...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
domenica 30 agosto 2015
PIERO SIDOTI; sab al festival della mente, ven 11 a Udine
Tre settimane fa la prestigiosa platea del festival tedesco Rheingau Musik, sabato 5 settembre un altro palco importante: quello del Festival della mente, a Sarzana, in provincia di La Spezia. E una settimana dopo, venerdì 11 settembre, “ritorno a casa” nella sua Udine, al Palamostre. In scena sempre lui, Piero Sidoti, con il nuovo spettacolo “La la la, Quando non c’è risposta”. E con l’amico di sempre: l’attore suo concittadino Giuseppe Battiston. I due artisti - si legge in una nota della produzione - esplorano con ironia e leggerezza la quotidianità e le grandi domande dell’esistenza, suggerendo che poco importa se non ci sono risposte: il vero segreto è non smettere mai di interrogarsi.
«Con Giuseppe - spiega Sidoti, udinese, classe ’68, insegnante e cantautore - ci conosciamo sin da quando eravamo bambini. Siamo coetanei, anzi, ha una settimana più di me. Lui era estroverso anche da piccolo, ma penso che in fondo sia un timido. La nostra è un’amicizia vera, in tutti questi anni siamo rimasti sempre in contatto».
Lo spettacolo?
«Fra musica e recitazione. Partiamo sempre da una frase, da una traccia. Poi c’è molto spazio per l’improvvisazione, una serata non è mai uguale a quella precedente. È ancora un “work in progress”».
Con Battiston ha fatto anche l’attore.
«Piccoli ruoli. A teatro ma anche al cinema. In “Agata e la tempesta”, di Silvio Soldini, una decina di anni fa, mi fece fare la parte di un suonatore di strada che sulla riviera romagnola cantava “Granada”...».
A Sarzana si parla di responsabilità.
«E vorrà dire che partiremo da quello spunto. L’Italia è un paese con un gran numero di irresponsabili, siamo sempre a caccia dei responsabili dell’ultima tragedia, dell’ultimo disastro, dell’ultimo scandalo. Amo il Friuli Venezia Giulia perchè ho l’impressione che da noi le cose funzionino abbastanza bene. Non è un discorso leghista, assolutamente, ma qui vedo un maggior rigore».
Insegna ancora?
«Certo, l’insegnamento è parte integrante della mia vita. A volte è un po’ faticoso conciliare l’impegno in classe (Sidoti, laureato in scienze biologiche, insegna matematica e scienze - ndr) con i dischi e i concerti, ma va bene così. Amo entrambi i lavori, anche se poi il rischio è farli male entrambi. La verità è che tutto il tempo libero dalla scuola lo dedico alla musica».
Perchè “La la la”?
«È una sorta di goder cantando. Dopo “Gente in attesa” (album del 2010, premiato con la Targa Tenco - ndr), ora mi dedico alla gente che cerca una risposta al mistero della vita. E in attesa di risposte a grandi domande, a volte canta. Una sorta di carpe diem, insomma».
Lei aveva conosciuto Lucio Dalla.
«Sì, dieci anni fa, al Festival di Recanati. Ricordo una persona molto curiosa, oltre che il grandissimo artista che sappiamo. Aveva presentato il mio primo disco, si era dimostrato interessato alle mie canzoni. Una perdita enorme».
Con Gian Maria Testa ha suonato spesso in Francia.
«Da lui ho imparato davvero tanto. È un caro amico, oltre che un collega. Sta combattendo una battaglia difficile. Gli auguro tutto il bene possibile».
Cosa prepara dopo “La la la”?
«Uno spettacolo teatrale su Pier Paolo Pasolini, sempre con Giuseppe Battiston. Debutteremo il primo novembre a Udine, sempre al Palamostre».
LUCA CARBONI A PAVIA DI UDINE (sab 29-8)
“Fisico & politico”, uscito due anni fa, era una raccolta. Che è poi diventata un “live” impreziosito da fior di ospiti: da Tiziano Ferro a Elisa, da Jovanotti a Miguel Bosè, da Alice a Franco Battiato, da Biagio Antonacci a Cesare Cremonini, fino a Samuele Bersani. Ma il precedente album in studio, “Senza titolo”, risale al 2011. C’è dunque una certa attesa per il nuovo album di Luca Carboni, annunciato per ottobre, e anticipato nei giorni scorsi dal singolo “Luca lo stesso”, con tanto di video diretto da Cosimo Alemà.
Un video che è una citazione di un famoso clip degli anni Ottanta di Robert Palmer “Addicted to love”. «Mentre mixavamo in studio la canzone - spiega il cantautore bolognese, classe 1962, il cui tour fa tappa stasera alle 21 a Pavia di Udine, per la 51.a “Sagre dai Pirûs” -, pensavo proprio al video di Robert Palmer perché “Luca lo stesso” è un brano molto elettronico e mi piaceva l’idea di avere una band che fosse solo simbolica. Non è un caso che si citino gli anni Ottanta con il video del mio primo singolo. Lì affondano le radici della mia musica e della mia storia. Sono le radici di questo nuovo album, che arrivano fino a qui, per guardare il futuro».
Un brano particolare, con «un testo a tratti ironico - si legge in una nota della casa discografica - che attraverso immagini semplici e dirette fotografa le contraddizioni della nostra società, dal rapporto con gli altri (“C’è chi ama la sua terra e i suoi confini / ed è così patriottico che sogna una patria senza vicini...”) al valore dei sentimenti, l’amore su tutto (“Se i figli possono nascere lo stesso anche da due che si odiano / dimmi allora cosa serve l’amore...”). “Luca lo stesso” è una canzone che mette l’accento sull’idea che l’amore possa farci essere per sempre i ragazzi che si amano, meravigliosamente descritti da Jacques Prevert».
Con Luca Carboni, stasera sul palco di Pavia di Udine, ci saranno Antonello Giorgi alla batteria, Ignazio Orlando al basso, Mauro Patelli e Vince Pastano alle chitarre, Fulvio Ferrari alle tastiere. In scaletta, tutti i classici della sua trentennale carriera: da “Mare mare” a “Inno nazionale”, da “Persone silenziose” a “Ci vuole un fisico bestiale” a tante altre canzoni.
Ma il tour prosegue: domani concerto acustico a Madonna di Campiglio, in provincia di Trento, per la prima edizione di “Running In Madonna di Campiglio”.
sabato 15 agosto 2015
ELVIS AVREBBE 80 ANNI
Elvis Presley è morto a Memphis il 16 agosto di trentotto anni fa. E milioni di fan sparsi in tutto il mondo, ogni anno, in questa data, ricordano il loro idolo, ridando fiato alla mai sopita Elvismania.
Stavolta l’anniversario ha un sapore diverso, perchè il re del rock’n’roll, se il suo cuore non si fosse fermato per quell’infernale cocktail di farmaci ingerito quel giorno dell’agosto 1977, oggi avrebbe ottant’anni. Per la precisione li avrebbe compiuti l’8 gennaio, e la ricorrenza è stata già celebrata dal popolo dei fan.
Ora le iniziative si ripetono e si arricchiscono. Due libri, un film, altri dischi. Che non mancheranno di accrescere il “business del caro estinto” che si muove attorno all’artista nato a Tupelo, Mississippi (nella speciale classifica è secondo solo a Michael Jackson).
Il libro, “Taking care of Elvis”, è firmato dall’infermiera che lo assistette per otto anni nella sontuosa dimora di Graceland. Lei si chiama Laetitia Henley Kirk, conferma eterna riconoscenza al suo datore di lavoro ma anche gli enormi problemi di dipendenda dai farmaci. «C’erano pillole dappertutto - scrive -, spuntavano ovunque. Niente droghe, solo medicine, ma era un vero e proprio incubo: impossibile fermarlo».
Altro libro: “Elvis, behind the legend”, della giornalista Trina Young. Ricorda i problemi di balbuzie che afflissero l’artista da piccolo, che cominciò a cantare proprio per tentare di superare (cosa che avvenne decisamente con successo...) tale handicap. Racconta poi del terrore che lo assalì quando venne chiamato a svolgere il servizio militare. E del fatto che in fondo Presley non aveva nessuna intenzione di diventare il re del rock’n’roll, il rivoluzionario che cambiò la musica e i costumi: gli sarebbe bastato essere una popstar tradizionale, ma...
Il film, intitolato “Elvis & Nixon”, arriverà nelle prossime settimane. Diretto da Liza Johnson, ripercorre il rapporto fra il cantante e l’allora presidente degli Stati Uniti d’America. Nel cast: Michael Shannon nel ruolo di Presley e Kevin Spacey in quello del presidente.
Ma l’Elvismania vive di mille episodi. A Tupelo, città natale, sono state inaugurate due nuove statue dedicate all’artista, una da ragazzo e l’altra nel pieno del successo. Ed è stato appena pubblicato un francobollo celebrativo, serie “Music icons” dell’Us Postal Service, con tanto di cerimonia ufficiale a Graceland.
Versante dischi. Il 30 ottobre esce “If I can dream: Elvis Presley with the Royal Philharmonic Orchestra”. Distribuito da Sony Music, l’album accosterà alcuni classici del repertorio intonati dal cantante alle inedite performance della prestigiosa orchestra britannica.
All’album partecipano vari musicisti contemporanei, che duetteranno a distanza con il compianto re del rock. Il cantante Michael Bublé (che propone “Fever”), il chitarrista Duane Eddy e persino l’italianissimo trio Il Volo accompagneranno la calda voce di Elvis. Fra i brani, registrati agli Abbey Road Studios di Londra, ci saranno “Love me tender”, “In the ghetto” e la “If I can dream” del titolo. I tre del Volo canteranno “It’s now or never”, versione anglosassone di “O sole mio”, cantata e pubblicata da Elvis nel 1960.
venerdì 14 agosto 2015
FLO MORRISSEY, TOMORROW WILL BE BEAUTIFUL
FLO MORRISSEY
“TOMORROW WILL BE BEAUTIFUL”
(Glass Notes)
Si chiama Flo Morrissey, è inglese, a Natale fa ventuno anni, e non è parente dell’ex leader degli Smiths. Se la guardi, sembra venuta fuori da qualche comune hippy degli anni Sessanta, figli dei fiori, pace amore musica e quella roba là. Per la verità, anche se ascolti queste dieci canzoni che formano il suo primo album, l’impressione è più o meno la stessa: ballate costruite su voce, chitarra e pochissimo altro. Ma sufficiente a rapire l’ascoltatore e trasportarlo in un universo nuovo e antico al tempo stesso, di certo molto diverso da tanto piattume che popola la discografia contemporanea.
Nonostante l’età e il brevissimo curriculum, in Inghilterra la dolce Flo è già una star. Qualcuno l’ha paragonata alla Lana Del Rey degli esordi. Ma forse qui c’è qualcosa di più. C’è la lezione del folk revival inglese di qualche decennio fa, assimilata e fatta propria, attraverso una sensibilità originale e personalissima. È nata una star?
MIKA, NO PLACE IN HEAVEN
Mika è diventato il personaggio del Ferragosto italiano 2015. Non per le sue canzoni, che sono belle. Non per la grazia, l’educazione, la sensibilità che ha dimostrato come giudice della passata edizione di “X Factor” (e che ritroveremo nella prossima edizione, in partenza a metà settembre, sempre su SkyUno). Non per questo album, “No place in heaven” (Virgin), assolutamente meritevole del gradimento che anche il pubblico italiano gli sta tributando.
No. Mika è finito sulle prime pagine dei giornali perchè un idiota, ma forse sarebbe meglio dire un poveretto, ha scritto a caratteri cubitali su un manifesto che annuncia un suo concerto a Firenze la parola “frocio”. All’inizio l’artista voleva lasciar perdere. Poi la campagna di solidarietà partita sul web lo ha convinto a denunciare l’omofobia che ancora impera in certi strati della popolazione, italiana e non. «Non ho paura di chi discrimina. Nessuno deve averne. L’amore fa quel che vuole», ha scritto Mika su Twitter. La terza frase, assieme all’hashtag #rompiamoil silenzio, in poche ore è diventata virale sul web.
«Rifiutando di riconoscere gli insulti - ha poi scritto sul Corriere della Sera l’artista inglese, nato a Beirut nell’83 -, avrei commesso un errore: avrei dimenticato il tredicenne che sono stato e avrei fatto male alle persone che non hanno quel lusso e quel privilegio. Io posso salire sul palco. Ma quando sei implume e quella parola ti riguarda, se vedi quel manifesto ma non trovi una risposta che ti faccia da scudo, allora per te significa che ti hanno abbandonato».
Triste dover parlare e scrivere di queste cose, nell’Italia del 2015, in un’Europa che dovrebbe essere innanzitutto quella dei diritti, delle libertà e del rispetto delle persone. Ma tant’è. E la speranza è solo che l’enorme cassa di risonanza che l’episodio ha avuto, grazie alla popolarità e all’intelligenza del personaggio in questione, possa servire a fare un passo avanti sulla strada della civiltà.
Rimarrebbe da dire dell’album. Canzoni semplici ma non banali, scritte e arrangiate con gusto, interpretate meglio, nel segno del miglior pop, eleganza e melodia. Qualcuno vi ha trovato echi del primo Elton John, altri hanno colto la freschezza della miglior Carole King. Quel che è certo è che le canzoni sono talmente gradevoli che a volte sembra di averle già sentite, anche se sono nuove. Una sorta di mainstream del miglior cantautorato pop anglosassone, insomma.
Fra i brani: “Good guys” (con citazione di Andy Wharol), “Talk about you” (sorta di “interpolation” - così si legge nel libretto - dell’italiana “Sarà perchè ti amo”, con tanto di crediti fra gli autori), “All she wants”, “Hurts”, “Let’s party”... Con una vena malinconica di fondo. Figlia forse di quel tredicenne che Mika è stato.
ORNETTE COLEMAN, 15-5-74 a TRIESTE, MANICOMIO DI SAN GIOVANNI
Quel giorno la libertà entrò nel manicomio di San Giovanni vestita di una splendida giacca patchwork. Pezzetti di velluto cuciti l’uno con l’altro. Di tutti i colori. Quasi la rappresentazione visiva della musica che usciva a scatti nervosi dal sax di quel signore che vestiva la giacca in questione. E noi ragazzi, affamati di musica, rimanemmo a bocca aperta.
Lui era Ornette Coleman, classe 1930, americano del Texas, nero, uno dei maggiori innovatori della musica jazz degli anni Sessanta e Settanta. Il profeta del “free”, forma di jazz nata fra New York e Chicago, quasi parallelamente alle grandi battaglie razziali di Martin Luther King e di Malcom X.
E in quel maggio del ’74, in una Trieste che viveva un’altra grande battaglia di libertà e di dignità delle persone, il concerto di Coleman fu il primo di una serie che contribuì ad abbattere il cancello che separava il vecchio frenocomio aperto nel 1908 dal rione di San Giovanni e dalla città di Trieste. E a dar corpo all’unica rivoluzione, quella basagliana, che la città ha visto nascere e compiersi.
In quella sera di maggio il jazzista statunitense propose con il suo quartetto una musica assolutamente libera, fuori dagli schemi conosciuti, basata quasi interamente sull’improvvisazione. Seguiva l’estro del momento. Ispirato da una situazione circostante che vedeva centinaia di giovani appassionati di musica, attirati dal grande nome, mischiati a qualche decina di pazienti. I cosiddetti matti, a tratti divertiti ma forse più spesso spaesati dinanzi a quel che stava accadendo attorno a loro. In quel campetto di calcio che anni dopo lasciò il posto a una brutta costruzione ma quella sera era un luogo di libertà. Dove i presunti normali stavano fianco a fianco ai presunti matti.
Di più. Nei momenti in cui la frammentazione e l’irregolarità del ritmo e della metrica venivano portate alle estreme conseguenze, in una cavalcata musicale condotta da un sax quasi impazzito e supportata da una solida sezione ritmica, alcuni di quei matti ridevano, altri si chiudevano le orecchie con le mani. Rimpiangendo probabilmente il silenzio e la tranquillità che in quel parco, fino a quella sera, l’avevano fatta da padrone.
Sì, perchè dopo quella sera, nel parco e nel piccolo teatrino del grande ospedale psichiatrico, nulla fu più come prima. Poco meno di un mese dopo, il 12 giugno, arrivano gli Area del compianto Demetrio Stratos. Dopo l’album d’esordio, “Arbeit macht frei”, ovvero “il lavoro rende liberi” (frase che stava scritta all'ingresso dei campi di sterminio nazisti...), era appena uscito il disco “Caution Radiation Area”. Con dentro un brano intitolato “Lobotomia”, dedicato a Ulrike Meinhof e caratterizzato da suoni ossessivi e lancinanti: l’ideale per un concerto dentro a un manicomio...
A settembre a San Giovanni arriva il quartetto di Giorgio Gaslini, poi Gino Paoli, i napoletani Saint Just, Dodi Moscati, Franco Battiato con Juri Camisasca, tanti altri. Maggio ’74, giusto un secolo fa.
A MAJANO, UDINE, LA BAND DI LIGABUE, TRA PALCO E REALTÀ
“Tra palco e realtà” non è soltanto una delle canzoni di Ligabue più amate dal suo popolo (stava nel disco dal vivo “Su e giù da un palco”, del ’97). È anche il nome scelto dalla band del rocker di Correggio per la propria attività “live” autonoma, senza il popolarissimo capobanda. Stasera alle 21.30 sono all’Area Concerti di Majano (ingresso libero), a conclusione dell’edizione 2015 del tradizionale festival che si svolge nella città friulana.
Sul palco ci saranno Fede Poggipollini e Mel Previte alle chitarre, Antonio Rigo Righetti al basso e Robby Pellati alla batteria: la stessa formazione che a settembre affiancherà Ligabue nel megaconcerto di Campovolo.
Hanno scelto quel nome non a caso. Il brano in questione parla infatti del mestiere del cantante rock e di come esso venga percepito dal pubblico. Con una sorta di orgoglio misto a un pizzico di ingenuità l’artista cerca di comunicare il suo punto di vista, ma soprattutto il fatto che questa canzone lo rappresenti più personalmente e caratterialmente che professionalmente.
In questo tour il gruppo festeggia due importanti anniversari: i loro dieci anni di carriera “autonoma”, senza il leader, ma anche il ventennale dall’uscita di “Buon compleanno Elvis”, uno degli album più importanti di tutta la discografia di Ligabue. E per celebrare degnamente questo anniversario, la band suonerà per intero questo album: da “Vivo o morto X” a “Hai un momento, Dio?”, da “Certe notti” a “Viva!”, da “I ragazzi sono in giro” a “Leggero”. Brani già passati alla storia del rock italiano degli ultimi anni, che vanno a formare un’autentica colonna sonora delle vite di tanti ragazzi.
«Se mi trovo sul palco - dice Federico “Fede” Poggipollini, che suona con Ligabue dal ’94 - mi sembra che tutto sia cominciato ieri, ma se mi fermo e ci ragiono il periodo è davvero lungo. A pensarci mi stupisco. Ne abbiamo fatte di cose: album, concerti, i grandi stadi. Eppure c’è sempre rimasta addosso un’emozione di fondo, la voglia di dare sempre tutto. Mai routine, ecco».
Ancora Poggipollini: «Il mio rapporto con Ligabue ha avuto tanti stimoli, non abbiamo mai dato per scontato niente e siamo (ancora) in piedi anche per questo. Tutto è cominciato nel settembre ’94. Non sapevo che fosse per Liga, ancora non famosissimo. Io ero uscito da poco dai Litfiba e tornato da un viaggio in India...».
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