledì 3 settembre, a Villa Manin di Passariano, fa tappa la tournèe di Gianna Nannini. Venerdì 12 settembre, allo Stadio Friuli di Udine, dopo tanti tira e molla, finalmente di nuovo Vasco Rossi: che con le sue 30/40 mila presenze sarà ancora una volta il concerto più affollato dell’anno in regione.

Trieste. Novità di fine stagione anche sul fronte delle rassegne, che hanno già sorretto come hanno potuto l’estate musicale cittadina con TriesteLovesJazz, Trieste Summer Rock Festival e Stradasuona nella nuova location musicale in riva al mare dell’Ausonia. Ecco allora la seconda edizione del Festival Muggia Jazz, ideato e organizzato dal bluesman triestino Stefano Franco, che propone il 6 e 7 settembre, in piazza Marconi a Muggia (in caso di maltempo al Teatro Verdi), star italiane e straniere del genere afroamericano: da Gianni Basso a Dado Moroni, da Dino Piana ad Alvin Queen, da Darryl Hall ad Andy J. Forest, da Lluis Coloma a James Thompson.

Ma c’è anche la terza edizione di Electroblog, che risponde dal 18 al 20 settembre, al Molo Quinto del Porto Vecchio e al Bagno Ausonia, con gli inglesi The Orb, l’inglese Benga e lo statunitense di Detroit Carl Craig, considerato dagli appassionati il Miles Davis dell'elettronica.

lunedì 18 agosto 2008

"...e cosa diremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero...?"


LA LOTTA ARMATA AL BAR,


VASCO BRONDI (alias LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA)


(ovvero: la miglior cosa italiana del 2008 assieme ai BAUSTELLE...)


...le luci della centrale elettrica illuminano le periferie delle città. si vedono dalle tangenziali, dalle strade provinciali, dalle nostre finestre a contemplare il panorama delle case popolari tutte uguali. con la scritta COOP rossa che svetta e i camion dei netturbini che investono i nottambuli e passano a pulire quel poco di sporco e di disturbo che siamo riusciti a provocare. canzoni senza stelle, con costellazioni di macchie di sperma sui tuoi vestiti neri, che strillano di carceri speciali e di lavori rari. Siano scivoli per te le occhiaia dei pendolari e le merde dei cani. Portami a bere dalle pozzanghere. a subaffittare i pezzi dei vecchi cantautori, di De Andrè che stava seduto per cantare, ubriaco fradicio, e dei gruppi punk dei primi anni ottanta che si fabbricavano vestiti adatti per combattere le loro guerre stellari. E non si pettinavano abbastanza per vederti. Con canzoni contagiate, siringhe male disinfettate, canzoni con l'epatite e occhi di criptonite. Assaltatori dei cieli e tuffatori dai grattacieli. io e te tre metri sotto terra. Incitamenti a resistere spudoratamente e tanta santa impazienza. ci piscino pure addosso gli angeli e i conoscenti morti negli incidenti stradali. Proteggimi dai lacrimogeni. e proteggimi le sopracciglia...


...a parigi dici che non volano mosche benedirci in chiese chiuse e in farmacie compiacenti sposarci con i cerotti usati in passeggiate su spiagge deturpate le piazze sono vuote le piazze sono mute per combattere l'acne sono tutti in ferie maratone sulle tue arterie sulle diramazioni autostradali sui lavori in corso solo per farti venire e invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare le notti inutili e le madri che parlano con i ventilatori negli inceneritori le schede elettorali e i tuoi capelli che sono fili scoperti costruiremo delle molotov coi vostri avanzi faremo dei rave sull'enterprise farò rifare l'asfalto per quando tornerai siamo l'esercito del SERT siamo l'esercito del SERT siamo l'esercito del SERT siamo l'esercito del SERT e i tuoi capelli che sono fili scoperti che sono nastro isolante che sono fili scoperti...


vedi:  http://www.youtube.com/watch?v=IUAqZzO7EkU&feature=related