martedì 31 gennaio 2012

ROLLING STONE 100 / BOLLICINE

Anche l’editoria musicale si è trasferita sul web. Fra le poche testate cartacee che sopravvivono c’è Rolling Stone, la cui edizione italiana festeggia oggi il centesimo numero. Il primo numero del mensile - filiazione della storica testata americana fondata nel ’67 a San Francisco da Jann Wenner, che ancora la dirige - arrivò infatti nelle edicole nel novembre 2003. Per celebrare il piccolo grande evento viene proposta al pubblico una classifica dei migliori cento dischi italiani dell’ultimo mezzo secolo.
Ebbene, il risultato è sorprendente. Secondo una giuria molto trasversale - formata fra gli altri da Carlo Verdone e Renzo Rosso, Mario Calabresi e Marco Travaglio, Valentino Rossi e Niccolò Ammaniti - il miglior disco dal 1960 a oggi è “Bollicine” di Vasco Rossi. Seguono “La voce del Padrone” di Battiato, “Una donna per amico” di Battisti, “Crêuza de mä” di De André, “Lorenzo 1994” di Jovanotti.
Poi, fra album di Capossela e Celentano, Diaframma e Rino Gaetano, spiccano i piazzamenti di “Arbeit macht frei” degli Area (nono posto), “1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi” dei Cccp (13.o), “La malavita” dei Baustelle (21.o), ma anche “Rimmel” di De Gregori, “Traslocando” della Bertè, “Sugo” di Finardi, “Il tuffatore” di Flavio Giurato...
Insomma, uno spaccato della musica di casa nostra, che fra l’altro non si limita al pop/rock e alla canzone, ma si infila nei meandri più particolari dell’universo sonoro tricolore. Ah, chi non è d’accordo con la classifica può scrivere a manonavetemesso@rollingstonemagazine.it

sabato 28 gennaio 2012

CELENTANO A SANREMO

Adriano Celentano parteciperà al Festival di Sanremo. L’accordo con la Rai sarebbe stato raggiunto, manca solo la firma. Sul compenso, incredibilmente, non c’erano problemi. L’ex Molleggiato - che ha appena compiuto 74 anni - incasserà 300mila euro a serata. Non è ancora chiaro a quante parteciperà, probabilmente tre. Comunque, che salga sul palco dell’Ariston anche in tutte e cinque le serate, il compenso ha un tetto massimo di 750 mila euro.
Le parti erano arrivate sull’orlo della rottura perchè l’entourage dell’artista, che fa capo della moglie Claudia Mori, aveva posto due condizioni. La prima: nessun controllo sui testi. La seconda, nessuna interruzione pubblicitaria durante i monologhi.
Con il controllo preventivo, i piani alti di Viale Mazzini volevano evitare casi come quello dell’anno scorso con “la satira politica” di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu. Con le mani libere sul secondo punto, non ci si voleva infilare in lunghi tunnel di parole e (proverbiali) pause, senza la possibilità di monetizzare adeguatamente l’evento. Gli spot durante le serate del Festival, notoriamente, sono fra quelli con i prezzi più alti nel tariffario Sipra.
In questi giorni, gli avvocati delle due parti hanno tentato di tirare la coperta nella propria direzione. Con contorno di polemiche, sms, e-mail, comunicati sul web. E con il rischio concretissimo che il grande Adriano dicesse: non se ne fa più nulla.
Per la Rai, alla vigilia del rinnovo del consiglio di amministrazione, e con tante patate bollenti sul piatto, sarebbe stato innanzitutto un danno di immagine. Visto che la 62.a edizione di Sanremo, la seconda della coppia Gianni Morandi e Gianmarco Mazzi, aveva puntato e punta molto sull’attrattiva mediatica che Celentano continua a incarnare.
L’accordo, a quel che si apprende molto articolato e complesso, prevede che il primo monologo celentanesco, considerato “evento eccezionale” sul modello di Roberto Benigni lo scorso anno, sia completamente immune da interruzioni pubblicitarie. Per i successivi, gli spot potrebbero scattare dopo i venticinque minuti. E rimane confermata la massima libertà all’artista nei suoi interventi, nel rispetto delle leggi e del Codice etico della Rai.
Intanto, qualcuno ha già segnalato quanto sia perlomeno inopportuno, nell’Italia del 2012, che un artista possa guadagnare in venti minuti ciò che molti lavoratori e pensionati prendono in dieci o addirittura vent’anni. Ma la giustizia sociale, si sa, non abita a Sanremo.

venerdì 27 gennaio 2012

BANCO 40

Quando uscì, nel ’72, quel disco non passava inosservato già dalla copertina. Un enorme salvadanaio di cartone, che nelle collezioni di album in vinile dell’epoca (tutti dischi quadrati, tutti della stessa misura...) creava persino problemi di sistemazione. Ma che oggi è un pezzo da collezionisti.
Sono passati quarant’anni da quel disco, che s’intitolava “Banco del Mutuo Soccorso” proprio come il gruppo romano che lo proponeva al pubblico italiano affamato di novità. E in quel lavoro, al di là della confezione, di novità - come vedremo - ce n’erano parecchie.
Per festeggiare l’anniversario, il Banco di oggi - che ha sempre come cantante e leader Francesco “Big” Di Giacomo - ha messo in cantiere varie iniziative. Un tour in partenza il 24 febbraio da Palermo (con un’anteprima romana che verrà trasmessa questa sera da Radiouno), nel quale sono ospiti i vecchi compagni d’avventura delle Orme. Poi un disco e un dvd dal vivo. E infine una biografia del gruppo e un libro di Vittorio Nocenzi, storico tastierista del gruppo (al piano c’era il fratello Gianni), che racconta in prima persona la sua lunga avventura musicale, dentro e fuori dal gruppo. Il titolo del libro è “Sguardi dall’estremo Occidente”.
«A noi non piace tanto la festa - dice Di Giacomo, classe ’47, cantante ma anche attore, chiamato da Fellini nei film “Satyricon”, “Roma” e “Amarcord” - quanto le nostre rughe, il segno dei quarant’anni trascorsi. Ci piace anche vedere che ai nostri concerti la maggior parte del pubblico è fatta di giovani e giovanissimi, non solo di reduci dei tempi andati. E’ questa la soddisfazione più bella».
Ancora Di Giacomo: «Dopo tanto tempo è normale chiedersi se stai facendo la cover di te stesso. Ma poi senti la musica che esce dagli amplificatori, l’impatto sonoro che produci, vedi la reazione del pubblico e pensi che in realtà vale ancora la pena stare sopra un palco. Non l’abbiamo mai fatto controvoglia, per obbligo del mestiere. Perchè se mi accorgo io di star lì a fare il pupazzo, tanto più se ne accorge il pubblico. E’ questo che ci salva dalla routine, che ci mantiene in quell’irrequietezza necessaria per fare il nostro mestiere con onestà».
La stessa onestà, probabilmente, che quarant’anni fa tenne a battesimo una delle esperienze più innovative dell’allora nascente pop italiano. Era il ’72, il nucleo originario del gruppo era stato fondato un paio d’anni prima. E dopo un’audizione alla Rca, con l’inserimento in una compilation di nuovi gruppi, dopo la partecipazione a vari festival pop - fra cui quelli di Caracalla, estate ’71, e di Villa Pamphili, estate ’72 -, arriva finalmente il momento del debutto discografico.
Il Banco del Mutuo Soccorso colpisce l’ascoltatore con brani come “R.I.P. (Requiescant in pace)”, “Il giardino del mago”, “Metamorfosi”... L’uso classicheggiante delle tastiere e la particolarissima voce tenorile di Francesco Di Giacomo sono il marchio di fabbrica. Il resto è contaminazione tra “prog-rock” inglese, sonorità mediterranee, tradizione del melodramma italico. Tutto condito da quell’ingrediente raro che è l’originalità.
Pochi mesi dopo, nello stesso anno, esce anche il secondo disco, intitolato “Darwin!”, concept album sul tema della teoria sull'evoluzione delle specie di Charles Darwin. Basti sapere che il disco viene proclamato da trecento critici americani - sì, la fama del gruppo nel frattempo aveva velocemente passato l’oceano - “miglior disco progressive dell’anno”.
Sono anni di grande creatività. In sala d’incisione e dal vivo. Nel ’73 esce “Io sono nato libero”, l’anno dopo il gruppo passa all’etichetta inglese “Manticore”, di proprietà di Emerson, Lake & Palmer. E nel ’75 esce sul mercato internazionale l'album “Banco” (noto anche come “Banco IV”), che ripropone in inglese i migliori brani dei primi tre album (qualcosa di simile a quel che aveva fatto la Premiata Forneria Marconi, per la stessa etichetta, con “Photos of ghosts”). L'album ha un buon successo di critica e di pubblico, facendo guadagnare alla band romana un seguito, fra gli amanti del “progressive”, che a fasi alterne - e attraverso tanti cambi di formazione - è arrivato fino ai giorni nostri.
Si pensi che, fra i vari tour in giro per il mondo, il Banco ha suonato anche in anni recenti in Giappone, Messico, Stati Uniti, Brasile e Panama. Da uno dei concerti di maggior successo (in Giappone, nel maggio ’97) venne anche tratto l'album dal vivo “Nudo”.
Ora queste celebrazioni per il quarantennale. Con la voglia di continuare ancora.

martedì 24 gennaio 2012

DANKA


Altri musicisti regionali all’attacco della scena rock nazionale. Esce oggi “Giusto o sbagliato”, l’album d’esordio dei Danka, anticipato il mese scorso nelle radio dal singolo “Il mondo è lontano”.
Si tratta di un duo, formato dal cantante Massimo Bonano (classe ’77, goriziano residente a Fossalon, Grado, dove nella casa di famiglia ha realizzato uno studio di registrazione) e dal bassista Giulio Biasinutto (nato a Palmanova nel ’79, residente a San Giorgio di Nogaro), accompagnati dal vivo da altri tre musicisti. Entrambi hanno alle spalle varie esperienze musicali. Bonano ha fra l’altro partecipato come corista al tour “Soundtrack live 96-06” di Elisa, Biasinutto ha collaborato anche con i Sick Tamburo, nati da una costola dei Prozac+.
«Cantiamo in italiano - dice Bonano - e abbiamo scelto un nome che guarda a Est. Vogliamo portare il nostro rock di frontiera all’attenzione del pubblico nazionale».
Come duo nascono nel 2005, in questi anni hanno tenuto un’intensa attività “live”, recentemente si sono classificati terzi all’Heineken Jammin Festival Contest, esibendosi sul palco principale l’11 giugno scorso, prima del concerto di Vasco Rossi.
L’album è aperto dal brano “Epilogo”, che racconta «quel momento - spiegano - in cui vorremmo resettare, riazzerare e riprendere la strada sgombri di pensieri. L'immagine principale della canzone è un vulcano, un posto estremo, affascinante e brutale allo stesso tempo, che ci può accogliere ma anche cancellare».
Gli altri titoli sono “Sei come sei”, “Mi basta”, “Il mondo è lontano”, “Inverno”, “01-boy”, “Una crisi”, “Giusto o sbagliato”, “Cielo in movimento” e “La mia idea di te”.
Il disco, distribuito dalla Sony Music, esce per l’etichetta “E.M. Corporation Agency”, che fa capo a Elena Toffoli Piro (sorella di Elisa, alla quale ha fatto da manager per dieci anni) e Bernardo Pascoli. Un altro pizzico di Elisa, nel disco, sta nella produzione artistica di Max Gelsi (bassista della popstar monfalconese) e Gianluca Ballarin.

sabato 21 gennaio 2012

PSICHIATRIA, TRIESTE E TURCHIA


La Turchia chiude i manicomi, e guarda al modello triestino per avviare la sua riforma psichiatrica. Lo comunica Peppe Dell’Acqua, direttore del Dipartimento di salute mentale triestino, appena tornato da Istanbul.

«Tutto è stato molto rapido - dice lo psichiatra, salernitano di nascita e triestino d’adozione -. Nel luglio del 2010 una loro delegazione era venuta a visitare le nostre strutture, per capire com’era stata sviluppata l’esperienza triestina. So che poi andarono anche in Olanda, in Inghilterra e in Germania. Ma al ritorno da questi viaggi, si resero conto che Trieste era quella che loro hanno chiamato la “shock room”. Qui insomma hanno capito quel che si può fare e soprattutto come lo si può fare. Da allora i nostri operatori sono andati in Turchia e i loro sono venuti da noi già diverse volte...».

Il risultato è che, prima di venire a Trieste, la sanità turca aveva un certo tipo di idea, di progetto per la sua riforma psichiatrica, mentre poi ne ha adottato e ora ne sta realizzando un altro, completamente diverso.

«In Turchia - prosegue Dell’Acqua - c’erano solo otto manicomi con circa diecimila internati, su una popolazione di ben settantadue milioni di abitanti. Il loro progetto iniziale era quello di realizzare, all’interno della riforma psichiatrica, 280 piccoli ospedali psichiatrici. Dopo quel viaggio di un anno e mezzo fa, hanno annunciato che il loro modello psichiatrico è quello italiano, con particolare attenzione all’esperienza triestina».

«E visto che sono un paese molto centralista - aggiunge lo psichiatra - sono partiti in quarta. Hanno appena aperto quarantatre dei duecento centri di salute mentale previsti nel progetto di riforma. Ci hanno chiesto una collaborazione nella realizzazione e nell’organizzazione del progetto, e non ci siamo tirati indietro. Come abbiamo già fatto in passato con tanti altri paesi, in giro per il mondo...».

Già, perchè la regola del “nemo propheta” vale dappertutto e ovviamente anche a Trieste, dove i cosiddetti “basagliani” non sempre vedono riconosciuti i propri (indubbi) meriti. E spesso si tace sul fatto che l’esperienza maturata nel corso degli ultimi quattro decenni fra il parco di San Giovanni, i centri di salute mentale e gli appartamenti sparsi per la città è stata già esportata in Argentina e in Brasile, in Corea e in Romania, a Cuba e in Colombia, per non parlare delle “vicine” Croazia, Serbia, Bosnia, Albania...

«Sono in tutto una cinquantina - spiega Dell’Acqua - i paesi che, in maniere diverse, si sono appoggiati a noi in tutti questi anni. Anni nei quali sono venuti a Trieste migliaia di operatori in formazione, che molto spesso, tornati a casa, sono diventati protagonisti di primissimo piano delle politiche sanitarie e psichiatriche dei loro paesi».

Molto proficui anche i rapporti con l’Inghilterra. «Con la particolarità, in questo caso, che noi negli anni Sessanta e Settanta ci siamo ispirati ai modelli inglesi per avviare e portare avanti il nostro percorso. Mentre ora loro vedono proprio Trieste come possibile e concreto modello di nuovo sviluppo...».

Ma torniamo alla Turchia. Nei giorni scorsi, in occasione dell’apertura dei primi centri di salute mentale, e in presenza della delegazione triestina, è stata proiettata la fiction della Rai “C’era una volta la città dei matti”, sottotitolata in lingua turca. E se in Italia lo sceneggiato televisivo ha raccontato al grande pubblico ciò che è, o dovrebbe essere già storia, altrove ne può segnare l’inizio, come ha detto il ministro della Salute turco, Recep Akdag.

Il Dipartimento di salute mentale di Trieste - che è anche Centro collaboratore dell’Oms per la ricerca e la formazione - è stato dunque coinvolto a fini sia consultivi, sia come formatore privilegiato di operatori che possano dotarsi degli strumenti e del sapere necessari a gestire i neonati servizi.

Dopo la prima visita del luglio 2010, nell’agosto scorso una delegazione del ministero della Sanità turco, tra cui il sottosegretario Omer Farukkocac, accompagnata dalla rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Maria Cristina Profili, ha effettuato un’approfondita visita alle strutture triestine. Una visita concordata qualche mese prima durante il meeting internazionale “Beyond the walls.

Il passaggio dall’ospedale ai servizi territoriali”, incontro che aveva per obiettivo la formulazione di una dichiarazione congiunta sul superamento delle istituzioni psichiatriche e il lancio di progetti di parternariato, finalizzati allo sviluppo di servizi efficaci di comunità, così come previsto dal Piano di azione di Helsinki 2005 sulla salute mentale per l’Europa.

«Noi siamo qui oggi - aveva ribadito in quella circostanza Dell’Acqua - perché il manicomio di Trieste non c’è più, perché stiamo desiderando che non ci siano più manicomi in tutto il mondo e perché oggi c’è una grande rete che unisce tutti i Paesi, un network di persone (operatori, individui che hanno vissuto e vivono l’esperienza del disturbo mentale, familiari...) che sono protagonisti di questo cambiamento e cercano di costruire politiche di salute e di speranza».

Quelle politiche ora stanno diventando realtà anche in Turchia, dove i vecchi manicomi presentavano quelle stesse situazioni di abbandono e dolore uguali in mezzo mondo. E dove i pazienti turchi vivevano reclusi, senza alcuna speranza di ricevere risposte terapeutiche adeguate ai loro problemi.

«Mi torna in mente - ricorda Peppe Dell’Acqua - una frase che il sociologo canadese Erving Goffman aveva detto quarant’anni fa a Franco Basaglia. Il senso era questo: per visitare gli ospedali psichiatrici non c’è bisogno di conoscere le lingue, il dolore e le cose sono uguali dappertutto...

«Anch’io - conclude lo psichiatra -, in questa esperienza turca ma anche in tutte quelle precedenti in giro per il mondo, mi sono reso conto di quanto quelle parole fossero vere. La psichiatria, e i problemi a essa legati, sono uguali dappertutto. Non ci sono differenze».

lunedì 16 gennaio 2012

NUOVO DISCO SPRINGSTEEN


S’intitola “Wrecking ball”, verrà annunciato oggi e pubblicato il 6 marzo. E’ il nuovo, attesissimo album di Bruce Springsteen, che sarà in tour in Italia il 7 giugno a Milano, il 10 a Firenze e l’11 allo Stadio Rocco di Trieste (prevendite quasi a quota 20mila).

Secondo Hollywood Reporter, sarà un disco “arrabbiato”: la rabbia che il Boss ha sempre messo nelle sue cose migliori contro le ingiustizie, la guerra, la sua America che non sempre fa le cose giuste.

“Wrecking ball”, che significa “palla da demolizione”, è prodotto da Ron Aniello, che aveva già lavorato con Patti Scialfa, e sarà anticipato fra pochi giorni dall’uscita del singolo apripista “We take care of our own”.

Altri brani nuovi dell’album - 24.o in carriera - sono “Jack of all trades”, “Easy money”, “We are alive”, “You’ve got it” e “Shackled and drawn”, ai quali si aggiunge una versione di “Land of hopes and dreams”, suonato in chiusura dei concerti del Reunion Tour a cavallo tra il 1999 e il 2000: nel brano c’è un assolo di sax di Clarence “Big man” Clemons, scomparso recentemente.

Chi ha già sentito il disco dice che propone soluzioni musicalmente inattese, come percussioni elettroniche e una sorprendente cascata di influenze e ritmi, dall’hip hop alle ritmiche folk irlandesi.

Poche sere fa Springsteen è stato fra i protagonisti all’evento di beneficienza “Light of the day”, al Paramount Theatre di New York, appuntamento annuale dedicato alla raccolta di fondi per combattere il morbo di Parkinson al quale il rocker non fa mancare mai il suo appoggio.

CAST SANREMO


L’unica sorpresa sono i Matia Bazar. Gli altri protagonisti del 62° Festival di Sanremo, che si terrà dal 14 al 18 febbraio, erano in realtà già stati abbondantemente preannunciati nei giorni scorsi, fra un’indiscrezione e l’altra.

Ieri pomeriggio, in diretta tivù su Raiuno, all’interno del contenitore di “Domenica In”, l’annuncio ufficiale da parte di Gianni Morandi - confermato sulla tolda del festivalone per il secondo anno consecutivo - e del direttore artistico Gianmarco Mazzi.

Dunque ci saranno Nina Zilli con “Per sempre” (e nell’accoppiata internazionale con con Skye dei Morcheeba in “Grande grande grande - Never never never”), Samuele Bersani con “Un pallone” (e con Goran Bregovic in “Romagna mia - My sweet Romagna”), Dolcenera con “Ci vediamo a casa” (e con Professor Green in “Vita spericolata - My life is mine”).

E poi Irene Fornaciari con “Il mio grande mistero” (e in “Uno dei tanti - I who have nothing” con Brian May dei Queen, coinvolto nell’avventura grazie ai buoni uffici di papà Zucchero), Emma con “Non è l’inferno”, scritta per lei dal leader dei Modà con i quali è arrivata seconda l’anno scorso (e in “Il paradiso - If paradise is half as nice” con Gary Go), Noemi con “Sono solo parole” (e in “Amarsi un po’ - To feel in love” con Sarah Jane Morris).

Confermata la presenza di Pierdavide Carone assieme a Lucio Dalla - sicuramente direttore d’orchestra ma probabilmente anche ospite sul palco, un po’ alla maniera di Franco Battiato l’anno scorso con Luca Madonia - con il brano “Nanì”. La strana coppia sarà poi affiancata da Mads Langer in “Anema e core”.

E ci saranno anche Francesco Renga con “La tua bellezza” (e in “Il mondo - El mundo” con Sergio Dalma), Arisa con “La notte” (e in “Che sarà - Que serà” con Josè Feliciano), la grande voce jazz di Chiara Civello con “Al posto del mondo” (e in “Io che non vivo - You dont’ have to say you love me” con Shaggy).

Non è stata una sorpresa la partecipazione di Eugenio Finardi con “E tu lo chiami Dio” (assieme a Noa in “Torna a Surriento - Surrender”) e dei Marlene Kuntz con “Canzone per un figlio” (e in “Impressioni di settembre - The world become the world” nientemeno che con Patti Smith).

Una sorpresa - ma della vigilia, visto che era già stata annunciata - è la stranissima accoppiata fra Gigi D’Alessio e Loredana Bertè con il brano “Respirare”. Il re dei neomelodici che studia da Baglioni e l’ex grande voce della miglior canzone rock italiana che cerca un rilancio saranno raggiunti dalla rediviva Nina Hagen per l’interpretazione di “Auf der welt”.

Abbiamo lasciato in fondo l’unico nome che non era stato anticipato nei giorni scorsi. Quello dei Matia Bazar, lo storico gruppo pop di cui faceva parte Antonella Ruggiero, già vincitore del Festival (nel ’78 con “E dirsi ciao” e nel 2002 con “Messaggio d’amore”), qui alla sua ennesima ripartenza con la canzone “Sei tu”. Nell’accoppiata internazionale sono con il grande Al Jarreau nel brano “Parla più piano - Speak softly love”.

A proposito di grandi nomi della musica americana, nella presentazione su Raiuno ieri il conduttore Massimo Giletti ha buttato lì quello che potrebbe essere un altro motivo di grande interesse della kermesse. «Stevie Wonder - ha detto - dovrebbe essere tra i grandi protagonisti del Festival di Sanremo». Mazzi non si è sbilanciato: «Io alle anticipazioni sono abituato: non smentisco, ma non confermo».

Il musicista statunitense è già stato in gara a Sanremo, nel ’69, in coppia con Gabriella Ferri, con “Se tu ragazzo mio”. La sua presenza come ospite sarebbe un ulteriore motivo di interesse per un’edizione che - non avendo ancora sentito le canzoni, e dunque solo sulla base dei nomi annunciati - si preannuncia dello stesso livello qualitativo di quella dell’anno scorso.

Fin qui quelli che un tempo venivano chiamati i big. I giovani - già annunciati sabato - saranno Alessandro Casillo, Giulia Anania, Marco Guazzone, Celeste Gaia, Erica Mou, Dana Angi (scelti attraverso la megaselezione sul web di Sanremo Social) e i due gruppi vincitori di Area Sanremo: Bidiel e Io ho sempre voglia.

Ma su questa categoria pende l’incognita di un ricorso al Tar presentato da quattro artisti “over 28” (Davide Misiano, Valerio Massaro, Emil Spada, Angela Ruggiero Amida), che si sono ritenuti discriminati dal limite di età fissato per partecipare a Sanremo Social. L’udienza dinanzi al tribunale amministrativo è fissata per il 27 gennaio