...sogni e bisogni fra musica e spettacolo, cultura e politica, varie ed eventuali... (blog-archivio di articoli pubblicati + altre cose) (già su splinder da maggio 2003 a gennaio 2012, oltre 11mila visualizzazioni) (altre 86mila visualizzazioni a oggi su blogspot...) (twitter@carlomuscatello)
lunedì 27 febbraio 2017
GUAITAMACCHI PRESENTA A TRIESTE IL SUO "ATLANTE ROCK"
Woodstock e il Greenwich Village, Haight-Ashbury e il Chelsea Hotel e ovviamente Abbey Road, ma anche New Orleans, Memphis, Chicago, Austin, Dublino. Quanti sono i luoghi del rock? Ezio Guaitamacchi li ha messi in fila nel suo “Atlante rock”, edito da Hoepli, che l’autore presenta oggi alle 18 alla Libreria Lovat, a Trieste.
Guaitamacchi, enciclopedia rock o guida turistica?
«Né l’una né l’altra, o entrambe le cose. Diciamo che questo “Atlante rock” può essere visto come un “racconto di viaggio”».
Viaggio reale o virtuale?
«I venticinque itinerari proposti nel libro li ho percorsi in quarant’anni anni di attività di “rock traveler”, quindi i miei sono stati tutti viaggi reali. Il lettore li può rivivere, replicare (anche per questo ci sono indirizzi e indicazioni di percorso), usando il libro come una guida, ma può anche sognare per un pomeriggio o per una notte di essere sulle strade del rock, nella California dei “figli dei fiori” o nella Dublino degli U2, a Liverpool con i Beatles o a New York con Lou Reed e Andy Warhol».
Il suo primo viaggio rock?
«Era l’estate del 1976, non avevo ancora vent’anni e con un gruppo di “disperati” partimmo per quella California che per noi, ragazzi degli anni Settanta, era davvero un sogno. Atterrammo a San Francisco e il giorno dopo vidi, in un negozio di dischi, un poster che annunciava il concerto dei miei idoli di quel tempo, Crosby Stills & Nash, quelli che consideravo “i nuovi Beatles”. Convinsi allora i miei amici (a dire il vero non molto interessati alla musica) a venire con me al Frost Amphitheater dell’università di Stanford dove si teneva il concerto. Arrivammo sei ore prima, cancelli ancora chiusi. Ma ricordo che stetti almeno un’ora a bocca aperta di fronte al palco ad ammirare le chitarre dei miei eroi in attesa che loro facessero il loro ingresso sul palco».
Dei vari itinerari proposti, quale quello fondamentale?
«Dipende dai gusti: ma se seguiamo le rockstar, non sbagliamo mai. Dove le rockstar sono andate a vivere, a suonare, a registrare le loro canzoni, a fare l’amore, a litigare o, purtroppo, anche a morire sono tutti luoghi bellissimi. Al di là del fascino che possono suscitare su noi appassionati».
Un esempio?
«Andate a Woodstock. È un nome che a tutti i “rockettari” fa venire i brividi, la prima “tre giorni di pace amore e musica” della storia. Il più leggendario rock festival mai avvenuto. La cittadina di Woodstock e le zone limitrofe, le Catskill Mountain, sono un’area meravigliosa a meno di due ore da New York City, piena di boschi, laghi, ruscelli e colline verdissime. Da sempre è una colonia di artisti».
Ci andò anche Bob Dylan...
«Sì, a metà dei Sessanta Dylan e il suo manager Albert Grossman vi andarono a vivere: da quel momento diventò un nome popolare tra gli appassionati. Ancor oggi, Woodstock è luogo di villeggiatura ma anche residenza di musicisti famosi. David Bowie trascorse gli ultimi giorni nella sua villa lì vicino, c’è chi dice che le sue ceneri siano state sparse proprio nel giardino di quella casa».
Dei sei capitoli, cinque sono dedicati agli States e uno alla Gran Bretagna. Il rock è soprattutto America?
«Premesso che, per motivi editoriali, sono stato costretto a ridurre a venticinque gli itinerari consigliati, suddivisi in sei capitoli, il rock è effettivamente nato negli Stati Uniti, il 5 luglio 1954 quando un ventenne Elvis Presley registrava il suo primo 45 giri negli studi della Sun Records, al 706 di Union Avenue, a Memphis, Tennessee. Oggi quegli studi sono ancora funzionanti ma sono anche “visitabili”: tutti, per qualche minuto, possiamo sognare di essere Elvis, Johnny Cash, Carl Perkins o uno qualsiasi dei gradi rocker degli anni Cinquanta».
Nei suoi mille viaggi lei ha cercato la musica anche in luoghi esotici.
«La musica è stata e continua a essere il “fil rouge” della mia vita, che ha condizionato anche la mia passione per il viaggio. Ho scoperto luoghi magnifici grazie a un interesse per le loro musiche. Come quelle ipnotiche degli aborigeni australiani, quelle seducenti delle isole Hawaii, quelle ritmate e trascinanti del continente africano, quelle spirituali dell’India o quelle sorprendenti di posti remoti come l’isola di Pasqua».
Dunque anche tanta natura.
«Proprio grazie al mio amore per la natura, ho scoperto i suoni che provengono dal mondo animale e vegetale come le melodie affascinanti delle balene, il rombo degli iceberg della Patagonia, il rumore della giungla amazzonica, i versi di animali in via di estinzione come il gorilla di montagna in Uganda, gli orsi grizzly in Alaska, gli oranghi del Borneo. Un mondo di suoni e ritmi che affascina tanto quello delle canzoni poetiche di Bob Dylan, dei riff lancinanti dei Led Zeppelin, del rock blues degli Stones o della chitarra cosmica di Jimi Hendrix».
Se dovesse proseguire questo atlante in Europa?
«Aggiungerei piuttosto alcuni luoghi d’America e di Gran Bretagna che, per motivi di spazio, non ho potuto inserire. Da Manchester a Bristol, dalla Route 66 al deserto del sud California e all’Arizona. Per non parlare di Miami, della Florida e di una scena musicale che aveva stregato il mondo. L’Europa, fuori dai confini anglofoni, non è terra rock. Ma un viaggetto nella Parigi di Jim Morrison, con tappa finale alla sua tomba al Père Lachaise lo inserirei volentieri...».
E in Italia?
«Per i motivi detti, non sarebbe un vero “Atlante rock”, ma potrebbe essere un buon “Atlante musicale”...».
domenica 26 febbraio 2017
VASCO BRONDI / LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA: DISCO E TOUR
Il nuovo album s’intitola “Terra” ed esce il 3 marzo. Il conseguente tour parte il 16 marzo proprio dal Friuli Venezia Giulia, con una “data zero” all’Astro Club di Fontanafredda, Pordenone.
Lui è il cantautore ferrarese Vasco Brondi, che da anni firma i suoi dischi come Le luci della centrale elettrica. Personaggio quasi di culto della nuova musica italiana, sin dall’album di esordio “Canzoni da spiaggia deturpata”, Targa Tenco 2008 come miglior opera prima dell’anno.
In queste settimane l’artista ha creato sul web una certa attesa per l’album, prodotto assieme a Federico Dragogna dei Ministri, distillando notizie e anticipazioni. “Stelle marine” è la prima canzone che ha anticipato il disco, da lui presentata così: «È una città vista dall’alto, una città moderna che prima o poi sarà una città antichissima. Dentro ci sono gli insulti e le preghiere, dei canti allegri e struggenti, gli interessi dell’Eni, il cielo dipinto di blu metallizzato, chi si salva camminando sulle acque del Mediterraneo, la sabbia del Sahara che a volte ritroviamo sul parabrezza della macchina dopo che ha piovuto. La 90 che è la circolare esterna, l’autobus che prendevo appena arrivato a Milano sette/otto anni fa sentendomi molto solo e molto contento di essere lì. Più che un singolo un’apripista...».
C’è già stato un secondo “assaggio”, il brano “Coprifuoco”. «È una canzone - dice sempre Brondi - in cui si confondono eventi epocali e fatti personali. In sottofondo c’è questa tabla elettronica, una specie di drum machine che viene dall’India che finalmente siamo riusciti a mettere in una canzone. C’è l’eco di un viaggio in Bosnia che avevo fatto con un amico una decina di anni fa: a Mostar abbiamo scoperto che campanili e minareti ormai crollati si assomigliavano tutti, dalle macerie non riuscivi a distinguere l’uno dall’altro».
Ancora Brondi: «Al loro interno erano già cresciuti gli alberi, il tempo passato dalla fine della guerra si misurava con la loro altezza. In questa canzone c’è una ragazza che si trasferisce a Toronto per poi accorgersi che è una Varese più grande e c'è anche un uragano in arrivo a cui gli esperti hanno dato il suo stesso nome».
“Terra” è il quarto album di inediti firmato Le luci della centrale elettrica, dopo il citato “Canzoni da spiaggia deturpata” (2008), “Per ora noi la chiameremo felicità” (2010) e “Costellazioni” (2013). L’album verrà pubblicato nel formato speciale a forma di libro che, oltre al cd, conterrà anche il diario di lavorazione, intitolato “La grandiosa autostrada dei ripensamenti”: «Un diario di viaggio e di divagazioni - spiega il cantautore - dell’anno e mezzo di scrittura e degli ultimi tre mesi di registrazioni in studio».
L’album verrà presentato nelle Librerie Feltrinelli fra il 3 e il 9 marzo (Milano, Roma, Napoli, Verona, Firenze, Bologna, Torino). E poi parte il tour: dopo il debutto del 16 marzo a Fontanafredda, tappe a Cesena, Torino, Treviso, Napoli, Roma, Ancona, Milano, Bologna...
lunedì 20 febbraio 2017
FNSI E ASSOSTAMPA FVG CONTRO LINGUAGGIO ODIO E VIOLENZA
Fnsi e Assostampa del Friuli Venezia Giulia hanno partecipato alla manifestazione “Parole O_Stili”, svoltasi ieri e oggi a Trieste, aderendo al manifesto contro il linguaggio dell’odio e della violenza, in rete ma non solo, che vi è stato presentato. Il sindacato unitario dei giornalisti – che ha patrocinato la manifestazione triestina assieme all’Ordine dei giornalisti Fvg – condivide i principi che ispirano il manifesto, perché rifiuta la facile strada delle censure, dei bavagli e dei “tribunali della verità”, per puntare invece sul rispetto, sulla formazione, sulla responsabilità, sulla volontà di contrastare sempre e comunque il linguaggio dell’odio e della violenza, dentro e fuori la rete. Una scelta che rientra nel percorso scelto da tempo dalla Fnsi, che infatti partecipa sin dall’inizio anche al progetto dell’associazione Carta di Roma, che da anni analizza e combatte i linguaggi di odio, discriminazione e razzismo. Per tutte queste ragioni la Fnsi proporrà ai ministeri competenti di promuovere nelle scuole e nelle università corsi di formazione e laboratori didattici, a partire proprio dalle proposte di Carta di Roma, di Parole O-Stili e di quanti hanno nel cuore i valori racchiusi nell’articolo 21 della Costituzione. Il sindacato dei giornalisti raddoppierà inoltre le proprie iniziative volte a contrastare e respingere le parole e le azioni ostili scagliate da più parti contro i cronisti e il diritto di cronaca, con l’unico obiettivo di intimidire chi tenta di illuminare le terre occupate da mafia, malaffare e corruzione.
Ma ecco il manifesto che è stato presentato a Trieste:
1 Virtuale è reale
Dico o scrivo in Rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona
2 Si è ciò che si comunica
Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano
3 Le parole danno forma al pensiero
Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso
4 Prima di parlare bisogna ascoltare
Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura
5 Le parole sono un ponte
Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri
6 Le parole hanno conseguenze
So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi
7 Condividere è una responsabilità
Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi
8 Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare
Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare
9 Gli insulti non sono argomenti
Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi
10 Anche il silenzio comunica
Quando la scelta migliore è tacere, taccio
lunedì 13 febbraio 2017
ADDIO GIUSTO PIO
«Ciao, Maestro Giusto Pio». Franco Battiato lo ha salutato così, sul suo profilo Facebook. Se n’è infatti andato a novantuno anni, nella Castelfranco Veneto dove era nato nel 1926, il violinista classico che era diventato “un po’ pop” proprio dopo l’incontro con l’artista siciliano.
Un incontro avvenuto verso la metà degli anni Settanta. Dalla collaborazione fra i due nacquero album come “L’era del cinghiale bianco”, “Patriots”, soprattutto “La voce del padrone”, l’album di Battiato che uscì nell’81 e superò il milione di copie vendute.
Assieme scrissero anche “Per Elisa”, con cui Alice vinse Sanremo sempre nell’81. Ma il musicista veneto ha lavorato negli anni anche con altri artisti “leggeri”, come Milva e Giuni Russo, per cui scrisse - sempre assieme a Battiato - “Un’estate al mare”.
Completata la formazione musicale classica a Venezia, Giusto Pio venne ingaggiato come concertista dell'orchestra di musica sinfonica della Rai di Milano, guidata a quel tempo da Cinico Angelini. Nel 1963 con un quartetto d'archi composto, oltre che da lui, da Giuseppe Magnani (violino), Rinaldo Tosatti (viola) e Nereo Gasperini (violoncello), pubblicò un 33 giri per la Durium con l'incisione dell'opera Quartetto Creolo di Livio Cerri.
Poi l’incontro con Battiato, grazie al quale scoprì un mondo diverso. Ma l’amore per la classica non lo ha mai abbandonato. Anni fa, in occasione dell’85.o compleanno è uscito un libro biografico dal titolo “Dedicato a Giusto Pio”, edito dalla Zanetti e accompagnato da un cd.
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ADDIO AL JARREAU
Se n’è andato Al Jarreau, autentica leggenda della musica nera. Fra un mese avrebbe compiuto 77 anni, da qualche giorno era ricoverato in ospedale a Los Angeles. Era arrivato da poco l’annuncio dell’annullamento di tutti i concerti che l’artista aveva in programma per i prossimi mesi. Un segnale che non lasciava presagire nulla di buono, anche se un post sulla sua pagina Facebook diceva che il cantante si stava riprendendo, che aveva cantato una canzone al figlio.
Nato a Milwaukee, Wisconsin, il 12 marzo 1940, Alwin Lopez “Al” Jarreau era figlio di un religioso. Aveva cominciato a cantare da bambino nel coro gospel della sua chiesa. Il debutto da professionista in piccoli jazzclub nei primi anni Sessanta. Nel ’65 il suo primo album, intitolato appunto “1965”, per l’etichetta Bainbridge. All’inizio non accadde nulla. L’album ebbe successo solo dieci anni dopo, quando la Reprise, l'etichetta di Frank Sinatra, lo aveva riportato sul mercato discografico, facendolo conoscere alla critica e al pubblico.
Nel frattempo, dopo una laurea in psicologia, Al aveva costruito la propria carriera ispirandosi al sound e all’eleganza di maestri come Nat King Cole. Per anni ha sfornato un successo dopo l’altro per l’etichetta Warner Bros. Tra gli altri, suo era il tema di della serie televisiva di successo degli anni Ottanta “Moonlighting”.
Sapeva mischiare jazz e swing, rhythm’n’blues e pop. Vincitore di ben sette Grammy Awards, è stato un indimenticabile interprete della “black music”, con successi come “We’re in this love together”, “Mornin’”, “Rainbow in your eyes”...
Il suo momento d’oro arriva fra gli anni Settanta e Ottanta, quando Al Jarreau diventa maestro indiscusso del pop-jazz americano più sofisticato. Partecipa ai più importanti jazz festival internazionali, sia negli Stati Uniti che in Europa. Riceve molti prestigioso premi.
Il suo nome rimane legato anche a molte cover di classici come “Your song” di Elton John, “Rainbow in your eyes” di Leon Russell, “Mas que nada” di Jorge Ben, oltre che all’adattamento vocale di “Take five” di Paul Demond. È molto richiesto nella sale d’incisione. Canta nei dischi di Quincy Jones, Shakatak, Chick Corea, Freddie Hubbard, Joe Sample, Larry Carlton, Bob James, Lee Ritenour.
Il primo Grammy lo conquista nel 1977 per “Look to the rainbow” come migliore cantante jazz, l'ultimo risale al 2007, quando ha ricevuto il grammofono d'oro per la sua interpretazione dello standard “God bless the chid”, assieme a George Benson e Jill Scott. Nel 1985 partecipa a “Usa for Africa, supergruppo della musica americana con Michael Jackson, Lionel Richie, Stevie Wonder e Bruce Springsteen, cantando “We are the world” prodotta da Quincy Jones. Il singolo ha venduto in trentadue anni venti milioni di copie, per un ricavato di sessanta milioni di dollari donati all’Africa. Nel 2013 duetta con Mario Biondi in “Light to the world”, nell’album “Sun”. “My old friend: Celebrating George Duke”, pubblicato nel 2014, è stato il suo ultimo lavoro discografico.
Quel comunicato stampa di pochi giorni fa non diceva la verità, ma ora somiglia a un addio. “Al sta migliorando lentamente”, diceva la nota. Ma “con suo enorme dispiacere dovrà smettere di fare tour. Al è grato per i suoi cinquant’anni di viaggi intorno al mondo e per chiunque abbia condiviso quest’esperienza con lui: il suo fedele pubblico, i dedicati musicisti e tutti coloro che gli sono stati di supporto nel suo lavoro”.
Insomma, la maledizione del 2016 sembra continuare nell’anno appena cominciato. Un altro grande della musica se n’è andato. Era di una generazione di artisti che hanno segnato la musica dei decenni passati.
SANREMO / CONTROCANTO 7
L’elemento sorpresa era quel che mancava al gran finale. Ci sono stati tempi, a Sanremo, nei quali il nome del vincitore era già scritto alla vigilia. Tanto che “Sorrisi” preparava la copertina in anticipo. Quest’anno è andata diversamente. E la vittoria di Francesco Gabbani, che ha sovvertito i pronostici, lasciandosi alle spalle le belle canzoni della favorita Fiorella Mannoia e dell’outsider Ermal Meta, ha aggiunto quel tocco d’imprevisto che non guasta. Anzi. Verdetto che alcuni hanno discusso, com’è giusto che sia, e che è stato scodellato dal sapiente mix fra televoto (40%), giuria demoscopica (30%) e giuria di qualità (altro 30%), presieduta da Giorgio Moroder. Alla fine, contenti quasi tutti, tranne Gigi D’Alessio che reclama giurie più equilibrate. Contenta soprattutto la Rai, che ormai da anni con il Festival ci guadagna. Non avveniva fino al 2013, ultimo anno in perdita. Da allora, le entrate pubblicitarie hanno superato i costi di produzione ai quali va aggiunta la quota della convenzione con il Comune di Sanremo. L’anno scorso il guadagno è stato di cinque milioni di euro. Quest’anno dovrebbe essere andata anche meglio: è previsto un attivo di un milione e mezzo di euro a puntata, totale sette e mezzo. Che alla Rai, e non solo alla Rai, di questi tempi non sono noccioline...
domenica 12 febbraio 2017
SANREMO / CONTROCANTO 6
Ammesso e non concesso che Sanremo 2017 venga ricordato in futuro, sarà perchè ha portato a compimento l’Opa lanciata anni fa sul Festival da Maria De Filippi. Dal suo avanposto Mediaset del talent “Amici”, nostra signora dell’audience prima manda alcuni debuttanti di successo all’Ariston (certi vincono: Marco Carta, Valerio Scanu, Emma Marrone, lo stesso Lele quest’anno fra i Giovani...), accolti con tutti gli onori assieme a quelli degli altri talent. Poi nel 2009 fa una prima incursione nell’edizione condotta da Bonolis. Quest’anno rientra dalla porta principale, affianca Carlo Conti e - con altri “Amici” in gara - diventa di fatto la vera padrona di casa. “Vallettizza” il conduttore abitualmente abbronzato, cambia la liturgia del Festival, immagini dietro le quinte, scalinata usata solo per sedersi sugli scalini. Gli ascolti quasi record, con lo share spesso oltre il 50%, dicono che il pubblico gradisce. Fra eroi quotidiani e alti tassi di demagogia imperanti, ci sarebbero anche i cantanti e le canzoni. L’abbiamo già detto: Fiorella Mannoia e Ermal Meta una spanna su tutti gli altri, svariate spanne su alcuni. Ma anche loro sembrano sempre più una scusa, un dettaglio nel grande carrozzone tv nazionalpopolare. Sipario. L’anno prossimo replica.
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