venerdì 31 ottobre 2014

ONE DIRECTION, niente Italia ma 10-6 a Vienna

La “One Direction mania” prosegue e sembra un’onda che s’ingrossa sempre più. Appena archiviato il record italiano di evento più visto di sempre (120mila fan in sole 24 ore hanno assistito, sabato 11 e domenica 12 ottobre, in 288 sale italiane, a “One Direction: Where we are - Il film concerto”, ovvero 75 minuti sullo spettacolo registrato a San Siro, Milano), la boy band attualmente più amata dai giovanissimi di tutto il mondo ritorna a novembre con il nuovo album di inediti “Four”, anticipato dal singolo “Steal my girl”, e anche dal vivo, con il tour “On the road again”. Nessun concerto per ora programmato in Italia, fra le ventidue date annunciate nel 2015. Ma ce n’è una (relativamente) vicina, almeno per chi parte dal nostro Nordest. Le cinque star saranno infatti mercoledì 10 giugno a Vienna, allo Stadio Ernst Happel. E domani, primo novembre, si aprono le prevendite per la data austriaca (a Trieste, da Multimedia Radioattività, via di Campo Marzio 6, telefono 040 304444, aperta anche domani, orario 10-13 e 15-19, info www.radioattivita.com, e al Tickepoint di Corso Italia). Previsti anche servizi di pullman. Norme restrittive secondo la legge austriaca. Minori di dodici anni non ammessi, nemmeno se accompagnati da un adulto. Accesso al prato per i ragazzi fra i dodici e i sedici anni solo se accompagnati da un adulto (e ogni adulto ne potrà accompagnare solo due). Documenti di identità da presentare agli ingressi. Altre tappe del tour: 13 giugno Bruxelles, 19 Oslo, 23 Gotenburg, 27 Helsinki. Poi, dal 9 luglio, si torna negli States (San Diego, San Francisco, Seattle, Minneapolis, Baltimora, Chicago, Detroit...) e si va in Canada. Queste date vanno ad aggiungersi a quelle, fra febbraio e aprile, già annunciate in Australia, Giappone, Filippine, Tailandia, Indonesia, Sud Africa... Insomma, un fenomeno planetario, quello degli One Direction, con milioni di giovanissimi in tutto il mondo impazienti di vederli dal vivo e sentire i loro successi: da “What makes you beautiful” a “Story of my life”, da “Live while we’re young” a “Best song ever”... Gli “1D” (così li chiamano nel linguaggio dei social network...) sono la boyband più ricca della storia della musica inglese, con un patrimonio di circa 14 milioni di sterline a testa. Di origini anglo-irlandesi, Niall Horan, Zayn Malik, Liam Payne, Harry Styles e Louis Tomlinson partirono da un terzo posto all’X Factor inglese del 2010. Sono diventati star planetarie grazie a tre album (“Up all night”, “Take me home” e “Midnight memories”, usciti fra il 2011 e il 2013) e al supporto dei “social”. La loro ricetta: pop semplice ma di buona fattura, ritornelli di quelli che non faticano a entrarti nelle orecchie, cori e coretti costruiti con cura.

GILBERTO GIL a trieste, oggi alla Casa Musica, domani al Rossetti

Tutti prenotati i cento posti (scarsi) dell’Auditorium della Casa della musica, per l’incontro di oggi alle 17.30. Ancora biglietti disponibili per il concerto di domani sera al Politeama Rossetti. Insomma, il conto alla rovescia per il “doppio incontro” triestino con Gilberto Gil, uno dei grandissimi della musica popolare - brasiliana ma non solo - del Novecento, è ormai giunto agli sgoccioli. Le tappe italiane del “Solo Tour 2014” hanno portato nei giorni scorsi l’artista a Roma, Fabriano e Cesena; dopo la “due giorni” triestina - organizzata da Veneto Jazz in collaborazione con la Casa della musica di Trieste e Fvg Festival - il tour si concluderà a Padova il 6 novembre. Alla tappa nel capoluogo giuliano Gil riserverà una attenzione speciale. Oggi visiterà infatti la struttura della Casa della musica (in via Capitelli 3, accanto a piazza Cavana, a due passi dal salotto buono di piazza Unità, tel 040 307309), centro di eccellenza nella promozione musicale e nel sostegno al talento giovanile, completo di sala di registrazione, quasi più conosciuto all’estero che in patria. Nel piccolo auditorium del sodalizio, alle 17.30 (ingresso libero fino a esaurimento dei posti), nell’ambito di un incontro coordinato da Gabriele Centis, direttore artistico della “Casa”, il musicista brasiliano parlerà della sua quarantennale esperienza artistica, delle tradizioni musicali del suo paese e del continente sudamericano, ma anche della sua esperienza di ministro della cultura nel governo Lula, dal 2003 al 2008. «Era un momento - ha detto l’artista, classe 1942, nato a Salvador - di grande cambiamento politico. Lula rappresentava qualcosa di nuovo, collaborare con lui è stato stimolante: ho avuto la possibilità di proporre nuove direzioni e idee per la cultura. Che aiutassero a includere tutti quelli che erano tagliati fuori. Il contributo che potevo dare l’ho dato...». Quello di oggi pomeriggio dovrebbe essere un incontro solo “parlato”, ma non si sa mai. L’attesa degli appassionati è comunque e ovviamente focalizzata soprattutto sul concerto di domani sera al Rossetti. Concerto tutto acustico, con Gilberto Gil (di solito si presenta biancovestito) da solo sul palco in compagnia soltanto della sua chitarra. A proporre un viaggio intimista attraverso la sua lunga e ricca storia musicale. «Io e mia moglie Flora - ha spiegato il musicista - abbiamo deciso di fare un viaggio per vedere i posti storici che non avevamo mai visitato. Una vacanza da turisti, io e lei, con un’automobile per spostarci liberamente. E così ho deciso di fare anche dei concerti. Insomma, siamo soli io, lei e la mia chitarra...». Il tour che arriva a Trieste segue l’uscita dell’album “Gilbertos Sambas”, uscito a maggio 2014 (Sony Jazz & Classics), in cui il padre del Tropicalismo rende omaggio al suo maestro João Gilberto. «Ascoltare Gil che suona João – scrive nelle note di copertina l’amico e compagno di tante cose della vita, fra cui l’esilio a Londra negli anni della dittatura, Caetano Veloso - significa entrare in contatto con l’avventura stessa della nostra musica e della nostra vita». Nel disco, tributo al padre della bossa nova, anche il figlio Bem e Moreno Veloso, figlio di Caetano

BAGLIONI 7-11 al PalaTrieste / intervista

«Poche città hanno vissuto e conoscono il tema dell’integrazione, del rapporto con l’altro come Trieste, una delle grandi porte tra Europa ed Est. Una tra le capitali europee dell’incontro tra culture. Una città che sa perfettamente - come scrive Claudio Magris - che “ogni diversità arricchisce, perché si cresce uscendo da se stessi e incontrando gli altri”...». Claudio Baglioni torna a Trieste, venerdì 7 novembre al PalaTrieste, nell’ambito della ripresa autunnale del “Con voi ReTour”. Ha voglia di parlare, di raccontare, di emozionare. Come fa da (quasi) mezzo secolo. «Trieste - prosegue il cantautore romano, classe 1951 -, proprio come Magris, sa anche che la diversità diventa “retorica truffaldina” se la si invoca per eludere i conflitti che possono derivare dal contatto fra culture diverse. La penso così anch’io». Per anni he organizzato O’scià nella “sua” Lampedusa... «Negli ultimi dieci anni abbiamo chiesto che la politica faccia la propria parte, ma non in termini strumentali o di propaganda elettorale. E il problema non è solo italiano, ma europeo, e deve essere affrontato e risolto a livello europeo. Se non, addirittura, dall’intero Occidente». L’isola? La sua gente? «È uno degli angoli più belli del mondo. Io sono un appassionato di mare e di mari ne ho visti tanti e bellissimi. Ma quello di Lampedusa è uno tra i più belli in assoluto. Mi piacerebbe che fosse conosciuta e amata per questo, oltre che per l’umanità straordinaria della sua gente, che da anni dà una grande lezione di civiltà, solidarietà e umanità a tutto il pianeta. Invece se ne parla - e male - solo per il dramma delle morti in mare e il problema dell’immigrazione. Se ne parla ma si fa pochissimo». Musica. Come si fa a rimanere ad altissimi livelli? «Non so se ci sia un segreto, ci sono cose inspiegabili e il successo è una di queste. Ma è vero che mantenerlo è più difficile che raggiungerlo. Se un segreto c’è, è l’autenticità. L’onestà intellettuale di non mentire a se stessi, né agli altri. Dicendo ciò che si ha dentro - ciò che si avverte il bisogno o l’urgenza di dire - e cercando di dirlo nella maniera migliore possibile». Facile con le canzoni? «La canzone è un’arte povera e breve, che però dà molto e alla quale siamo abituati a chiedere molto. Le chiediamo di emozionarci e farci sognare, ma anche riflettere: compiti non facili. La responsabilità di chi scrive, dunque, non è piccola. Richiede di scandagliare a fondo dentro se stessi, per trovare le parole che non fanno rimpiangere il silenzio. Bisogna lavorare seriamente, con passione e professionalità, «Poche città hanno vissuto e conoscono il tema dell’integrazione, del rapporto con l’altro come Trieste, una delle grandi porte tra Europa ed Est. Una tra le capitali europee dell’incontro tra culture. Una città che sa perfettamente - come scrive Claudio Magris - che “ogni diversità arricchisce, perché si cresce uscendo da se stessi e incontrando gli altri”...». Claudio Baglioni torna a Trieste, venerdì 7 novembre al PalaTrieste, nell’ambito della ripresa autunnale del “Con voi ReTour”. Ha voglia di parlare, di raccontare, di emozionare. Come fa da (quasi) mezzo secolo. «Trieste - prosegue il cantautore romano, classe 1951 -, proprio come Magris, sa anche che la diversità diventa “retorica truffaldina” se la si invoca per eludere i conflitti che possono derivare dal contatto fra culture diverse. La penso così anch’io». Per anni he organizzato O’scià nella “sua” Lampedusa... «Negli ultimi dieci anni abbiamo chiesto che la politica faccia la propria parte, ma non in termini strumentali o di propaganda elettorale. E il problema non è solo italiano, ma europeo, e deve essere affrontato e risolto a livello europeo. Se non, addirittura, dall’intero Occidente». L’isola? La sua gente? «È uno degli angoli più belli del mondo. Io sono un appassionato di mare e di mari ne ho visti tanti e bellissimi. Ma quello di Lampedusa è uno tra i più belli in assoluto. Mi piacerebbe che fosse conosciuta e amata per questo, oltre che per l’umanità straordinaria della sua gente, che da anni dà una grande lezione di civiltà, solidarietà e umanità a tutto il pianeta. Invece se ne parla - e male - solo per il dramma delle morti in mare e il problema dell’immigrazione. Se ne parla ma si fa pochissimo». Musica. Come si fa a rimanere ad altissimi livelli? «Non so se ci sia un segreto, ci sono cose inspiegabili e il successo è una di queste. Ma è vero che mantenerlo è più difficile che raggiungerlo. Se un segreto c’è, è l’autenticità. L’onestà intellettuale di non mentire a se stessi, né agli altri. Dicendo ciò che si ha dentro - ciò che si avverte il bisogno o l’urgenza di dire - e cercando di dirlo nella maniera migliore possibile». Facile con le canzoni? «La canzone è un’arte povera e breve, che però dà molto e alla quale siamo abituati a chiedere molto. Le chiediamo di emozionarci e farci sognare, ma anche riflettere: compiti non facili. La responsabilità di chi scrive, dunque, non è piccola. Richiede di scandagliare a fondo dentro se stessi, per trovare le parole che non fanno rimpiangere il silenzio. Bisogna lavorare seriamente, con passione e professionalità, per mettere la canzone nella condizione di arrivare dove deve arrivare e depositare i suoi semi in anime, coscienze e cuori. Come far fruttare quei semi, poi, spetta a chi ascolta». Per lei è tempo di bilanci? «I bilanci si fanno tutte le sere e si rifanno tutte le mattine. Ma non è un peso: è un sano allenamento che aiuta a mantenere lucidità ed equilibrio. La lucidità per capire chi siamo e dove vogliamo andare, l'equilibrio necessario a fare le scelte giuste e percorrere la strada scelta. Ciò non significa rinunciare a guardare avanti, a darsi nuovi obiettivi. Al contrario: i bilanci servono per affrontare al meglio i nuovi obiettivi. Ci dicono di quante energie disponiamo, quante ce ne servono per superare il prossimo ostacolo e dove trovarle». La sua prossima sfida? «Tabucchi scriveva che si muore quando non si sogna abbastanza. È il futuro l’alimento principale del presente, al quale nessuno può rinunciare. Se togliessimo il futuro dalla nostra dieta, moriremmo. La parola sfida deriva da “disfidare” che significa “sfidare a duello”. Noi sfidiamo a duello la quotidianità, per arrivare là dove sentiamo il bisogno di arrivare. A questo servono le mete: a fare in modo che ci mettiamo in cammino. Solo così eviteremo di perderci tutto ciò che merita di essere incontrato lungo la strada della vita, che è una strada che non ha mai smesso di sorprendere nessuno». Le pesa cantare le stesse canzoni? «C’è stato un momento nel quale mi ha pesato. E molto. Non a caso per anni ho cercato di cambiar pelle ai miei pezzi. Ho cambiato gli arrangiamenti, stravolto l’armonia, qualche volta ho modificato persino le melodie. Avevo bisogno che le canzoni suonassero diverse e nuove. Per me ma anche per chi veniva ad ascoltarmi. È un’esigenza comune a molti musicisti». E i nuovi dischi? «Quando esce un nuovo disco, per chi lo ascolta per la prima volta è nuovo, ma per chi ha passato anni a scrivere le canzoni e mesi in studio di registrazione a perfezionarle, di nuovo rimane poco. E il rischio è che uno si trovi con la testa più avanti del punto nel quale il disco lo ritrae. Il disco è una fotografia: fissa un momento. Ma le idee - come la vita - non si possono fermare: vanno avanti, sempre. Cambiano e gli artisti cambiano con loro». Di chi sono le canzoni? «Una volta realizzate, non ci appartengono più. Sono di chi le ascolta. E chi le ascolta spesso le ama per come le ha sentite la prima volta. Ho capito che, se il pubblico le ama per quel che sono, significa che non sono poi così male. E così ho imparato a “riamarle” anch’io. Ho capito che una canzone non ha bisogno di cambiare nella forma per assumere nuovi significati, valori, energie, perché siamo noi a renderla diversa ogni volta che la riascoltiamo. Lo stesso vale per chi la interpreta». Questo tour? «Ho cercato di raccogliere alcuni passaggi rappresentativi del mio universo musicale e “riportarli a legno”, per ritrovare il senso autentico di quelle canzoni e cercare di ripercorrere, con chi ascolta, le tappe fondamentali di questa lunga strada fatta insieme». Quella sorta di cantiere sul palco? «Un messaggio semplice: ricostruire si può, ma bisogna farlo insieme, “ConVoi”, appunto. Il cantiere è il simbolo di un luogo nel quale si lavora per costruire assieme qualcosa di grande, bello e importante per tutti». Costruire cosa? «Noi stessi, innanzitutto. La prima rivoluzione è quella interiore. Se diventiamo persone migliori, la realtà migliorerà insieme a noi. E se riusciremo a “scambiarci il meglio” - dare il meglio di noi stessi agli altri e prendere il meglio che gli altri ci possono dare -, allora tutto sarà migliore. Il mondo è quel che costruiamo assieme, il futuro è una strada che si lastrica sotto i nostri piedi: se seminiamo bellezza, raccoglieremo bellezza. Il mio cantiere è qui per suggerirlo, senza retorica e senza la pretesa di dispensare verità. Diciamo: venite, rimbocchiamoci le maniche e diamoci da fare. Insieme ce la possiamo fare». Quel suo simbolico caschetto? «Serve a proteggerci dai rischi che ci sono in ogni cantiere. Costruire è un’attività che prevede sempre qualche rischio, ma questo non ci deve spaventare, né ci deve impedire di metterci a lavorare per realizzare ciò che sentiamo di dover realizzare. Il caschetto è l’assicurazione sul futuro: ci protegge e ci fa arrivare sani e salvi alla fine. Quel che conta è ciò che troveremo. Che sarà ciò che avremo costruito insieme». Il suo rapporto con i fan? «Negli anni è cresciuto. Sono cresciuti loro, sono cresciuto io. Quando si ha la fortuna di fare un così lungo tratto di strada fianco a fianco, si ha l’opportunità di conoscersi e scambiarsi sguardi, gesti, emozioni e pensieri. È uno scambio che arricchisce e rende migliori. Io non sono quel che ero quarant’anni fa, lo stesso vale per chi mi segue. Io dò tutto quel che ho, rischiando sempre l’intera posta e non nascondendo mai nulla nelle tasche del cuore». Quest’Italia? «Si vive divaricati tra la consapevolezza che questo è il Paese più bello del mondo e il dolore che dà vederlo ferito, disamorato, stanco e sfiduciato. Se guardo al passato, non è il primo periodo difficile che viviamo». Pensa ai suoi genitori? «Si sono trasferiti a Roma dalla campagna umbra subito dopo la guerra e non hanno certo trovato uno scenario migliore di quello odierno. Ma avevano una certezza: che il loro futuro sarebbe stato migliore del loro presente. Ed è stato così, anche perché hanno plasmato quel futuro con le loro mani». I ragazzi di oggi? «Questa è la prima generazione convinta che il futuro sarà peggiore del presente. Una generazione alla quale viene impedito di dar forma al proprio futuro. Occorre scardinare questa convinzione e rimettere in moto la fiducia, ma bisogna “liberare le mani” della generazione giovane. Le energie ci sono, le intelligenze e le idee anche e non mancano nemmeno le volontà: tutto quello che bisogna fare è aprire le porte e mettere in circolo questo patrimonio gigantesco. I frutti verranno. E saranno sorprendenti». Lei rifarebbe tutto? «Tutto, davvero. Ma con la speranza di farlo ancora un po’ meglio di così...».

lunedì 27 ottobre 2014

FISIME, libro di DONGETTI

Quello di Stefano Dongetti è un umorismo a volte grottesco, spesso bizzarro, sempre surreale. Lo sanno bene i tanti affezionati frequentatori del Pupkin Kabarett, di cui il nostro è una delle colonne. Lo sa Paolo Rossi, che ne apprezza la verve e lo ha voluto - con Alessandro Mizzi, il “capocomico” del cabaret nato e cresciuto negli anni al Teatro Miela - in diversi suoi spettacoli, da “La coscienza di Zeno spiegata al popolo” in su, o se preferite in giù. Ma alla creatività debordante dell’umorista-filosofo Dongetti - triestino, classe ’66 - la rodata palestra del “Pupkin” evidente va stretta. Se è vero che a primavera ha debuttato con il suo spettacolo “Il titolo ce l’ha mio cugino”, un “viaggio strampalato e surreale nei problemi sociali e individuali del nostro tempo” che non ha lasciato indifferenti gli affezionati della casa. Ora arriva anche il libro “Fisime”, sottotitolo “E altri pezzi celebri almeno per me” (edizioni Calembour, pagg. 150, euro 12), che era già uscito prima dell’estate “in pochissime copie stampate dall’autore” con il titolo (che forse si attagliava maggiormente alla personalità del nostro) “Cannibalismo responsabile”, e che - almeno a sentire l’autore - era diventato “un cult tra i degenti dei migliori reparti italiani di diagnosi e cura”. «Vi sono, nel nostro Paese, delle sacche di socialismo reale - scrive “Donge” - che andrebbero eliminate quanto prima. Ad esempio il lavoro retribuito, eredità di passate stagioni della politica e di fantasiose ideologie che portavano a credere che un lavoratore dovesse venire pagato per le sue prestazioni. Nel libero mercato non vi è nulla di più dannoso di questa illogica e assurda credenza. È evidente a tutti che un’azienda in concorrenza con altri paesi dove queste antiche superstizioni non hanno più alcun peso non può addossarsi anche l’onere di pagare i suoi lavoratori. È ormai tempo che la nostra società passi ad una fase adulta e responsabile del capitalismo e che tali ingenue e arcaiche tradizioni vengano al più presto messe da parte. Ne va della nostra competitività». Il libro è una raccolta di monologhi e racconti brevi, alcuni illustrati dall’autore stesso, che tentano di rispondere a domande del tipo: come si fa essere felici in coppia? Come possiamo convivere serenamente nel consorzio sociale? Quali sono le migliori soluzioni per mandare al manicomio in tempi brevi i vicini di casa? Di perla in perla. «Ormai ci sono lavori che noi non riusciamo più a fare e li devono fare gli stranieri. Il violoncellista, ad esempio». Un’altra: «Mi piacerebbe praticare l’alpinismo estremo solo per arrivare su una altissima cima innevata e piantare un cartello: affittasi garage». Infine, la risposta triestina ai cioccolatini di Forrest Gump: «La vita è come una brioche alla marmellata. Te la stai mangiando e ti chiedi: ma dov’è questa marmellata? E poi, improvvisamente, ti smerdi tutto». Applausi. E sipario.

sabato 25 ottobre 2014

60 anni ritorno Trieste all'Italia : che musica si ascoltava?

A Sanremo quell’anno vinsero Giorgio Consolini e Gino Latilla, quintessenza della tradizione con “Tutte le mamme”. Domenico Modugno scaldava i motori con “La donna riccia” e “Lu pisce spada”. Secondo Casadei scriveva “Romagna mia”. Renato Carosone incideva “Mambo italiano”. Fuori da confini italiani Elvis già sculettava al ritmo di “You’re a heartbreaker”, i Platters registravano per la prima volta “Only you”, il messicano Tomas Mendez gorgheggiava “Cuccurucucù Paloma”, Bart Howard scriveva “Fly me to the moon”, poi incisa da tantissimi ma soprattutto da Frank Sinatra. In Francia Boris Vian cantava “Il disertore”. Ma a Trieste, nella città che si ricongiungeva all’Italia, che musica, che canzoni, che artisti si ascoltavano nelle febbrili ore del ritorno? Detto che “Vola colomba”, con cui Nilla Pizzi aveva trionfato due anni prima a Sanremo, era ancora il popolarissimo inno dell’italianità di Trieste, la città era ancora sotto l’influenza dell’amministrazione angloamericana, anche per quanto riguarda le sette note. Boogie-woogie e jazz, be bop e folk, insomma. Anche il critico Tullio Kezich (1928-2009) una volta raccontò che con gli alleati i triestini ebbero la possibilità di ascoltare concerti, dischi e trasmissioni radiofoniche di jazz. Persino Louis Armstrong suonò in città al seguito dei militari americani. C’erano l’American Corner, l’Allied Forces Reading Room che organizzava concerti nella sede di via Trento. «Erano molto ascoltate - ricorda Sergio Portaleoni, musicologo e gran collezionista di dischi e registrazioni varie - le emittenti delle forze armate. Gli americani trasmettevano da via Piccardi, con la Armed Force Radio Station. Anche gli inglesi avevano un’emittente in città, la British Forces Station». Ancora l’esperto: «I primi mandavano in onda concerti e programmi musicali americani, puntando soprattutto sulle grandi orchestre: Count Basie, Duke Ellington, Benny Goodman, Tommy Dorsey. Le proposte degli inglesi erano più “moderne”, più in linea con i tempi. Fu in quei programmi che scoprimmo artisti come Dizzie Gillespie, Charlie Parker, Ronnie Scott. Per molti di noi fu una vera e propria rivelazione...». «In città - aggiunge Portaleoni - giravano anche i dischi che gli americani usavano per i loro programmi. I 33 giri di quaranta centimetri di diametro, molto ricercati fra gli appassionati». «Radio Trieste - spiega Giorgio Berni, architetto con la passione del jazz, che anni fa ha dedicato un libro a quegli anni - era sotto l’amministrazione degli alleati. Ma era molto seguita anche Voice of America, con lo speaker Willis Conover, che veniva ripresa in città attraverso l’antenna di Radio Tangeri». «Ma ovviamente - aggiunge - non c’era soltanto la musica jazz. La gente ascoltava molte canzoni patriottiche, molti brani della tradizione sentimentale. “Vola colomba” era sicuramente l’inno riconosciuto, con i suoi riferimenti a San Giusto e ai cantieri, con il doppio senso fra il ritorno della persona amata dietro il quale era facile individuare la volontà del ricongiungimento di Trieste all’Italia. Ma erano molto popolari anche cantanti come Luciano Tajoli e Claudio Villa». Conclude Berni: «I dischi si trovavano soprattutto in un negozio di via Mazzini, un’ex mensa degli ufficiali americani che anni dopo sarebbe diventata la “Casa del disco” (locali attualmente occupati da un parrucchiere unisex, accanto alla libreria Feltrinelli - ndr). Ma oltre ai dischi erano molto diffusi anche gli spartiti dei vari successi...». In quel 1954 Lelio Luttazzi, dopo gli anni a Milano con Teddy Reno alla Cgd, e quelli a Torino come direttore dell’orchestra Rai, si trasferisce a Roma per dirigere una delle orchestre Rai di musica leggera con le quali parteciperà a diversi programmi di varietà: il primo di una lunga serie fu “Il motivo in maschera”, presentato da Mike Bongiorno. E anche l’altro triestino illustre, il citato Teddy Reno, in quell’anno veleggia verso il successo fra canzone e cinema, fra radio e la neonata televisione. Con Trieste nel cuore.

venerdì 24 ottobre 2014

Marco ANZOVINO, libro-cd Turno di notte, domenica a trieste

“Turno di notte”, un libro e un cd del pordenonese - musicista e “educatore di trincea sul fronte della tossicodipendenza” - Marco Anzovino. Che presenta l’opera oggi a Verona, domani alle 18 alla “Feltrinelli” di Udine, domenica alle 18 al Caffè San Marco di Trieste. E poi l’8 novembre a Maniago, il 13 a Padova, il 14 a Mestre, il 15 a Gorizia (15.30, da Ubik), il 16 a Pordenone (10.30, a Cinema Zero). «Chiunque ha la fortuna - dice Anzovino, “fratello d’arte” del jazzista Remo - di svolgere una professione a contatto con altri esseri umani che vivono situazioni di disagio, ha la possibilità di migliorarsi, di rimanere in contatto con le cose vere della vita». Cos’ha imparato? «Ad ascoltare e osservare, a stare accanto a chi vive la disperazione più buia e non ha più niente, neanche la sua dignità. Con i ragazzi ho imparato a conoscermi e a essere vero e onesto. Loro ti affidano la loro vita, si fidano di te. La relazioni che instauri con loro deve essere pulita, diversa da tutto ciò che hanno conosciuto prima di entrare in comunità. Ho imparato che è necessario saper lavorare con gli altri». Perché un libro? «Dopo dieci anni di lavoro ho voluto raccontare chi sono questi ragazzi del nostro nordest, giovanissimi ma già alle prese con il recupero della loro vita. Sono tanti, sempre di più. Sono quelli che non vuole più nessuno, lontani dalla scuola e dalle loro famiglie. Sono fragili, in grado di autodistruggersi. Ma ho voluto raccontare anche chi sono le persone che ogni giorno, con pazienza, caparbietà, professionalità, affetto, equilibrio e passione li aiutano a risollevarsi». Anche con la musica... «La musica è un motore, uno strumento talvolta salvifico. Da adolescente ero timido, introverso e vulnerabile. Ho avuto la fortuna di incontrarla, canalizzandovi dentro il linguaggio del mio disagio. Con i ragazzi in comunità ho realizzato in dieci anni 14 album di canzoni scritte e interpretate dai ragazzi e una quarantina di concerti. Nel disco canto tre brani scritti da Silvia, Rosario e Filippo, i protagonisti del libro. Per scrivere gli altri 8 brani sono partito dai loro. Avevo bisogno sia del racconto narrativo che delle canzoni per tenere assieme il tutto». Il suo rapporto con Remo? «Speciale, anche fuori dal palco. Condividiamo e confrontiamo pensieri ed esperienze. Un anno fa l’ho invitato a tenere un incontro musicale con i nostri ragazzi. Credo si sia emozionato nel conoscerli e nel vedermi lavorare con loro. Mi ha detto che avrei dovuto raccontare il mondo delle comunità terapeutiche, di questo mio lavoro con la musica nel campo della tossicodipendenza». Dopo questo lavoro? «Questo tour di presentazioni del libro-cd (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, pagg. 173, euro 14) e del disco in tutto il nordest. Non vedo l’ora di condividere con più persone possibili riflessioni ed emozioni. Continueranno i concerti con Remo, gli spettacoli con il comico Gianpiero Perone ed inesorabilmente i miei turni di notte nella Comunità Villa Renata al Lido di Venezia».

GILBERTO GIL oggi a Roma, 1-11 a trieste, rossetti

Vacanze italiane con annessa tournèe per Gilberto Gil. Primo concerto stasera a Roma, nell’ambito di un breve tour che sabato primo novembre farà tappa al Politeama Rossetti di Trieste, per poi concludersi il 6 novembre a Padova. «Io e mia moglie Flora - ha spiegato il musicista, classe 1942, nato a Salvador - abbiamo deciso di fare un viaggio per vedere i posti storici che non avevamo mai visitato. Una vacanza da turisti, io e lei, con un’automobile per spostarci liberamente. E così ho deciso di fare anche dei concerti. Insomma, siamo soli io, lei e la mia chitarra...». Da solo sul palco, allora, senza gruppo... «Mi piace stare da solo sul palco, lo trovo molto interessante. Ma sono combattuto proprio fra questi due sentimenti: sono a mio agio perchè posso decidere sul momento che cosa fare, quali canzoni proporre. Al tempo stesso c’è un lato negativo, perchè mi manca la compagnia degli altri musicisti con sui suono abitualmente». «Cantare e suonare la chitarra sono le cose che mi vengono più naturali. È il mio modo di fare musica, è come compongo le mie canzoni e come mi diverto con la musica. Quindi stare da solo sul palco con la mia chitarra è il modo più naturale e semplice per arrivare al pubblico, riesco a trasmettere a chi mi ascolta un senso di intimità». Questo “Solo Tour” segue l’uscita dell’album “Gilberto’s sambas”, uscito nel maggio scorso, nel quale l’artista rende omaggio al maestro João Gilberto, assieme al figlio Bem e a Moreno Veloso, figlio di Caetano. «Non sono ancora riuscito a parlare con João al telefono e non sono ancora nemmeno stato a casa sua dopo che gliel’ho mandato. Spero che abbia avuto modo di ascoltarlo e che gli sia piaciuto; tra di noi c'è grande stima reciproca, io sono un fan del suo lavoro e so che anche lui segue il mio». «Ho scelto di lavorare con Bem e con Moreno innanzitutto perchè sono persone a cui voglio bene. Mio figlio è una delle persone che amo di più della mia vita e anche Mreno: l’ho visto nascere e crescere, è uno di famiglia. Il loro legame con la musica e la vita è forte. Sono ancora interessati alla musica, producono e hanno molti amici musicisti, hanno buon gusto e rispetto per quello che io e Caetano abbiamo fatto nella nostra generazione. Sono preparati per fare cose con noi, specialmente in termini di lavoro di studio». Sono passati cinquant’anni, da quando un giovanissimo Gilberto Gil partecipò nel ’64 allo show di bossa nova e di canzoni brasiliane tradizionali “Nós Por Exemplo”, dove incontra Maria Bethânia, Gal Costa, Veloso. Con cui poi crea il movimento del Tropicalismo. «La bossanova è in realtà ben ancorata anche alla modernità, è qualcosa di molto bello e orecchiabile, di grande appeal. Ha dato il modo a molti musicisti di tutto il mondo di scoprire approcci diversi alla pop music. Sì, arriva dal passato, ma ha rappresentato una grande novità in un momento specifico, poi è diventata qualcosa di regolare e allo stesso tempo leggendario. Possiamo dire che ora la bossanova ha tutto: arriva dal passato, è stata adottata da tutti e allo stesso tempo mantiene sempre un’aura di leggenda, di qualcosa di spirituale». Ma in Brasile Gil - che ai tempi della dittatura fu costretto all’esilio - è stato anche ministro della cultura, dal 2003 al 2008. «Era un momento di grande cambiamento politico. Lula rappresentava qualcosa di nuovo, collaborare con lui è stato stimolante: ho avuto la possibilità di proporre nuove direzioni e idee per la cultura. Che aiutassero a includere tutti quelli che erano tagliati fuori. Il contributo che potevo dare l’ho dato...». L’era di Lula è finita, domenica il Brasile va al ballottaggio. «Purtroppo non potrò votare perché sono in Italia. Io “tifavo” per Marina Silva, che è uscita sconfitta al primo round. Dilma Rousseff è stata eletta quattro anni fa per continuare i programmi di Lula, ma poi si è trovata a fronteggiare la difficile situazione economica internazionale. Il Brasile è stato uno dei paesi colpiti più duramente dalla crisi e Dilma ha fatto un buon lavoro: è riuscita a non permettere alla crisi di allargarsi sempre di più ed è anche riuscita a portare avanti alcuni dei programmi di sviluppo creati da Lula». Conclude il musicista: «Aspetto i risultati, faccio un grosso in bocca al lupo a entrambi - che sono molto preparati - e auguro loro il massimo della fortuna».