venerdì 9 ottobre 2026

prefazione libro LACOSEGLIAZ

 Ho conosciuto Alfredo Lacosegliaz nei primissimi anni Settanta, ovviamente a Trieste. Avevamo attorno ai vent’anni, come si dice, “con tutta la vita davanti”…

Elaborato in qualche modo il lutto per lo scioglimento dei Beatles, noi ragazzi affamati di musica continuavamo a guardare soprattutto all’Inghilterra, per i nostri robusti appetiti. Spesso sconfinavamo negli States. E va detto che in quegli anni c’era solo l’imbarazzo della scelta.

Alfredo non era da meno. Curioso, originale, sensibile, talentuoso. Con una particolarità: mentre noi guardavamo soltanto a ovest, lui tendeva spesso e volentieri l’orecchio anche a est.

Comincia da ragazzo, nel gruppo Mahayana Trans. S’inventano lo spettacolo “Happiness” ispirato al movimento hippy. Fanno le prime registrazioni alla Rai regionale del Friuli Venezia Giulia e a Radio Capodistria.

Ma al ragazzo il rock, il pop stanno stretti. È naturalmente

attratto da generi, stili, strumenti diversi. La musica popolare

fa parte da sempre del suo dna. Nel ’76 pubblica con I Giorni

Cantati (“canzoniere popolare”) l’album “Trieste contro”. Per il

debutto solista deve aspettare soltanto un anno, quando a Milano pubblica per la Cooperativa L’Orchestra, vera e propria

fucina di talenti, l’album “L’orco feroce”. Nel ’79 segue “Triaca

oder drek”.

Nel frattempo Moni Ovadia – che non è ancora diventato fa-

moso come massimo divulgatore della cultura yiddish in Ita-

lia, e anni dopo confessa di aver scoperto la musica balcanica

grazie a lui – lo vuole nel Gruppo Folk Internazionale, con cui

realizza gli album “Il nonno di Jonni” e “Le mille e una not-

te”, e con cui va in tournée in mezza Europa. Nell’81 il grup-

po cambia nome, diventa Ensemble Havadià: escono l’album

omonimo e poi “Specchi”. Alfredo è sempre della partita.

Ma sono anni pieni di stimoli, lui come si diceva è uno curioso.

Collabora con Wolf Biermann, con la Scalcinata Compagnia

Solfrini, ma anche con Sergio Bardotti, Anna Identici. Nell’89

è al Festival dei Due Mondi a Charleston, nel Sud Carolina,

Stati Uniti, con la Compagnia Marionettistica Carlo Colla e

figli: lo spettacolo s’intitola “The legend of Pocahontas”.

Il lavoro per il teatro diventa sempre più importante. Nel ’90

è a Rabat, in Marocco, per il progetto “Le voyage en bateau”,

con attori e musicisti dell’Azerbaidjan, dello Zaire, della Co-

rea. Realizza “Est Est Est”, disco e spettacolo, con libere inter-

pretazioni di danze, ritmi e stili musicali suggeriti dal Medio

Oriente. Va in tournée (Roma, Berlino, New York, Parigi, Cra-

covia...) con Moni Ovadia, ormai decollato, e il suo “Golem”.

Un altro suo disco s’intitola “Reset”, opera da lui definita “di

mistilinguismo musical/verbale”.

Dunque teatro, ma anche cinema. Nel ’94 firma la colonna

sonora del film “Senza pelle”, di Alessandro D’Alatri. Compa-

re come musicista/attore in “La vera storia di Antonio H.” di

Enzo Monteleone e in “Dov’è Yankel?” di Paolo Rosa, presen-

tati al Festival del Cinema di Venezia. Scrive le musiche per

“Facciamo Paradiso” di Mario Monicelli.

È di nuovo con Ovadia nel “Dibbuk” e in “Ballata di fine mil-

lennio”. Sue le musiche per “Madre coraggio di Sarajevo” al

Piccolo Teatro di Milano e per “Il caso Kafka”, regia di Ro-

berto Andò. Ogni tanto esce un suo disco: nel ’97 “Dom Taty

Tomka”. A cavallo fra il vecchio e il nuovo millennio è attivis-

simo. Scrive le musiche per “Trieste, ebrei e dintorni”, ancora

di Moni Ovadia, che apre una stagione del Teatro Stabile del

Friuli Venezia Giulia, al Rossetti di Trieste.

Michele Santoro si accorge di lui e gli chiede le musiche per i

suoi programmi “Circus” e “Sciuscià”, con partecipazioni dal

vivo assieme al Patchwork Ensemble.


Ancora dischi: “WindRose” (tratto dall’omonimo spettacolo

di “varietà etnico”), “Matàda” (da lui definito “blues in scale

orientali in dialetto triestino”) e “La luna la contarà” (Fiabe,

detti e motti popolari dall’Istria liberamente tratti e da lui adat-

tati). Ancora spettacoli, ancora collaborazioni: “Ascoltando im-

magini in paesaggi sonori”, “La ballata di Franz” (che debutta

al Mittelfest di Cividale), “Un triestino d’Irlanda”. Nel 2005, di

nuovo per il Mittelfest, produce la “Cergoleide”, prima propo-

sta di spettacolarizzazione poetica su testi di Carolus Cergoly.

Di cui tanti anni prima aveva musicato “Fuma el camin” (“de

la Risiera, del lager de Mauthausen grande fradel...”).

Lacosegliaz sembra quasi invaso da una fretta creativa, chissà,

forse intuisce che il suo tempo sta per scadere. Attorno al 2010

escono i dischi “Panduro” e “Hypnos”. Poi “Dunje Ranke”,

complemento dell’audiolibro “La cotogna di Istanbul”, di Paolo

Rumiz, con cui realizza l’adattamento teatrale, portato in vari

festival. Gli ultimi lavori: “L’insostenibile arte della guerra”,

“installazione semi-tragica in tecnica multivideo” rappresenta-

ta al Mittelfest e al Peace Event di Sarajevo; “La sposa di Sa-

rajevo e Ahmet Jusuf”, spettacolo in italiano e bosniaco tratto

da una novella di Novak Simic.

Va detto che Alfredo ha lavorato fino all’ultimo. Quando la

malattia se l’è portato via, stava ancora pensando e preparando

nuovi progetti. Prima di andarsene, ha fatto in tempo a curare

“a distanza” la messinscena dello spettacolo “MultiKulti”.

Lacosegliaz, profondamente antifascista, ci ha lasciato un’ere-

dità politica, culturale, musicale e umana molto importante.

Protagonista di primissimo piano della scena musicale triestina

per oltre quarant’anni, è stato un anticipatore dell’interesse per

la musica balcanica, per le contaminazioni che guardavano a

Oriente, per i ritmi dispari così poco praticati in Occidente.

Oggi a Trieste, al Museo Teatrale Carlo Schmidl, esiste un Ar-

chivio Alfredo Lacosegliaz che si occupa dello studio e della

catalogazione della sua opera.

Su questi materiali due anni fa in Calabria è stata discussa una

tesi di laurea al Conservatorio Tchaikovsky (ora intitolato a Sa-

verio Arlia) di Nocera Terinese, in provincia di Catanzaro.

Il regista Ennio Guerrato ha realizzato il documentario “Al di

là dei lupi (Beyond the wolves)”, dedicato a Lacosegliaz e pre-

sentato al Trieste Film Festival 2024.

Altri ricordi e tributi negli ultimi anni nella sua Trieste, a Ca-

podistria, a Folkest… altri semi da lui lasciati di certo germo-

glieranno ancora in futuro.


Carlo Muscatello 



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