Ho conosciuto Alfredo Lacosegliaz nei primissimi anni Settanta, ovviamente a Trieste. Avevamo attorno ai vent’anni, come si dice, “con tutta la vita davanti”…
Elaborato in qualche modo il lutto per lo scioglimento dei Beatles, noi ragazzi affamati di musica continuavamo a guardare soprattutto all’Inghilterra, per i nostri robusti appetiti. Spesso sconfinavamo negli States. E va detto che in quegli anni c’era solo l’imbarazzo della scelta.
Alfredo non era da meno. Curioso, originale, sensibile, talentuoso. Con una particolarità: mentre noi guardavamo soltanto a ovest, lui tendeva spesso e volentieri l’orecchio anche a est.
Comincia da ragazzo, nel gruppo Mahayana Trans. S’inventano lo spettacolo “Happiness” ispirato al movimento hippy. Fanno le prime registrazioni alla Rai regionale del Friuli Venezia Giulia e a Radio Capodistria.
Ma al ragazzo il rock, il pop stanno stretti. È naturalmente
attratto da generi, stili, strumenti diversi. La musica popolare
fa parte da sempre del suo dna. Nel ’76 pubblica con I Giorni
Cantati (“canzoniere popolare”) l’album “Trieste contro”. Per il
debutto solista deve aspettare soltanto un anno, quando a Milano pubblica per la Cooperativa L’Orchestra, vera e propria
fucina di talenti, l’album “L’orco feroce”. Nel ’79 segue “Triaca
oder drek”.
Nel frattempo Moni Ovadia – che non è ancora diventato fa-
moso come massimo divulgatore della cultura yiddish in Ita-
lia, e anni dopo confessa di aver scoperto la musica balcanica
grazie a lui – lo vuole nel Gruppo Folk Internazionale, con cui
realizza gli album “Il nonno di Jonni” e “Le mille e una not-
te”, e con cui va in tournée in mezza Europa. Nell’81 il grup-
po cambia nome, diventa Ensemble Havadià: escono l’album
omonimo e poi “Specchi”. Alfredo è sempre della partita.
Ma sono anni pieni di stimoli, lui come si diceva è uno curioso.
Collabora con Wolf Biermann, con la Scalcinata Compagnia
Solfrini, ma anche con Sergio Bardotti, Anna Identici. Nell’89
è al Festival dei Due Mondi a Charleston, nel Sud Carolina,
Stati Uniti, con la Compagnia Marionettistica Carlo Colla e
figli: lo spettacolo s’intitola “The legend of Pocahontas”.
Il lavoro per il teatro diventa sempre più importante. Nel ’90
è a Rabat, in Marocco, per il progetto “Le voyage en bateau”,
con attori e musicisti dell’Azerbaidjan, dello Zaire, della Co-
rea. Realizza “Est Est Est”, disco e spettacolo, con libere inter-
pretazioni di danze, ritmi e stili musicali suggeriti dal Medio
Oriente. Va in tournée (Roma, Berlino, New York, Parigi, Cra-
covia...) con Moni Ovadia, ormai decollato, e il suo “Golem”.
Un altro suo disco s’intitola “Reset”, opera da lui definita “di
mistilinguismo musical/verbale”.
Dunque teatro, ma anche cinema. Nel ’94 firma la colonna
sonora del film “Senza pelle”, di Alessandro D’Alatri. Compa-
re come musicista/attore in “La vera storia di Antonio H.” di
Enzo Monteleone e in “Dov’è Yankel?” di Paolo Rosa, presen-
tati al Festival del Cinema di Venezia. Scrive le musiche per
“Facciamo Paradiso” di Mario Monicelli.
È di nuovo con Ovadia nel “Dibbuk” e in “Ballata di fine mil-
lennio”. Sue le musiche per “Madre coraggio di Sarajevo” al
Piccolo Teatro di Milano e per “Il caso Kafka”, regia di Ro-
berto Andò. Ogni tanto esce un suo disco: nel ’97 “Dom Taty
Tomka”. A cavallo fra il vecchio e il nuovo millennio è attivis-
simo. Scrive le musiche per “Trieste, ebrei e dintorni”, ancora
di Moni Ovadia, che apre una stagione del Teatro Stabile del
Friuli Venezia Giulia, al Rossetti di Trieste.
Michele Santoro si accorge di lui e gli chiede le musiche per i
suoi programmi “Circus” e “Sciuscià”, con partecipazioni dal
vivo assieme al Patchwork Ensemble.
Ancora dischi: “WindRose” (tratto dall’omonimo spettacolo
di “varietà etnico”), “Matàda” (da lui definito “blues in scale
orientali in dialetto triestino”) e “La luna la contarà” (Fiabe,
detti e motti popolari dall’Istria liberamente tratti e da lui adat-
tati). Ancora spettacoli, ancora collaborazioni: “Ascoltando im-
magini in paesaggi sonori”, “La ballata di Franz” (che debutta
al Mittelfest di Cividale), “Un triestino d’Irlanda”. Nel 2005, di
nuovo per il Mittelfest, produce la “Cergoleide”, prima propo-
sta di spettacolarizzazione poetica su testi di Carolus Cergoly.
Di cui tanti anni prima aveva musicato “Fuma el camin” (“de
la Risiera, del lager de Mauthausen grande fradel...”).
Lacosegliaz sembra quasi invaso da una fretta creativa, chissà,
forse intuisce che il suo tempo sta per scadere. Attorno al 2010
escono i dischi “Panduro” e “Hypnos”. Poi “Dunje Ranke”,
complemento dell’audiolibro “La cotogna di Istanbul”, di Paolo
Rumiz, con cui realizza l’adattamento teatrale, portato in vari
festival. Gli ultimi lavori: “L’insostenibile arte della guerra”,
“installazione semi-tragica in tecnica multivideo” rappresenta-
ta al Mittelfest e al Peace Event di Sarajevo; “La sposa di Sa-
rajevo e Ahmet Jusuf”, spettacolo in italiano e bosniaco tratto
da una novella di Novak Simic.
Va detto che Alfredo ha lavorato fino all’ultimo. Quando la
malattia se l’è portato via, stava ancora pensando e preparando
nuovi progetti. Prima di andarsene, ha fatto in tempo a curare
“a distanza” la messinscena dello spettacolo “MultiKulti”.
Lacosegliaz, profondamente antifascista, ci ha lasciato un’ere-
dità politica, culturale, musicale e umana molto importante.
Protagonista di primissimo piano della scena musicale triestina
per oltre quarant’anni, è stato un anticipatore dell’interesse per
la musica balcanica, per le contaminazioni che guardavano a
Oriente, per i ritmi dispari così poco praticati in Occidente.
Oggi a Trieste, al Museo Teatrale Carlo Schmidl, esiste un Ar-
chivio Alfredo Lacosegliaz che si occupa dello studio e della
catalogazione della sua opera.
Su questi materiali due anni fa in Calabria è stata discussa una
tesi di laurea al Conservatorio Tchaikovsky (ora intitolato a Sa-
verio Arlia) di Nocera Terinese, in provincia di Catanzaro.
Il regista Ennio Guerrato ha realizzato il documentario “Al di
là dei lupi (Beyond the wolves)”, dedicato a Lacosegliaz e pre-
sentato al Trieste Film Festival 2024.
Altri ricordi e tributi negli ultimi anni nella sua Trieste, a Ca-
podistria, a Folkest… altri semi da lui lasciati di certo germo-
glieranno ancora in futuro.
Carlo Muscatello
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