...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
domenica 30 novembre 2014
HEAT, dalla svezia con furore rock, oggi DOM a trieste, teatro miela
Dalla Svezia con furore rock. Arrivano domani alle 21, al Teatro Miela, gli Heat. Giovanissimi, provengono da Upplands Väsby, la stessa città che ha dato i natali agli Europe dei quali da tempo, perlomeno in Scandinavia, sono considerati gli eredi naturali. Suonano infatti un “rock melodico” che si inserisce nella tradizione musicale delle loro terre e in effetti richiama da vicino l’epopea del gruppo che negli anni Ottanta spopolò in tutto il continente soprattutto con l’album - e il brano - “The final countdown”.
Nati nel 2007 dall’unione di due diverse band, i Dream e i Trading Fate, gli Heat hanno all’attivo quattro album, usciti con cadenza biennale: l’omonimo “Heat” (pubblicato nel 2008), “Freedom rock” (2010), “Address the nation” (il primo dopo il passaggio alla multinazionale Sony, nel 2012, che comprendeva il singolo “Living on the run”) e il recente “Tearing down the walls”, consegnato alla passione dei fan nella primavera di quest’anno e seguito dal tour europeo ancora in corso e che arriva ora a Trieste.
Nel 2008 la band ha partecipato allo Sweden Rock Festival, che per loro ha rappresentato una sorta di trampolino di lancio, e hanno aperto i concerti in Svezia di Alice Cooper e di Thin Lizzy. Nel 2009 ha fatto da supporter al tour degli Edguy di Tobias Sammet, con André Matos e la sua band.
Gli Heat sono il cantante Erik Grönwall, il chitarrista Eric Rivers, il tastierista Jona Tee, il bassista Jimmy Jay e il batterista (dal nome che è tutto un programma...) Crash. L’ultimo arrivato nel gruppo è proprio il giovanissimo cantante Grönwall, volto ben noto in Svezia grazie alla sua vittoria di Swedish Idol, un “talent show” per musicisti che è un po’ la versione scandinava del nostro “X Factor”: il suo ingresso è coinciso con un salto di qualità del gruppo ma anche e soprattutto del gradimento da parte del pubblico, che apprezza le sue incendiarie esibizioni dal vivo.
Nel 2009 i ragazzi sono stati nominati come miglior band hardrock agli Swedish Metal Awards e sono stati finalisti al Melodifestivalen, il concorso che decreta il rappresentante svedese per l’Eurovision Song Contest. Ma hanno partecipato anche ad altri importanti festival europei, da Bang Your Head a Vasby.
Ed è stato proprio il 2009 l’anno della loro consacrazione, grazie alla “sponsorizzazione” del famoso attore svedese-americano Peter Stormare, che si innamora di loro e della loro musica, facendoli esibire in parecchie trasmissioni televisive svedesi.
Quest’estate, a luglio, hanno aperto con successo il concerto degli Scorpions a Piazzola sul Brenta, vicino Padova.
Domani aprono la serata al “Miela” gli Sherlock Brothers.
giovedì 27 novembre 2014
JAMES MADDOCK e soci al LIGHT OF DAY a muggia, trieste, il 6-12
È la quinta volta che il “Light of day”, di cui parliamo anche qui sopra, arriva a Muggia. Sabato 6 dicembre, al Teatro Verdi, l’associazione Trieste is rock organizza infatti la tappa locale dell’evento itinerante benefico.
Sul palco una carovana “a stelle e strisce” guidata da Joe D’Urso, con il quale saranno sul palco anche Guy Davis, James Maddock e Anthony D’Amato, per un set acustico che promette faville.
D’Urso, italoamericano del New Jersey, torna a Muggia con la sua musica ricca di riferimenti ai Wallflowers e ai Counting. Il bluesman newyorkese Davis ha come biglietto da visita una versatile carriera come musicista e compositore, ma anche attore, regista e scrittore. D’Amato è una giovane promessa della scena East Coast, sa mischiare ballate folk e riff rock’n’roll.
Maddock ha fatto quattro album in quattordici anni di carriera. «Sto lavorando - ha detto agli organizzatori di Trieste is rock - a un nuovo album che uscirà negli States a inizio 2015, s’intitola “The green”. Il precedente “Another life”, pubblicato l’anno scorso, era un disco acustico e morbido. Questo è molto più rockeggiante, pieno e tirato. Sono curioso di vedere come sarà accolto dal pubblico, a partire proprio da quello italiano».
Ancora il musicista americano: «Per me è un onore far parte del Light of day e girare l’Europa con gli altri musicisti per raccogliere fondi da destinare alla beneficenza. Ho tanta gente che mi segue a Ashbury Park e che viene a vedermi: questo è dovuto in buona parte all’aiuto di chi lavora con il Light of day...».
Con loro, a Muggia, ci saranno anche Rob Dye (altro musicista del New Jersey che mescola rock, country, gospel e rhythm’n’blues), Caris Arkin (poliedrico cantante e percussionista) e i triestini Ressel Brothers, ovvero il trio blues con Sandro Bencich, Joe Thoman e Frank Get di cui parliamo qui sopra, che a gennaio sarà alla settimana conclusiva della manifestazione nel New Jersey.
L’intero incasso della serata muggesana sarà devoluto in beneficenza, parte alla “Light of day Foundation” statunitense e parte alla Lega italiana per la lotta contro la malattia di Parkinson, le sindromi extrapiramidali e le demenze.
Tornando alla settimana conclusiva dell’evento nel New Jersey, quest’anno ci sarà un altro triestino: Daniele Benvenuti, autore del libro “All the way home - Bruce Springsteen in the italian land”, pubblicato nel 2012, e fra i massimi springsteenologi di casa nostra. «Mi avevano invitato già negli anni scorsi - dice il giornalista e scrittore, che al Light of day ha dedicato un capitolo del libro citato -, quest’anno riesco finalmente a partecipare. E mi fa piacere esserci assieme al triestino Frank Get...».
FRANK GET a gennaio al LIGHT OF DAY in NEW JERSEY
Il rocker triestino Frank Get suonerà il 16 gennaio alla settimana conclusiva del Light of day, nel Nerw Jersey, ad Ashbury Park. Il concerto benefico itinerante voluto e sponsorizzato da Bruce Springsteen per raccogliere fondi per combattere il Parkinson è ormai un evento mondiale, che tocca tante città in tanti paesi (anche il 6 dicembre a Muggia, come potete leggere qui sotto). Ma quello “a casa del Boss”, dove tutto è nato, peraltro in un luogo leggendario per tutti gli springsteeniani, è ovviamente al centro dell’attenzione di tutti.
«Nel 2012 - spiega Franco Ghietti, in arte Frank Get, nome scelto “perchè il mio cognome è impronunciabile all’estero...” - ho partecipato a un “Light of day” suonando assieme a Willie Nile, Joe D’Urso, James Maddock, Graziano Romani, Jesse Malin, Israel Nash Gripka. Sono rimasto in contatto con Joe D’Urso, organizzatore dell’evento, e quest’anno ho suonato con lui a un “private party”. Dopo un paio di mesi mi è arrivata la proposta per fare un set acustico durante la settimana conclusiva, allo Stone Pony ad Ashbury Park».
Ghietti ha suonato fino al 2007 con il gruppo triestino Sottofalsonome. «Continuando a suonare e a scrivere - dice - mi sono riavvicinato molto di più all’altro filone che ho sempre ascoltato fin da giovane, dagli Allman Brothers ai Grateful Dead. Ma in fondo rimango anche uno springsteeniano della prima ora, dal lontano 1975, grazie anche ai miei cugini del New Jersey che mi fecero conoscere, oltre a Bruce, Bob Seger, John Mellencamp, Journey, Tom Petty e altri altri artisti statunitensi».
A maggior ragione, dunque, la chiamata nella terra del Boss giunge quanto mai gradita. «Come repertorio - prosegue Frank Get, che da qualche anno collabora con la blues band austriaca Nostressbrothers, con cui ha suonato in mezza Europa - attingerò alla mia nuova produzione con i Ressel Brothers, con i quali saremo anche al Light of day muggesano, il 6 dicembre, ma anche ai miei dischi precedenti, da solista e con i Tex Mex. Di certo proporrò la mia versione di “No surrender”, il mio omaggio al Boss...»,
«Di ritorno dal New Jersey - conclude il rocker triestino - il 31 gennaio presenteremo al Naima (ex Macaki di viale XX Settembre - ndr) con i Ressel Brothers il nostro nuovo album, “To milk a duck!, anticipato in questi giorni dal singolo “Never give up”, che è già in rete...».
Come si diceva, il Light of day è un festival itinerante che si svolge fra America del Nord ed Europa. È stato fondato nel 2000 dall’omonima fondazione, al fine di raccogliere fondi a favore della ricerca e per aiutare i malati di Parkinson.
Il nome proviene dall’omonimo brano di Bruce Springsteen che ha dato il titolo al film del 1987 con protagonista Michael J. Fox. Pare che le origini dell’iniziativa risalgano invece alla festa svoltasi nel ’98 al Downtown Café di Red Bank per il quarantesimo compleanno del manager discografico Bob Benjamin ammalato da circa due anni, in cui vennero raccolsero fondi in suo favore.
Il primo concerto avvenne nel 2000 nel club Stone Pony (lo stesso dove suonerà Frank Get) di Asbury Park, nel New Jersey, su iniziativa dei fratelli Benjamin e Tony Pallagrosi. Nel 2003, lo stesso Michael J. Fox, a cui era stata diagnosticata la malattia, ha partecipato al festival salendo sul palco con Joe Grushecky, Springsteen e Bob Benjamin.
mercoledì 26 novembre 2014
TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI all'alba a monrupino, trieste, 18-12
«Manca giusto un mese al nostro Sunrise Winter Concert sulla rocca di Monrupino, Trieste. Giovedì 18 dicembre dalle 7.30 alle 8 del mattino. Non ne sapevate niente?»
I Tre Allegri Ragazzi Morti (per tutti: Tarm) l’annuncio l’hanno dato così, comne si usa adesso, sui “social”. E la lunga sfilza di commenti seguiti, in bilico fra sorpresa, entusiasmo e curiosità, è la prova migliore del seguito che la band pordenonese la fra gli appassionati.
«Suoneremo in acustico - ha poi spiegato Davide Toffolo, leader e cantante del gruppo, ma anche disegnatore di successo -, senza nessuna amplificazione. Sarà il miglior risveglio possibile in un luogo incredibile qual è la Rocca di Monrupino».
Ancora Toffolo: «È la prima volta che facciamo un’esperienza di questo tipo, credo sarà interessante portare la musica in una dimensione così diversa da quelle abituali, sia per il luogo che per l’orario».
A dicembre i Tarm saranno anche protagonisti di un breve tour con i Sick Tamburo, altro gruppo pordenonese, rivelazione discografica dell’anno con “Senza vergogna”. Sette date (apertura l’11 a Torino, chiusura il 23 nella loro Pordenone, al Naonian Concert Hall) per portare in giro i suoni della città che ha dato i natali al punk italiano e, trent’anni dopo, ha visto nascere l’etichetta-collettivo musicale La Tempesta.
I “Ragazzi morti” hanno festeggiato quest’anno i vent’anni di attività con un lungo tour, nel quale ha riproposto gran parte del proprio repertorio, da “Il principe in bicicletta” a “Occhi bassi”, da “Ogni adolescenza” a “Il mondo prima”, senza dimenticare ovviamente i brani del recente album “Nel giardino dei fantasmi”. Per il ventennale i Tarm hanno anche realizzato un musical a teatro, una “graphic novel” autobiografica di Davide Toffolo (edizioni Rizzoli/Lizard) e un concerto swing.
Ora questo concerto (quasi) all’alba, che sarà aperto dal “Canto n.3 (La fine del giorno)” e proseguirà con una scaletta diversa da quella del tour 2014, più attenta a brani raramente proposti dal vivo.
lunedì 24 novembre 2014
ANCHE GIGI MAIERON con VAN DE SFROOS 6-12 a Udine
Ci sarà anche il nostro Gigi Maieron, sabato 6 dicembre al “Nuovo” di Udine, nella tappa regionale del tour di Davide Van De Sfroos. Il legame fra il cantautore friulano e il lombardo Davide Bernasconi (Van de Sfroos è una sorta di cognome d’arte che richiama foneticamente, nel dialetto comasco, l’espressione “vanno di contrabbando”, o “vanno di frodo”) non è nuovo. Maieron aveva infatti partecipato al fortunato album “Yanez” di Van De Sfroos (quarto al Sanremo 2011 con il brano che dava il titolo al disco), che a sua volta aveva fatto da consulente artistico all’album “Vino, tabacco e cielo” dell’artista friulano.
Ma quella del 6 dicembre sarà una serata tutta sul filo delle lingue dialettali, visto che il concerto (nel corso del quale Van De Sfroos e Maieron duetteranno assieme) sarà aperto dal cantautore friulano Aldo Rossi con un set acustico composto da alcuni brani tratti dai suoi cinque album.
Torniamo comunque al protagonista principale della serata. Il “Tùur teatràal” del cantautore lombardo, partito a settembre da Crema, ripropone molte delle canzoni che ne hanno fatto un protagonista di primo piano della scena musicale italiana, assieme ad alcuni brani del recente album “Goga e Magoga”, rifatti per l’occasione in chiave acustica.
«Avevo voglia - ha detto Van De Sfroos, nato a Monza, classe ’65, cresciuto sul Lago di Como - di riscoprire il passato, affidandomi alle canzoni che ancora oggi fanno parte a pieno titolo della mia storia personale e musicale. Il teatro permette di interpretare i brani in chiave acustica e molto intima, mescolando passato e presente, con uno sguardo, perchè no, anche al futuro».
Con lui Angapiemage Galliano Persico al violino, Maurizio Glielmo alle chitarre e il polistrumentista Andrea Cusmano.
sabato 22 novembre 2014
DAVID BOWIE, film su mostra londinese e album su 50 anni carriera
Uno, nessuno, centomila. Dal Major Tom di “Space oddity” all’eroe androgino di “Ziggy Stardust”, dall’Uomo che cadde sulla terra del cinema allo “Starman” del rock, dal “White duke”, il Duca bianco di “Station to station” al post-rocker di “Heroes”. E ancora: dalle sbornie psichedeliche al periodo e alla trilogia berlinesi, alle suggestioni pop di “Let’s dance”, allo sguardo sul futuro sempre presente, negli ormai lontani esordi come nel recente “The next day”.
Signori, se c’è un uomo nel mondo del rock e della musica in generale (ma anche del cinema) al quale si attaglia perfettamente la massima pirandelliana, se c’è un artista da sempre proiettato sul futuro, ebbene, questo è senz’ombra di smentita mister David Robert Jones, in arte e per tutti David Bowie. A sessantotto anni (li compie a gennaio), il camaleontico artista londinese vive l’ennesimo momento di grazia, l’ennesima stagione della sua straordinaria carriera lunga mezzo secolo.
Lunedì anteprima italiana a Milano, all’Arcobaleno Filmcenter, di “David Bowie is” (martedì e mercoledì nelle sale di tutto il Paese, a Trieste allo Space delle “Torri” e al Nazionale, a Udine al Visionario), il film sull’omonima mostra che al Victoria and Albert Museum di Londra è stata vista in pochi mesi da oltre 311.000 visitatori.
Negli stessi giorni arriva nei negozi, reali e virtuali, il disco triplo “Nothing has changed”: praticamente la raccolta definitiva di tutto il meglio della sua musica dal 1964 al 2014, che comprende anche del materiale non pubblicato in precedenza e brani presentati per la prima volta.
Ma andiamo per ordine. Il film - con una colonna sonora formata da musiche che hanno fatto la storia del rock - accompagna lo spettatore nelle sale del museo londinese, fra trecento oggetti provenienti perlopiù dall’archivio privato del nostro: fotografie, filmati, testi scritti a mano, video e “storyboard” per i video, costumi e bozzetti di costumi, schizzi, scenografie... Insomma un trionfo di memorabilia legati alla vita e al mondo di un artista che non si è limitato a scrivere la storia della musica degli ultimi decenni, ma ha messo a referto anche importanti incursioni nel cinema e ha lasciato il segno nella moda, nel design, nel costume e in definitiva nella cultura del mondo contemporaneo.
Ora la mostra va in tour, con ospiti come lo stilista giapponese Kansai Yamamoto e il leader dei Pulp Jarvis Cocker. «Siamo felici - hanno detto i curatori dell’esposizione Victoria Broackes e Geoffrey Marsh - che questa mostra straordinaria viaggi per il mondo, che le persone possano immergersi nel tour cinematografico dell’esposizione di Londra. Il film offre affascinanti dettagli sugli oggetti chiave del David Bowie Archive, commenti di ospiti speciali e naturalmente una fantastica colonna sonora».
Una curiosità: il film è stato registrato ad agosto, nell’ultima notte dell’esposizione al Victoria and Albert Museum di Londra ed è diretto da Hamish Hamilton, vincitore di un Bafta Award e regista della cerimonia di apertura delle Olimpiadi del 2012 a Londra.
Passiamo al disco, che esce su etichetta Parlophone ed è disponibile in diversi formati: doppio e triplo cd, doppio album in vinile, ovviamente “download digitali”. Ognuno con la sua copertina (le vediamo riprodotte a destra della foto grande). «Ogni formato - conferma Jonathan Barnbrook, che firma il progetto grafico del disco - ha un’immagine diversa. Il tema comune è Bowie che guarda lo specchio: qualcosa che fosse sufficientemente forte come “archetipo” da offrire un “link” visivo immediatamente riconoscibile, ma che fosse anche chiaro nel fare capire che questa è una raccolta di canzoni che copre l’esperienza di vita di una persona, non necessariamente un concetto specifico o un determinato periodo come fanno in genere gli album».
Tra le rarità: “Let me sleep beside you” (pubblicata per la prima volta in “The world of David Bowie”, nel 1970, e registrata nuovamente per un album, “Toy”, che non venne pubblicato), “Shadow man” (brano del 1971 che era stato tagliato nella versione finale di un album: insomma, un cosiddetto “out-take”), “Love is lost (Hello Steve Reich mix by James Murphy for the Dfa edit)”, “Your turn to drive” e “Wild is the wind” (entrambe per la prima volta in cd). Ma anche versioni particolari di “Young americans”, “All the young dudes”, “Life on Mars”...
L’antologia spazia insomma fra le varie “stazioni” della sua carriera, tutte diverse le une dalle altre: si incrociano glam rock e incubi orwelliani, rhythm’n’blues e tentazioni intellettuali, electro pop e soluzioni sperimentali, spunti colti e retrogusti raffinati, fino alla collaborazione con Brian Eno, che da sola richiederebbe un trattato.
C’è anche un inedito: “Sue (or in a season of crime)”, inciso quest’estate con Tony Visconti come produttore, assieme alla Maria Schneider Orchestra, con una sezione di fiati e ottoni che ha come solisti Donny McCaslin al sassofono tenore e Ryan Keberle al trombone. Il Daily Telegraph lo ha definito così: «L’ultimissimo esempio della genialità di Bowie nel reinventarsi. Sì, c’è il suono di una big band alle spalle, ma è un suono strano, senza traccia di nostalgia. E per quanto riguarda la voce è più misteriosa che mai, ma carica di decenni di esperienza. Il brano suona contemporaneamente familiare e molto strano, con una miscela incredibile di nostalgia e ironia. Se il jazz è il “sound of surprise”, allora Bowie lo ha certamente trovato...». Il video del brano, uscito anche come singolo, è caratterizzato da atmosfere noir, è stato girato fra Londra e New York, ed è diretto da Tom Hingston e Jimmy King.
La mostra e il disco sono tasselli fondamentali per rileggere e comprendere appieno la carriera straordinaria di questo ex ragazzo inglese nato nei primi anni del dopoguerra, impressionato dai dischi (Elvis, Fats Domino, Little Richard...) che arrivavano dagli Stati Uniti, innamorato del sax ma anche dell’arte, sbarcato dalle periferie londinesi a Soho, culla dei fermenti beat degli anni Sessanta, grazie a un lavoro in un’agenzia pubblicitaria. Lì, mezzo secolo fa, è cominciato tutto.
Una storia paragonabile a quella di pochissimi altri, che anche le giovani generazioni possono ora conoscere attraverso questa mostra e questo disco. In attesa della prossima, geniale intuizione/provocazione.
venerdì 21 novembre 2014
MIELANEXT 2 e 17-12 a trieste
Torna “Mielanext_reloaded”, doppio appuntamento con le nuove tendenze della musica contemporanea proposto dalla Cooperativa Bonawentura al Teatro Miela. Due serate, ognuna con due proposte spettacolari.
Si comincia martedì 2 dicembre, con gli statunitensi Ryan Lott (in arte Son Lux) e White Hinterland. Il primo - secondo le note degli organizzatori - «propone un sofisticato “post-rock” e “alternative pop” molto originale, partendo dalla composizione elettronica e imbastendo arrangamenti che si fanno via via sempre più complessi. Vuoti e pieni si alternano mentre la particolare tensione melodrammatica sale come in una colonna sonora di un film, dove da un momento all’altro temi di trovarti a faccia a faccia con qualcosa di tremendo o perlomeno di inaspettato». Con lui, in scena, Rafiq Bhatia alla chitarra elettrica e Ian Chang alla batteria. Proporranno brani dal nuovo album “Lanterns”.
White Hinterland in realtà si chiama Casey Dienel, è una cantautrice e pianista, che ha un repertorio di personalissime ballate. Negli ultimi lavori - si legge nelle note - «ha affinato le sue strategie aggregando piano, soul ed elettronica con solide strutture ritmiche e melodiche che evocano sia il candore soul di Carole King che la forza magnetica di Fiona Apple e Tori Amos». Il suo nuovo album s’intitola “Baby”, fra i suoi brani “Sickle no sword” e “Metronome”.
E siamo alla seconda serata della mini-rassegna. Mercoledì 17 dicembre, sempre al Miela, un’altra accoppiata di giovanissimi, stavolta all’insegna della new wave elettronica: gli islandesi Samaris e il duo svedese Kristal & Jonny Boy.
I primi, soprattutto ascoltando la voce della cantante Jófríður Ákadóttir, ricordano la prima Björk. Propongono un’elettronica in cui «il lato folk minimalista e quieto della terra dei geyser è pronto a erompere in qualsiasi momento in un gioco freddo-caldo (la terra del ghiaccio e del fuoco) che miscela gli stilemi evocanti i gelidi avamposti nordici con il tepore di certe sonorità “chillout” e con le pulsazioni che in certi casi sfiorano addirittura i territori “techno”. Con la citata vocalist ci sono la clarinettista Áslaug Rún Magnúsdóttir e il tastierista e programmatore Þórður Kári Steinþórsson. Il loro album di esordio s’intitola “Silkidrangar”.
Completano la serata e il programma Kristina Hanses (voce e danza) e Jonny Eriksson (chitarra e “drum machine”), ovvero Kristal & Jonny Boy, già visti a Trieste lo scorso anno. Mischiano elettronica, ballad acustiche, atmosfere malinconiche. Hanno debuttato discograficamente con l’etichetta pordenonese La Tempesta.
Iscriviti a:
Post (Atom)