giovedì 30 gennaio 2014

VENDITTI, ritorno al futuro, concerto trieste 11-2

«Ogni volta che torno a Trieste per me è una festa. Penso ai tanti concerti che vi ho tenuto in tutti questi anni. In piazza Unità, a San Giusto, al palasport, al Rossetti stesso. E penso a quel vostro lungomare meraviglioso, al porto vecchio. Ma lo hanno sistemato, finalmente...?» Chiamare Antonello Venditti - che martedì 11 febbraio canta al Politeama Rossetti, a Trieste, terza tappa del nuovo tour “70-80, Ritorno al futuro”, che parte il 3 febbraio da Bologna - per intervistarlo è cosa semplice e difficile al tempo stesso. Semplice perchè dopo oltre quarant’anni di carriera ai massimi livelli è rimasto persona disponibilissima, non è di quelli ai quali bisogna estorcere le domande con il cavatappi, per intenderci. Difficile, quasi imbarazzante, perchè l’uomo conosce la città. Le sue bellezze e i suoi problemi. E dunque la domanda sullla situazione del nostro porto vecchio te la fa lui, subito, probabilmente intuendo già la risposta. Venditti, perchè “Ritorno al futuro”? «Perchè mi sento come un ingegnere pazzo, ho inventato la macchina del tempo, vado avanti e indietro fra i decenni. Essendo trascorsi più di quarant’anni, mi permetto il lusso di tornare indietro sapendo già com’è andata. E mi diverto a ricominciare tutto daccapo. Attraverso le canzoni». Dunque canterà i vecchi classici? «Vecchi ma immortali. Il tour sarà dedicato alle canzoni degli anni Settanta e Ottanta. Ci fermiamo a “In questo mondo di ladri”. Solo la festa finale dell’8 e 9 marzo, a Roma, comprenderà anche brani più recenti». Come le è venuta questa voglia di passato? «Ci sono momenti nella vita in cui il presente diventa passato e il passato futuro. Ed è venuto il tempo in cui la mia storia torna come speranza di non vissuto a riempire la nostra vita. Dico questo perché quarant’anni passati insieme per tutti potrebbero costituire la nostra storia, ma le canzoni che l’hanno rappresentata e che proporrò sono il nostro personalissimo ritorno al futuro». Ha citato “In questo mondo di ladri”. È del 1988... «Già, quattro anni prima di Mani pulite. Non che poi, nei vent’anni successivi, le cose siano cambiate. Paradossalmente, forse, la situazione oggi è addirittura peggiorata». Prosegua. «Molti oramai rimpiangono quelli che c’erano prima. L’ho già detto: sono fuori da ogni logica in qualche modo riconducibile alla politica, ai suoi protagonisti, ai suoi riti, alle sue malefatte. Il livello è molto basso, bassissimo. Già anni fa dicevo che eravamo arrivati alla quinta scelta della classe politica. Ora siamo scesi sotto terra». Renzi? «Premesso che ci vorrà molto tempo per sbrogliare la matassa, dico questo: abbiamo visto dove ci hanno portato i vecchi, diamo fiducia ai nuovi, ai giovani, dunque anche a Renzi. Io sto dalla parte del futuro. Non mi appassiono più agli uomini che rappresentano le idee, ma alle idee ancora sì...». Le polemiche sugli incontri con Berlusconi? «Il mondo è fatto di incontri, la politica ancor di più. Anche Berlinguer incontrava Craxi, nel camper. Anch’io sono andato a cantare per Comunione e liberazione, pur essendo lontano da loro, beccandomi fra l’altro un sacco di critiche. Ma gli incontri fra le diversità non possono che arricchire. E comunque sulla legge elettorale, cioè sulle regole del gioco, devi per forza metterti d’accordo con l’avversario». Va ancora allo stadio? «Qualche volta. Il clima attorno al calcio è peggiorato. Mi ha colpito quanto successo a Bologna, con i fischi e gli striscioni oltraggiosi mentre l’impianto diffondeva la voce di Lucio Dalla che cantava “Caruso”. Fatti vergognosi, che rovinano lo sport. Alcuni dei quali, però, derubricabili a ignoranza e campanilismo». L’Italia è un paese razzista? «Credo di no. Da noi il razzismo vero non è mai esistito, al massimo piccole frange. Episodi di razzismo aumentano quando la situazione economica peggiora, quando i poveri entrano in conflitto con altri poveri, in una penosa lotta per la sopravvivenza. Anche se in altri paesi europei sono più avanti di noi». Per esempio? «Per esempio in Francia, dove l’integrazione è molto avanzata. Dove nero non vuol dire clandestino, ma può essere ed è un termine declinabile con eccellenze nel campo della cultura, dell’arte, della scienza. Non solo dello sport. Da noi siamo indietro di quarant’anni, questo è il punto». Dopo il tour? «Il futuro dovrebbe essere un nuovo album, che potrebbe uscire entro l’anno». L’8 marzo compie 65 anni. «Già, e li festeggio sul palco, a Roma, nel primo dei due concerti finali del tour. Comincio ad avere una certa età, ma non mi lamento. Se non fosse per questo dolore alla spalla, che se dovessi sentire il medico di certo non potrei partire in tour. Ma non lo ascolto».

mercoledì 29 gennaio 2014

DISCHI, OMAR PEDRINI

OMAR PEDRINI “Che ci vado a fare a Londra?” (Universal) Omar Pedrini torna sulle scene con un disco di inediti di cui è autore di musica e testi. Ad impreziosire il progetto discografico dal respiro “british rock” con sfumature psichedeliche, sono presenti alcune prestigiose collaborazioni: con il rapper Kiave in “Jenny (scendi al fiume)”, con Ron e Dargen D’Amico in “Gaia e la balena”, con i Modena City Ramblers nel brano strumentale “Nonna Quercia folkband”. L’album arriva a otto anni dall’ultimo disco di inediti “Pane, burro e medicine”. Il primo singolo estratto, che ha lo stesso titolo dell’album, nasce dall’incontro di Pedrini con Michael Beasley, leader della band di Manchester The Folks, presenti al completo nel brano. I due si sono incontrati negli uffici della Ignition, etichetta management di Noel Gallagher, a Londra, e insieme a Scott Anderson (The Folks) hanno dato vita a questa ballad rock. Il singolo, registrato tra l’Italia e Manchester e masterizzato ai celebri Exchange Studios di Londra da Mike Marsh e Karen Thompson, c’è anche in versione inglese con il titolo “London”.

DISCHI, NEIL YOUNG, LIVE AT THE CELLAR DOOR

Ci sarà vivaddio un motivo se Neil Young è tuttora - a quarantacinque anni dagli esordi con i Buffalo Springfield, cui seguì prima l’enorme successo con Crosby Stills & Nash e poi quello da solista - uno degli artisti più importanti della scena contemporanea. Uno che a sessantanove anni (compiuti due mesi fa) influenza ancora legioni di musicisti giovani e meno giovani, affascina ancora milioni di appassionati di tutte le età e di mezzo mondo. Il motivo, almeno a nostro avviso, sta nella grande libertà artistica che il musicista canadese ha sempre coltivato, ricercato e preteso in tutto quello che ha fatto in una carriera ormai lunghissima. Ce ne accorgiamo anche in questo suo album, “Live at the cellar door” (Reprise), che è nuovo e vecchio al tempo stesso. Nuovo perchè viene pubblicato adesso, vecchio (ma attualissimo...) perchè altro non è se non una summa delle cose migliori registrate in sei concerti tenuti fra il novembre e il dicembre 1970 (insomma, una vita fa...), al Cellar Door di Georgetown, Washington Dc. Ovvero: un minuscolo club con meno di duecento posti, in cui però registrarono dal vivo artisti del calibro di Miles Davis e Richie Havens. Un posto davvero piccolo, che però crea un’atmosfera unica, quasi intima, anche di complicità fra l’artista sul palco e il pubblico a pochi metri dalla sua postazione. Disco acustico, il cui ascolto ci riconduce come per magia in quella congerie creativa che erano gli anni a cavallo fra i favolosi Sessanta e i creativissimi Settanta negli Stati Uniti. Neil Percival Young, nato a Toronto il 12 novembre 1945, aveva all’epoca appena venticinque anni. Poco più di un ragazzo, da un punto di vista anagrafico, ma un artista fatto e completo a riascoltare la performance qui proposta. Il repertorio è incentrato sui brani degli album “Everybody knows this is nowhere” e “After the gold rush”. Mancano dunque i classici di “Harvest”, l’album che lo consacrò a livello mondiale. Con un’eccezione, però: una versione assolutamente originale di “Old man”, che poi avremmo trovato nell’album citato. Anni quasi psichedelici. Lo si intuisce anche quando Neil Young presenta il brano “Flying on the ground is wrong”, spiegando che parla di droghe e di persone che ne fanno uso, del limite di incomunicabilità che divide le persone che ne fanno uso da coloro che invece si oppongono alle stesse. E dal pubblico parte un’esclamazione di approvazione. Fra gli altri brani: “Tell me why”, “Cinnamon girl” (con l’artista al pianoforte), “Expecting to fly” (dal vecchio repertorio dei Buffalo), “Birds, “After the gold rush” “See the sky about to rain”... Insomma, meglio di molta roba “nuova”.

giovedì 23 gennaio 2014

ADDIO A CARLO MAZZACURATI

Regista di film come “Notte italiana”, “Il toro”, “Vesna va veloce”. Ma anche “La lingua del santo”, “La giusta distanza”, “La passione”. Sceneggiatore per e con Daniele Luchetti (“Domani accadrà”) e Gabriele Salvatores. Persino qualche piccola e bella prova d’attore per Nanni Moretti, in “Palombella rossa”, “Caro diario”, “Il caimano”. Tutto questo ma anche tanto altro è stato Carlo Mazzacurati, morto ieri nell’ospedale di Padova, dopo il ricovero in quello della vicina Monselice. Avrebbe compiuto 58 anni a marzo. Se n’è andato invece davvero troppo presto, dopo una grave malattia che in pochi mesi lo ha battuto. Mazzacurati ha saputo raccontare con maestria la provincia italiana, i suoi riti, le debolezze, i vizi, ma anche la sua vita semplice. Quella provincia che si somiglia in fondo un po’ dappertutto e che lui conosceva bene, partendo dalla sua Padova, dal Nordest e dalle terre di confine di cui è stato un attento osservatore e cantore. E la città del Santo è stata spesso presente nelle sue pellicole. Aveva cominciato da ragazzo, a inseguire la grande passione per il cinema. Animatore negli anni Settanta del cineclub padovano Cinema Uno, non riesce a entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia e dunque si iscrive al Dams di Bologna. Nel ’79 realizza con in soldi di una piccola eredità il suo primo film, “Vagabondi”, una sorta di “road movie”: un esperimento in 16 millimetri che viene premiato al festival milanese Filmaker Doc ma non arriva nelle sale. Va a Roma, lavora per la televisione, comincia a bazzicare l’ambiente del cinema. Conosce Salvatores, collabora con lui alla sceneggiatura di “Marrakech Express”. Nell’85 scrive con Franco Bernini la sceneggiatura di “Notte italiana”, che diventerà poi un film due anni dopo, grazie al sostegno di Nanni Moretti (per lui al debutto come produttore) e della sua Sacher Film. Con “Il prete bello”, tratto dal romanzo omonimo di Goffredo Parise, nell’89 scandaglia i territori della povertà, della miseria. All’inizio degli anni Novanta arriva anche il successo di pubblico, oltre che di critica: “Un’altra vita” (con Silvio Orlando e Claudio Amendola) e soprattutto “Il toro” (Leone d’argento a Venezia e Coppa Volpi a Roberto Citran) trasformano la promessa in un protagonista del nuovo cinema italiano. “Vesna va veloce” e “L’estate di Davide” (nato come film per la tv e poi approdato anche nelle sale) completano il percorso. Nel ’99 firma con Marco Paolini una serie di “Ritratti” dedicati a importanti personaggi della cultura veneta: Andrea Zanzotto, Mario Rigoni Stern, Luigi Meneghello. “La lingua del santo”, presentato nel 2000 in concorso a Venezia, grazie anche alle prove d’attore di Antonio Albanese e Fabrizio Bentivoglio, vira la poetica di Mazzacurati verso i territori fino ad allora da lui inesplorati della comicità. Il pessimismo lascia il posto alla leggerezza, al sorriso sempre utile ad affrontare i guai grandi e piccoli della vita. “L’amore ritrovato”, “La passione” e alcuni documentari (fra cui “Sei Venezia” e “Medici con l’Africa”) sono gli ultimi titoli. Prima de “La sedia della felicità”, la commedia con Valerio Mastandrea, Isabella Ragonese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando e Antonio Albanese che arriverà nelle sale ad aprile. Un’altra storia radicata nel Nordest, che regalerà al pubblico i personaggi di due perdenti un po’ spaesati, fra il Lido di Jesolo e le Dolomiti. Girato con il sostegno della Trentino Film Commission, il film è stato presentato due mesi fa in anteprima all’ultimo Torino Film Festival, dove il regista è stato premiato con il Gran Premio Torino alla carriera. Era già malato, ma dicono che la presentazione e la conferenza stampa si svolsero in un clima di sana e apparentemente spensierata allegria.

martedì 21 gennaio 2014

Sabato PREMIO NONINO a psichiatra PEPPE DELL'ACQUA

Ci saranno idealmente anche Franco Basaglia e i matti di San Giovanni, sabato a Percoto, a ricevere con lo psichiatra Peppe Dell’Acqua il Premio Nonino. Con lui, con loro, sul palco delle distillerie, fra gli alambicchi fumanti nella fredda campagna friulana, pure tanti medici, infermieri, volontari, amici che in oltre quarant’anni sono stati protagonisti della più grande rivoluzione civile - l’unica? - che sia stata portata a compimento nella città di Trieste. La battaglia per la dignità delle persone, per il rispetto di tutte le persone, anche quelle colpite dalla malattia mentale. «Qualcuno - dice Dell’Acqua, classe ’47, salernitano nato a Solofra, provincia di Avellino, nella casa della nonna materna, dal ’71 triestino d’adozione - sostiene che quel che abbiamo fatto, quel che è avvenuto qui, forse non sarebbe stato possibile in un’altra città. Si pensa sempre a Trieste come a una città tollerante. Devo dire che nei nostri confronti non lo fu, fu intollerante ma con intelligenza. E questo rappresentò per noi uno stimolo». Ricorda la prima volta che vide Basaglia? «Come potrei scordare. Fu nell’aprile del ’71, a Parma, nel manicomio di Colorno. Ero uno studente di medicina che stava per laurearsi. Giocavo a rugby nel Cus Napoli. Approfittai di una trasferta per andare a trovarlo, a conoscere questo strano medico di cui avevo sentito parlare». Cosa sapeva di lui? «In facoltà, negli ambienti del Movimento studentesco napoletano si alzavano molte critiche alla medicina ufficiale. Io frequentavo l’Istituto di malattie nervose e mentale, di manicomi e psichiatria sapevo poco o nulla. Ma di Basaglia si sentiva parlare. Tanto che il direttore dell’istituto amava ripetere: nella mia clinica non si deve basagliare...». I divieti creano curiosità. «Già. Un compagno di studi napoletano un giorno disse che conosceva uno che lavorava con Basaglia. Fu sufficiente per organizzare quella visita, in occasione di una partita di rugby con il Cus Parma. Una visita che mi ha cambiato la vita». Che accadde? «Entrai a Colorno, era la mia prima volta in un manicomio. Ricordo l’odore di piscio, sudore, roba fermentata. Ero impaurito. Mi fecero entrare nella stanza di Basaglia durante una riunione. Ricordo che si alzò, mi venne incontro e volle che anch’io gli dessi del tu, cosa inimmaginabile all’epoca. Gli dissi che mi sarei laureato a giugno. E lui, per tutta risposta: beh, allora vieni con noi, andiamo a Trieste...». Città che lei conosceva? «Ci avevo passato qualche giorno nell’estate ’65, quella della maturità. Il classico viaggio dopo gli esami. Tre amici in autostop, da Salerno sù, verso Nord, lungo il versante adriatico. Venezia, Trieste, Vienna, la Germania. Devo dire che quella sera, entrando dalla strada costiera e fermandomi a dormire all’ostello di Miramare, avevo avuto una strana sensazione: quasi come un sentirsi a casa, forse perchè tutte le città di mare un po’ si somigliano, forse perchè il sole tramontava sul mare, come a Salerno». Torniamo a Basaglia. «Nel ’68 aveva pubblicato “L’istituzione negata”, sull’esperienza al manicomio di Gorizia. Al di là del Premio Viareggio e delle traduzioni in varie lingue, il libro aveva avuto un impatto molto forte. Dopo un anno sabbatico negli Stati Uniti, dove si cominciava a parlare di deistituzionalizzazione, e i due anni a Colorno, nell’agosto ’71 arriva a Trieste. Con lui un primo nucleo di giovani medici, fra cui Franco Rotelli». Lei quando arriva? «Nella notte fra il 3 e il 4 novembre di quello stesso ’71, a bordo di una vecchia 500. Primi mesi in una pensioncina a Barcola, che fra l’altro anni dopo divenne in qualche modo famosa per un caso di eutanasia. Ma vivevo praticamente a San Giovanni, che era ancora un manicomio, con 1182 ricoverati, con tutti i suoi orrori e le sue brutture». Come cominciò il vostro lavoro? «Basaglia istituì subito laboratori di pittura e di teatro dentro il manicomio. Nacquero le case per i matti. E una cooperativa di lavoro per loro, che così cominciarono a svolgere lavori riconosciuti e retribuiti. Fu la prima cooperativa sociale, con vent’anni di anticipo su tutte le altre, e nacque con uno sciopero. Ci fermammo tutti: medici, infermieri, volontari, matti... Ospedale bloccato perchè venisse riconosciuto il diritto al lavoro a tutti, anche ai matti». Formidabili quegli anni? «Quei primi anni, diciamo i primi dieci anni, hanno letteralmente sconvolto la mia vita. Anni di fermenti, di contraddizioni, di incertezze, ma anche di rotture e conflitti. Accadevano cose che nella quotidianità a noi sembravano normali, ma erano delle piccole grandi rivoluzioni assolute». Avevate dubbi? «Basaglia diceva che dovevamo seminare, scommetteva che quei semi sarebbero germogliati. A volte doveva “combattere” anche con noi. Non sempre eravamo d’accordo sul che fare. Quando nel ’78 decidemmo di occupare la Casa del marinaio lui si dissociò pubblicamente. Diceva che bisognava lavorare nella legalità, nelle istituzioni». Trieste, intanto? «Per la città fu un trauma forte. Prima il rione di San Giovanni e poi la città si trovarono ad affrontare qualcosa che non poteva essere accettato. Il manicomio era baluardo di certezze, si stavano abbattendo le sue mura, ciò era innaturale. La città era sgomenta, era la prima a essere esposta a un fatto di questo genere». Diceva che fu intollerante. «Ma non poteva che essere così. E fu davvero un’intolleranza intelligente, che per noi costituì uno stimolo. E iniziative come la festa delle castagne, Marco Cavallo, i concerti di Ornette Coleman, Area e poi tutti gli altri, che attirarono migliaia di giovani, erano tutti fatti, azioni che cercavano il dialogo. Offrivamo parole per cercare di dare ragione a ciò che stava accadendo». La politica? «Si spaccò in maniera trasversale. In ogni partito c’era chi guardava a noi con interesse e chi ci attaccava. La Dc con Zanetti ci sosteneva, seppur con fatica. Basta rileggere i verbali dei consigli provinciali. Ma c’era anche un’altra Dc, penso a Vita nuova, che ci sparava autentiche cannonate. Anche il Pci era diviso, e persino a destra trovavi chi ci riservava attenzione e chi ci aggrediva, non soltanto a parole». Il 29 agosto dell’80 muore Basaglia. E voi restate orfani. «Io per la verità ero rimasto orfano per davvero, proprio il mese prima. Avevo perso mio padre, l’uomo che senza dirmi nulla mi aveva insegnato l’importanza e la mistica del lavoro. Faceva il ferroviere, con mia madre casalinga ha cresciuto cinque figli, io sono il quinto, tutti laureati. Una cosa che nell’Italia di oggi non sarebbe più possibile. Ricordo la sua delicatezza, la comprensibile preoccupazione quando gli dissi che volevo iscrivermi a medicina. Ma anche il suo appoggio, sempre». Basaglia? «Dopo la promulgazione nel ’78 della legge 180, nel ’79 era stato chiamato a Roma, a coordinare i servizi psichiatrici della Regione Lazio. All’inizio dell’80, a Berlino, sviene dopo una conferenza. Da qual momento la malattia avanza con velocità. Fino all’epilogo». Poi? «Già prima di partire per Roma, Basaglia aveva identificato in Franco Rotelli la persona che avrebbe portato avanti il suo lavoro. Avevano discusso molto assieme, si erano anche scontrati, perchè - come diceva sempre lui - non c’è cambiamento senza conflitto. Rotelli seppe prendersi sulle spalle questa grande responsabilità: gestire la spinta innovativa degli anni Settanta, coniugarla con un quadro normativo mutato, rapportarla al mondo delle istituzioni, tradurre in concretezza i sogni visionari. Quando nel ’96 ho preso il suo posto a capo del Dipartimento di salute mentale ho trovato un grande lavoro che era stato svolto». Oggi? «Dobbiamo continuare questo percorso. E Trieste, lo dirò sabato a Percoto, deve ritrovare l’orgoglio di questa storia. C’è un patrimonio di conoscenza che non deve essere disperso. In quarant’anni sono venute decine di migliaia di persone, da tutto il mondo, a studiare qui l’esperienza triestina e italiana. La città, le sue istituzioni e suoi cittadini, devono salvaguardare questa storia. Qui abbiamo scoperto e affermato che gli uomini restano tali anche quando sono malati. Non mi sembra una cosa da poco. Mi viene da azzardare - conclude Dell’Acqua - che forse è una scoperta più importante del bosone...».

sabato 18 gennaio 2014

STEF BURNS il 6-2 a Trieste

Parte da Trieste il nuovo tour di Stef Burns, chitarrista di Vasco Rossi ormai lanciato in una carriera solista. Giovedì 6 febbraio alle 21, ai Macaki (viale XX Settembre), l’artista proporrà dal vivo i brani del nuovo album “Roots & wings”, che esce martedì e fra l’altro è stato registrato in parte proprio negli studi della Casa della Musica di Trieste. Con lui, sul palco, la Stef Burns League, e cioè il tastierista triestino Fabio Valdemarin, il batterista Juan van Emmerloot e il bassista Roberto Tiranti. Californiano di Oakland, classe 1959, Burns ha lavorato nel corso degli anni - olche che con Vasco - con Prince, Alice Cooper, Sheila E, Narada Michael Walden, Huey Lewis & the News e tanti altri artisti. Prima del recente nuovo disco, ha pubblicato due album da solista: “Swamp tea, Bayshore road” e “World universe infinity”. Il nuovo album è stato anticipato dal singolo “What doesn’t kill Us”, cui ha partecipato anche la moglie del chitarrista, l’ex “velina” Maddalena Corvaglia. Il triestino Valdemarin è con lui dal ’99, e negli anni ha collaborato anche con Neffa, Ornella Vanoni, Fiorella Mannoia e Angelo Branduardi. Il concerto del 6 febbraio è organizzato da Trieste is rock (prevendite da lunedì, info www.triesteisrock.it), che propone anche gli americani Tim Reynolds (7 marzo, Teatro Miela) e House Of Lords (5 aprile, Macaki). Insomma, quest’inizio d’anno è ricco di appuntamenti, a Trieste. Perchè ci sono anche lunedì 20 gennaio la Glenn Miller Orchestra (al Rossetti), il 3 febbraio i Perpetuum Jazzile (ancora al Rossetti), l’11 febbraio Antonello Venditti (sempre al Rossetti), il 12 febbraio Max Pezzali al PalaTrieste e Bombino al Teatro Miela, il 29 marzo Elisa al PalaTrieste, Tommy Emmanuel il 2 maggio al Rossetti.

venerdì 17 gennaio 2014

ARCTIC MONKEYS e/o KASABIAN a luglio a trieste

Arctic Monkeys e Kasabian. Potrebbe giocarsi fra questi due nomi il concerto di “rock giovane” preannunciato per luglio, a Trieste, in piazza Unità. Di conferme nemmeno a parlarne, per ora, anche perchè le trattative sono in corso. Ma i nomi continuano a girare. E dunque aumentano le possibilità che uno o entrambi i gruppi possano andare ad arricchire un programma estivo che ha già la punta di diamante nel concerto dei Pearl Jam il 22 giugno allo Stadio Rocco. Proprio in occasione della presentazione di quel concerto, un mese fa, nel Salotto azzurro del Municipio triestino, il patron di Azalea Loris Tramontin aveva detto: «Ma non ci fermiamo qui. Abbiamo creato il marchio “Live in Trieste”. Stiamo trattando altri nomi. Almeno uno di “rock giovane”, in piazza Unità. Lo annunciamo la prossima settimana...». Nelle settimane trascorse niente annunci. Ma è girato prima il nome degli Arctic, ora quello dei Kasabian. In un mercato della musica dal vivo in crisi quanto il mondo che gli gira attorno, evidentemente gli organizzatori (Comune, Regione e il braccio operativo Azalea) non hanno ancora concluso le trattative in corso. «Confermo solo che ci sono delle trattative in corso per artisti stranieri - afferma Tramontin -, per il resto non posso dire nulla. Degli Arctic si era parlato, ma poi la trattativa si è raffreddata. So che dovrebbero suonare a Pistoia Blues e a Villafranca, vicino Verona. Dei Kasabian non so nemmeno se saranno in tour quest’estate. Abbiamo vari nomi in ballo, ma non sono quei due...». Va però ricordato che la sera prima della presentazione del concerto dei Pearl Jam, a contratto già firmato e cartelline stampa già pronte, a nostra precisa domanda lo stesso Tramontin aveva negato che il tour 2014 della band statunitense avrebbe fatto tappa a Trieste. Dunque chissà... Vediamo allora chi sono, i gruppi di cui si parla. Originari di Sheffield, gli Arctic Monkeys nascono nel 2002 come cover band degli Strokes. La leggenda vuole che siano esplosi con un brano distribuito su internet. “Whatever people say I am, that’s what I’m not”, pubblicato nel 2006, è passato alla storia come l’album di esordio più venduto della musica inglese: 600mila copie in appena cinque giorni. I successivi album sono “Favourite worst nightmare” (2007), “At the Apollo” (“live” del 2008), “Humbug” (2009), “Suck it and see” (2011) e l’anno scorso “Am”. Il gruppo, che vanta cinque Brit Awards e due nomination per i Grammy, è formato da Alex Turner (voce e chitarre), Jamie Cook (chitarre), Nick O’Malley (basso) e Matt Helders (batteria). E siamo ai Kasabian. Anche loro inglesi, ma di Leicester, nascono nel ’97. Debuttano discograficamente nel 2004, con un album omonimo che regala loro un buon successo di pubblico e critica. Propongono un genere che mischia elettronica e rock anni Sessanta/Settanta, con espliciti debiti di riconoscenza a band-mito come i Led Zeppelin. “Empire” è il loro disco uscito nel 2006, cui seguono “West ryder pauper lunatic asylum” nel 2009 e “Velociraptor!” nel 2011. Lo scorso anno è uscita la raccolta “Kasabian/Empire”. Ma oltre che per i dischi la band è famosa per le sue “molto energiche” esibizioni dal vivo. Arctic e/o Kasabian arriveranno a luglio a Trieste? Lo sapremo presto.