...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
mercoledì 19 giugno 2013
ADDIO A CLAUDIO ROCCHI
«8 gennaio 1951, Capricorno sono nato e qualcosa già finiva, devo aver pianto come un matto forse mancavi tu...». La data di nascita di Claudio Rocchi - morto ieri dopo una lunga malattia - era scritta in una delle sue prime, bellissime canzoni. Di quelle che all’alba degli anni Settanta hanno fatto sognare una generazione di ragazzi appassionati di musica e politica, fra sogni e impegno sociale.
Nel ’69, a soli diciotto anni, Rocchi debutta come bassista degli Stormy Six. Nel ’70 esce il primo album solista, “Viaggio”. L’anno dopo “Volo magico n. 1”, nel ’72 “La norma del cielo (Volo magico n. 2)”. È la sua trilogia psichedelica e visionaria, che rimarrà insuperata.
Canzoni come “La tua prima luna” (“sei finito in un prato mangiando una mela comprata passando dal centro, dove i tuoi amici parlavano ancora di donne e di moto e tu ti fumavi la gioia di essere riuscito a fuggire di casa, portandoti dietro soltanto la voglia di non ritornare...») diventano manifesti generazionali per adolescenti inquieti.
Negli stessi anni, nel contenitore radiofonico di “Per voi giovani” (con Paolo Giaccio, Mario Luzzatto Fegiz e Carlo Massarini), Rocchi ha un suo spazio nel quale propone le sue musiche preferite: Carole King, James Taylor, gli artisti della West Coast americana, alcuni italiani...
Dopo l’underground arrivano il periodo mistico, gli anni in India, gli arancioni, Hare Krishna, l’abbandono della forma canzone per approdare all’elettronica e alla sperimentazione. Che sono la cifra stilistica della sua produzione musicale “adulta”.
Nel ’94 pubblica l’album “Claudio Rocchi (Lo scopo della luna)”, con i vecchi amici milanesi, duettando con Alice nella canzone “L’umana nostalgia”. Altre cose, produzioni, film, idee varie. Due anni fa “In alto”, suo diciannovesimo album solista. Nonostante la malattia, stava lavorando a un nuovo progetto.
TUTTI I TOUR / FVG e RESTO D'ITALIA
A scorrere i tanti nomi che arriveranno in regione, sembra che la crisi tocchi solo marginalmente la musica dal vivo. Dopo il “debutto autunnale” dei Green Day a Trieste e quello dell’altra sera con i Kiss a Villa Manin, spulciando fra le date troviamo per esempio Mario Biondi il 29 giugno, Al Di Meola il 3 luglio, Nicola Conte Combo il 9 luglio, Giovanni Allevi il 12 luglio (tutti a Grado, alla Diga Sauro).
Goran Bregovic il 5 luglio a Trieste, a Borgo Grotta Gigante; Rammstein l’11 luglio a Villa Manin; Benny Benassi il 13 luglio alla spiaggia di Grado; Brian May e Kerry Ellis il 16 luglio sempre a Grado, ma alla Diga. Doppietta di Zucchero in versione cubana: 19 luglio a Tarvisio, 20 a Villa Manin. Ancora a Tarvisio, il 23 luglio Sigur Ros e il 28 Franco Battiato.
Elio e le Storie tese il 26 luglio alla spiaggia di Grado. Festival di Majano: 24 luglio Deep Purple, 27 Fabri Fibra, 28 Fedez, 13 agosto Giuliano Palma. Grupo Compay Segundo il 29 luglio a Pordenone, in piazza XX Settembre.
David Guetta il 3 agosto allo stadio di Lignano Sabbiadoro, dove il 17 agosto arrivano gli Africa Unite (ma all’Arena Alpe Adria). Altri nomi e date si aggiungeranno nelle prossime settimane.
E siamo al panorama nazionale. Annullati l’Heineken Jammin’ Festival e altri festivaloni di stagione (qui la crisi si è sentita più che nei singoli concerti e tour), attesa per Paul McCartney il 25 giugno all’Arena di Verona.
Bruce Springsteen - dopo i trionfi di Napoli, Padova e Milano - torna nel paese dei suoi avi l’11 luglio a Roma, alle Capanelle. Due date per Leonard Cohen: 7 luglio a Roma, 9 a Lucca. Sempre a Lucca, l’11 luglio, unica tappa italiana per Nick Cave. Altra doppietta sull’asse Lucca-Roma: Neil Young il 25 luglio in Toscana e il 26 nella capitale.
Roger Waters con “The Wall” il 26 luglio a Pdova e il 28 a Roma. Cat Power il 7 luglio a Milano e l’8 a Roma. Depeche Mode 18 luglio a Milano, il 20 a Roma. Alicia Keys il 19 luglio a Torino, dove il 28 e 29 suonano i Muse.
Italiani. Dopo il poker a Torino della settimana scorsa, Vasco Rossi si appresta a calare il tris bolognese: 22, 23 e 26 giugno. In attesa di una - impossibile? possibile? probabile...? - ripresa settembrina, che potrebbe riservare delle “sorprese triestine”. L’altro grande protagonista tricolore dei nostri stadi è Jovanotti: dopo Ancona, bari e Bologna, sarà oggi e domani a Milano, il 23 a Firenze, il 28 a Roma, il 6 luglio a Palermo.
Finale in punta di malinconia. Dal 17 al 24 agosto, a Benicàssim, in Spagna, un festival figlio di queste terre: il Rototom Sunspash. Fra gli ospiti di quest’anno, Damian Marley e John Holt. Della serie: avevamo in regione il più importante festival reggae europeo, e ce lo siamo lasciati sfuggire...
TRIESTELOVESJAZZ / TRIESTE SUMMER ROCK FESTIVAL
Le estati musicali ai tempi della crisi. I festival negli anni in cui austerità e “spending review” riducono al lumicino, o azzerano del tutto, i contributi che le amministrazioni pubbliche hanno garantito in passato agli organizzatori di rassegne che allietano i mesi caldi per chi resta in città e per i turisti di passaggio.
Anche a Trieste, su questo fronte, c’è chi stenta, chi si arrangia e persino chi rischia di gettare la spugna, rinunciando a un progetto. In attesa di conoscere nel dettaglio la proposta spettacolare e culturale che verrà firmata dall’amministrazione comunale, siamo andati a verificare lo stato di salute delle due rassegne musicali che hanno animato le estati musicali cittadini dell’ultimo decennio, o giù di lì: TriesteLovesJazz e Trieste Summer Rock Festival.
«Stamattina alle 11.30 - annuncia Gabriele Centis, direttore artistico della rassegna jazz - presentiamo alla Casa della musica la nostra collaborazione, sotto l’egida del Comune, con il Festival Jazz di Lubiana. Abbiamo previsto un doppio concerto, il 6 luglio a Lubiana e il 7 a Trieste, sul Ponte Curto, dell’European Saxophone Ensemble. Un sassofonista per ogni paese europeo, in acustico: spettacolo da non perdere, che aprirà l’edizione di quest’anno di TriesteLovesJazz...».
Centis conferma le difficoltà organizzative, le risorse ridotte, ma sottolinea il “segreto” per la buona riuscita di questa rassegna, che negli ultimi anni ha portato a Trieste tanti nomi importanti o emergenti della scena jazz americana ed europea: «I soldi sono pochi, è vero. Ma ci salva quella rete di rapporti, anche amicali, che abbiamo sviluppato nel corso degli anni con la Casa della musica. Dove un artista o un gruppo viene magari a incidere, o a fare un seminario, e poi magari l’estate dopo è disponibile a venire a suonare senza chiedere un cachet elevato...».
Risultato: anche quest’anno i triestini avranno a luglio le loro serate jazz in piazza Verdi, con un’appendice agostana dedicata alla miglior scena locale. Fra le anticipazioni: il nuovo progetto del sassofonista Bill Evans, il Soul Grass Quintet; il crooner londinese Anthony Strong, in un recital pianoforte e voce; il pianista romano Enrico Zannisi, appena premiato come miglior talento italiano da “Musica Jazz”, nell’ambito di quel Premio Franco Russo da lui vinto anni fa.
«Chiusura - conclude Centis - con il concerto all’alba di domenica 11 agosto, sul Molo Audace, con il pianoforte di Glauco Venier».
E passiamo al versante rock dei nostri festival. «Negli anni passati - spiega Davide Casali, anima con la sua associazione Musica libera di Trieste Summer Rock Festival - a quest’ora avevamo già presentato il programma. Purtroppo siamo un po’ in ritardo, proprio per l’incertezza sul budget a disposizione. Abbiamo le date e un paio di idee, ma incertezza anche sul luogo dove vorremmo ambientare l’edizione del nostro decennale, che per la verità avevo sognato diversa...».
Ancora Casali: «Abbiamo in mente un paio di serate, da tenere nella prima metà di agosto. Un’idea è quella di Tony Levin, il bassista statunitense che ha suonato con Yes, King Crimson e tantissimi altri protagonisti del pop-rock internazionale. Con lui abbiamo dei contatti che aspettano solo di essere perfezionati. L’altra idea è quella di re-ambientare un “Live at Pompei” nel nostro Teatro romano, con i Pinkover, reduci da una serata di successo al Rossetti».
Due nomi che ci sono invece sfuggiti sono quello dei Van der Graaf Generator e di Alan Parsons (entrambi già ospitati anni fa al Trieste Summer Rock Festival): «Potevamo riportarli - dice Casali non nascondendo una certa amarezza - visto anche il grande successo ottenuto. Ma non avevo garanzie economiche e c’era da firmare un’opzione. Niente da fare. Col risultato che i Van der Graaf vanno il 2 luglio a Udine, per un concerto a pagamento. Un nostro punto di orgoglio è invece aver organizzato sempre eventi a ingresso libero...».
domenica 16 giugno 2013
KISS lun 17-6 villa manin, codroipo
Conto alla rovescia per uno degli eventi rock dell’estate musicale del Friuli Venezia Giulia. Lunedì alle 21, a Villa Manin, concerto dei Kiss: prima delle due tappe italiane (martedì al Forum di Assago, Milano) del tour mondiale della celebratissima band statunitense. A due anni di distanza dalla precedente apparizione tricolore. E a tre settimane dal debutto rock della stagione, con i Green Day sotto la pioggia in piazza Unità, a Trieste. Differenza non da poco: quel concerto si svolse in un clima decisamente autunnale, per quello di lunedì il meto prevede temperature da estate piena...
Sono passati giusto quarant’anni. Era infatti il gennaio del ’73 quando il bassista Gene Simmons e il chitarrista Paul Stanley (all’anagrafe rispettivamente Eugene Klein e Stanley Eisen, reduci dall’avventura non particolarmente fortunata con una band chiamata Wicked Lester) tengono alcune audizioni a New York per cercare un chitarrista solista, che trovano nel vulcanico e originalissimo Ace Frehley. Il batterista invece lo avevano già trovato leggendo un’inserzione su Rolling Stone, la bibbia del rock, pubblicata da Peter Criscuola, un passato in alcune jazz band, che per l’occasione cambia il proprio nome in Peter Criss.
La formula su cui i quattro decidono di puntare è il rock duro, con aggiunta di trucchi pesanti e costumi e stivaloni che non passerebbero inosservati nemmeno a un Gay Pride. Ispirandosi al teatro Kabuki, ognuno si dipinge la faccia di bianco, con disegni legati una maschera. Ecco allora che Simmons assume le sembianze di un demone (The Demon), Stanley quelle del figlio delle stelle (The Starchild), Frehley l’uomo dello spazio (The Spaceman), Criss quello del gatto (The CatMan). Un vezzo che diventa subito il marchio di fabbrica della band, quello che la rende unica, inconfondibile, giocando su un’ambiguità all’epoca osata soltanto da un certo David Bowie.
Una curiosità. La scritta “Kiss”, con le due “s” a forma di fulmini, furono opera del chitarrista Ace Frehley. Richiamando involontariamente il simbolo delle Ss naziste, furono all’epoca oggetto di forte polemica, soprattutto in Germania, dove gli album furono poi pubblicati con una variante grafica del nome-logo, al fine di evitare strumentalizzazioni e accuse di apologia del nazismo.
Un’altra polemica fu legata al presunto significato del nome, secondo alcuni acronimo di Knights In Satan’s Service: ricostruzione smentita dagli stessi Simmons e Stanley.
Ma veniamo alla musica, ai concerti, ai dischi. Fra l’album d’esordio (semplicemente “Kiss”), pubblicato nel febbraio ’74, e il recente “Monster” (da cui il nome di questa tournèe: “Monster Tour”), uscito nell’ottobre scorso, si dipana una carriera da grandi numeri: venti album in studio e vari “live” e “greatest hits”, centotrenta milioni di dischi venduti, ventiquattro dischi d’oro, dieci di platino. Anche se è soprattutto dal vivo che i Kiss (attualmente formati, dopo vari cambiamenti, accanto ai padri fondatori Stanley e Simmons, dal chitarrista Tommy Thayer e dal batterista Eric Singer) sviluppa le sue enormi potenzialità. Lasciando lo spettatore a bocca aperta.
L’ultimo album ha riportato il gruppo ai suoni e alle atmosfere delle origini, quelle che hanno caratterizzato capolavori come “Destroyer” e “Love gun”, ancora amatissimi dai fan di ieri e di oggi. E brani come “Detroit rock city”, “Love gun”, “Shout it out loud”, “I was made for loving you”, “Black diamond”, “Lick it up” e “I wanna rock’n’roll all nite” fanno ormai parte della storia del rock.
Lunedì a Villa Manin, nello spettacolo che ha debuttato il primo giugno a Stoccolma, i Kiss proporranno l’ennesima macchina da spettacolo ricca di novità ed effetti a sorpresa. Basti segnalare che il megapalco sarà dominato da un gigantesco ragno meccanico mobile che traporterà i quattro musicisti sulle teste degli spettatori.
«Un giorno finirà - ha detto Simmons a Stoccolma -, ma spero che lo faremo in un momento di ascesa, invece di cadere verso il basso. Deve essere grande fino all’ultimo istante. Abbiamo ancora cinque o dieci anni al top...».
La serata di lunedì sarà aperta alle 20 dai californiani Rival Sons (debutto nel 2008 con “From the fire”, poi “Pressure and time” e l’anno scorso “Head down”). Cancelli aperti alle 18. Attesi fra i sei e gli ottomila spettatori, almeno la metà in arrivo anche da Austria, Slovenia e Croazia.
STEVE VAI ven 14-6 rossetti, trieste
Anche gli enfant prodige crescono. E a cinquantatre anni compiuti proprio pochi giorni fa, il chitarrista newyorkese di origini italiane Steven Siro Vai, universalmente noto come Steve Vai, fa parte a pieno titolo della miglior storia del rock. Aveva appena vent’anni, nell’80, quando debuttò nel gruppo di Frank Zappa, prima dell’esordio discografico da solista nell’84 con l’album “Flex-Able”.
Trent’anni, quindici milioni di dischi venduti e mille avventure dopo, il chitarrista arriva stasera a Trieste, al Rossetti, per aprire il suo tour “Steve Vai & Evolution Tempo Orchestra”. In bilico fra rock e sinfonica.
Mister Vai, com’è nata l’avventura con l’Evolution Tempo Orchestra con cui suona in questo tour?
«Due anni fa mi era stato proposto di fare un paio di date con un’orchestra romena, l’orchestra sinfonica di stato di Bucarest. Tutti giovani e talentuosi musicisti. All’inizio ero un po’ prevenuto ma mi sono dovuto ricredere non appena abbiamo fatto la prima prova assieme».
Mostri di bravura?
«Più o meno. I concerti sono stati intensi e devo dire anche divertenti. Allora abbiamo deciso di replicare l’esperienza con un tour vero e proprio. È sempre dura con sessanta persone da portare a spasso, “on the road”, ma sta andando tutto benissimo».
Un passo ulteriore verso la classica?
«Forse. Il fatto è che il mio mondo ormai è sempre più la composizione. Che sia per un film o per un’orchestra, mi rendo conto che divento sempre più un compositore e sempre meno un chitarrista. E poi, diciamolo: non si può fare il rocker per sempre, per tutta la vita...»
Però ora è in tour.
«Certo, suono perchè questo è il mio mestiere. La gente vuole questo da me. Ma vedo il mio futuro sempre più nella direzione della scrittura, della composizione. E la prospettiva mi piace anche un sacco, è molto più attraente che suonare e basta».
Ricorda il primo chitarrista che l’ha influenzata?
«Sicuramente Jimi Hendrix, poi Al Di Meola, poi ancora Van Halen. Ma sono stato molto influenzato anche dal mio primo maestro di chitarra, quand’ero ragazzo a New York. Un certo Joe Satriani...».
Con cui poi suonò nel G3.
«Certo, fu una grande soddisfazione. Ormai il G3 è un circo che va avanti dal ’96, mi pare... Come dicevo Joe è stato il mio primo maestro di chitarra, oramai non ci diciamo neanche cosa dobbiamo fare, ci conosciamo così bene, e ci divertiamo un mondo. Di solito abbiamo anche le nostre famiglie dietro, quando suoniamo. Ormai è proprio come essere a casa».
Lei ha esordito con Frank Zappa, cos’ha imparato da lui?
«Tutto quello che so del business l’ho imparato dal grande Frank. Senza contare le piccole grandi lezioni di vita quotidiana che impartiva naturalmente. Del tipo: non fermarti mai, continua ad andare sempre avanti. O ancora: nella vita il segreto è quello di capire il potenziale e l’uso della parola “no”. Ma potrei andare avanti per pagine».
Com’è nata nel 2007 la sua partecipazione a un disco di Eros Ramazzotti?
«Nel mondo della musica, specialmente a Los Angeles, sono molte le connessioni con vari personaggi che ti prospettano di fare qualcosa di interessante. Anche nel caso di Eros andò così. Mi proposero di suonare in un suo brano, credo che fosse per un suo “Greatest hits album”».
Come mai accettò?
«Ho accettato alla condizione di poter rifare tutte le chitarre e riarrangiarle a modo mio. E così è successo. I soldi sono secondari alla mia libertà di espressione. In quella, come in altre occasioni, non avrei accettato l’offerta se non avessi avuto libertà assoluta».
Conosce altri musicisti italiani?
«Di origine italiana moltissimi, gli Stati Uniti sono pieni di musicisti figli o nipoti di italiani. Protagonisti attuali della scena pop rock italiana purtroppo non molti. Conosco bene Pino Palladino (bassista inglese di origine italiana - ndr), ho tanti amici nel mio management che sono italiani e mi parlano di nomi come Vasco Rossi o Zucchero, ma è tutto quel che so. Non posso dire di conoscerli».
Lei stesso vanta radici italiane.
«Certo, e devo dire che le ho sempre tenute molto care. Mio nonno era di Dorno, un paese vicino Milano. Mia madre della provincia di Parma. Recentemente gli abitanti di Dorno mi han fatto il grande onore di regalarmi la cittadinanza, durante il G3 con Satriani dell’anno scorso. E un grande artista futurista, Marco Lodola, mi ha dedicato una delle sue sculture: cose incredibile, al di là del tempo e dei confini...».
Molte sue musiche sono state utilizzate in vari film. Che rapporto ha con il cinema?
«Oddio, sono sicuramente un appassionato. Amo andare al cinema. Tanti anni fa mi è capitato anche di partecipare a un film, s’intitolava “Mississippi adventure”. Interpretavo il ruolo di un chitarrista ispirato dal demonio...».
Quante chitarre ha? Ce n’è una preferita?
«L’ultima volta che le contate erano duecento o poco più. La preferita rimane la mia Evo Ibanez, quella che ho sempre con me».
Produce ancora miele?
«Certo, è una mia passione che coltivo da anni. È affascinante capire l’intelligenza collettiva delle api, e come la natura si prende sempre cura di noi, in una continua evoluzione. Il miele è diventato davvero una mia passione, e più frequento gente italiana più mi accorgo che la raffinatezza del gusto è tipica del paese dei miei avi. Non a caso la mia ape regina più importante, è italiana...».
Quando il nuovo disco, dopo il recente “The story of light”?
«Ci sto pensando proprio in questi giorni, parlandone “on the road” con chi mi è più vicino. Ho messo da parte molto materiale. Credo che nel prossimo album vorrei esprimermi con qualcosa di semplice da una parte, complicato dall’altra, feroce quando serve. Arriverà presto...».
Nel frattempo, rockettari di ieri e di oggi - anche da Slovenia e Croazia; biglietti ancora disponibili alle casse - convergeranno stasera su Trieste per questo concerto. Fra i brani in programma “For the love of God” e “Velorum”, “Whispering a prayer” e “The attitude song”, “Racing the world” e The murder” e la suite “Fire garden”...
mercoledì 12 giugno 2013
ROBBIE WILLIAMS film stasera il 200 sale italiane, poi tour
Se esiste un re del pop, oggi, anno di grazia 2013, ebbene questo è sicuramente Robbie Williams. Stasera, in duecento sale italiane (a Trieste “Space” delle Torri e Nazionale, a Gorizia e Monfalcone “Kinemax”, a Udine “Space” di Pradamano), i suoi fan potranno assistere al concerto evento svoltosi nello scorso novembre alla “O2 Arena” di Londra.
In programma, tutti i suoi più grandi successi (“Angels”, “Rock dj”, “Gospel”, “Millennium”...) e i brani dell’ultimo album “Take the crown”, il suo nono in studio: da “Candy” a “Be a boy”, fino a “Different”.
«L’album - spiega l’artista, inglese di Stoke-on-Trent, classe ’74 - si chiama “Take the crown” (prendi la corona - ndr) perché voglio combattere, voglio prendermi tutto. Sono pronto a riconquistare la mia corona e mostrare alla gente che amo questo lavoro e mi batterò per questo».
Gli anni dei Take That sono ormai lontani, nonostante una recente “reunion” da una botta e via. Oltre sessanta milioni di album venduti, diciassette Brit Awards, un record da Guinness dei primati come quel milione e seicentomila biglietti venduti in un solo giorno per un tour del 2006: sono questi alcuni dei numeri su cui è stato eretto un mito, il mito appunto del nuovo re del pop.
Questa grande celebrazione cinematografica di Robbie Williams arriva fra l’altro soltanto due giorni prima del debutto del suo nuovo tour negli stadi europei, che parte venerdì da Dublino e attraverserà il continente per tutta l’estate.
La tournèe, dopo le tappe in Inghilterra (19 e 21 giugno Manchester, 25 Glasgow, 29 e 30 Londra allo stadio di Wembley), Germania, Olanda, Austria (17 luglio a Vienna), Svezia, Belgio, Svizzera ed Estonia, arriva anche in Italia, per un solo concerto, il 31 luglio allo Stadio San Siro di Milano.
Da segnalare ancora la tappa del 7 agosto all’Olympiastadion di Monaco di Baviera.
martedì 11 giugno 2013
TEHO TEARDO, la voce delle emozioni nelle colonne sonore
«Mi piace incontrare le persone. E questi incontri nei quali parlo del mio lavoro, spiego come si scrive la colonna sonora di un film, sono un osservatorio interessante per vedere cosa fanno, cosa pensano i ventenni di oggi. Capire che preparazione, che aspettative hanno».
Mauro “Teho” Teardo, classe ’66, pordenonese trapiantato da alcuni anni a Roma, è un musicista e compositore noto soprattutto per le sue colonne sonore. Da “Denti” di Salvatores a “Il divo” di Sorrentino (David di Donatello 2009), da “La ragazza del lago” di Andrea Molaioli a “Diaz” di Daniele Vicari. Ieri ha tenuto un “workshop” a Trieste, alla Casa della musica, nell’ambito della rassegna “Camera di specchi”.
«Sono curioso dei giovani - prosegue Teardo - perchè il futuro appartiene a loro. Rispetto al passato viviamo tempi più complessi. La contemporaneità è stratificata. Ci sono meno punti di riferimento rispetto alle generazioni precedenti».
Che nella musica abbondano.
«Basta pensare a quanti cambiamenti sono avvenuti in campo musicale negli ultimi vent’anni. Quanti generi, quanti artisti si sono avvicendati».
Lei spazia fra musica, immagini, cinema. Inquieto?
«Penso nasca dalla mia inquietitudine. Ammetto di non trovarmi a mio agio in una situazione di stabilità. Sono sempre alla ricerca di qualcosa d’altro».
Scrivere per il cinema, la televisione, il teatro è diverso?
«Contesti diversi. Nei quali l’importante è non concepire mai la musica come tappezzeria. Bisogna ricercare invece un’identità sonora, che renda il rapporto fertile e interessante».
Come nasce una sua colonna sonora?
«Prima leggo la sceneggiatura. Comincio a lavorare subito, prim’ancora dell’inizio delle riprese. Alla fine vedo il film, e faccio le opportune modifiche. È fondamentale entrare in sintonia con la sceneggiatura, poiché sarà una sorta di amplificatore in note delle emozioni raccontate per immagini nel film».
I suoni come filo conduttore della storia?
«Assolutamente sì. Per me la colonna sonora non è mai un mero commento. Vuole essere qualcosa di più, di altro. La voce delle emozioni, una specie di seconda pelle che avvolge la trama. Anche i ragazzi del “workshop” hanno preparato una sceneggiatura: senza la presunzione di stare in cattedra, o di fornire formule tecniche di scrittura, ho mostrato loro come nasce una colonna sonora».
La colonna sonora cui è rimasto più legato?
«Quella de “La ragazza del lago”, forse perchè il film era ambientato nel Friuli Venezia Giulia, la mia regione. Vivo a Roma da alcuni anni, ma rimango molto legato alla mia terra».
È vero che le hanno offerto anche un cinepanettone?
«Sì, e la cosa mi ha sorpreso. Ho ringraziato ma ho declinato l’offerta. Rimango convinto che alcuni film, alcuni contesti possono svalutare anche la musica che scrivi».
Colonne sonore a parte?
«È appena uscito “Still smiling”, il mio album assieme a Blixa Bargeld, leader degli Einstürzende Neubauten. Finora ha avuto buoni riscontri in Italia, dov’è uscito prima che nel resto d’Europa. Con Blixa - che ha una personalità molto complessa - c’è stata una grande sintonia, collaborare con lui è stato per me un grande privilegio perchè mi ha dato la possibilità di sperimentare».
Com’è nato il disco?
«Dalla voglia, dal piacere di lavorare assieme. In tempi nei quali puoi fare un disco insieme senza nemmeno vederti con l’altro, ma scambiandoti “file” da una parte all’altra dell’oceano, amo sottolineare che questo disco lo abbiamo scritto insieme, nella stessa stanza. In parte a Berlino, nel suo studio, in parte a Roma, dove lavoro io».
Una prosecuzione di “Music for wilder mann”, il suo lavoro precedente?
«Una continuità c’è sempre, almeno a livello di affinità, di riferimenti comuni. Ma quello era un lavoro strumentale, un’opera musicale ispirata al lavoro del fotografo francese Charles Fréger “Wilder mann”. Mentre stavolta siamo pur sempre in presenza di canzoni, fra l’altro con dei testi molto belli scritti da Blixa, che si riferiscono a sue esperienze personali».
Adesso a che cosa sta lavorando?
«Alle musiche per un documentario di Cecilia mangini sull’Ilva di Taranto. E a quelle per un film americano di un debuttante: racconta la storia di un soldato che torna dalla guerra in Afghanistan shockato dall’esperienza».
Quando la rivedremo dal vivo?
«Il 18 luglio sarò da solo a Cividale, per il Mittelfest. Mentre con Blixa Bargeld, dopo i concerti fra l’altro anche a Roma e Milano di un mese fa, saremo al Sexto ’Nplugged di Sesto al Reghena».
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