venerdì 7 settembre 2018

VENT’ANNI SENZA LUCIO BATTISTI / da ART21

di Carlo Muscatello Vent’anni senza Lucio Battisti, vent’anni nei quali le canzoni del genio pop italiano scritte assieme a Mogol non ci hanno mai abbandonato. Sono sempre qui, con noi, sono parte integrante della storia popolare del nostro paese, sono la colonna sonora della nostra vita. Lucio Battisti è morto il 9 settembre 1998 a soli cinquantacinque anni. Era nato a Poggio Bustone, Rieti, il 5 marzo 1943, un giorno dopo l’altro grande Lucio della nostra canzone, Dalla. Oggi possiamo dire che Mogol Battisti hanno rappresentato per la musica italiana quello che i Beatles sono stati per il pianeta. Qualche anno fa ne parlavamo proprio con Mogol, che ha regalato le parole alla miglior musica leggera di casa nostra. In oltre mezzo secolo di onorata attività, Giulio Rapetti Mogol (dal 2006 quel che era uno pseudonimo è diventato parte del suo cognome) ha infatti firmato i testi di oltre millecinquecento canzoni. Molte delle quali bellissime, alcune indimenticabili, entrate a far parte della colonna sonora delle nostre vite. Con Lucio Battisti, ma non solo. Anche per Celentano, Morandi, Cocciante. Per non parlare di Mina, Bobby Solo, Equipe 84, Dik Dik... Sanremo '61, "Al di là", Luciano Tajoli e Betty Curtis: un debutto subito vincente... «Ero un ragazzo - ricordava l'artista, milanese, classe 1936 - che aveva avuto la fortuna di scrivere quelle parole. Le avevo date al maestro Donida, un caso strano perché in seguito io ho sempre scritto su una musica già esistente. Una serie di coincidenze fortunate e la canzone vinse il Festival. Ma fu tutto merito di Tajoli». Che Italia era? «L'Italia che vorrei anche oggi, invece tutto è andato male, tutto va di male in peggio. È mancata la moralità, qui tutti raccontano balle, tutti fanno debiti e nessuno va galera». Battisti lo conobbe pochi anni dopo: intuì subito le sue potenzialità? «Assolutamente no. Si presentò con due canzoni, gli dissi che aveva scritto due brani modesti, la cosa che mi colpì fu che lui disse: sono d'accordo. Mi fece quasi tenerezza. Gli dissi: dai, vediamoci, proviamo a collaborare assieme. E cominciò quell'incredibile avventura. La terza canzone che scrivemmo assieme fu "29 settembre". E fu il botto». Quindici anni di collaborazione: i fan ancora non si capacitano di quel divorzio. «In effetti fu una cosa incomprensibile, girarono tante storie sui motivi della separazione. Questioni di gelosie, di soldi, persino di confini fra le nostre proprietà in Brianza. Tutte balle. La verità? Credo sia stato influenzato, mal consigliato da chi gli era vicino». Un ricordo bello e uno brutto di quegli anni con lui. «Brutto nessuno. Mi sono sempre trovato bene, anche lui mi sembrava appagato e contento. E anche quando ci siamo incontrati di nuovo, anni dopo, tutto sempre bene. Era un rapporto ad alto gradimento reciproco». Un’alchimia irripetibile? «Beh, ho lavorato e scritto canzoni con altri artisti. Anche belle canzoni. Ma credo che sì, era irripetibile perchè completa nel senso globale del termine. Lucio era un grande autore, un arrangiatore, un interprete. Assieme avevamo raggiunto la completezza, una certa complementarietà». Quella storia che eravate fascisti? «Io sono sempre stato moderato, Lucio non l'ho mai sentito parlare di politica. La verità è che in quegli anni se un artista non alzava il pugno era fascista. Chi scriveva di privato era qualunquista. La neutralità non era ammessa». Lei fa cronaca? «Si, credo che un autore degno di fede è quello che fa cronaca. La fantasia non conta. Io mi ispiro alla vita, alla mia, a quella della gente comune. Per questo il pubblico mi segue». Una parola per alcuni artisti con cui ha lavorato. Celentano. «Timbrica straordinaria. Meglio come artista che come predicatore». Mina. «Coerente nella sua scelta di ritirarsi a Lugano. L’altro giorno mi hanno detto quante canzoni ho scritto per lei: sono ventotto, nemmeno me le ricordavo». Morandi. «Anche lui libero di fare quel che vuole. Bravissimo nel ripartire, con quella “Canzoni stonate” che scrissi per lui trent'anni fa». Cocciante. «Grande interprete e grande musicista, di livello internazionale». Gianni Bella. «Un genio musicale. Non lo ha aiutato l'accento siciliano, lui che in inglese canta benissimo». L'opera che avete scritto assieme? «L'ha scritta soprattutto lui, e dopo due anni di lavoro, il giorno dopo averla finita, è stato colpito dal male che ancora non gli permette di comunicare. Per l'opera abbiamo dei problemi economici, forse debutterà all'estero». La scena musicale attuale? «Manca la qualità, e sa perchè? Perché oggi si cerca solo il profitto. Una volta era diverso, si cercava l'artista che aveva qualcosa da dire e sapeva come dirlo. Oggi si cerca di fare soldi, e subito. Non va bene». Ha detto che oggi Battisti e Mogol non emergerebbero. Possibile? «Lo confermo. Noi eravamo pieni di idee e trovavamo gente disposta ad ascoltarci. C’era entusiasmo, voglia di cambiare. Lucio fu bocciato alla radio come interprete, ma poi le radio lo trasmettevano comunque. Oggi non c’è questa possibilità. I dj sono degli impiegati, passano quello che gli dicono di trasmettere». Il Cet, la sua scuola? «Ha oltre vent'anni, ha diplomato più di duemila allievi, abbiamo tenuto a battesimo interpreti come Arisa e autori come Giuseppe Anastasi. Abbiamo una didattica avanzatissima, di livello europeo. Ma anche per noi mancano i fondi, dobbiamo fare economia. Chi ci governa non capisce che diffondere la musica e la cultura popolare è una priorità». I talent show? «Torniamo al discorso del qualità. Se scegli degli artisti veri da presentare al pubblico, forse fai un'operazione culturale. Ma se aspetti quelli che vogliono essere lanciati, che vogliono vendere due dischi, fare la bella vita, beh, non vai da nessuna parte». Internet? «Ci sono 200mila siti musicali, manca chi ti aiuta a individuare le cose di qualità. Siamo sempre lì. Corsa ai soldi, al profitto, poca attenzione alla qualità». Gli aforismi? «Ho sempre amato la sintesi, mi piace scrivere breve. Col libro “Le ciliegie e le amarene” ha avuto quattro premi, uno internazionale. Ne sto scrivendo un altro. Si intitolerà “Le arance e i limoni”». Mogol, lei ha fede? «Sì, prego tutte le sere. E lo faccio con il cuore».

ANDREA CENTAZZO, DA L.A. A “BASAGLIA LIVE”

Andrea Centazzo è il primo ospite, domani giovedì 6-9, alle 11.55, su Radio Rai Fvg, di “Basaglia Live”, il programma di Carlo Muscatello, a cura di Assunta Cannatà, ascoltabile anche su www.sedefvg.rai.it. Il percussionista e compositore friulano, che vive e lavora da oltre vent’anni a Los Angeles, ricorda lo storico concerto con Giorgio Gaslini nel settembre ‘74 e altre sue performance nel parco del manicomio di San Giovanni, a Trieste. L’altro ospite della puntata è Roberto Colapietro, per tanti anni presidente della Clu, Cooperativa Lavoratori Uniti Franco Basaglia. Quarant’anni dopo la legge 180 che ha chiuso i manicomi, “Basaglia Live” sta proponendo quest’estate alla Rai regionale una mappa degli artisti e dei concerti nel parco e nel teatrino di San Giovanni, a Trieste, che dagli anni Settanta in poi hanno contribuito ad aprire l’ospedale psichiatrico. Da Ornette Coleman agli Area, da Francesco Guccini a Franco Battiato, da Gino Paoli a Giorgio Gaslini, da Moni Ovadia con Alfredo Lacosegliaz ad Alberto Camerini e tanti altri, senza dimenticare il Premio Nobel Dario Fo: molti eventi musicali e artistici che negli anni Settanta hanno attirato migliaia di giovani e meno giovani nel grande parco di San Giovanni, a Trieste, nel manicomio che stava aprendo le sue porte alla città. Oggi sono passati quarant’anni dalla legge 180, che porta il nome di Franco Basaglia: ma non tutti ricordano che quella importante stagione che ha portato alla chiusura dei manicomi, e alla restituzione dei diritti di cittadinanza ai tanti “matti”, è passata anche attraverso la musica. Il jazz, il rock, la canzone d’autore, con alcuni dei loro più importanti protagonisti, hanno dato un grande contributo al raggiungimento di una conquista di civiltà. Ecco allora la musica di quegli artisti, con ricordi “d’autore” e testimonianze dei protagonisti della grande stagione di cambiamento. Fra gli ospiti del programma - in onda tutti i giovedì di luglio, agosto e settembre - Alberta Basaglia, Gino Paoli, Moni Ovadia, Massimo Cirri, Peppe Dell’Acqua, Franco Rotelli, Michele Zanetti, Mario Luzzatto Fegiz, Andrea Centazzo, Patrizio Fariselli (Area), tanti altri...

giovedì 30 agosto 2018

ANTEPRIMA GINO D’ELISO A “BASAGLIA LIVE”

Gino D’Eliso è il primo ospite, domani giovedì 30-8, alle 11.55, su Radio Rai Fvg, di “Basaglia Live”, il programma di Carlo Muscatello, a cura di Assunta Cannatà, ascoltabile anche su www.sedefvg.rai.it. Il cantautore triestino, oltre a ricordare i suoi concerti negli anni Settanta nel parco del manicomio triestino di San Giovanni, presenta in anteprima il suo nuovo album “Valvole e vinili”, in uscita il mese prossimo. L’altro ospite della puntata è Angelo Venchiarutti, docente di diritto privato all’Università di Trieste, che spiega come la Legge 180, oltre a chiudere i manicomi, abbia cambiato la situazione giuridica dei malati di mente. Quarant’anni dopo la legge 180 che ha chiuso i manicomi, “Basaglia Live” sta proponendo quest’estate alla Rai regionale una mappa degli artisti e dei concerti nel parco e nel teatrino di San Giovanni, a Trieste, che dagli anni Settanta in poi hanno contribuito ad aprire l’ospedale psichiatrico. Da Ornette Coleman agli Area, da Francesco Guccini a Franco Battiato, da Gino Paoli a Giorgio Gaslini, da Moni Ovadia con Alfredo Lacosegliaz ad Alberto Camerini e tanti altri, senza dimenticare il Premio Nobel Dario Fo: molti eventi musicali e artistici che negli anni Settanta hanno attirato migliaia di giovani e meno giovani nel grande parco di San Giovanni, a Trieste, nel manicomio che stava aprendo le sue porte alla città. Oggi sono passati quarant’anni dalla legge 180, che porta il nome di Franco Basaglia: ma non tutti ricordano che quella importante stagione che ha portato alla chiusura dei manicomi, e alla restituzione dei diritti di cittadinanza ai tanti “matti”, è passata anche attraverso la musica. Il jazz, il rock, la canzone d’autore, con alcuni dei loro più importanti protagonisti, hanno dato un grande contributo al raggiungimento di una conquista di civiltà. Ecco allora la musica di quegli artisti, con ricordi “d’autore” e testimonianze dei protagonisti della grande stagione di cambiamento. Fra gli ospiti del programma - in onda tutti i giovedì di luglio, agosto e settembre - Alberta Basaglia, Gino Paoli, Moni Ovadia, Massimo Cirri, Peppe Dell’Acqua, Franco Rotelli, Michele Zanetti, Mario Luzzatto Fegiz, Andrea Centazzo, Patrizio Fariselli (Area), tanti altri...

SHEL E VANDELLI, DISCO E TOUR

“La notte cade su di noi, la pioggia cade su di noi, la gente non sorride più, vediamo un mondo vecchio che ci sta crollando addosso ormai…ma che colpa abbiamo noi…”: riecheggiano nella nostra mente i versi di Mogol e sembrano scritti oggi. “Che colpa abbiamo noi”, un vero e proprio inno generazionale, è il brano che anticipa il progetto che vede finalmente insieme Shel Shapiro (ossia, The Rokes) e Maurizio Vandelli (ossia, Equipe 84) e sarà in radio dal 31 agosto, interpretato questa volta dai due artisti, riarrangiato e prodotto da Diego Calvetti. Shapiro e Vandelli si sono “ritrovati”, dopo una vita di rivalità, distanze, marcate differenze di carattere, formazione e stili di vita, ma anche di rispetto reciproco e grande amore per la musica. Ad unirli un progetto artistico, dal titolo emblematico “Love and Peace”, amore e pace ritrovati prima di tutto fra di loro: una collaborazione che ha radici lontane e che vede fondere i loro percorsi musicali in un album per Sony Music (in uscita il 21 settembre) e in un tour prodotto da Trident Music (le prime date sono Firenze il 10 dicembre al Teatro Verdi, e Roma l’11 dicembre all’Auditorium Parco della Musica). I biglietti saranno in vendita dalle ore 12.00 del 6 settembre. Un affascinante viaggio nelle immagini e nelle emozioni di intere generazioni che si ritroveranno magicamente insieme, senza le divisioni e i contrasti che caratterizzano la comunicazione di quest’epoca, anzi. Shapiro e Vandelli rappresentano una nuova energia, la voglia di comunicare e di vivere la positività e la bellezza della musica come grande forza aggregante. Un incontro storico che non è nostalgia ma memoria, con uno sguardo rivolto al presente. Come recitano i versi di “Che colpa abbiamo noi”.

giovedì 23 agosto 2018

DON VATTA A “BASAGLIA LIVE”

Don Mario Vatta è il protagonista, giovedì 23-8, alle 11.55, su Radio Rai Fvg, di “Basaglia Live”, il programma di Carlo Muscatello, a cura di Assunta Cannatà, ascoltabile anche su www.sedefvg.rai.it. Il sacerdote triestino, fondatore e anima della Comunità di San Martino al Campo, ricorda assieme alla giornalista Fabiana Martini l’antico rapporto di collaborazione e di amicizia con Franco Basaglia, nella Trieste degli anni Settanta. Colonna sonora con Alberto Camerini, protagonista di un concerto a San Giovanni nella primavera 1977. Quarant’anni dopo la legge 180 che ha chiuso i manicomi, “Basaglia Live” propone una mappa degli artisti e dei concerti nel parco e nel teatrino di San Giovanni, a Trieste, che dagli anni Settanta in poi hanno contribuito ad aprire l’ospedale psichiatrico. Da Ornette Coleman agli Area, da Francesco Guccini a Franco Battiato, da Gino Paoli a Giorgio Gaslini, da Moni Ovadia con Alfredo Lacosegliaz ad Alberto Camerini e tanti altri, senza dimenticare il Premio Nobel Dario Fo: molti eventi musicali e artistici che negli anni Settanta hanno attirato migliaia di giovani e meno giovani nel grande parco di San Giovanni, a Trieste, nel manicomio che stava aprendo le sue porte alla città. Oggi sono passati quarant’anni dalla legge 180, che porta il nome di Franco Basaglia: ma non tutti ricordano che quella importante stagione che ha portato alla chiusura dei manicomi, e alla restituzione dei diritti di cittadinanza ai tanti “matti”, è passata anche attraverso la musica. Il jazz, il rock, la canzone d’autore, con alcuni dei loro più importanti protagonisti, hanno dato un grande contributo al raggiungimento di una conquista di civiltà. Ecco allora la musica di quegli artisti, con ricordi “d’autore” e testimonianze dei protagonisti della grande stagione di cambiamento. Fra gli ospiti del programma - in onda tutti i giovedì di luglio, agosto e settembre - Alberta Basaglia, Gino Paoli, Moni Ovadia, Massimo Cirri, Peppe Dell’Acqua, Franco Rotelli, Michele Zanetti, Mario Luzzatto Fegiz, Andrea Centazzo, Patrizio Fariselli (Area), tanti altri...

sabato 18 agosto 2018

CLAUDIO LOLLI, QUEL CONCERTO DEL DIC.2009 A TRIESTE

di Carlo Muscatello È stato qualcosa di meno ma al tempo stesso anche qualcosa di più di un concerto, quello tenuto da Claudio Lolli l’altra sera al Teatro Bobbio, davanti a duecento aficionados, nell’ambito del Festival Trieste Poesia. Qualcosa di meno, o comunque di diverso, perchè la forma vocale perlomeno traballante del cantautore bolognese (classe 1950, primo album nel lontano ’72, lo storico ”Aspettando Godot”), unita a quel quadernetto dal quale il nostro leggeva - in certi casi nel senso letterale del termine - i suoi testi, faceva somigliare il tutto più a una sorta di reading musical-politico che a un concerto in senso tradizionale. Pur supportato da due superbi musicisti come Paolo Capodacqua alla chitarra e Nicola Alesini ai sassofoni. Qualcosa di più, perchè - complice qualche bicchiere di buon vino sorseggiato dall’artista fra una canzone e l’altra - la serata si è via via trasformata in una confessione mai così diretta e sincera, quasi un bilancio di vita personale e forse generazionale. Condito di amarezza ma anche di tanta ironia e autoironia. Esempio: «Ho fama di cantautore malinconico, triste. Dunque se siete qui, sapete già quel che vi aspetta. Le ballerine arrivano dopo...». Apre con ”Donna di fiume”, una delle ”Lovesongs” scritte in tanti anni di carriera e recentemente riproposte tutte assieme nel nuovo album. Poi si racconta così: «Provate a immaginare un ragazzo, verso la fine degli anni Sessanta, che non riesce a dormire. Cosa può fare? Una delle prime radioline portatili, una cuffietta improbabile, e ascolta. Tutta la notte. Ma nessuno trasmette. Suoni in onde corte che vanno e vengono...». È la sua storia, la storia di tanti suoi più o meno coetanei che di lì a poco, entrati negli anni Settanta, si trovarono calati in un mondo nuovo, pieno di energia e di speranze e di voglia/certezza di cambiare il mondo. Quello stesso ex ragazzo, quegli stessi ex ragazzi, un paio di decenni dopo, credono di essere tornati nel Medioevo: «Sintonizzatevi su Radio Padania Libera - suggerisce - e capirete benissimo cos’è l’odio moderno, contemporaneo, cos’è la nostra colonna sonora infame». Meglio allora l’amore, la riflessione disincantata su passato e presente. Altre canzoni, figlie di tempi diversi. ”La pioggia prima o poi” e ”L’amore ai tempi del fascismo” («non quello degli anni Trenta, quello di oggi...»), ”Alla fine del cinema muto” e ”Analfabetizzazione” («il potere nasce dalla comunicazione, l’avevo capito già trent’anni fa»), ”Adriatico” e ”Da zero e dintorni”, ”La giacca” e ”Dita”... Altre parole, altre riflessioni. Lolli racconta e si racconta. L’adolescenza, le letture, la politica, gli anni in cui si era animati dalla fede nel progresso, dalla certezza che il mondo stesse per cambiare. Il tutto sullo sfondo di Bologna, i vecchi in Piazza Maggiore («tutti comunisti...»), la chiesa di San Petronio. Ma anche Rimini a soli cento chilometri: il demonio, il male, la casa di famiglia dove veniva portato d’estate, da ragazzo... Accenni di particolare sincerità - persino di commozione - quando arriva il turno dei padri: quelli musicali (”Folkstudio” e ”I musicisti di Ciampi”) e quello vero, biologico, «che non sarebbe contento di vedermi stasera qui...» (”Quando la morte avrà”, brano che chiudeva l’album d’esordio, del ’72). Il finale è dedicato al capolavoro di Lolli, ”Ho visto anche degli zingari felici”, canzone del ’76, rifatta recentemente anche da Luca Carboni. E c’è anche un bis, ”Borghesia”, necessariamente riveduta e corretta nelle sue granitiche certezze di allora. Ora infatti si conclude così: «Vecchia piccola borghesia, vecchia gente di casa mia, per piccina che tu sia, il vento un giorno - forse, eventualmente... - ti spazzerà via». Applausi di affetto, quasi con tenerezza, per quell’ex ragazzo un po’ invecchiato.

venerdì 17 agosto 2018

ADDIO A CLAUDIO LOLLI / su ART21

di Carlo Muscatello Se n’è andato anche Claudio Lolli, cantautore di talento che non è mai sceso a compromessi per inseguire il successo. Uno che è sempre rimasto “dalla stessa parte”: rigoroso, onesto, vero, forse aspro, sempre sul filo della malinconia, esploratore del mal di vivere. Bolognese, era nato nel 1950. All’Osteria delle dame conosce Guccini, che lo porta alla Emi. Giovanissimo, nel ‘72 incide il primo album: “Aspettando Godot”. Diventa popolare soprattutto fra i giovani di sinistra. “Canzoni di rabbia” è del ‘75, ma il capolavoro arriva l’anno dopo, s’intitola “Ho visto anche degli zingari felici”. Prezzo politico: 3500 lire. Parla di emarginati, di femminismo, di attentati, interpreta magistralmente le ansie di una generazione – la sua – che dopo le utopie rivoluzionarie si stava perdendo, o rischiava di perdersi, fra eroina e terrorismo. L’album successivo, “Disoccupate le strade dai sogni”, esce per l’etichetta indipendente “L’ultima spiaggia”: è una dichiarazione di intenti sin dal titolo, suggestioni jazz e azzardi coraggiosi. Lo segue solo chi lo ama veramente. Dopo anni di alti e bassi, durante i quali non lascia mai l’insegnamento, nel 2000 esce “Dalla parte del torto“: sembra che Lolli ritrovi l’antica e felice ispirazione. Seguono “La scoperta dell’America” (2009), “Lovesongs”, lo scorso anno “Il grande freddo”, Targa Tenco 2017. Quando uscì “Lovesongs”, in occasione di un concerto a Trieste, lo intervistammo per l’ultima volta. Lolli, dal sociale all’amore. Cos’è successo? «Io le canzoni d’amore le ho sempre scritte. Ma mi davano sempre queste etichette: il cantautore del suicidio, della rabbia, persino il fiancheggiatore delle Brigate Rosse…». Addirittura. Ma dica la verità: le sue canzoni d’amore erano poche… «Questo è vero. Erano “infilate” nei dischi, fra un brano impegnato e l’altro. Ed è per questo che ho deciso di riprenderle e riproporle. Con i miei collaboratori le abbiamo ascoltate tutte assieme, trovandole belle, omogenee, quasi “sorelle” l’una dell’altra. Insomma, sembravano episodi minori ma non lo erano». Canzoni di epoche diverse. «Sì, direi fra il ’70 e il ’97. Ne abbiamo selezionate sedici, fra le quali abbiamo scelto le otto che sono inserite nel disco. Con Nicola Alesini e Paolo Capodacqua sapevamo di non poter riproporre gli arrangiamenti originali, né fare un disco pop. Dunque è prevalsa la scelta di puntare sul jazz, sul lirismo dell’improvvisazione». E le canzoni politiche? «Se la politica avesse ancora un ruolo, anche la canzone politica ne avrebbe uno. Ma oggi non c’è più politica, solo parole in libertà. Contano il potere per il potere, il denaro con cui si crede di poter acquistare tutto». I giovani? «Per un ragazzo oggi è difficile capire, intervenire, credere di poter cambiare le cose. Sembra tutto immodificabile. Sono pochi i giovani attenti al sociale: si trovano a cozzare contro questa società finta, costruita in studio. E poi manca una collettività giovanile a cui fare riferimento». Lei insegna sempre? «Certo. Italiano, latino e storia antica al Liceo Da Vinci di Bologna. Ormai sono vicino alla pensione: dovrò farmi fare i calcoli…». I suoi studenti come reagiscono? «Quando ho una classe nuova, di solito ci vogliono un paio di settimane perchè scoprano che sono “il cantautore”. Vanno su internet, chiedono ai genitori, trovano i dischi… La loro reazione è buona. In fondo è un po’ spiazzante, per loro, scoprire che il prof è uno che fa dischi, concerti…». Recentemente i suoi “Zingari felici” sono stati rifatti sia dal Parto delle Nuvole Pesanti che da Luca Carboni. Quale versione preferisce? «Quella con il Parto l’abbiamo fatta assieme, una versione molto balcanica, quasi zingaresca. Luca ha scelto da solo, ne ha fatto una versione molto dolce, delicata, togliendo aggressività all’originale. Mi ha fatto molto piacere, anche perchè lui arriva a un pubblico diverso dal mio». Nel video c’è anche quel vostro incontro in Piazza Maggiore… «Sì, una cosa carina. Quasi un passaggio del testimone, hanno detto. Anche se nemmeno lui, in fondo, è giovanissimo. Gli anni passano per tutti…». Lolli, negli anni Settanta sembrava tutto possibile. Oggi… «Ci eravamo immaginati che la storia andasse sempre avanti, in una direzione sola. E invece la storia va avanti e indietro, ha le sue fasi, ora va un po’ come un gambero. Aspettiamo che passi…».