domenica 11 febbraio 2007

 Doveva arrivare due mesi fa. Poi il concerto è stato rinviato. E il tour di Ivano Fossati fa dunque tappa domani sera alle 21 al «Nuovo» di Udine. Uno dei padri nobili della nostra canzone d’autore torna dunque nella nostra regione con lo stesso «L’Arcangelo Tour» che nel maggio dell’anno scorso, all’inizio della lunga serie di concerti seguita alla pubblicazione dell’album «L’Arcangelo», aveva suonato a Pordenone.

Nella scaletta non mancano i classici («Panama», «La pianta del tè», «Lindbergh», «Smisurata preghiera» scritta con De Andrè, l’omaggio a Tenco con «Ragazzo mio»...) e le canzoni di impegno civile che da tempo caratterizzano la produzione del cinquantaseienne cantautore genovese: da «Mio fratello che guardi il mondo» a «Il disertore» («Ma io non sono qui, egregio presidente, per ammazzar la gente più o meno come me...»), fino ovviamente alla più recente «Cara democrazia», stringata ballata rock ma anche lucida e appassionata esortazione civile nonchè atto d’accusa politico giunto l’anno scorso, quattordici anni dopo «La canzone popolare» che era stata presa a prestito dalla prima stagione dell’Ulivo.

Parole pesanti, quelle di «Cara democrazia»: «Sono stato al tuo gioco anche quando il gioco si era fatto pesante, così mi sento tradito, o sono stato ingannato, mi sento come partito e non ancora approdato, sento un vuoto, sento un vuoto al mio fianco, e nessuna certezza messa nero su bianco...».

Parole che Ivano Fossati ha spiegato così: «Mi sono reso conto, leggendo anche i giornali stranieri, che c'è una preoccupazione in giro per il mondo. Quella dello svuotamento delle parole. Si fanno dei sensatissimi dibattiti tra persone serie, tra persone preoccupate, in Francia o in America, su questo svuotamento dall'interno della parola democrazia e della parola libertà. Sembra, e sottolineo sembra, che queste parole contengano meno di prima. C'è il timore che questi termini tanto sbandierati alla fine si riducano a un simulacro e poi contengano altro...».

Sono giorni duri - canta Fossati - «sono giorni bugiardi, cara democrazia ritorna a casa che non é tardi, non sai con quanta pazienza ho dovuto aspettare, non sai con quanta buona fede sono stato ad ascoltare...». Uno di quei casi in cui un’opera dell’ingegno, della creatività artistica, in questo caso un’opera di quell’arte povera che è la canzone, vale più di un discorso politico.

Anche grazie a brani come questi, e a dischi come «L’Arcangelo», Fossati - in carriera dal ’71, quando esordì come cantante e flautista dei Delirium - è oggi la figura più alta della canzone d’autore italiana. Un motivo in più per andare a vederlo.

Con lui, domani sul palco, Pietro Cantarelli (tastiere), Fabrizio Barale e Riccardo Galardini (chitarre), il figlio Claudio Fossati (batteria), Daniele Mencarelli (basso), Mirko Guerrini (fiati e tastiere), Marco Fadda (percussioni).
UDINE L’unico concerto italiano del tour 2007 dei Red Hot Chili Peppers si terrà giovedì 28 giugno allo Stadio Friuli di Udine. E possiamo star certi sin d’ora che l’appuntamento con la band californiana - l’annuncio non è ancora stato dato ma la notizia è sicura - sarà il grande evento musicale della prossima estate nel Friuli Venezia Giulia. Di più: è la prima volta che la nostra regione ospita l’unica tappa italiana del tour mondiale di un artista o gruppo di fama planetaria quali sono da anni John Frusciante e compagni. Di solito, quando il concerto italiano è uno solo, la città prescelta è Milano, Roma, al massimo Torino, Bologna, Verona... Stavolta tocca a Udine, che ultimamente era stata un po’ snobbata dagli organizzatori, e gli spettatori arriveranno da mezza Europa, oltre che dal resto della penisola.

Fra l’altro, proprio questa notte (per la precisione alle due del mattino di domani, in diretta ed esclusiva per l’Italia su Music Box, tv interattiva sul canale 821 di Sky e sul canale 121 di Fastweb), allo Staples Center di Los Angeles, nel corso della cerimonia di consegna dei Grammy Awards, i Red Hot Chili Peppers riceveranno almeno qualcuno dei prestigiosi Oscar della musica, considerato che hanno ricevuto ben sei nomination (solo Mary J. Blige ne ha ottenute di più: otto), fra cui miglior album, miglior canzone e miglior video.

Merito del successo del loro nono album in studio, il doppio «Stadium Arcadium», uscito nel maggio scorso, ormai vicino ai dieci milioni di copie vendute, che hanno portato a quota sessanta milioni le copie di album vendute in tutto il mondo nel corso della loro lunga carriera.

Considerati la miglior rock band degli ultimi vent’anni (forse soltanto gli U2 tengono loro testa), i «Red Hot» affascinano milioni di giovani in tutto il mondo grazie alla loro miscela trasversale ed esplosiva fatta di rap e punk, funk e rock, pop e melodia. Rabbia e passione possono essere considerate la loro cifra stilistica.

Si sono formati a Los Angeles nei primissimi anni Ottanta, diventando in breve un gruppo di culto grazie soprattutto alle loro performance dal vivo. All’inizio erano solo quattro ragazzi dalla Fairfax High School: il bassista Michael «Flea» Balzary, il cantante Anthony Kiedis, il batterista Jack Irons e il chitarrista Hillel Slovak. E si chiamavano Tony Flow and the Miraculously Majestic Masters of Mayhem.

Il primo album, intitolato semplicemente «Red Hot Chili Peppers» e non baciato dal successo, esce nell’84. Sono gli anni in cui dal vivo i «ragazzacci» si presentavano spesso nudi e coi calzini infilati sui genitali... Seguono «Freaky Styley» (’85), «The Uplift Mofo Party Plan» (’87) e il minialbum «Abbey Road» (’88), con copertina-parodia dell’omonimo album dei Beatles. Una tragica pausa, seguita alla morte per overdose di Slovak. Irons lascia. Kiedis e Flea incontrano il chitarrista John Frusciante e il batterista Chad Smith (quest’ultimo trovato grazie a un annuncio su un giornale...) e l’avventura riparte.

Nell’89 esce «Mother's Milk», album di inediti seguito da un lungo tour. E nel ’91 il contratto con la Warner, l’uscita di «Blood Sugar Sex Magik» (un milione di copie vendute), e la fama del gruppo arriva anche in Europa. L’energia del loro rock, la miscela fra rap e funky, la rilettura attualizzata di stilemi del rock anni Settanta fanno schizzare il gruppo - che ormai ha sviluppato uno stile proprio - ai vertici delle classifiche e del gradimento dei giovani di mezzo mondo.

Il resto è storia di ieri, quasi di oggi. Anche l’uscita dal gruppo di John Frusciante nel ’92 (sostituito prima da Jack Marshall e poi da Dave Navarro, ex Jane’s Addiction) non cambia la situazione. Nel ’95 esce «One Hot Minute», nel ’98 esce Navarro e rientra Frusciante, il ’99 è l’anno di «Californication» (primo in Italia per nove settimane di fila), che con i suoi quindici milioni di copie è il loro album più venduto.

Estate 2002: esce «By the way», lavoro introspettivo, di grande intensità. E dopo le due raccolte («The greatest hits» nel 2003, «Live in Hyde Park» nel 2004), l’anno scorso è arrivato il citato «Stadium Arcadium», considerato da molti il miglior disco del 2006. Ventotto canzoni nuove distribuite in due cd, intitolati rispettivamente «Jupiter» e «Mars», e trainate dal singolo «Dani California».

In origine le canzoni dovevano essere trentotto, contenute in tre album separati, usciti a sei mesi di distanza l’uno dall’altro. Poi è stata fatta una scelta diversa. Con risultati di tutto rispetto: è stato il primo disco del gruppo a debuttare al numero uno delle classifiche statunitensi e di altri 26 paesi, fra cui l’Italia. E solo nella prima settimana ha venduto più di un milione di copie.

Quello che arriva il 28 giugno a Udine è la ripresa di un tour biennale, che nel 2006 ha toccato gli Stati Uniti e l’Europa (con tappa anche a Milano) e nella seconda metà di quest’anno punterà anche su Giappone e Australia.

Da segnalare ancora che giugno sarà un mese rock nel Triveneto anche grazie al concerto dei ricostituiti Who all’Arena di Verona lunedì 11 giugno (unica data italiana del tour). E alla decima edizione dell'Heineken Jammin' Festival, che dopo nove edizioni lascia Imola e approda a Venezia, al parco San Giuliano: quattro giorni con un cast che va dai Pearl Jam agli Aerosmith, e la giornata finale affidata a Vasco Rossi. Ecco il programma, peraltro ancora suscettibile di modifiche: 14 giugno Iron Maiden, Slayer, Stone Sour, Papa Roach; 15 giugno Pearl Jam, Linkin Park, The Killers, My Chemical Romance; 16 giugno Aerosmith, Smashing Pumpkins, Incubus; 17 giugno Vasco Rossi e J Ax. Prevendite dei biglietti (40 euro per una giornata, 140 euro per tutto il festival) già in corso su TicketOne.

venerdì 9 febbraio 2007

TRIESTE Entrano in scena uno col tamburo e l’altro con i piatti, cantando «Cosa aspettate a batterci le mani...». Entrano in scena come due saltimbanchi, e vien da pensare: ma chi l’ha detto che una minestra riscaldata non può essere più gustosa, più saporita, più fresca di un elaborato piatto cucinato lì per lì?

Fuor di metafora gastronomica, Cochi (Ponzoni) e Renato (Pozzetto) ieri sera hanno presentato al Politeama Rossetti il loro nuovo spettacolo «Nuotando con le lacrime agli occhi», riscuotendo un successo di pubblico notevole. Ai più giovani bisognerebbe spiegare che quei due, a cavallo fra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, hanno contribuito a rivoluzionare la comicità di casa nostra, partendo dal Derby di Milano e finendo nel sabato sera di Raiuno (che allora era semplicemente il primo canale...). Declinando la comicità in musica ben prima degli Skiantos e di Elio e le Storie Tese. Nel ’75, all’apice del successo, toccato con la canzone «E la vita l’è bela» (scritta come altre dal loro antico sodale Enzo jannacci), i due si separano. Pozzetto diventa una star del cinema italiano, quello dei grandi incassi. Ponzoni fa una scelta più defilata: un po’ di cinema anche lui, ma soprattutto teatro.

Passano più di vent’anni, i due fanno ognuno la sua strada ma non si perdono mai di vista. A Pozzetto ormai offrono solo le comiche con Villaggio, Ponzoni un giorno è a Trieste - sì, proprio a Trieste... - per le sue cose teatrali, va in un grande magazzino e una commessa lo guarda con gli occhi sbarrati e gli dice: «L’ho riconosciuta, sa, mi scusi, ma ero convinta che lei fosse morto...». Anche da lì, forse, la voglia di rifare qualcosa di visibile dal grande pubblico, in un mondo dello spettacolo in cui se non vai in televisione non ti vede nessuno. Anzi, pensano che tu sia morto...

Ecco allora la coppia che si ricostituisce. Qualche anno fa il programma tivù «Nebbia in Val Padana», poche settimane fa «Stiamo lavorando per noi». Dovevano andare anche a Sanremo, ma la loro canzone («Finché c’è la salute», storia di due cantanti che dicono che canteranno fino alla morte...) non è stata accettata. Poco male, darà il titolo al loro nuovo album.

Intanto Cochi e Renato si consolano con questo tour, passato ieri sera da Trieste. Uno spettacolo di «canzoni e ragionamenti», una performance musical-cabarettistica frizzante e gradevole, in perfetto equilibrio fra passato e presente. La loro comicità stralunata si è adattata ai tempi ma di fatto è rimasta uguale, basata sempre sull’assurdo, sul surreale, sul nonsense. Certo, i versi di alcune canzoni (da «Silvano» a «La canzone intelligente», da «Libe-Libe-Là» a «Come porti i capelli bella bionda» e «L’uselin de la comare», proposte fra i bis) come anche le frasi dei loro sketch storici (dal maestro con l’alunno al prete che dice messa...) vengono riletti e aggiornati con nomi e riferimenti presi dalle cronache di oggi. Ma mantengono il sapore e le movenze del vecchio cabaret trasportato tanti anni fa sul piccolo schermo, in un’Italia che non c’è più.

«Nuotando con le lacrime agli occhi», la canzone scritta con Jannacci che dà il titolo allo show, proposta ieri in chiusura di primo tempo, fa invece storia a sé. Racconta con un sorriso di uno dei drammi più dolorosi del nostro tempo: l’odissea degli extracomunitari che sbarcano sulle coste del nostro Sud, a cercare un mondo e una vita migliore che non troveranno. I due la mettono in scena «come un videoclip», con Cochi che «nuota» in delle vaschette sistemate sul palcoscenico...

E quando nel finale intonano che «La vita l’è bela, l’è bela, basta avere un’ombrela...», si svela - per modo di dire - anche il significato di quel grande ombrello disegnato sul sipario trasparente che divide Cochi e Renato dai sette romagnoli dei Goodfellas che li accompagnano con brio e swing. Al Rossetti, come si diceva, successo affettuoso e caloroso.

domenica 4 febbraio 2007

Paolo Rossi che torna a Sanremo, tredici anni dopo, è una delle sorprese del Festival che comincia il 27 febbraio. Nella macedonia tuttifrutti preparata dal redivivo Pippo Baudo, quella del comico monfalconese di nascita e milanese d’adozione - che ultimamente è sempre più spesso a Trieste - promette di essere una boccata d’ossigeno. Anche grazie al fatto che proporrà un inedito di Rino Gaetano.

Rossi, ma che fa: torna sul luogo del delitto?

«Se intende Sanremo, io quella volta con Jannacci non ho mica ammazzato nessuno. Fino all'ultimo io e Enzo scherzavamo, poi il clima della competizione era così contagioso che per un attimo ci abbiamo creduto anche noi. Quando ci hanno detto "tra un minuto in scena", ci siamo quasi dimenticati il testo. E sul palco abbiamo anche sbagliato le parole...».

Tutti parlano male del Festival, ma...

«Se anche per il Teatro Ariston reggesse la metafora del ristorante, a chi mi dice perchè vai in quel posto dove si mangia così male, io risponderei: io ci vado, sì, ma a fare il cuoco, e spero di farlo bene. Il problema, poi, è per chi in quel ristorante ci deve mangiare...».

Metafore e battute a parte, perchè ci torna?

«Per me andare a Sanremo presuppone che ci sia una storia dietro, senza la quale ovviamente non accetterei di partecipare. Visto fra l’altro che faccio l’attore, anzi, il comico, e non il cantante...».

Anche se lei ha fatto dei dischi, anche se nei suoi spettacoli la musica ha un ruolo importante...

«Certo, sin dal mio primo ”Chiamatemi Kowalski” la musica è sempre stata presente, ma non mi considero né un musicista né un cantante. Diciamo che mi diverto. Ma non è che mi interessa andarci per vendere i dischi. Pensi che l’altro giorno ho comprato un cd e mio figlio mi ha detto: ma sei scemo, compri ancora i cd, sarete rimasti in tre a comprarli...».

D’accordo, torniamo a Sanremo. Diceva che ci dev’essere una storia dietro.

«Appunto. Nel ’94 Enzo Jannacci aveva voglia di fare una cosa in due a Sanremo. Mi propose quella canzone, ”I soliti accordi”, e per me fu un grande onore e un enorme divertimento duettare con lui».

Quest’anno, invece...?

«C’era questa storia su Rino Gaetano che è venuta fuori all’improvviso e mi è piaciuta. La sorella del cantautore (nato nel ’50 a Crotone, morto nell’81 a Roma in un incidente stradale - ndr) aveva trovato durante un trasloco questa cassettina con sopra una scritta a mano. L’ha data a Claudia Mori, che stava producendo una fiction su Gaetano. Lei ne ha parlato con Mauro Pagani, che mi ha chiamato, mi ha spiegato la cosa e fatto sentire la registrazione...».

Il brano l’ha convinta subito?

«Sì, mi ha emozionato e commosso. Al di là che io ero un fan di Rino Gaetano, trovo che sia una canzone ancora assolutamente attuale. Nelle sue cose lui giocava spesso sui non-sense, per vari motivi era uno fuori dalle regole. Lui ha fatto uscire nello stesso periodo ”Nuntereggaepiù” e ”Gianna”. Era il ’78, e portò la seconda canzone proprio a Sanremo, ma per quel che ne so io magari avrebbe preferito portare al Festival la prima, che era molto più controcorrente ed è ancora attuale...».

Come è attuale, almeno nel titolo, anche questa «In Italia si sta male» che lei canterà...

«Da quello che ho capito, la canzone dev’essere dello stesso periodo, fine anni Settanta. Sì, è ancora attuale e non solo nel titolo. Una ballata delle sue, evocativa, di grande impatto, con tante immagini del nostro Paese, che potrebbe essere stata scritta anche oggi. Credo abbiano chiamato me, che sono un attore, proprio perchè non essendoci più l’autore, è il modo in cui porgi la canzone che ti dà il senso delle cose».

Sarà dunque un’interpretazione teatrale...

«Sì, nel solco dei tanti attori che cantano. Perchè non è la prima volta che un attore, un comico partecipa al Festival di Sanremo. Nella tradizione della canzone popolare italiana c’è poi tutta una parte che va dal cabaret al varietà, dall’avanspettacolo alla rivista... Da Totò a Petrolini, da Cochi e Renato al triestino Cecchelin...».

E che direbbe Cecchelin di questa Italia, del reality fra Veronica e Berlusconi...?

«Chi lo sa. Forse resterebbe anche lui sconcertato, dinanzi al livello culturale a cui si è abbassato il Paese. Magari direbbe che ognuno litiga con i mezzi di comunicazione che ha a disposizione. In una casa di ringhiera cosa succederebbe? Che lei esce e gli butta tutta la roba giù in cortile. E poi tutti i vicini si affacciano per vedere cosa sta succedendo. Nel caso in questione, invece, lei scrive a Repubblica e l’altro gli risponde sul Giornale...».

Sul palco dell’Ariston porterà qualche triestino?

«No, ci saranno due musicisti dell’ultimo spettacolo su Kowalski e un coro, nel quale canta anche il nipote di Rino Gaetano. I triestini del Pupkin Kabarett saranno invece con me quindici giorni dopo, a Como, per il debutto de ”Il giocatore” di Dostoevskij...».

Grazie a Paolo Rossi e alla fiction prodotta da Claudia Mori, il 2007 promette di diventare l’anno in cui tanti riscopriranno (o scopriranno per la prima volta) Rino Gaetano. Ma su questa canzone che sentiremo a Sanremo vige il silenzio da parte di tutti. Anche da parte di Mauro Pagani, che ha detto: «La cassetta è la prima stesura, un pezzo di prova, destrutturato ma con una sua fisionomia. Sto facendo un diligente lavoro di riordino, articolando le ripetizioni: nessuno voleva mettere una parola di più, se non finire i collegamenti. C’è la solita ironia graffiante di Rino: è una presa per i fondelli, che parla di un atteggiamento tipico degli italiani nel guardare quel che ci sta intorno...».

venerdì 2 febbraio 2007

Non si vive di solo Sanremo, si diceva un tempo. Ma la frase va benissimo anche quest’anno, che proprio in queste settimane che precedono il Festivalone di nuovo affidato alle cure del settantenne Pippo Baudo (dal 27 febbraio al 3 marzo, per chi fosse interessato) vede un notevole affollamento di concerti e spettacoli a Trieste e nel Friuli Venezia Giulia.

Anzi, se vogliamo dirla tutta, questo inizio del 2007 vede la conferma di una tendenza che si era già fatta notare nell’anno passato: il capoluogo regionale, che storicamente era la cenerentola della scena musicale del Friuli Venezia Giulia, sta vivendo un momento di assoluta rinascita. Dividendo con Pordenone - che nelle settimane scorse ha ospitato fra gli altri i concerti di Elisa e Tiziano Ferro - la palma delle due città più ricche di appuntamenti, e relegando a un ruolo più defilato quella Udine che in passato l’aveva spesso fatta da padrone (Gorizia è sempre stata la meno toccata dai tour, ampiamente battuta dalla città gemella slovena, grazie alle ampie disponibilità economiche del circuito dei casinò...).

Le prossime stagioni, estive e invernali, ci diranno se trattasi di inversione di tendenza autentico o di semplice fuoco fatuo. Nel frattempo, godiamoci questa messe di concerti e appuntamenti vari, alcuni dei quali concentrati, uno dietro l’altro, la prossima settimana.

Si parte martedì 6 febbraio, con ben due appuntamenti triestini nella stessa sera. Al Teatro Miela, per la rassegna «Ritratti italiani», è in programma il concerto del cantautore <CF32>Gianmaria Testa</CF> (chitarra e voce) con il jazzista Paolo Fresu (tromba e flicorno).

Sempre martedì c’è anche lo spettacolo di <CF32>Cochi e Renato</CF> al Politeama Rossetti. «Nuotando con le lacrime agli occhi» è il titolo dello spettacolo che sta riportando in giro per l’Italia il da poco ricostituito duo formato da Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto, che negli anni Settanta ha contribuito a scrivere la storia della nuova comicità italiana, rilanciato in tivù lo scorso anno da «Zelig» e nelle settimane scorse da «Stiamo lavorando per noi». I due, accompagnati dai Goodfellas, proporranno «canzoni e ragionamenti», brani nuovi e vecchi classici.

Giusto il tempo di sbaraccare e la sera dopo, mercoledì 7, sempre al Rossetti, è in programma il concerto della <CF32>Pfm</CF> (originariamente previsto a dicembre). Il gruppo storico del pop-rock italiano torna ancora una volta in città, a trentacinque anni di distanza dal concerto al Dancing Paradiso in cui aveva presentato l’album di debutto «Storia di un minuto». Il loro nuovo lavoro s’intitola «Stati di immaginazione», è un album interamente strumentale, ma dal vivo Di Cioccio e compagni non mancano di ripercorrereo le tappe più importanti della loro strepitosa carriera <CF31>(ne parliamo qui sotto)</CF>.

Il tris del Rossetti si completa giovedì 8 febbraio, con il concerto di <CF32>Goran Bregovic</CF>. Anche per il poliedrico artista di Sarajevo si tratta di un ritorno, dopo vari concerti triestini e la sua «Karmen» proprio al Politeama. Accompagnato come al solito dalla sua Weddings and Funerals Band, proporrà la sua produzione più recente accanto ai classici, fra cui le musiche dei film «Underground», «Il tempo dei gitani» e «Arizona Dream».

Due appuntamenti regionali per la sera di venerdì 9 febbraio. A Gorizia, al Teatro Verdi, è di scena il cantautore-rapper pugliese <CF32>Caparezza</CF> (anche nel suo caso si tratta del recupero di un concerto che era stato rinviato). Al «Velvet» di Giais d’Aviano, vicino Pordenone, arrivano invece gli <CF32>Assalti Frontali</CF>.

Soltanto qualche giorno di pausa e si riparte alla grande martedì 13 febbraio. Al «Nuovo» di Udine è in programma il concerto di <CF32>Ivano Fossati</CF>. È la terza parte dell'«Arcangelo Tour», uno spettacolo di forte impatto teatrale che coniuga la forza rock degli esordi del musicista ligure con le atmosfere più soffici e avvolgenti di canzoni come «E di nuovo cambio casa» o «Una notte in Italia», ma anche la nuova energia di «Cara democrazia» e la stessa «L’Arcangelo».

Giovedì 15 febbraio, al «Nuovo» di Udine, concerto del pianista <CF32>Giovanni Allevi</CF>, che torna così in regione dopo il grande successo della settimana scorsa al Comunale di Monfalcone. Venerdì 16 febbraio, al Teatro Miela di Trieste, sempre per «Ritratti italiani», <CF32>Paolo Hendel</CF> propone battute e canzoni nello spettacolo «Il bipede barcollante». Sabato 17 febbraio, nella stessa sera in cui al PalaTrieste è il programma il ritorno del fustigatore <CF32>Beppe Grillo</CF> (che sarà anche il 19 e il 20 al palasport di Udine e il 22 a quello di Pordenone), al Teatro Miela arriva il California Guitar Trio con <CF32>Tony Levin</CF> (già bassista dei Genesis), mentre al Deposito Giordani di Pordenone è di scena il nuovo spettacolo del bolognese <CF32>Luca Carboni</CF>. E martedì 20 febbraio, di nuovo al Rossetti, a Trieste, luci puntate su <CF32>Fiorella Mannoia</CF> in versione brasileira con lo spettacolo «Onda tropicale».

Siamo a marzo. Venerdì 2 al Teatro Odeon di Latisana fa tappa il tour di <CF32>Enzo Jannacci</CF>, che ieri sera era in concerto a Cormons e che il 24 marzo tornerà per la terza volta in meno di due mesi in regione, per partecipare al festival di poesia «Absolute Poetry» al Comunale di Monfalcone.

Domenica 11 marzo grande appuntamento al PalaTrieste con il concerto di <CF32>Claudio Baglioni</CF>, che due sere prima, venerdì 9, sarà anche al palasport di Pordenone. È il «Tutti qui tour», tre ore di musica dal vivo, con le canzoni delle raccolte «Tutti qui» e «Gli altri, tutti qui», ma ovviamente anche con i classici della lunga carriera del cantautore romano. Con lui, sul palco, Paolo Gianolio (chitarre, violoncello, sax baritono, cori), John Giblin (basso, contrabbasso, chitarra), Stefano Pisetta (batteria, percussioni, chitarra), Roberto Pagani (pianoforte, tastiere, vibrafono, clarino, sax contralto, fisarmonica, banjo, viola, chitarra, cori) e Pio Spiriti (violino, tastiere, fisarmonica, melodica, chitarra, cori).

Il seguito - perchè c’è da scommetterci che ci sarà un seguito - alle prossime puntate...

domenica 28 gennaio 2007

A volte anche nell’ormai tristo e disperato mondo della canzone e dei dischi avvengono i miracoli. Prendete gli Avion Travel, il talentuoso gruppo campano del cantante Peppe Servillo, che nemmeno un’inopinata vittoria al Festival di Sanremo del 2000, con la canzone «Sentimento», ha sottratto a un marginale destino di gruppo di nicchia. Ebbene, i ragazzi avevano un sogno: una canzone di Paolo Conte scritta per loro. Una canzone che loro avrebbero curato e coccolato come un figlio tanto atteso. E alla quale avrebbero sicuramente riservato le attenzioni del caso e il posto d’onore in uno dei loro tanti - e quasi sempre splendidi - album. Un giorno hanno confidato quel loro sogno alla loro discografica, certa Caterina Caselli, che in una vita precedente aveva fatto anche lei la cantante.

Di più: una volta, quella che all’epoca era soprannominata Casco d’Oro aveva anche portato al successo una canzone dell’avvocato astigiano, nell’epoca in cui quest’ultimo si limitava a fare l’autore, componendo gioiellini per conto terzi. Era «Insieme a te non ci sto più», annata 1968, capolavoro assoluto riportato in vita in anni recenti anche da un paio di film di Nanni Moretti. Dunque, con Paolo Conte la capa della casa discografica Sugar aveva e ha un feeling quarantennale, tanto da poter prendere il telefono, chiamare il maestro, e dirgli che...

Risultato, per farla breve: Conte non solo scrive la canzone per gli Avion Travel, ma butta lì l’idea di fare un album intero, di sue canzoni rivisitate dal gruppo campano. E come ciliegina sulla torta: partecipa pure al disco, regalando la sua voce a quella «Danson Metropoli» che apre l’album e gli dà il titolo, e poi duettando con Peppe Servillo e Gianna Nannini (altra ospite speciale...) in «Elisir».

Il risultato è davvero un evento. Perchè «Danson Metropoli – Canzoni di Paolo Conte» (Sugar) non è soltanto una raccolta di undici fra i successi del maestro astigiano, riarrangiati e reinterpretati dagli Avion Travel: da «Aguaplano» a «Spassiunatamente», da «Max» a «Cosa sai di me?», da «Un vecchio errore» a «Languida»... Non è soltanto l’occasione per scoprire la bellezza sottile dell’inedito «Il giudizio di Paride», la canzone scritta appositamente da Conte per il gruppo, che racconta in napoletano l’antico concorso di bellezza in cui Paride deve premiare la più bella con un pomodoro. È la dimostrazione che la canzone può ancora essere arte, arte popolare e nobilissima, quando i suoi talenti migliori si incontrano e vengono messi nelle condizioni di lavorare senza condizionamenti.

Il disco segna fra l’altro il debutto della nuova formazione degli Avion Travel, che da «Piccola orchestra» si trasformano in quartetto: Peppe Servillo alla voce, Fausto Mesolella alla chitarra, Mimì Ciaramella alla batteria e Vittorio Remino al basso. Il risultato è un nuovo equilibrio musicale, più asciutto ed essenziale rispetto al passato.

Da segnalare infine che in «Danson Metropoli» - che fra febbraio e merzo sarà pubblicato anche in Francia e in Belgio - Paolo Conte non ha firmato «soltanto» le canzoni e la direzione artistica: ha anche disegnato la copertina. E delle oltre settanta opere realizzate per l’occasione, dodici sono stati usate come copertine interne dell’album, associando a ogni brano un’immagine.


Scrive Gianni Mura, nell’interno dell’album: «Il solito rompicoglioni, direte. Sbagliando, perché Jannacci è sì un rompicoglioni, ma insolito. Così insolito da sembrare unico nel panorama della canzone italiana..». E poi ancora: «Più o meno è da mezzo secolo che l’inveterato ma pur sempre insolito Jannacci rompe i coglioni raccontando e cantando. E vogliamo tenercelo caro, come tutti i mammiferi in via d’estinzione, perché senza metterla giù tanto dura sta facendo canzoni politiche da una vita. Più musicista di tanti, stimabili, degli ex Dischi del Sole. Più padrone della scena (da quando ha i capelli bianchi). Ma sempre controtendenza, contro vento. Contro. Non sto parlando di un guerrigliero al pianoforte, ma semplicemente di un uomo che si guarda intorno senza paraocchi e paraorecchi. Perché ci vuole orecchio, ma non solo...».

L’album s’intitola «The best» (Ala Bianca - Warner) ed è un doppio cd - in vendita a prezzo speciale - in cui il settantaduenne Enzo Jannacci, anzichè raccogliere semplicemente le versioni originali delle sue canzoni, come usano molti suoi colleghi, presenta un vero e proprio viaggio lungo 35 brani, scelti da un repertorio praticamente sterminato, cantati ex novo e incisi con la collaborazione del figlio Paolo, musicista e da anni suo alter ego sul palcoscenico.

Riascoltiamo allora «Vengo anch’io no tu no» e «La fotografia», «Giovanni telegrafista» e «Vincenzina e la fabbrica», «Ci vuole orecchio» e «Io e te», «Se me lo dicevi prima» e «Veronica»... Ci sono anche quattro inediti: «Rien ne va plus», «mamma che luna che c’era stasera», «Il ladro di ombrelli», «Donna che dormivi» (versione in italiano della dialettale «Dona che te durmivet»). E un duetto con Paolo Conte nella leggendaria «Bartali». Una versione sbilenca, per divertirsi, a mezza via tra il salmodiare dei frati e l’asincronia degli ubriachi, come scrive ancora Gianni Mura.


CARLA BRUNI Quando due anni fa si è saputo che l’ex modella incideva un disco, molti hanno sorriso con sufficienza. Poi quell’album di sue canzoni in francese è uscito, ha venduto due milioni di copie (quasi interamente oltralpe) e ha messo a tacere tutti. Ora la Bruni mira più in alto. Ha musicato poesie di Yeats, Emily Dickinson, Dorothy Parker... È passata dunque dal francese all’inglese (e dice che nel prossimo disco vuol cantare anche nella sua lingua madre...), ma non ha cambiato il fascino di quella voce delicata e seducente. Al massimo ha stemperato i toni alla Francoise Hardy, virando verso la tradizione delle interpreti pop-folk anglosassoni. Ma il punto è che le canzoni funzionano. E Carla Bruni è ormai una realtà.


LEANDRO BARSOTTI Il cantautore e giornalista padovano canta (e racconta) il grande e controverso Serge Gainsbourg, morto nel ’91. Quello di «Je t’aime...» con Jane Birkin ma anche di tante altre cose. Nel cd dieci sue canzoni riadattate in italiano da Barsotti, che appartengono al primo periodo jazz-cantautorale del poliedrico artista francese, dal ’58 al ’68, più la versione strumentale appunto di «Je t'aime moi non plus». Nel libro lo stesso Barsotti racconta vita, esordi e scandali che hanno segnato il percorso artistico di Gainsbourg, mescolandoci una sorta di diario di una propria esperienza giovanile parigina. Opera originale e interessante, una sorta di inno al genio e alla follia del grande e ancora misconosciuto Serge.

venerdì 26 gennaio 2007

Le belle canzoni non muoiono mai. E dunque sono ancora vive anche quelle di Luigi Tenco, morto giusto quarant’anni fa, alle 2.30 della notte fra il 26 e 27 gennaio 1967, nella stanza 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo. «Vedrai vedrai», «Mi sono innamorato di te», «Ragazzo mio», «Un giorno dopo l’altro», «Ho capito che ti amo»... E poi quella «Ciao amore ciao» che volle portare al Festival di quell’anno. La versione originaria - ripresa recentemente dal veneto Massimo Priviero - s’intitolava «Li vidi tornare», aveva contenuti antimilitaristi. A Sanremo non andava bene. Gli fecero cambiare il testo. Non bastò...

Tenco era nato il primo giorno di primavera del ’38 in provincia di Alessandria. Aveva dieci anni, quando la famiglia si trasferì in Liguria, prima a Nervi e poi a Genova. Il liceo classico, abbandonato per lo scientifico. E poi la facoltà di ingegneria, abbandonata per scienze politiche. Ma soprattutto l’amore per la musica, prima il jazz e poi la canzone. A quindici anni forma la Jelly Roll Morton Boys Jazz Band: lui al clarino, Bruno Lauzi al banjo, successivamente anche Fabrizio De Andrè e Gino Paoli. Che è ancora con lui nel ’58, nei Diavoli del rock. Nel ’59 debutta come cantante solista nei Cavalieri: ci sono anche Enzo Jannacci e Gianfranco Reverberi, lui si fa chiamare Gigi Mai, suonano rock’n’roll, incidono anche un disco.

Dopo altri due pseudonimi (Dick Ventuno e Gordon Cliff) nel ’61 esce il primo 45 giri firmato col suo vero nome: «Quando». Ed emerge la sua vena autentica, in anticipo sui tempi. Comincia a scrivere canzoni malinconiche, che parlano d’amore in maniera nuova, disincantata. Canzoni dotate di impianti musicali elaborati, originali, dietro le quali si intuiscono rapporti interpersonali nuovi e un Paese che stava cambiando. Canzoni che nell’Italia del boom e dei 45 giri da un milione di copie non avevano successo, non raggiungevano la grande platea.

Forse per questo, per arrivare finalmente al grande pubblico, Tenco quell’anno andò a Sanremo. Aveva appena firmato un contratto con la Rca, i giornali parlavano della sua relazione con Dalida, e poi c’era quella canzone, «Ciao amore ciao», riveduta e corretta proprio per la platea sanremese...

Sappiamo come finì. Il quart’ultimo posto in classifica, un cosiddetto «comitato di ripescaggio» che salva «La rivoluzione» di Gianni Pettenati, e poi il colpo di pistola, il famoso biglietto, il Festival che nemmeno s’interrompe...

Per anni si è dubitato di quello strano suicidio. E per questo l’anno scorso la salma fu riesumata per tentare di stabilire la verità. Le nuove analisi hanno stabilito che sì, si è trattato di suicidio. Ma per molti, e nell’immaginario collettivo, il mistero è rimasto tale.

Non è un mistero invece che Tenco, in quei pochi anni fra il novembre ’62 del primo album e il gennaio ’67 della morte, scrisse una pagina importante nella storia della canzone italiana. Fu un anticipatore, un antesignano, ma si trovò a fare i conti con un pubblico ancora condizionato dall’Italia bigotta degli anni Cinquanta, pur essendo alla vigilia dei nuovi fermenti e dei ribellismi del Sessantotto.

Se ne parla di nuovo in «Ed ora che avrei mille cose da fare», il libro scritto da Renato Tortarolo e Giorgio Carozzi (cugino di Tenco), edito da Arcana. Un libro che vuole ribaltare l'immagine triste che tutti hanno di Tenco. Uno che diceva: «Bisogna creare qualcosa, rompere il cerchio che ci soffoca, altrimenti è meglio piantare tutto. Non si vive per riuscire simpatici agli altri. A me i soldi, il successo, non interessano, li lascio a quelli più furbi di me in questo genere di cose...».