intervento contro legge bavaglio di Carlo Muscatello (Assostampa Fvg) a comizio finale sciopero generale e corteo Cgil, Trieste, piazza Unità
25 giugno 2010
http://videos.onepakistan.com/pktube/video/9WGmfj1kfBw/Sciopero-CGIL-manifestazione-Regionale-a-Trieste-1°-Parte.html
...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
giovedì 19 agosto 2010
mercoledì 11 agosto 2010
MORCHEEBA / ROY PACI
Ci sono anche due botti musicali niente male, nel ferragosto triestino. Dopo il concertone di Elisa, e ormai archiviate con successo la quarta edizione di TriesteLovesJazz e la settima di Trieste Summer Rock Festival, l’estate musicale cittadina si appresta a ospitare, a distanza di sole ventiquattr’ore l’uno dall’altro, un gruppo protagonista della scena europea e un artista italiano di buon livello. Stiamo parlando dei Morcheeba, che suoneranno domani sera, e di Roy Paci, atteso per sabato (entrambi i concerti in piazza Unità alle 21, entrambi a ingresso libero).
Vediamo allora di conoscere meglio i protagonisti di questa doppietta ferragostana. I Morcheeba nascono nel ’95 dall’incontro fra i fratelli Paul e Ross Godfrey con Skye Edwards, eclettica stilista con la passione per il canto. L’etimo del nome forse metterebbe in imbarazzo la maggioranza di centrodestra comunale, che organizza la rassegna Serestate: pare infatti essere una contrazione di "more cheeba", che in slang londinese significa letteralmente "più marijuana".
Droghette e imbarazzi a parte, la band spazia nei primi dischi fra trip hop, pop, soul ed elettronica, con una spruzzata di atmosfere esotiche. Ricetta che funziona, in Europa ma anche negli Stati Uniti. Il loro brano più famoso è probabilmente ”Rome wasn't built in a day”, che stava nell'album ”Fragments of freedom”, uscito nel 2000.
Dopo cinque anni e cinque album, nel 2005 Skye lascia la band e prova la carriera solista. I fratelli Godfrey la sostituiscono con ben due cantanti: Daisy Martey in sala d’incisione, Jody Sternberg dal vivo. Come spesso accade, la separazione non porta fortuna né agli uni né all’altra. Risultato: proprio quest’anno Skye (protagonista lo scorso autunno di un tour solista che ha toccato anche l’Italia) ritorna nel gruppo. E la reunion è festeggiata con l'album ”Blood like lemonade”, pubblicato due mesi fa e anticipato dal singolo “Even though”, e il tour europeo che ora arriva a Trieste.
Passiamo al sicilianissimo Roy Paci, che sabato porta a Trieste il suo ”Latinista Mundo Tour 2010”, che sta accompagnando la recente uscita dell’album ”Latinista”.
Cantante e trombettista, Paci è nato ad Augusta nel ’69. Comincia con la musica tradizionale siciliana e con il jazz. Negli anni Novanta, i lunghi periodi vissuti in Argentina, Brasile e Senegal arricchiscono le sue influenze musicali. Tornato in Italia sviluppa progetti che si chiamano Rosariosa Acme Project, Qbeta, Hajjaj, Taranta (originale miscela di jazz, musica klezmer e balcanica), ma collabora a lungo anche con i Mau Mau, assieme ai quali partecipa ai più importanti festival etnici europei.
Dimostra il suo eclettismo spaziando fra i reggae degli Africa Unite, lo ska dei Fratelli di Soledad, il rock-folk del Parto delle nuvole pesanti, la musica etnica di Lou Dalfin, persino il jazz-core con gli Zu e la dance dei Radio Trance, che poi altro non è se non l’ennesima idea assieme ai vecchi amici Mau Mau. Con i quali realizza il progetto forse più particolare: la Banda Ionica, che riprende le marce funebri del nostro Meridione. E il disco ”Matri mia” entra persino nella classifica europea dei dischi di world music.
Dopo aver collaborato, in sala e dal vivo, con Manu Chao, da una decina d’anni il nome di Roy Paci si affianca a quello degli Aretuska, gruppo di giovani talenti siciliani. ”Baciamo le mani” esce nel 2001, poi arrivano ”Tuttapposto”, ”Parola d’onore”, ”Suonoglobal”... Fino al recente ”Latinista”, che non tradisce la ricetta originaria: rock, ska, soul, funk e tanta melodia mediterranea. Ma si avvale anche di ospiti del calibro di Jovanotti (”Bonjour Bahia”), Caparezza (”No stress”), Eugene Hutz dei Gogol Bordello (”Il segreto”). Il suo concerto si annuncia come una grande festa di suoni.
Ci sono anche due botti musicali niente male, nel ferragosto triestino. Dopo il concertone di Elisa, e ormai archiviate con successo la quarta edizione di TriesteLovesJazz e la settima di Trieste Summer Rock Festival, l’estate musicale cittadina si appresta a ospitare, a distanza di sole ventiquattr’ore l’uno dall’altro, un gruppo protagonista della scena europea e un artista italiano di buon livello. Stiamo parlando dei Morcheeba, che suoneranno domani sera, e di Roy Paci, atteso per sabato (entrambi i concerti in piazza Unità alle 21, entrambi a ingresso libero).
Vediamo allora di conoscere meglio i protagonisti di questa doppietta ferragostana. I Morcheeba nascono nel ’95 dall’incontro fra i fratelli Paul e Ross Godfrey con Skye Edwards, eclettica stilista con la passione per il canto. L’etimo del nome forse metterebbe in imbarazzo la maggioranza di centrodestra comunale, che organizza la rassegna Serestate: pare infatti essere una contrazione di "more cheeba", che in slang londinese significa letteralmente "più marijuana".
Droghette e imbarazzi a parte, la band spazia nei primi dischi fra trip hop, pop, soul ed elettronica, con una spruzzata di atmosfere esotiche. Ricetta che funziona, in Europa ma anche negli Stati Uniti. Il loro brano più famoso è probabilmente ”Rome wasn't built in a day”, che stava nell'album ”Fragments of freedom”, uscito nel 2000.
Dopo cinque anni e cinque album, nel 2005 Skye lascia la band e prova la carriera solista. I fratelli Godfrey la sostituiscono con ben due cantanti: Daisy Martey in sala d’incisione, Jody Sternberg dal vivo. Come spesso accade, la separazione non porta fortuna né agli uni né all’altra. Risultato: proprio quest’anno Skye (protagonista lo scorso autunno di un tour solista che ha toccato anche l’Italia) ritorna nel gruppo. E la reunion è festeggiata con l'album ”Blood like lemonade”, pubblicato due mesi fa e anticipato dal singolo “Even though”, e il tour europeo che ora arriva a Trieste.
Passiamo al sicilianissimo Roy Paci, che sabato porta a Trieste il suo ”Latinista Mundo Tour 2010”, che sta accompagnando la recente uscita dell’album ”Latinista”.
Cantante e trombettista, Paci è nato ad Augusta nel ’69. Comincia con la musica tradizionale siciliana e con il jazz. Negli anni Novanta, i lunghi periodi vissuti in Argentina, Brasile e Senegal arricchiscono le sue influenze musicali. Tornato in Italia sviluppa progetti che si chiamano Rosariosa Acme Project, Qbeta, Hajjaj, Taranta (originale miscela di jazz, musica klezmer e balcanica), ma collabora a lungo anche con i Mau Mau, assieme ai quali partecipa ai più importanti festival etnici europei.
Dimostra il suo eclettismo spaziando fra i reggae degli Africa Unite, lo ska dei Fratelli di Soledad, il rock-folk del Parto delle nuvole pesanti, la musica etnica di Lou Dalfin, persino il jazz-core con gli Zu e la dance dei Radio Trance, che poi altro non è se non l’ennesima idea assieme ai vecchi amici Mau Mau. Con i quali realizza il progetto forse più particolare: la Banda Ionica, che riprende le marce funebri del nostro Meridione. E il disco ”Matri mia” entra persino nella classifica europea dei dischi di world music.
Dopo aver collaborato, in sala e dal vivo, con Manu Chao, da una decina d’anni il nome di Roy Paci si affianca a quello degli Aretuska, gruppo di giovani talenti siciliani. ”Baciamo le mani” esce nel 2001, poi arrivano ”Tuttapposto”, ”Parola d’onore”, ”Suonoglobal”... Fino al recente ”Latinista”, che non tradisce la ricetta originaria: rock, ska, soul, funk e tanta melodia mediterranea. Ma si avvale anche di ospiti del calibro di Jovanotti (”Bonjour Bahia”), Caparezza (”No stress”), Eugene Hutz dei Gogol Bordello (”Il segreto”). Il suo concerto si annuncia come una grande festa di suoni.
martedì 3 agosto 2010
MULTATI U2
Rock contro quiete pubblica. Ci risiamo. Gli U2 sono stati multati a Torino dalla polizia municipale per il volume troppo alto emesso dagli amplificatori nelle prove del concerto che venerdì, allo Stadio Olimpico nel capoluogo piemontese, aprirà il tour mondiale di Bono e compagni.
La sanzione per la verità non è ancora stata formalizzata agli organizzatori, ma è praticamente certa dopo che l’altra sera una pattuglia di vigili urbani, muniti di fonometro, ha rilevato valori superiori a quelli consentiti nella fascia oraria successiva alle 22.
Si tratta di un altro capitolo di una questione aperta da anni, che contrappone la possibilità di svolgere grandi spettacoli rock all’aperto e le esigenze della quiete pubblica. Appena un mese fa è stato assolto il promoter italiano di Bruce Springsteen, Claudio Trotta della Barley Arts, accusato di disturbo della quiete pubblica, perché non fermò il concerto del Boss a San Siro il 25 giugno 2008. Quella volta, in ballo c’erano lo sforamento di ventidue minuti (il concerto finì alle 23.52 anzichè alle 23.30, ”a causa” dei bis) rispetto all’orario previsto e il superamento del limite di 78 decibel fissato dai regolamenti.
Il pm aveva chiesto per il promoter la condanna a un mese di reclusione. Il giudice lo ha assolto perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, trasmettendo gli atti all'ufficio Inquinamento acustico del Comune di Milano per eventuali illeciti amministrativi. Con l'assoluzione è caduta anche la richiesta di una quarantina di residenti della zona San Siro che si erano costituiti parte civile chiedendo tremila euro ciascuno di risarcimento.
Dopo quell'avviso di garanzia a Trotta, arrivato a dicembre 2008, nel 2009 lo stadio milanese fu cancellato dalle successive tournèe di diverse rockstar: lo stesso Springsteen, i Coldplay, Madonna, quest’anno gli Ac/Dc, tutti fra l’altro ”dirottati” sullo Stadio Friuli di Udine. Che evidentemente, sorgendo in periferia, crea meno problemi degli impianti milanesi e torinesi.
Il problema comunque rimane aperto, come dimostra ora la multa agli U2. Per quanto riguarda il loro concerto torinese, apre il tour mondiale denominato ”360 gradi 2010”, dopo l'interruzione dovuta a un'ernia del disco che nei mesi scorsi aveva messo Bono fuori combattimento. Molti fan della band irlandese in questi giorni stanno ascoltando le prove fuori dallo stadio, approfittando per l’appunto dell’alto volume del suono.
Secondo il sito Rolling Stone online, gli U2 stanno provando almeno una canzone nuova, della quale ovviamente non si conosce ancora il titolo, ma il cui testo comprende frasi come «some things you can't control» (cose che non puoi controllare) e «some things you have to let go» (cose che puoi lasciar perdere). Sempre basandosi su quanto ”orecchiato” alle prove, nella scaletta del concerto dovrebbero essere comprese ”Hold me, thrill me, kiss me, kill me” (dal film ”Batman forever”), che la band non interpretava più in pubblico dal ’98, e ”Miss Sarajevo”.
Rock contro quiete pubblica. Ci risiamo. Gli U2 sono stati multati a Torino dalla polizia municipale per il volume troppo alto emesso dagli amplificatori nelle prove del concerto che venerdì, allo Stadio Olimpico nel capoluogo piemontese, aprirà il tour mondiale di Bono e compagni.
La sanzione per la verità non è ancora stata formalizzata agli organizzatori, ma è praticamente certa dopo che l’altra sera una pattuglia di vigili urbani, muniti di fonometro, ha rilevato valori superiori a quelli consentiti nella fascia oraria successiva alle 22.
Si tratta di un altro capitolo di una questione aperta da anni, che contrappone la possibilità di svolgere grandi spettacoli rock all’aperto e le esigenze della quiete pubblica. Appena un mese fa è stato assolto il promoter italiano di Bruce Springsteen, Claudio Trotta della Barley Arts, accusato di disturbo della quiete pubblica, perché non fermò il concerto del Boss a San Siro il 25 giugno 2008. Quella volta, in ballo c’erano lo sforamento di ventidue minuti (il concerto finì alle 23.52 anzichè alle 23.30, ”a causa” dei bis) rispetto all’orario previsto e il superamento del limite di 78 decibel fissato dai regolamenti.
Il pm aveva chiesto per il promoter la condanna a un mese di reclusione. Il giudice lo ha assolto perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, trasmettendo gli atti all'ufficio Inquinamento acustico del Comune di Milano per eventuali illeciti amministrativi. Con l'assoluzione è caduta anche la richiesta di una quarantina di residenti della zona San Siro che si erano costituiti parte civile chiedendo tremila euro ciascuno di risarcimento.
Dopo quell'avviso di garanzia a Trotta, arrivato a dicembre 2008, nel 2009 lo stadio milanese fu cancellato dalle successive tournèe di diverse rockstar: lo stesso Springsteen, i Coldplay, Madonna, quest’anno gli Ac/Dc, tutti fra l’altro ”dirottati” sullo Stadio Friuli di Udine. Che evidentemente, sorgendo in periferia, crea meno problemi degli impianti milanesi e torinesi.
Il problema comunque rimane aperto, come dimostra ora la multa agli U2. Per quanto riguarda il loro concerto torinese, apre il tour mondiale denominato ”360 gradi 2010”, dopo l'interruzione dovuta a un'ernia del disco che nei mesi scorsi aveva messo Bono fuori combattimento. Molti fan della band irlandese in questi giorni stanno ascoltando le prove fuori dallo stadio, approfittando per l’appunto dell’alto volume del suono.
Secondo il sito Rolling Stone online, gli U2 stanno provando almeno una canzone nuova, della quale ovviamente non si conosce ancora il titolo, ma il cui testo comprende frasi come «some things you can't control» (cose che non puoi controllare) e «some things you have to let go» (cose che puoi lasciar perdere). Sempre basandosi su quanto ”orecchiato” alle prove, nella scaletta del concerto dovrebbero essere comprese ”Hold me, thrill me, kiss me, kill me” (dal film ”Batman forever”), che la band non interpretava più in pubblico dal ’98, e ”Miss Sarajevo”.
lunedì 2 agosto 2010
STEVE HACKETT LIVE
Da Bach al rock progressive. Passando per blues, jazz, persino world. Potrebbe essere sintetizzato così il concerto che Steve Hackett, ex chitarrista dei Genesis, ha tenuto ieri sera in una piazza Unità affollata come si deve nelle grandi occasioni (l’ingresso gratuito aiuta sempre...), a conclusione del suo tour italiano ma anche della settima edizione del Trieste Summer Rock Festival, organizzato dall’Associazione Musica Libera di Davide Casali.
Ci sono certi artisti, certi gruppi che hanno ”il marchio di fabbrica”. Non sono tanti. Ma sono quelli che quando li ascolti, li riconosci dopo pochi secondi. Stephen Richard Hackett (questo il suo vero nome), sessantenne virtuoso inglese della chitarra classica ed elettrica, è uno di questi signori. Il suono della sua chitarra, i suoi fraseggi, persino gli armonici che certe volte trae dalla tastiera della classica, hanno infatti ”segnato” la musica di uno dei gruppi più importanti della storia del pop/rock inglese, i Genesis. E continuano a essere preziosi. Come il suo stile elegante e sofisticato.
In questo tour Hackett è accompagnato dalla sua nuova Electric Band. Ovvero Roger King alle tastiere, Gary O'Toole alla batteria e alle percussioni, Rob Townsend al sax e al flauto, Nick Beggs (ex Kajagoogoo, ieri sera in sobrio look femminile, con tanto di gonnellino nero e treccine bionde) al basso, Amanda Lehmann alla chitarra e ai cori.
Preceduto dai Cichla Temensis (tre giapponesi assai carini, soprattutto la flautista, che propongono un progressive che sembra arrivato giusto dai Settanta...), Hackett parte con ”Every day”, che stava nel suo terzo album solista, "Spectral mornings", uscito nel ’79, due anni dopo aver abbandonato la gabbia dorata dei Genesis. Dove pare che Tony Banks e Phil Collins lo tenessero un po’ troppo in disparte, dopo aver messo le mani sulla ditta, con l’addio del leader originario, Peter Gabriel.
Dal nuovo disco ”Out of the tunnel’s mouth” pesca ”Fire on the moon” e ”Emerald and ash”. Ma anche ”Sleepers” e ”Still waters”. Dal passato solista più antico arrivano ”Ace of wands” (tratto da “Voyage of the Acolyte“, suo primo disco da solo, uscito nel ’75, quando ancora stava coi Genesis) e ”Spectral mornings”, che dava il titolo al citato album del ’79.
Ma per il popolo del rock, Hackett è - e rimane - il chitarrista degli anni d’oro dei Genesis, anche se ormai sono trascorsi più di trent’anni da quel ’77 in cui il nostro salutò la compagnia.
Lui lo sa, e non si fa pregare. Arriva allora ”Blood on the rooftops” (da ”Wind & Wuthering”), e ancora ”Fly on a windshield” (da ”The lamb lies down on Broadway”), e persino ”Los endos” (da ”A trick of the tail”, con medley finale). Fra i bis spunta pure ”Firth of fifth”, che stava nel disco capolavoro ”Selling England by the pound”.
Tornano alla memoria i concerti con i Genesis, quando c’era ancora Peter Gabriel, che in scena era uno spettacolo nello spettacolo con i suoi mille travestimenti, oltre che per la maestria vocale e strumentale. Hackett era quello che si notava meno: spesso seduto e chino sulla chitarra, occhialuto, forse faceva da contraltare alla teatralità dei soci.
Sono passati tanti anni. Il nostro ha affinato la tecnica e non ha smarrito il gusto di suonare. Pare che dietro questa sua ”seconda vita”, ci sia una disavventura economico-familiare. Innamoratissimo della moglie, la bionda brasiliana Kim Poor, oltre a dedicarle molti suoi dischi solisti, anni fa le avrebbe intestato casa discografica, villa con sala di incisione e persino la sua parte di diritti sul catalogo dei Genesis. Il divorzio lo ha letteralmente massacrato. E a sessant’anni suonati ha dovuto ricominciare tutto daccapo. Tanto da dover registrato l’ultimo album nel piccolo appartamento di Londra dove è andato a vivere.
Prima di riprendere a suonare in giro per il mondo. Come ai vecchi tempi. Mischiando reminiscenze classiche e pulsioni rock. Ma sempre con la classe e l’eleganza che il pubblico triestino ieri sera ha potuto apprezzare. Buona fortuna, mister Hackett...
Da Bach al rock progressive. Passando per blues, jazz, persino world. Potrebbe essere sintetizzato così il concerto che Steve Hackett, ex chitarrista dei Genesis, ha tenuto ieri sera in una piazza Unità affollata come si deve nelle grandi occasioni (l’ingresso gratuito aiuta sempre...), a conclusione del suo tour italiano ma anche della settima edizione del Trieste Summer Rock Festival, organizzato dall’Associazione Musica Libera di Davide Casali.
Ci sono certi artisti, certi gruppi che hanno ”il marchio di fabbrica”. Non sono tanti. Ma sono quelli che quando li ascolti, li riconosci dopo pochi secondi. Stephen Richard Hackett (questo il suo vero nome), sessantenne virtuoso inglese della chitarra classica ed elettrica, è uno di questi signori. Il suono della sua chitarra, i suoi fraseggi, persino gli armonici che certe volte trae dalla tastiera della classica, hanno infatti ”segnato” la musica di uno dei gruppi più importanti della storia del pop/rock inglese, i Genesis. E continuano a essere preziosi. Come il suo stile elegante e sofisticato.
In questo tour Hackett è accompagnato dalla sua nuova Electric Band. Ovvero Roger King alle tastiere, Gary O'Toole alla batteria e alle percussioni, Rob Townsend al sax e al flauto, Nick Beggs (ex Kajagoogoo, ieri sera in sobrio look femminile, con tanto di gonnellino nero e treccine bionde) al basso, Amanda Lehmann alla chitarra e ai cori.
Preceduto dai Cichla Temensis (tre giapponesi assai carini, soprattutto la flautista, che propongono un progressive che sembra arrivato giusto dai Settanta...), Hackett parte con ”Every day”, che stava nel suo terzo album solista, "Spectral mornings", uscito nel ’79, due anni dopo aver abbandonato la gabbia dorata dei Genesis. Dove pare che Tony Banks e Phil Collins lo tenessero un po’ troppo in disparte, dopo aver messo le mani sulla ditta, con l’addio del leader originario, Peter Gabriel.
Dal nuovo disco ”Out of the tunnel’s mouth” pesca ”Fire on the moon” e ”Emerald and ash”. Ma anche ”Sleepers” e ”Still waters”. Dal passato solista più antico arrivano ”Ace of wands” (tratto da “Voyage of the Acolyte“, suo primo disco da solo, uscito nel ’75, quando ancora stava coi Genesis) e ”Spectral mornings”, che dava il titolo al citato album del ’79.
Ma per il popolo del rock, Hackett è - e rimane - il chitarrista degli anni d’oro dei Genesis, anche se ormai sono trascorsi più di trent’anni da quel ’77 in cui il nostro salutò la compagnia.
Lui lo sa, e non si fa pregare. Arriva allora ”Blood on the rooftops” (da ”Wind & Wuthering”), e ancora ”Fly on a windshield” (da ”The lamb lies down on Broadway”), e persino ”Los endos” (da ”A trick of the tail”, con medley finale). Fra i bis spunta pure ”Firth of fifth”, che stava nel disco capolavoro ”Selling England by the pound”.
Tornano alla memoria i concerti con i Genesis, quando c’era ancora Peter Gabriel, che in scena era uno spettacolo nello spettacolo con i suoi mille travestimenti, oltre che per la maestria vocale e strumentale. Hackett era quello che si notava meno: spesso seduto e chino sulla chitarra, occhialuto, forse faceva da contraltare alla teatralità dei soci.
Sono passati tanti anni. Il nostro ha affinato la tecnica e non ha smarrito il gusto di suonare. Pare che dietro questa sua ”seconda vita”, ci sia una disavventura economico-familiare. Innamoratissimo della moglie, la bionda brasiliana Kim Poor, oltre a dedicarle molti suoi dischi solisti, anni fa le avrebbe intestato casa discografica, villa con sala di incisione e persino la sua parte di diritti sul catalogo dei Genesis. Il divorzio lo ha letteralmente massacrato. E a sessant’anni suonati ha dovuto ricominciare tutto daccapo. Tanto da dover registrato l’ultimo album nel piccolo appartamento di Londra dove è andato a vivere.
Prima di riprendere a suonare in giro per il mondo. Come ai vecchi tempi. Mischiando reminiscenze classiche e pulsioni rock. Ma sempre con la classe e l’eleganza che il pubblico triestino ieri sera ha potuto apprezzare. Buona fortuna, mister Hackett...
giovedì 29 luglio 2010
STEVE HACKETT
Al Trieste Summer Rock Festival quest’anno arriva la storia del rock. Quella vera. Quella che è già sui libri. Domenica, a conclusione della tre giorni, sarà infatti di scena Steve Hackett, che è stato il chitarrista solista degli anni d’oro dei Genesis. Al fianco dunque di signori come Peter Gabriel, Phil Collins, Tony Banks e Michael Rutherford.
Ora, in questo tour italiano cominciato ieri sera a Roma (stasera sarà a Savona, sabato a Todi, gran finale proprio domenica a Trieste), il sessantenne musicista inglese è accompagnato da Roger King alle tastiere, Gary O’Toole alla batteria e alle percussioni, Rob Townsend al sax e al flauto, Nick Beggs al basso, Amanda Lehmann alla chitarra e ai cori.
Per Hackett - che ha appena pubblicato l'album ”Out of the tunnel mouth” - si tratta della terza volta a Trieste. Della prima, forse, non si ricorda nemmeno lui. Era l’inverno del ’72, i Genesis avevano appena pubblicato ”Nursery Crime” e stranamente riscuotevano più successo in Italia che in patria. Capitarono anche a Trieste, al vecchio Dancing Paradiso, storica balera di via Flavia i cui gestori avevano fiutato l’aria e aperto le porte ai gruppi del pop/rock italiano e straniero. Vi suonarono infatti Premiata Forneria Marconi e Orme, Chicken Shack e Banco del Mutuo Soccorso, New Trolls e tanti altri.
Porte aperte per tutti, non per i Genesis. Il maledetto caso volle che, quando arrivarono a bordo di due macchinoni neri, le trovarono sbarrate perchè nei giorni precedenti vi era scomparsa una minorenne. Breve conciliabolo, colloquio con gli organizzatori, e poi dietrofront, sosta in una pizzeria delle vicinanze e via verso la prossima tappa del tour. Fra la delusione dei giovani fan triestini.
La seconda volta a Trieste, per Hackett, è molto più recente. Risale all’ottobre 2002, concerto alla Sala Tripcovich, accompagnato dal fratello John ai fiati e dal pianista Roger King. Performance di qualità, equamente divisa fra nuove cose da solista e classici dei tempi belli coi Genesis, mai archiviati del tutto. Come la classicheggiante, quasi bachiana ”Horizons”, che stava nell’album ”Foxtrot” e quella volta aprì la serata.
«Dentro me convivono due anime - disse quel giorno Hackett -, la prima predilige la chitarra elettrica, i computer e le altre diavolerie elettroniche. La seconda preferisce una dimensione concertistica, più intima. Quella che avete ascoltato stasera, e che a breve sarà protagonista di un nuovo lavoro con l’ausilio di un’orchestra». Che poi puntualmente arrivò: ”A midsummer night's dream”, album di musica neoclassica con l'accompagnamento della Royal Philharmonic Orchestra.
La passione per la classica è comunque sempre andata di pari passo con quella per il rock, in tutta la carriera di Stephen Richard Hackett (questo il suo vero nome). Comincia a suonare la chitarra da autodidatta a dodici anni, e il suo stile è influenzato dalla musica classica (soprattutto Bach) e operistica (Mario Lanza su tutti), ma anche dal blues di artisti britannici come Danny Kirwan, Peter Green e John Mayall.
Negli anni Sessanta si arrabatta nei complessini della nascente scena progressive londinese. Con i Quiet World nel ’70 pubblica anche un album, ma la sua vita cambia con un annuncio su Melody Maker. Si offre come ”musicista determinato ad andare oltre le forme musicali stagnanti". La frase piace a Peter Gabriel, che lo chiama nei neonati Genesis per sostituire certo Anthony Phillips che aveva avuto al bella idea di lasciare la compagnia pochi mesi prima del successo.
Il primo album di Hackett con il gruppo fu proprio il citato ”Nursery Crime”. Nel quale il ruolo della sua chitarra trovò subito il contesto ideale, rappresentando una sorta di marchio di fabbrica del loro suono. Anche dal vivo, la sua immagine - spesso seduto e chino sulla chitarra - secondo alcuni faceva da contraltare alla teatralità di Gabriel e soci.
Dopo l’uscita di Peter Gabriel dal gruppo, e la sua sostituzione alla voce con Phil Collins, Hackett nel ’75 fu il primo a pubblicare un album solista: ”Voyage of the Acolyte”, a cui parteciparono anche lo stesso Collins e Mike Rutherford. Forse fu il primo segnale. La ricerca e l’esigenza di una propria indipendenza al di fuori delle logiche di un gruppo nel frattempo diventato di fama mondiale. Fatto sta che, dopo due anni e altrettanti album (nel complesso con i Genesis ne fece otto), nel ’77 anche il nostro evade dalla gabbia dorata della band. Pare in seguito a divergenze di opinioni, soprattutto con Tony Banks, sul materiale da includere in ”Wind & wuthering”. E uno dei brani di Hackett non accettato dagli altri per il disco, ”Please don't touch”, fu poi recuperato dal suo autore nel secondo album solista.
Sono passati più di trent’anni. L’attività solistica di Steve Hackett, in studio e dal vivo, ha risentito tutto sommato abbastanza dello stile dei Genesis (tanto che nel ’95 ha pubblicato anche un album intitolato ”Genesis revisited”). Con i vecchi soci, ma anche con lo stesso Peter Gabriel, si è saltuariamente riunito in alcune occasioni dal vivo.
Negli anni Ottanta il musicista ha realizzato album per chitarra classica (”Bay of kings” e ”Momentum”), ma ha fondato anche il supergruppo Gtr assieme a Steve Howe (già chitarrista degli Yes): un’esperienza durata un paio d’anni, che ha prodotto un unico album, di buon successo sia in Europa che negli Stati Uniti. Successivamente, Hackett ha continuato a spaziare da grande virtuoso dello strumento a sei corde fra classica, progressive e world music.
Ma il popolo del rock continua ad amarlo soprattutto per quegli anni con i Genesis. Era - e per molti rimane - il chitarrista solista di una delle band più importanti e innovative della storia del rock, che ha venduto più di 150 milioni di dischi in tutto il mondo. Lasciando una discografia di tutto rispetto, con capitoli che mantengono un posto di rilievo in ogni raccolta degna di questo nome. C’è da giurare che domenica sera, a Trieste, potremo ascoltarne diversi.
Al Trieste Summer Rock Festival quest’anno arriva la storia del rock. Quella vera. Quella che è già sui libri. Domenica, a conclusione della tre giorni, sarà infatti di scena Steve Hackett, che è stato il chitarrista solista degli anni d’oro dei Genesis. Al fianco dunque di signori come Peter Gabriel, Phil Collins, Tony Banks e Michael Rutherford.
Ora, in questo tour italiano cominciato ieri sera a Roma (stasera sarà a Savona, sabato a Todi, gran finale proprio domenica a Trieste), il sessantenne musicista inglese è accompagnato da Roger King alle tastiere, Gary O’Toole alla batteria e alle percussioni, Rob Townsend al sax e al flauto, Nick Beggs al basso, Amanda Lehmann alla chitarra e ai cori.
Per Hackett - che ha appena pubblicato l'album ”Out of the tunnel mouth” - si tratta della terza volta a Trieste. Della prima, forse, non si ricorda nemmeno lui. Era l’inverno del ’72, i Genesis avevano appena pubblicato ”Nursery Crime” e stranamente riscuotevano più successo in Italia che in patria. Capitarono anche a Trieste, al vecchio Dancing Paradiso, storica balera di via Flavia i cui gestori avevano fiutato l’aria e aperto le porte ai gruppi del pop/rock italiano e straniero. Vi suonarono infatti Premiata Forneria Marconi e Orme, Chicken Shack e Banco del Mutuo Soccorso, New Trolls e tanti altri.
Porte aperte per tutti, non per i Genesis. Il maledetto caso volle che, quando arrivarono a bordo di due macchinoni neri, le trovarono sbarrate perchè nei giorni precedenti vi era scomparsa una minorenne. Breve conciliabolo, colloquio con gli organizzatori, e poi dietrofront, sosta in una pizzeria delle vicinanze e via verso la prossima tappa del tour. Fra la delusione dei giovani fan triestini.
La seconda volta a Trieste, per Hackett, è molto più recente. Risale all’ottobre 2002, concerto alla Sala Tripcovich, accompagnato dal fratello John ai fiati e dal pianista Roger King. Performance di qualità, equamente divisa fra nuove cose da solista e classici dei tempi belli coi Genesis, mai archiviati del tutto. Come la classicheggiante, quasi bachiana ”Horizons”, che stava nell’album ”Foxtrot” e quella volta aprì la serata.
«Dentro me convivono due anime - disse quel giorno Hackett -, la prima predilige la chitarra elettrica, i computer e le altre diavolerie elettroniche. La seconda preferisce una dimensione concertistica, più intima. Quella che avete ascoltato stasera, e che a breve sarà protagonista di un nuovo lavoro con l’ausilio di un’orchestra». Che poi puntualmente arrivò: ”A midsummer night's dream”, album di musica neoclassica con l'accompagnamento della Royal Philharmonic Orchestra.
La passione per la classica è comunque sempre andata di pari passo con quella per il rock, in tutta la carriera di Stephen Richard Hackett (questo il suo vero nome). Comincia a suonare la chitarra da autodidatta a dodici anni, e il suo stile è influenzato dalla musica classica (soprattutto Bach) e operistica (Mario Lanza su tutti), ma anche dal blues di artisti britannici come Danny Kirwan, Peter Green e John Mayall.
Negli anni Sessanta si arrabatta nei complessini della nascente scena progressive londinese. Con i Quiet World nel ’70 pubblica anche un album, ma la sua vita cambia con un annuncio su Melody Maker. Si offre come ”musicista determinato ad andare oltre le forme musicali stagnanti". La frase piace a Peter Gabriel, che lo chiama nei neonati Genesis per sostituire certo Anthony Phillips che aveva avuto al bella idea di lasciare la compagnia pochi mesi prima del successo.
Il primo album di Hackett con il gruppo fu proprio il citato ”Nursery Crime”. Nel quale il ruolo della sua chitarra trovò subito il contesto ideale, rappresentando una sorta di marchio di fabbrica del loro suono. Anche dal vivo, la sua immagine - spesso seduto e chino sulla chitarra - secondo alcuni faceva da contraltare alla teatralità di Gabriel e soci.
Dopo l’uscita di Peter Gabriel dal gruppo, e la sua sostituzione alla voce con Phil Collins, Hackett nel ’75 fu il primo a pubblicare un album solista: ”Voyage of the Acolyte”, a cui parteciparono anche lo stesso Collins e Mike Rutherford. Forse fu il primo segnale. La ricerca e l’esigenza di una propria indipendenza al di fuori delle logiche di un gruppo nel frattempo diventato di fama mondiale. Fatto sta che, dopo due anni e altrettanti album (nel complesso con i Genesis ne fece otto), nel ’77 anche il nostro evade dalla gabbia dorata della band. Pare in seguito a divergenze di opinioni, soprattutto con Tony Banks, sul materiale da includere in ”Wind & wuthering”. E uno dei brani di Hackett non accettato dagli altri per il disco, ”Please don't touch”, fu poi recuperato dal suo autore nel secondo album solista.
Sono passati più di trent’anni. L’attività solistica di Steve Hackett, in studio e dal vivo, ha risentito tutto sommato abbastanza dello stile dei Genesis (tanto che nel ’95 ha pubblicato anche un album intitolato ”Genesis revisited”). Con i vecchi soci, ma anche con lo stesso Peter Gabriel, si è saltuariamente riunito in alcune occasioni dal vivo.
Negli anni Ottanta il musicista ha realizzato album per chitarra classica (”Bay of kings” e ”Momentum”), ma ha fondato anche il supergruppo Gtr assieme a Steve Howe (già chitarrista degli Yes): un’esperienza durata un paio d’anni, che ha prodotto un unico album, di buon successo sia in Europa che negli Stati Uniti. Successivamente, Hackett ha continuato a spaziare da grande virtuoso dello strumento a sei corde fra classica, progressive e world music.
Ma il popolo del rock continua ad amarlo soprattutto per quegli anni con i Genesis. Era - e per molti rimane - il chitarrista solista di una delle band più importanti e innovative della storia del rock, che ha venduto più di 150 milioni di dischi in tutto il mondo. Lasciando una discografia di tutto rispetto, con capitoli che mantengono un posto di rilievo in ogni raccolta degna di questo nome. C’è da giurare che domenica sera, a Trieste, potremo ascoltarne diversi.
mercoledì 21 luglio 2010
MASSIMO RANIERI
Di Sanremo non dice nulla. Non conferma né smentisce la notizia uscita ieri su una sua possibile conduzione del prossimo Festival assieme a Gianni Morandi e alla bellona Belen Rodriguez. Si cela dietro un cortese «no comment». Che fa capire che qualcosa in ballo c’è. E che dunque potrebbe essere proprio lui, Massimo Ranieri, sulla tolda di comando del Sanremo numero 61. Un ennesimo ritorno a casa, sul palcoscenico che lo vide debuttare nel 1968 con ”Da bambino” e trionfare vent’anni dopo, nel 1988, con ”Perdere l’amore”.
Ma intanto il cantante stasera sarà a Trieste. «Torno con grande piacere, per il secondo anno consecutivo, alla serata triestina dei ”Nostri Angeli” per il Premio giornalistico Luchetta. Stavolta mi sono anche organizzato in modo da riuscire a visitare la struttura della Fondazione, che aiuta i bambini vittime di tutte le guerre. Arrivo la mattina presto, proprio per questo impegno che ho preso e al quale tengo particolarmente».
Ranieri risponde al telefono dalla sua casa romana. Stasera alle 21.30 parteciperà al galà televisivo, condotto da Lamberto Sposini, che Raiuno manderà in onda sabato in seconda serata.
«Trovo che la Fondazione triestina - dice il cantante napoletano, classe 1951 - faccia davvero un lavoro meritorio. E fa bene la Rai a seguire la serata da tanti anni. Quello dei bambini vittime delle guerre è un tema al quale sono particolarmente sensibile. Ma del resto, dinanzi a drammi come questi, che poi sono i veri drammi della vita, chi può non sentirsi umanamente colpito...?»
E poi c’è Trieste. La ”sua” Trieste.
«È vero. Ogni volta che torno in piazza Unità, ogni volta che passo accanto al Teatro Verdi o al Rossetti, ogni volta che guardo il vostro mare, beh, mi sembra che gliel’ho già detto una volta: mi sembra di stare a casa, nella mia Napoli. Anche perchè in fondo le città di mare sono diverse ma si somigliano un po’ tutte».
A Venezia con Aznavour com’è andata?
«Benissimo e al tempo stesso molto male. Faceva un caldo terribile, c’era un’umidità altissima, ci sono stati dei problemi tecnici e a un certo punto l’impianto è saltato: Aznavour ha cantato a cappella, poi le cose sono state messe a posto, ma lui era molto adirato e dispiaciuto. Com’ero dispiaciuto anch’io, chiamato <CF101>(assieme a Franco Battiato e Patty Pravo, nel concerto in piazza San Marco di venerdì scorso - ndr)</CF> a duettare con lui: come italiano mi sentivo un po’ padrone di casa, e avrei voluto che tutto andasse bene davanti al grande artista straniero».
Che lei conosce da quarant’anni.
«Sì, e in tutto questo tempo l’ho visto tante volte a Roma e a Parigi. Anche nel febbraio scorso, quando ho cantato all’Olympia, lui è venuto a vedermi. È stato molto carino, perchè di solito non si muove mai per gli spettacoli dei colleghi. Poi l’ho visto due mesi fa, nella sua casa in Provenza. Ha scritto una canzone per me, che inciderò quanto prima. E poi ha detto che vuole tradurre in francese ”Perdere l’amore” e ”Rose rosse”. Ha 86 anni e una vitalità ancora incredibile».
È vero che riporta Eduardo in tivù?
«Sì, cominciamo le prove fra quindici giorni, con una compagnia di attori napoletani, negli stessi studi napoletani dove il grande Eduardo recitò negli anni Sessanta le commedia che il pubblico televisivo più anziano ancora ricorda».
Quali commedie ha scelto?
«Facciamo ”Filumena Marturano”, ”Questi fantasmi”, ”Sabato domenica e lunedì” e ovviamente ”Napoli milionaria”. Dovrebbero andare in onda quest’inverno, a cavallo fra la fine del 2010 e l’inizio dell’anno nuovo, in prima serata su Raiuno. È il grande ritorno del teatro in televisione: un progetto che mi riempie di emozione e di orgoglio».
Quindi con la musica adesso è fermo.
«Sì, questo progetto mi sta prendendo molto. Sono completamente concentrato sulla sua buona riuscita. Certo, continuo con le serate, soprattutto d’estate. Ma per un disco nuovo possiamo aspettare».
Cosa canta stasera a Trieste?
«Farò un omaggio al grande Lelio Luttazzi, che ci ha lasciato da poco. Lo ricordo ancora con emozione. Era un grande professionista e un grande signore dello spettacolo. Poi canterò ”Io che amo solo te”, per ricordare un altro grande artista di queste terre, Sergio Endrigo. E poi reciterò una poesia di Berlold Brecht, intitolata ”I bambini giocano”: parla della guerra, mi sembra in tema con la serata».
Mi sta dicendo che non fa ”Perdere l’amore”?
«Ah, non gliel’ho detta...? Certo, faccio anche quella. Del resto, ormai il pubblico non mi lascia andar via, se non la canto...».
Di Sanremo non dice nulla. Non conferma né smentisce la notizia uscita ieri su una sua possibile conduzione del prossimo Festival assieme a Gianni Morandi e alla bellona Belen Rodriguez. Si cela dietro un cortese «no comment». Che fa capire che qualcosa in ballo c’è. E che dunque potrebbe essere proprio lui, Massimo Ranieri, sulla tolda di comando del Sanremo numero 61. Un ennesimo ritorno a casa, sul palcoscenico che lo vide debuttare nel 1968 con ”Da bambino” e trionfare vent’anni dopo, nel 1988, con ”Perdere l’amore”.
Ma intanto il cantante stasera sarà a Trieste. «Torno con grande piacere, per il secondo anno consecutivo, alla serata triestina dei ”Nostri Angeli” per il Premio giornalistico Luchetta. Stavolta mi sono anche organizzato in modo da riuscire a visitare la struttura della Fondazione, che aiuta i bambini vittime di tutte le guerre. Arrivo la mattina presto, proprio per questo impegno che ho preso e al quale tengo particolarmente».
Ranieri risponde al telefono dalla sua casa romana. Stasera alle 21.30 parteciperà al galà televisivo, condotto da Lamberto Sposini, che Raiuno manderà in onda sabato in seconda serata.
«Trovo che la Fondazione triestina - dice il cantante napoletano, classe 1951 - faccia davvero un lavoro meritorio. E fa bene la Rai a seguire la serata da tanti anni. Quello dei bambini vittime delle guerre è un tema al quale sono particolarmente sensibile. Ma del resto, dinanzi a drammi come questi, che poi sono i veri drammi della vita, chi può non sentirsi umanamente colpito...?»
E poi c’è Trieste. La ”sua” Trieste.
«È vero. Ogni volta che torno in piazza Unità, ogni volta che passo accanto al Teatro Verdi o al Rossetti, ogni volta che guardo il vostro mare, beh, mi sembra che gliel’ho già detto una volta: mi sembra di stare a casa, nella mia Napoli. Anche perchè in fondo le città di mare sono diverse ma si somigliano un po’ tutte».
A Venezia con Aznavour com’è andata?
«Benissimo e al tempo stesso molto male. Faceva un caldo terribile, c’era un’umidità altissima, ci sono stati dei problemi tecnici e a un certo punto l’impianto è saltato: Aznavour ha cantato a cappella, poi le cose sono state messe a posto, ma lui era molto adirato e dispiaciuto. Com’ero dispiaciuto anch’io, chiamato <CF101>(assieme a Franco Battiato e Patty Pravo, nel concerto in piazza San Marco di venerdì scorso - ndr)</CF> a duettare con lui: come italiano mi sentivo un po’ padrone di casa, e avrei voluto che tutto andasse bene davanti al grande artista straniero».
Che lei conosce da quarant’anni.
«Sì, e in tutto questo tempo l’ho visto tante volte a Roma e a Parigi. Anche nel febbraio scorso, quando ho cantato all’Olympia, lui è venuto a vedermi. È stato molto carino, perchè di solito non si muove mai per gli spettacoli dei colleghi. Poi l’ho visto due mesi fa, nella sua casa in Provenza. Ha scritto una canzone per me, che inciderò quanto prima. E poi ha detto che vuole tradurre in francese ”Perdere l’amore” e ”Rose rosse”. Ha 86 anni e una vitalità ancora incredibile».
È vero che riporta Eduardo in tivù?
«Sì, cominciamo le prove fra quindici giorni, con una compagnia di attori napoletani, negli stessi studi napoletani dove il grande Eduardo recitò negli anni Sessanta le commedia che il pubblico televisivo più anziano ancora ricorda».
Quali commedie ha scelto?
«Facciamo ”Filumena Marturano”, ”Questi fantasmi”, ”Sabato domenica e lunedì” e ovviamente ”Napoli milionaria”. Dovrebbero andare in onda quest’inverno, a cavallo fra la fine del 2010 e l’inizio dell’anno nuovo, in prima serata su Raiuno. È il grande ritorno del teatro in televisione: un progetto che mi riempie di emozione e di orgoglio».
Quindi con la musica adesso è fermo.
«Sì, questo progetto mi sta prendendo molto. Sono completamente concentrato sulla sua buona riuscita. Certo, continuo con le serate, soprattutto d’estate. Ma per un disco nuovo possiamo aspettare».
Cosa canta stasera a Trieste?
«Farò un omaggio al grande Lelio Luttazzi, che ci ha lasciato da poco. Lo ricordo ancora con emozione. Era un grande professionista e un grande signore dello spettacolo. Poi canterò ”Io che amo solo te”, per ricordare un altro grande artista di queste terre, Sergio Endrigo. E poi reciterò una poesia di Berlold Brecht, intitolata ”I bambini giocano”: parla della guerra, mi sembra in tema con la serata».
Mi sta dicendo che non fa ”Perdere l’amore”?
«Ah, non gliel’ho detta...? Certo, faccio anche quella. Del resto, ormai il pubblico non mi lascia andar via, se non la canto...».
lunedì 19 luglio 2010
PATTI SMITH
"Mi hanno detto che Grado è una piccola isola ricca di sole e di storia. E che canterò vicino al mare. Ciò mi basta per essere felice di venirvi presto con il mio spettacolo. So anche che non è lontana dal paese dov’è nato Pasolini, e ciò per me è un elemento di fascino in più...».
Sono poche le donne che hanno scritto la storia del rock. Una di queste è senza dubbio Patti Smith, il cui tour acustico ”We shall live again” farà tappa il 3 agosto a Grado, alla Diga Nazario Sauro, nell’ambito della rassegna ”Ospiti d’autore” che comincia domani sera con il concerto del jazzista Stefano Bollani.
La voce di colei che fu chiamata ”la poetessa del rock” arriva al telefono dalla Spagna dove in questi giorni fa tappa il suo tour (stasera è in concerto a Madrid). È roca come te l’aspetti. Inconfondibile. E identica a come l’hai sentita mille volte in classici del calibro di ”Because the night” e ”People have the power”. Sufficiente da sola a emozionare chi ha la ventura di porle alcune domande.
«Adoro l’Europa, adoro l’Italia - dice l’artista statunitense, nata a Chicago nel ’46 e cresciuta nel New Jersey, dove da ragazza ha lavorato anche come operaia - e sono sempre contenta di venirvi a suonare. Anche se in tutti questi anni vi sono tornata tante volte, non potrò mai dimenticare i concerti del settembre ’79, a Bologna e a Firenze, con gli stadi pieni. Fu la prima volta che io e la mia band di allora ci sentimmo delle star. Ma non è solo questo. Amo la cultura italiana, l’arte, la cucina, il vostro cinema...».
A quei suoi concerti italiani del ’79 seguì un lungo silenzio.
«Avevo trent’anni e sentivo il bisogno di una pausa di riflessione per capire dove stavo andando. Poi la pausa è stata più lunga del previsto perchè avevo due figli da crescere. Ma in quegli anni non sono stata ferma. Ho continuato a studiare, ho cercato di migliorare. Poi, quand’è stato il momento, ho ripreso esattamente da dove avevo cominciato la prima volta: dalle mie poesie cantate davanti al pubblico accompagnandomi con una chitarra».
Diceva di Pasolini. Ricorda quando lo ha scoperto?
«Certo. In un piccolo cinema di Manhattan, all’inizio degli anni Settanta, prima che venisse ucciso. In una rassegna dedicata al cinema italiano vidi ”Il vangelo secondo Matteo” e ne rimasi colpita. Poi, con gli anni, ho visto altri suoi film e ho letto i suoi libri. Trovo che sia stato un grande artista e un grande intellettuale, che aveva capito molte cose dell’Italia e del nostro mondo».
A Venezia, il primo agosto, suonerà per Emergency.
"Trovo che sia un’organizzazione che fa un lavoro prezioso. Li ho conosciuti lo scorso anno proprio a Firenze e ho accettato di fare qualcosa con loro. Sono davvero delle persone splendide».
Le guerre, intanto, continuano.
«E la gente deve continuare a lottare perchè finiscano. Non esistono guerre giuste, la guerra è la peggior cosa che gli uomini possano fare. Da questo punto di vista, con l’Iraq e l’Afghanistan, negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno dato un pessimo esempio al mondo».
Obama è in difficoltà.
«Ma ce la farà. Spero che potrà portare a un futuro di pace. Il suo è comunque un lavoro molto duro. Deve lottare contro l’ostruzionismo repubblicano, contro le potenti lobby, contro il potere economico. Ma ce la farà, ce la faremo. Tutti dobbiamo fare del nostro meglio».
Com’è cambiata New York dopo l’11 settembre?
«Vivo a due passi da Ground Zero e ho visto con i miei occhi il crollo delle Twin Towers. È un’esperienza che mi ha sconvolto, come donna e come artista. La città all’inizio ha avuto una reazione di paura, è sembrata volersi richiudere in se stessa. Era normale. Ma ora, con il passare degli anni, assisto a una sua rinascita. New York, con il suo mix di razze, lingue, culture, rimane il posto migliore dove vivere per chi fa il mio mestiere».
Come negli anni Sessanta?
«Beh, quello è stato un periodo magico, forse irripetibile. Quand’io sono arrivata ero una ragazzina innamorata dell’arte e della musica. Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare i poeti della Beat Generation, musicisti come Bob Dylan, Jimi Hendrix, Janis Joplin... Il Chelsea Hotel era un ritrovo di artisti che stavano facendo qualcosa di importante».
È la New York che lei racconta nel libro ”Just kids”.
«Già. Pochi giorni prima di morire, Robert Mapplethorpe (fotografo e amico dell’artista, morto di Aids nell’89 - ndr) mi chiese di raccontare la nostra storia. Sapeva che solo io potevo farlo. Eravamo cresciuti assieme, in quella New York. Assieme avevamo coltivato i nostri sogni. Glielo avevo promesso e l’ho fatto».
Come mai ha atteso tanto?
«In questi anni ho avuto molti lutti. Ma appena ho avuto la forza l’ho scritto. Il libro racconta la nostra vita ma anche la cultura e la musica degli anni Sessanta. E parla della lotta che ognuno di noi combatte per diventare se stesso».
Perchè ha intitolato il tour ”We shall live again”?
«Perchè lo so che viviamo un momento difficile. Il mondo è pieno di cose che non vanno bene. Ci sono le guerre, c’è la crisi economica che colpisce duro i lavoratori, i nostri governanti non sempre fanno le cose giuste. Anzi. Ma noi abbiamo l’obbligo di andare avanti, di lottare, di vivere ancora. Di nuovo».
Pensa che ”la gente abbia ancora il potere” di cambiare le cose?
«Da ragazzi ne eravamo convinti, che si potessero cambiare le cose e il mondo. Poi la vita ci ha fatto capire che non è facile, che non sempre le cose vanno per il verso giusto. Ma io credo che non bisogna mai abbandonare l’ottimismo, la speranza, la solidarietà, la voglia di combattere. Lo dico sempre: io mi sento più rivoluzionaria adesso che trent’anni fa».
Il rock una volta era roba per ragazzi, oggi star e pubblico hanno i capelli bianchi.
«Negli anni Settanta ero convinta che il rock stesse per morire. Ricordo che mia madre diceva che secondo lei Benny Goodman e lo swing sarebbero durati in eterno: non è stato così. Per il rock è diverso: ogni generazione che prende il testimone da quella precedente cambia e aggiunge qualcosa di nuovo. Il rock oggi non ha età, è un linguaggio universale, è per tutti».
È vero che sua figlia Jesse suona con lei?
«Sì, ma solo nelle date italiane di questo tour. Sto girando con una band quasi interamente acustica, e ciò mi permette di improvvisare molto ed essere più libera nella costruzione delle serate. Mia figlia suona il pianoforte e nel gruppo c’è anche il suo compagno Mike Campbell alle chitarre. Jesse ha ventitrè anni e anche lei, come me, ama molto l’Italia. L’occasione di questo tour ci permetterà di girare un po’ assieme. E ovviamente per me sarà un piacere in più...».
"Mi hanno detto che Grado è una piccola isola ricca di sole e di storia. E che canterò vicino al mare. Ciò mi basta per essere felice di venirvi presto con il mio spettacolo. So anche che non è lontana dal paese dov’è nato Pasolini, e ciò per me è un elemento di fascino in più...».
Sono poche le donne che hanno scritto la storia del rock. Una di queste è senza dubbio Patti Smith, il cui tour acustico ”We shall live again” farà tappa il 3 agosto a Grado, alla Diga Nazario Sauro, nell’ambito della rassegna ”Ospiti d’autore” che comincia domani sera con il concerto del jazzista Stefano Bollani.
La voce di colei che fu chiamata ”la poetessa del rock” arriva al telefono dalla Spagna dove in questi giorni fa tappa il suo tour (stasera è in concerto a Madrid). È roca come te l’aspetti. Inconfondibile. E identica a come l’hai sentita mille volte in classici del calibro di ”Because the night” e ”People have the power”. Sufficiente da sola a emozionare chi ha la ventura di porle alcune domande.
«Adoro l’Europa, adoro l’Italia - dice l’artista statunitense, nata a Chicago nel ’46 e cresciuta nel New Jersey, dove da ragazza ha lavorato anche come operaia - e sono sempre contenta di venirvi a suonare. Anche se in tutti questi anni vi sono tornata tante volte, non potrò mai dimenticare i concerti del settembre ’79, a Bologna e a Firenze, con gli stadi pieni. Fu la prima volta che io e la mia band di allora ci sentimmo delle star. Ma non è solo questo. Amo la cultura italiana, l’arte, la cucina, il vostro cinema...».
A quei suoi concerti italiani del ’79 seguì un lungo silenzio.
«Avevo trent’anni e sentivo il bisogno di una pausa di riflessione per capire dove stavo andando. Poi la pausa è stata più lunga del previsto perchè avevo due figli da crescere. Ma in quegli anni non sono stata ferma. Ho continuato a studiare, ho cercato di migliorare. Poi, quand’è stato il momento, ho ripreso esattamente da dove avevo cominciato la prima volta: dalle mie poesie cantate davanti al pubblico accompagnandomi con una chitarra».
Diceva di Pasolini. Ricorda quando lo ha scoperto?
«Certo. In un piccolo cinema di Manhattan, all’inizio degli anni Settanta, prima che venisse ucciso. In una rassegna dedicata al cinema italiano vidi ”Il vangelo secondo Matteo” e ne rimasi colpita. Poi, con gli anni, ho visto altri suoi film e ho letto i suoi libri. Trovo che sia stato un grande artista e un grande intellettuale, che aveva capito molte cose dell’Italia e del nostro mondo».
A Venezia, il primo agosto, suonerà per Emergency.
"Trovo che sia un’organizzazione che fa un lavoro prezioso. Li ho conosciuti lo scorso anno proprio a Firenze e ho accettato di fare qualcosa con loro. Sono davvero delle persone splendide».
Le guerre, intanto, continuano.
«E la gente deve continuare a lottare perchè finiscano. Non esistono guerre giuste, la guerra è la peggior cosa che gli uomini possano fare. Da questo punto di vista, con l’Iraq e l’Afghanistan, negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno dato un pessimo esempio al mondo».
Obama è in difficoltà.
«Ma ce la farà. Spero che potrà portare a un futuro di pace. Il suo è comunque un lavoro molto duro. Deve lottare contro l’ostruzionismo repubblicano, contro le potenti lobby, contro il potere economico. Ma ce la farà, ce la faremo. Tutti dobbiamo fare del nostro meglio».
Com’è cambiata New York dopo l’11 settembre?
«Vivo a due passi da Ground Zero e ho visto con i miei occhi il crollo delle Twin Towers. È un’esperienza che mi ha sconvolto, come donna e come artista. La città all’inizio ha avuto una reazione di paura, è sembrata volersi richiudere in se stessa. Era normale. Ma ora, con il passare degli anni, assisto a una sua rinascita. New York, con il suo mix di razze, lingue, culture, rimane il posto migliore dove vivere per chi fa il mio mestiere».
Come negli anni Sessanta?
«Beh, quello è stato un periodo magico, forse irripetibile. Quand’io sono arrivata ero una ragazzina innamorata dell’arte e della musica. Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare i poeti della Beat Generation, musicisti come Bob Dylan, Jimi Hendrix, Janis Joplin... Il Chelsea Hotel era un ritrovo di artisti che stavano facendo qualcosa di importante».
È la New York che lei racconta nel libro ”Just kids”.
«Già. Pochi giorni prima di morire, Robert Mapplethorpe (fotografo e amico dell’artista, morto di Aids nell’89 - ndr) mi chiese di raccontare la nostra storia. Sapeva che solo io potevo farlo. Eravamo cresciuti assieme, in quella New York. Assieme avevamo coltivato i nostri sogni. Glielo avevo promesso e l’ho fatto».
Come mai ha atteso tanto?
«In questi anni ho avuto molti lutti. Ma appena ho avuto la forza l’ho scritto. Il libro racconta la nostra vita ma anche la cultura e la musica degli anni Sessanta. E parla della lotta che ognuno di noi combatte per diventare se stesso».
Perchè ha intitolato il tour ”We shall live again”?
«Perchè lo so che viviamo un momento difficile. Il mondo è pieno di cose che non vanno bene. Ci sono le guerre, c’è la crisi economica che colpisce duro i lavoratori, i nostri governanti non sempre fanno le cose giuste. Anzi. Ma noi abbiamo l’obbligo di andare avanti, di lottare, di vivere ancora. Di nuovo».
Pensa che ”la gente abbia ancora il potere” di cambiare le cose?
«Da ragazzi ne eravamo convinti, che si potessero cambiare le cose e il mondo. Poi la vita ci ha fatto capire che non è facile, che non sempre le cose vanno per il verso giusto. Ma io credo che non bisogna mai abbandonare l’ottimismo, la speranza, la solidarietà, la voglia di combattere. Lo dico sempre: io mi sento più rivoluzionaria adesso che trent’anni fa».
Il rock una volta era roba per ragazzi, oggi star e pubblico hanno i capelli bianchi.
«Negli anni Settanta ero convinta che il rock stesse per morire. Ricordo che mia madre diceva che secondo lei Benny Goodman e lo swing sarebbero durati in eterno: non è stato così. Per il rock è diverso: ogni generazione che prende il testimone da quella precedente cambia e aggiunge qualcosa di nuovo. Il rock oggi non ha età, è un linguaggio universale, è per tutti».
È vero che sua figlia Jesse suona con lei?
«Sì, ma solo nelle date italiane di questo tour. Sto girando con una band quasi interamente acustica, e ciò mi permette di improvvisare molto ed essere più libera nella costruzione delle serate. Mia figlia suona il pianoforte e nel gruppo c’è anche il suo compagno Mike Campbell alle chitarre. Jesse ha ventitrè anni e anche lei, come me, ama molto l’Italia. L’occasione di questo tour ci permetterà di girare un po’ assieme. E ovviamente per me sarà un piacere in più...».
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