mercoledì 4 novembre 2009

DEMETRIO STRATOS, FILM AL MIELA


"Da Pugni chiusi agli Area, alla ricerca vocale estrema”. È il sottotitolo del film-documentario ”La voce Stratos”, di Luciano D’Onofrio e Monica Affatato, che viene presentato domani sera al Teatro Miela. Ma è anche la sintesi di un percorso artistico breve ma intensissimo.

Sono passati trent’anni da quel 13 giugno del ’79, data della morte di Demetrio Stratos, cantante e leader negli anni Sessanta dei Ribelli e nei Settanta degli Area, e poi massimo sperimentatore dell’umana vocalità.

Nato nel ’45 ad Alessandria d’Egitto da genitori greci, Stratos giunge giovanissimo nella Milano degli anni Sessanta, dove con i Ribelli fa parte del Clan di Celentano. Fra tante cover di brani stranieri, ”Pugni chiusi” è il maggior successo di quella breve stagione. Segue l’esperienza con gli Area, punta di diamante di una ricerca musicale che rifugge gli schemi precostituiti mischiando rock, jazz, avanguardia, improvvisazione, musica etnica. Con un approccio fortemente politicizzato, come dimostrano nel ’73 l’album d’esordio ”Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi, scritta che campeggiava all’ingresso dei lager nazisti) e poi lavori come ”Caution Radiaton Area”, ”Crac!”, ”Are(a)zione”, ”Maledetti”, ”1978: gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano”...

Gli Area vanno verso la musica totale, Demetrio intraprende la difficile strada del ricercatore solitario, che lo porta a collaborare con John Cage ed esplorare i territori dell’avanguardia pura. Album solisti come ”Metrodora”, ”Cantare la voce” e ”Le milleuna” documentano un lavoro di sperimentazione vocale che sfiora i limiti dell’umano, basti pensare che la sua voce varca la soglia ”impossibile” dei settemila hertz. Studiando e perfezionando una tecnica vocale originaria dei pastori mongoli, riesce a emettere le cosiddette diplofonie e triplofonie, cioè due o tre suoni vocali di frequenza diversa, simultaneamente.

Ma intanto l’uomo sta lottando la battaglia più difficile: contro una rarissima forma di leucemia al midollo spinale che in pochi mesi ne spegne la forte fibra. Quando muore a New York, dove si era recato nell’ultima speranza di guarigione, Demetrio aveva solo trentaquattro anni. Ma aveva già scritto il proprio nome nella storia della musica del Novecento.

Il documentario che viene presentato domani a Trieste (alle 18.30 e alle 21, alle 20.30 introduzione di Gino D’Eliso e incontro con i registi), a cura di Bonawentura, Cappella Underground e Filmakers, narra il suo percorso biografico e artistico, riesumando vecchi filmati e intervistando amici e colleghi musicisti (fra gli altri: Mauro Pagani, Claudio Rocchi, Nanni Balestrini, Patrick Djivas...), ma indaga anche su tematiche inerenti voce umana e linguaggi diversi.

«La mia scommessa consiste nel mettere in comunicazione mondi che solo in apparenza sono lontani», ci aveva detto dopo un concerto con gli Area, nel ’77, a Trieste. Come dire: Demetrio Stratos era avanti di almeno un paio di decenni. Anche per questo lo ricordiamo. E ci manca.

THRILLER LIVE AL ROSSETTI


Politeama Rossetti? Macchè. Da ieri e fino a domenica, il teatro triestino somiglia al Lyric Theatre di Londra. E ciò grazie a ”Thriller Live”, lo spettacolo che Adrian Grant (presente ieri sera in platea) aveva immaginato per celebrare in vita la carriera e i successi di Michael Jackson, ma che dopo la morte di quest’ultimo, nel giugno scorso, si è trasformato comunque in qualcosa di diverso.

La struttura dello show è rimasta praticamente immutata. Una sorta di grande jukebox, forse senz’anima, con dentro tutta la storia e quasi tutti i successi del nostro, dagli esordi ragazzino con i fratelli nei Jackson 5 fino alla consacrazione. Perchè la forza dello spettacolo sta nella musica, in queste canzoni - soprattutto degli anni Ottanta - già trasformate in classici della musica popolare: <CF>”I want you back” e ”I’ll be there”, ”Show you the way to go” e ”Can you feel it”, ”Rock with you” e ”She’s out of my life”, ”Beat it” e ”Billie Jean”, ”Earth song” e ”Man in the mirror”. E ovviamente ”Thriller”.

La scomparsa del Re del pop ha prodotto due conseguenze per lo spettacolo. La prima: gli autori hanno modificato l’inizio. Una sorta di preghiera laica in apertura, col brano ”Gone too soon” (qualcosa come ”andato via troppo presto”), che stava nell’album ”Dangerous”, del ’91, ed era dedicato a Ryan White, un giovane stroncato dall'Aids, che aveva conosciuto Michael prima di morire. Jackson eseguì questa canzone al gala per la prima elezione di Bill Clinton, nel gennaio ’93, quando sottolineò l'importanza di sostenere la ricerca contro quel male.

La seconda conseguenza non si vede in scena ma forse è più importante. Quello nato come un ”music show” che, dopo l’esordio nel 2006 al Dominion Theatre di Londra e i tre tour di successo in Inghilterra, doveva restare in scena solo per qualche mese nel West End londinese, ora è uno spettacolo rappresentato contemporaneamente da tre compagnie: la prima è tuttora in scena al Lyric Theatre, la seconda è quella arrivata a Trieste per il tour italiano (che proseguirà a Roma, Bologna e Milano), la terza è stata messa su in fretta e furia per accogliere le tante richieste piovute addosso agli organizzatori. Insomma, oltre che una macchina da soldi, un vero e proprio cult-show del quale oggi nessuno può prevedere la longevità.

In scena, sdoppiata da una balconata con due scalinate laterali, una rutilante giostra di luci e di effetti multimediali è la scatola magica nella quale un cast di cantanti e ballerini mette in scena la leggenda di ”Jacko”.

Si comincia, come si diceva, da Michael ragazzino (interpretato ieri sera dal determinatissimo quattordicenne Jeremiah Whitfield, ”from Los Angeles”, che si alternerà nei prossimi giorni con Jordan D. Bratton) con i fratelli nei Jackson 5 degli esordi. Capigliature afro, pantaloni a zampa d’elefante, ritmi soul. Erano gli anni della Motown, del padre-padrone che aveva capito subito le potenzialità del piccolino, e lo menava senza pietà se non si esercitava a sufficienza. Michael aveva soltanto cinque anni, nel ’63, quando debuttò con i fratelli al mitico Apollo Theatre, la mecca della musica nera.

Musica nera da cui ”Jacko” prese le mosse ma che volle e seppe trasformare in qualcosa di diverso. Lui, primo artista di colore a diventare una star mondiale, per i bianchi e per i neri, mischiando i suoni e le radici della sua razza con le suggestioni del pop e del rock.

”Thriller Live”, a passo di moonwalking, ripercorre la strabiliante carriera seguita a quegli esordi bambini. Il primo album da solista, ”Off the wall”, del ’79. Michael ha quasi vent’anni, sua maestà Quincy Jones non si limita a produrre l’album: lo conduce quasi per mano nei meandri di una dance venata di rock destinata ad aprirgli le porte del successo mondiale e trasformarlo in leggenda.

Che diventa tale proprio con l’album ”Thriller”, uscito nell’82, sempre siglato Quincy Jones: l’album dei record, della sintesi quasi perfetta fra pop e musica nera, di successi come ”Billy Jean” e Beat it”, ma anche di quel cortometraggio girato nell’83 da John Landis, con la trasformazione di Michael in zombie, che è tuttora considerato il miglior video musicale di sempre.

Poi le canzoni di ”Bad” e di ”Dangerous”, album rispettivamente dell’87 e del ’91, e poi ancora le cose più recenti, che non sono le migliori della sua carriera. Lo spettacolo, una canzone e una coreografia dietro l’altra, racconta tutta questa storia artistica. Tace ovviamente del momento del declino, che Jackson voleva arrestare proprio con il ritorno in scena a Londra nel luglio scorso.

Quei concerti l’artista non ha fatto in tempo a tenerli. Ma, come spesso accade in questi casi, la sua morte ha fatto di più, aggiungendo l’ultimo definitivo tassello alla sua trasformazione in mito. Un mito che resisterà agli anni e ai decenni, e che viene celebrato anche da questo show.

Al Rossetti, primo tempo deboluccio, con l’ombra di Michael che sembra gravare su tutto. Poi, nella seconda parte, grazie ai pezzi da novanta del repertorio e alla bravura dei protagonisti, lo show decolla. Alla fine, entusiasmo autentico e applausi per tutti. Per i cinque cantanti (fra cui anche una donna: la brava Hayley Evetts), per i dieci ballerini che tengono la scena con consumata professionalità, per i musicisti che suonano nascosti dietro uno schermo. Ma l’applauso più sentito forse è per lui, per Michael Jackson, l’eterno Peter Pan del pop, vero protagonista di uno show che ne celebra la grandezza senza tempo.

lunedì 2 novembre 2009

SUNSPLASH LASCIA IL FVG


UDINE «Un altro mondo è possibile» era lo slogan della sedicesima edizione del Rototom Sunsplash, il più importante festival europeo di musica e cultura reggae, svoltosi dal 2 all’11 luglio scorso al Parco del Rivellino di Osoppo. Ebbene, quell’«altro mondo possibile», gli organizzatori della rassegna ma soprattutto le migliaia di partecipanti che ogni estate arrivavano qui da terre anche lontane, andranno a cercarlo altrove. Chi dice in un’altra regione italiana, chi addirittura a Barcellona.

L’annuncio ufficiale è arrivato ieri, in un’affollata conferenza stampa svoltasi al Visionario di Udine. Ma la (brutta) notizia era nell’aria già da tempo. Almeno dall’estate 2008, quando la nuova giunta regionale di centrodestra aveva annunciato di voler tagliare i finanziamenti alla manifestazione. Ufficialmente a causa dei tempi di crisi e di ristrettezze economiche, in realtà con l’obbiettivo di dare un segnale chiaro di discontinuità con il passato, nei confronti di un festival storicamente ”frequentato” da droghe e droghette leggere.

Ora è arrivata la denuncia all'autorità giudiziaria del presidente dell’associazione Rototom, Filippo Giunta, per il reato di agevolazione dell'uso di sostanze stupefacenti sulla base dell'articolo 79 della legge Fini-Giovanardi. Il rischio: da tre a dieci anni di reclusione. Per il sindaco di Osoppo c’è anche l’abuso di ufficio, solo per aver concesso l’uso dell’area di campeggio esterna al festival.

«Una accusa fragile e paradossale per questo festival - dicono gli interessati - che ha speso centinaia di migliaia di euro per garantire le migliori condizioni di sicurezza, in una collaborazione piena con le forze dell'ordine».

Secondo l'accusa il Sunsplash agevola l'uso di marijuana per il solo fatto di essere un festival reggae. Nelle motivazioni si legge infatti che «l'ideologia rastafariana prevede l'associazione tra la musica reggae e la mariuana». È chiaro, sottolineano gli organizzatori, che una simile interpretazione della legge potrebbe colpire chiunque organizzi anche solo una serata reggae.

Intanto, il 13 novembre parte da Udine la «campagna nazionale di libertà» indetta dal Rototom: musica, incontri e interventi con il titolo «Non processate Bob Marley». E il sindaco di Udine, Furio Honsell, dice: «Perdere il Sunsplash di Osoppo sarebbe per la nostra regione un impoverimento sul piano culturale ed etico prima di tutto. La cultura del Sunsplash promuove l'antirazzismo e l'anticoloniasmo attraverso dibattiti e forum di altissimo livello. Grazie al Rototom il Friuli Venezia Giulia è entrato in contatto con altre culture, aprendosi alla costruzione di una dimensione culturale planetaria che oggi è in gioco».

Nel frattempo, dopo quasi vent’anni, il Rototom Sunsplash lascia il Friuli Venezia Giulia nel quale è nato. E che molti giovani, in Europa e nel mondo, conoscevano anche - o solo - grazie a quel festival. Com’era quello slogan turistico? Ospiti di gente unica. Sì, ma evidentemente senza pericolose contaminazioni con altri mondi e altre culture.


 

DANIELE LUTTAZZI


E' il David Letterman italiano. Magari un po’ volgaruccio, ma un piccolo lord al confronto dell’Italia in cui viviamo. E mentre il suo illustre collega statunitense sta da anni in prima serata, lui, Daniele Luttazzi, è stato cacciato con ignominia dalla televisione di casa nostra. Dunque per una parte del pubblico italiano è come se non esistesse più.

Non certo per chi va a teatro e legge libri. Stasera il quarantottenne autore satirico di Santarcangelo di Romagna debutta al Teatro Nuovo di Milano con la nuova versione del suo ”Va dove ti porta il clito” («Ogni tanto - dice - riporto in scena i miei monologhi classici. Li riscrivo di continuo: miglioro io, migliorano loro. E il pubblico cambia, adesso la mia platea è soprattutto di ventenni che avevano otto anni alla mia edizione...»). E domani esce con il suo nuovo libro, ”La guerra civile fredda” (Canguri Feltrinelli, pagg. 240, euro 15).

Dentro c’è la scoppiettante e a tratti esilarante follia cui il pubblico della televisione italiana, pubblica e privata, non può più assistere causa embargo politico. «L'ostracismo - ammette Luttazzi - mi pesa, eccome: la tv non è un hobby. Non è normale che uno non possa fare satira in tv perchè c'è il veto del capataz. È marcatissimo. Sono però ostico anche ai clan Pd, dato che ne colpisco l'inconsistenza politica. E ai cattolici, della cui religione mi faccio beffe. All'estero la satira è libera e in prime time».

Appunto. L’autore descrive il libro come «l’esito del progetto organico, reazionario, fatto di disuguaglianze e gerarchie, che è in atto da un ventennio nel Paese. Ne sono conseguiti, fra l’altro, un aumento del 553% della cassa integrazione, una manovra economica che beffa i ceti medi e un piano federalista che porterà alla divisione fra regioni di serie A (magari da annettere alla Carinzia) e di serie B...».

Secondo Luttazzi, «nella nuova realtà politica, tutta emotiva, la popolarità sostituisce la legittimazione; la vittoria la credibilità; i sondaggi l’ideologia. Una volta agganciato emotivamente, l’elettore sospende la propria capacità critica e finisce per votare anche chi, a conti fatti, non gli converrebbe».

Il futuro? Non promette nulla di buono. «Non ci saranno novità - sostiene Daniele Luttazzi - finchè il conflitto di interessi berlusconiano continuerà ad avvelenare il Paese».

sabato 31 ottobre 2009

ADRIAN GRANT / THRILLER LIVE


Conto alla rovescia per la prima nazionale di ”Thriller Live”, martedì sera al Politeama Rossetti. Lo show musicale (come sottolineano gli organizzatori, si tratta di un ”music show”, non di un musical...), nato per celebrare la carriera di Michael Jackson, con la morte dell’artista a giugno è diventato lo spettacolo di punta della stagione teatral-musicale.

«L’idea di realizzare lo spettacolo - dice Adrian Grant, ideatore e co-produttore dello show, ma anche amico e socio della popstar, nonchè autore di ”Michael Jackson, The Visual Documentary” - mi è venuta nel 2002, quando decisi di trasformare la Michael Jackson Celebration che già organizzavo in uno show da rappresentare a teatro».

La prima Celebration è del ’91.

«Sì, era un tributo al Re del pop e andò avanti per dieci anni. Nel 2001 lui stesso partecipò allo show a Londra e vide oltre cento performer rendergli omaggio. Alla fine della serata salì sul palco e disse ai tremila fan in attesa che riteneva la Celebration ”splendida e incredibile”».

Era contrario a uno show sulla sua vita?

«Assolutamente no. Lui e il suo staff erano al corrente e informati dello show. Nel 2007 Michael in persona mi augurò buona fortuna per la produzione. Era collaborativo, come già lo era stato per la Celebration, dove mandava spesso una sua troupe per filmare lo show e gli spettatori».

Però non ha fatto in tempo a vedere lo show.

«Ed è davvero un peccato. Noi abbiamo debuttato il 2 gennaio 2009, al Lyric Theatre, nel West End londinese. Ma Kenny Ortega (regista del film ”This it” - ndr) mi ha detto che Michael aveva programmato di venirlo a vedere a luglio, quand’era in programma il suo ritorno sulle scene a Londra. Poi, è successa la disgrazia».

Che ha commosso il mondo. Se lo aspettava?

«Sicuramente lui meritava questa grande partecipazione popolare. Ma penso che sia una vergogna aver dovuto attenderne la scomparsa perchè gli venissero riconosciuti gli onori e il rispetto che meritava da vivo. Comunque nelle settimane successive al lutto c’è stata una tale copertura da parte dei media che tutti hanno potuto vedere che splendida e genuina persona lui fosse».

Cosa pensa del grande business che è partito dopo la sua morte?

«Si sta facendo di tutto per proteggere la sua immagine, ma anche per massimizzare i profitti per la sua famiglia, per i suoi figli e per le opere di carità che l’artista portava avanti. È normale. E credo sia quello che lui avrebbe voluto».

Come sono stati scelti i protagonisti dello show?

«Il casting è stata la parte più difficile, perchè Jackson era un talento unico. Sin dal primo giorno sapevo che non lo avrei impersonato con un solo artista sul palco, volendo mostrare le varie facce del suo talento. Ho scelto allora cinque protagonisti: un bambino per gli anni dei Jackson 5, un cantante soul, uno pop, uno rock e una cantante donna che ha sorpreso molti».

E poi c’era il Jackson ballerino.

«Certo, abbiamo scelto un protagonista ballerino per canzoni come ”Smooth criminal”, ”Thriller” e ”Billie Jean”. E dieci ballerini, uomini e donne, che danno vita sul palco alle fantastiche coreografie del regista Gary Lloyd. Per loro è un sogno diventato realtà far parte di uno show ispirato a un’icona con cui sono cresciuti».

Pensa che gli spettacoli di luglio lo avrebbero rilanciato?

«Sì, lo avrebbero confermato come il più grande showman del mondo. Lui era un perfezionista e lavorava per migliorare sempre. Aveva ancora molto da dare, sulla scena e fuori».

Ci sarà un altro Michael Jackson?

Non credo. L’industria musicale è molto cambiata in questi anni. Lui è cresciuto nell’era della Motown, imparando da gente come Stevie Wonder, Smokey Robinson, James Brown. E ha sempre lavorato duro per migliorare».

Perchè era il Re del pop?

«Perchè potevi trovare uno che cantasse meglio, uno che ballasse meglio e uno che scrivesse meglio di lui. Ma quel che ne ha fatto ”il re” era la splendida maniera in cui lui faceva tutte queste cose assieme, con un suo stile unico. Come cantante aveva un’estensione di quattro ottave, come ballerino era secondo solo a Fred Astaire, come autore ha scritto brani che sono autentici classici del pop. Nello show ho voluto raccontare la sua grandezza. E per questo - conclude Grant, che martedì sarà al Rossetti - non credo ci sarà mai un altro Michael Jackson».

"Thriller Live” rimarrà al Rossetti fino a domenica prossima. Poi sarà a Roma, Bologna e Milano. Intanto la ”Jackson mania” prosegue anche al cinema. Il film ”This is it”, sulle prove per i concerti previsti e mai andati in scena a luglio a Londra, ha incassato venti milioni di dollari solo nel primo giorno di programmazione. File nei cinema dove viene proiettato. Anche a Trieste, al Cinecity delle Torri e al Nazionale.


 

mercoledì 28 ottobre 2009

DISCHI - CARMEN CONSOLI


La cantantessa è tornata. La bambina impertinente è cresciuta. Confusa e felice come quando anni fa ci ha fulminati con il suo esordio, prende carta e penna e microfono e dice la sua su quest’Italia scassata. Sulle donne, sui padri e sulle figlie, sui nostri rapporti personali, su questa società. A tre anni di distanza dal precedente ”Eva contro Eva”, Carmen Consoli si ripresenta con l’album ”Elettra” (Universal), che arriva nei negozi il 30 ottobre ma si può ascoltare in Rete già da qualche giorno.

La trentacinquenne cantautrice e musicista catanese prende a prestito una figura mitologica per parlare dell’Italia di oggi, della mercificazione della donna, tema che torna spesso nel disco.

Tanto che alla presentazione romana del disco, l’altro giorno ha detto: «Sapete che vi dico, voglio diventare una escort, anzi per chiamare le cose col loro nome una ”buttana”. Tanto essendo una donna italiana verrò vista sempre così e per tale mi tratteranno...».

Ma Carmen va oltre. Usando la musica, le canzoni anche come medicina per superare la rabbia e il dolore. Nella psicanalisi Elettra, complessa figura di donna, è il contraltare femminile di Edipo: non il figlio innamorato della madre, ma la figlia innamorata del padre. L’origine è nella mitologia greca, che tramanda la figura di questa donna che istiga il fratello a vendicarsi sulla madre per la morte del padre.

«Questo è un disco sull'amore paterno - dice l’artista, che ha perso il padre pochi mesi fa -, Elettra rappresenta il mettere da parte l'amore materno per scoprire il rapporto con il padre, che è più sottile, meno scontato: un sentimento che si scopre col tempo e che racchiude tutto ciò che non è scontato».

Lavoro pieno di sfaccettature, molto ”al femminile”, acustico ma ricco di suoni rock e anche di folklore siciliano. Dieci brani che formano un unicum, sospeso fra pop e melodia, che a tratti sembra inscindibile.

"Mandaci una cartolina" è dedicata al padre scomparso, con la partecipazione di Franco Battiato, fra l’altro suo vicino di casa alle pendici dell’Etna. E presente anche in "Marie ti amiamo", la storia - con versi anche in arabo - di una bambina che ha peccato perchè non ricorda i canti di Natale.

"Non molto lontano da qui" è il primo singolo estratto dall'album, con un video ambientato in un bordello di tanti anni fa. «Mi piaceva vestire i panni della prostituta - rivela l’artista - perchè una delle idee forti dietro al disco è che ognuno si vende, sacrificando le sue reali aspirazioni per omologarsi».

Ancora: ”Mio zio” parla di pedofilia, di violenza domestica. E mostra come spesso le verità scomode vengono nascoste perchè c'è vergogna e si pensa sia meglio lavare i panni sporchi in casa.

”Col nome giusto” ci riporta alla Carmen dei momenti migliori. ”Sud Est” propone il tema del viaggio. ”’A finestra” è in dialetto siciliano: una conferma dell'amore per le proprie radici e della ricerca multilinguistica della cantante. Che dal 3 febbraio è in tour. Debutto all'Auditorium di Roma.


SKUNK ANANSIE


Sarà che Skin da sola non ha avuto lo stesso successo che le sorrideva con gli Skunk Anansie. Sarà che i suoi ”orfani” non avevano nemmeno tentato di rimpiazarla. Fatto sta che dopo quasi un decennio di pausa la band che segnato gli ultimi anni del secolo (e del millennio) torna assieme: ”Smashes & Trashes” (Carosello) è il ”best of” che segna la ”reunion” di una delle rock band più amate degli ultimi anni.

Rimasterizzato in digitale, il disco presenta brani selezionati dai primi tre album della band. Passando dalla gioiosa ”Weak” alla celeberrima ”Hedonism (Just because you feel good)”, da ”Secretly” a ”Charlie big potato”, si materializza una raccolta senza tempo dove ritrovare, traccia dopo traccia, successi ancora vivi. E i tre inediti - «Because of you”, ”Squander” e ”Tear the place up” - vibrano dell’energia necessaria a pensare a una ripartenza che vada al di là di questa uscita.

«I nuovi brani sembrano davvero enfatizzare ciò che di più buono ha la band: testi forti, ritornelli incisivi, ottimi arrangiamenti... E anche qualche stranezza gettata in mezzo», affermano gli Skunk Anansie. «Questa è la differenza tra una nuova formazione e ciò che stiamo facendo. La maggior parte delle band che tornano insieme speculano sul loro passato. Per noi questo sarebbe un punto d'inizio. Quello che per noi è davvero eccitante è il futuro là fuori».

Dei tre brani nuovi, ”Because of you” sembra quello in grado di coniugare con grande equilibrio le due anime del gruppo: l’energia travolgente unita a melodie estremamente contagiose.

Dal 9 ottobre il gruppo sta girando l’Europa in tour: il 15 novembre sono a Milano, il 16 a Firenze. A dicembre, la vocalist Skin, Cass al basso, Ace alla chitarra e Mark Richardson alla batteria entrano in studio per registrare il nuovo album, stavolta tutto di inediti, la cui uscita è prevista per la primavera/estate dell’anno prossimo. Dunque è vero: la storia degli Skunk Anansie è ripartita...


IACCHETTI Ci sono anche i triestini della Witz Orchestra, nel nuovo album di Enzo Iacchetti dedicato alle canzoni di Giorgio Gaber. Il comico pensava da tempo a questo gesto di stima e d’amore per l’amico e maestro di origine triestina. E il destino ha voluto che ad accompagnarlo in questa avventura, dopo tante altre vissute assieme dal vivo e in tivù, ci fosse proprio la band capitanata da Toni Soranno e Loretta Califra. Assieme, rivisitano i brani più famosi del primo repertorio gaberiano: da ”Il Riccardo" a "Barbera & Champagne", dal "Cerutti Gino" alla "Torpedo Blu", passando per "Ma pensa te" e "Porta Romana"... «Ho provato a metter mano alle prime canzoni di Giorgio, facendogli qualche scherzo - dice Enzino -. È chiaro che fatte da lui sono molto più vere. Ma il mio intento è quello di far sì che chi conosce Gaber non lo dimentichi mai, e chi non lo conosce possa sapere quanto fosse bravo, inimitabile e irraggiungibile». Iacchetti è da anni una delle anime del Festival Gaber che si svolge ogni estate a Viareggio.


BASTARD SONS Mentre la terza edizione di ”X Factor” sta facendo seriamente rimpiangere le prime due, prosegue la strada di alcuni solisti e gruppi lanciati dalla gara musicale di Raidue. I ”tre trentini” (e qui potrebbe partire la filastrocca...) che si fanno chiamare The bastard sons of Dioniso, finalisti dell’edizione dell’anno scorso, dopo il mini-cd ”L’amor carnale” pubblicato appena finito il programma, escono in questi giorni con l’album ”In stasi perpetua”. E dimostrano che la fama televisiva non li ha cambiati di mezza virgola. Rimangono i tre ragazzacci cresciuti fra le valli trentine, che non hanno abbandonato, amanti delle schitarrate rock e degli sberleffi irriverenti. Il disco - dicono - «riassume sei anni di rock alpestre con retrogusto di cantina». ”Mi par che per adesso” è il singolo apripista, molto trasmesso dalle radio in questi giorni. Loro lo definiscono «un connubio tra opera lirica e chitarroni distorti», rivelando che hanno mutuato da ”L'incoronazione di Poppea”, opera lirica di Claudio Monteverdi, l'ispirazione e parte del testo. Dal 28 novembre sono in tour.


 

LIBRO BEPPINO ENGLARO


«Ho solo una certezza: il rispetto, vera espressione d’amore per Eluana e Saturna, è stato e sarà infinitamente più forte di tutto il dolore che mi porto dentro». Si conclude così, con queste parole d’infinita tristezza ma al tempo stesso di pace apparentemente e finalmente ritrovata, il libro scritto da Beppino Englaro assieme alla giornalista Adriana Pannitteri. ”La vita senza limiti” (Rizzoli, pagg. 195, euro 17) ha già nel sottotitolo la sua spiegazione: ”La morte di Eluana in uno Stato di diritto”.

Non sono passati nemmeno nove mesi da quel 9 febbraio 2009 in cui un padre testardo come sanno esserlo forse soltanto i carnici riuscì a liberare una figlia che già non viveva più da diciassette anni. Un incidente stradale, il coma irreversibile, un corpo diventato una prigione. Storia fin troppo nota, diventata miserrimo campo di battaglia per opposte fazioni etico-politiche. Diciassette anni, 6233 giorni per poter finalmente restituire dignità a una figlia tanto amata e dirle addio.

Quanta ipocrisia, quanta mancanza di sensibilità, quanto cattivo gusto in quei giorni, in quelle settimane che precedettero l’epilogo. Molti si domandavano: ma perchè un padre ha accettato di finire nel tritacarne politico e mediatico per ottenere quello che tanti altri, in analoghe e tragiche situazioni, sono costretti dagli eventi della vita a fare ogni giorno, per una persona cara, in tutti gli ospedali del mondo?

La lettura di queste pagine è al proposito illuminante. Beppino Englaro ha fatto tutto quel che ha fatto, in quei diciassette lunghi anni, per amore e rispetto della figlia ma anche e forse soprattutto della legalità. Rispetto della legalità: concetto ostico per molte persone, soprattutto in questa nostra Italia scassata, in questi tempi cialtroni e miserevoli.

«Non eravamo spinti da alcun furore ideologico - scrive Englaro quando rievoca i primi tempi della sua lunga battaglia - né volevamo imporre ad altri ciò che ritenevamo e riteniamo tuttora giusto per noi stessi. Chiedevamo solo di non essere discriminati. Ma rivendicare uno spazio per l’individuo, per le sue scelte personali, sostenere che la propria vita non appartiene agli altri è stato ritenuto un affronto e una sfida. Per questo la vicenda di Eluana faceva paura...».

Fra le righe emerge un uomo diverso da quello che l’Italia ha conosciuto nell’inverno scorso, quando divideva il Paese maneggiando un linguaggio giuridico e tecnicistico che era stato costretto a imparare. Lottava, autorizzato da una sentenza, a mettere in pratica lo stop all’alimentazione e all’idratazione forzata. A interrompere la suprema ipocrisia di una vita artificiale imposta da uno Stato che dovrebbe essere laico e si scopriva etico. Il Beppino di questo libro è invece e semplicemente un padre, un uomo riservato che racconta il dramma indicibile toccato a lui e alla sua famiglia.

Un capitolo, ”La ricerca della squadra e della struttura”, parla del ruolo dei vecchi amici friulani, già socialisti, alcuni dei quali assurti a importanti ruoli istituzionali: il presidente della Regione Renzo Tondo, il senatore Ferruccio Saro, l’ex assessore regionale alla sanità Gabriele Renzulli... «La coscienza della nostra dignità - scrive riferendosi a ”noi friulani, soprattutto i carnici...” - non è mai stata un fatto solitario ma una sorta di fratellanza, un sentire comune, un orgoglio, persino nelle sfide più estreme. Non credo sia un caso il fatto che molte battaglie sui diritti civili che hanno cambiato il volto del nostro Paese, come quella sul divorzio, siano partite proprio dal Friuli...».

Il resto sono ricordi, episodi, particolari, soprattutto dolore. Tutta roba che scava nel profondo e non può lasciare insensibile un essere umano. Undici febbraio di quest’anno, il giorno prima del funerale: «Nel silenzio, ad un tratto ho riconosciuto la mia voce: ”Addio stellina mia, ora riposa in pace”. Ho pianto, i singhiozzi erano talmente forti che mi squassavano lo stomaco».

La battaglia personale di Beppino Englaro è terminata. Quella politica, per la libertà di cura, perchè la legge e lo Stato rispettino l’individuo, è ancora lungi dall’essere portata a compimento. Quando finalmente ciò avverrà, dovremo ringraziare soprattutto un carnico dalla testa dura, rispettoso della legalità. E della laicità dello Stato.